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Il Veronese e i Bassano. Grandi artisti veneti per il Palazzo Ducale di Torino.

Le spettacolari tele, commissionate dal Duca Carlo Emanuele I di Savoia ai più celebrati maestri veneti del Cinquecento, raffiguranti La regina di Saba offre doni a Salomone e Il ratto delle Sabine dipinte rispettivamente dall’atelier del Veronese e da Francesco Bassano, sono presentate alla Reggia dopo un accurato intervento di restauro, realizzato dal Centro Conservazione e Restauro di Venaria grazie ai finanziamenti ministeriali e al contributo della Consulta per la Valorizzazione dei Beni Artistici e Culturali di Torino.
Le opere, provenienti dalle collezioni della Nuova Galleria Sabauda di Torino, sono esposte insieme ad un importante nucleo di superbi dipinti dello stesso Veronese e di Jacopo, Francesco e Leandro Bassano, sempre di committenza ducale, per illustrare uno dei momenti più alti del collezionismo sabaudo.
La mostra è corredata da un ampio apparato didattico, dedicato anche all’iconografia e all’intervento di restauro delle opere presentate.
Catalogo della mostra presso La Venaria Reale, fino al 2 febbraio 2014.

Info:
L’Artistica Editrice, Savigliano
Autore: a cura di Anna Maria Bava
Anno di pubblicazione: ottobre 2013
Formato: 17 x 24
Pagine: 96 a colori
ISBN: 978-88-7320-336-0
€ 15,00

ALESSANDRIA. L’Atlante Storico dell’Alessandrino.

La Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria ha presentato al pubblico L’ATLANTE STORICO DELL’ALESSANDRINO, un progetto editoriale ambizioso, per qualità del dettaglio e approfondimento dei contenuti, probabilmente primo in Italia.
L’iniziativa è organizzata in concomitanza con la 1° Giornata Europea delle Fondazioni, promossa da DAFNE (Donors and Foundations Networks in Europe) in collaborazione con l’ACRI (Associazione Italiana di Fondazioni e Casse di Risparmio Spa) allo scopo di far conoscere meglio, nei vari Paesi europei, l’impegno delle fondazioni a favore del territorio.
L’ATLANTE STORICO DELL’ALESSANDRINO nasce da un’idea della Fondazione e vede la luce per i tipi della De Agostini dopo oltre un anno di intenso lavoro di ricerca condotto sotto la supervisione di Valerio Castronovo e coordinato da Enrico Lusso, per gli aspetti scientifici, e da Gioachino Gili per quelli grafici e editoriali. E’ corredato da una sezione fotografica, curata e illustrata da Folco Quilici.
La Fondazione – afferma il presidente Pier Angelo Taverna che ha fortemente voluto questa opera – è consapevole non solo del concreto valore culturale di un’approfondita conoscenza delle nostre radici, ma anche del suo ruolo educativo e formativo. L’esito naturale di questo progetto non poteva che orientarsi verso la forma di un atlante storico locale. Grazie all’esperienza di una casa editrice come la De Agostini, si è dato così vita a un entusiasmante viaggio nelle vicende che hanno portato il nostro territorio ad essere così come lo viviamo, partendo addirittura dall’evoluzione delle ere geologiche.
L’Atlante Storico, attraverso una serie di carte tematiche elaborate da studiosi, profondi conoscitori ed esperti della nostra realtà, coordinati da Valerio Castronovo ed Enrico Lusso, ci accompagna in un percorso fra le varie ere sino ai nostri giorni.
Il paesaggio e la sua contemporaneità sono invece descritti e raccontati in modo emozionante da Folco Quilici che, da cittadino del mondo, ha visto la nostra terra con l’occhio esperto del viaggiatore e qui ci restituisce le sue impressioni.
L’opera – 208 pagine a colori – si presenta con la veste grafica delle tradizionali “strenne” che contraddistingue ormai da quasi quarant’anni le pubblicazioni della Fondazione e della banca ed è arricchita da un’edizione didattica. Il ricco corredo di carte tematiche, frutto della collaborazione di una nutrita équipe di storici e di studiosi, selezionati tra i massimi esperti delle varie discipline rappresentate, descrive, a partire dagli aspetti geografici e geomorfologici, il divenire storico del territorio delle attuali province di Alessandria e Asti. La narrazione grafica abbraccia un ampio arco cronologico, che va dalla preistoria alla stretta contemporaneità, alla cui descrizione visiva concorre anche l’inedito inserto fotografico curato da Folco Quilici. Nell’insieme, le carte, immaginate come istantanee precise e
scientificamente rigorose di alcuni momenti storicamente rilevanti, conducono così il lettore attraverso la graduale scoperta delle dinamiche di trasformazione istituzionale, economica, culturale, artistica e architettonica del territorio oggetto di analisi.
Proprio in ragione della sua natura descrittiva e dinamica, l’Atlante si propone dunque vari obiettivi. Tra i principali e più rilevanti da sottolineare è il tentativo di fare il punto su oltre un secolo di studi, restituendone gli esiti alla scala subregionale in forma chiara e comprensibile sia per gli studiosi sia per il grande pubblico, la volontà di dotare gli attori istituzionali presenti sul territorio di un agile strumento, che si auspica possa essere utile quale strumento di sussidio alla programmazione, e, non da ultimo, il desiderio di descrivere in modo innovativo il paesaggio alessandrino, così da agevolarne la conoscenza e la valorizzazione.
Con riferimento esplicito a quest’ultimo tema, – prosegue il Presidente Taverna – non si può fare a meno di sottolineare come l’Atlante sia stato pensato, anche e soprattutto, come sussidiario di storia locale da affiancare ai testi di scuola per accrescere nelle giovani generazioni la consapevolezza del grande valore del territorio in cui ora vivono e che, nell’immediato futuro, si troveranno a gestire. Per tale ragione la versione didattica dell’opera verrà distribuita nelle scuole a tutti gli studenti, affinché ogni famiglia dell’Alessandrino ne possegga una copia, alla stregua di quanto già fatto con il volume sul Risorgimento che ha ottenuto tanto consenso.
Il progetto didattico prevede anche la realizzazione di un ricco corredo di strumenti multimediali che saranno messi a disposizione degli istituti scolastici della provincia di Alessandria.

Info:
Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria, Piazza della Libertà, 28 – 15121 ALESSANDRIA
tel. 0131294200 – segreteria@fondazionecralessandria.it

Link: http://www.fondazionecralessandria.it

Email: progetti@fondazionecralessandria.it

Francesco DI PAOLO Simone MIRTO Sacralità domestica il primo libro sulle statuette votive in terracotta…

E’ il primo libro sulle statuette votive in terracotta, Sacralità domestica, legato alla tradizione del culto domestico, parte fondamentale della cultura mediterranea.
Il volume con 80 pagine e 170 immagini, edito da Claudio Grenzi Editore, racconta la storia del culto, approfondisce  un aspetto fino ad oggi inedito della ceramica di Grottaglie (TA) e racconta i santi venerati in Puglia: tra patroni, compatroni e protettori. Una sorta di paradiso domestico a cui gli uomini e le donne facevano affidamento per proteggersi dalle malattie fisiche e spirituali, dalle calamità naturali e per propiziarsi i futuri raccolti.
Che la Puglia sia una terra pronta ad accogliere i migranti, non è peculiarità recente. Basta  un’occhiata alle statuette votive in terracotta, amorevolmente riportate alla luce dopo decenni trascorsi in  soffitte e cantine, per verificare: i Santi riprodotti, confezionati e tramandati da generazioni e generazioni di antenati, appartengono  a diversi Paesi del Mediterraneo. Tutto questo è “Sacralità domestica, santi in terracotta tra Ottocento e Novecento nella Collezione Vestita (Claudio Grenzi Editore)” il primo testo dedicato, appunto, alla tradizione del culto domestico, parte fondamentale della cultura mediterranea.
Ottanta pagine, 170 immagini di statuette votive che narrano la storia del culto dei singoli santi in Puglia e approfondiscono un aspetto fino ad oggi inedito della ceramica di Grottaglie, quello della piccola statuaria votiva in terracotta. Il volume nasce dalla sua mostra Sacralità domestica, presentata con successo durante il periodo pasquale a Grottaglie (TA).
Le statuette raccolte nel testo “Sacralità domestica, santi in terracotta tra Ottocento e Novecento nella Collezione Vestita” abbracciano una fetta significativa della moltitudine di santi venerati in Puglia: tra patroni, compatroni e protettori. Una sorta di paradiso domestico a cui gli uomini e le donne facevano affidamento per proteggersi dalle malattie fisiche e spirituali, dalle calamità naturali e per propiziarsi i futuri raccolti. Le statuette dei santi in terracotta facevano, infatti, parte di un dialogo costante nella vita di ogni giorno tra l’uomo e il sacro ed erano spesso collocate nelle nicchie in tufo ricavate nelle mura domestiche, adornate da fiori e candele. Le opere venivano realizzate a mano e dipinte a freddo dai ceramisti grottagliesi nelle loro case private, vendute poi in occasione delle feste patronali nei paesi di tutta la Puglia.
La multietnicità dei santi venerati è una particolarità della regione, perché vede uno accanto all’altro l’irlandese Cataldo, gli armeni Biagio e Gregorio, i “turchi” Cosma e Damiano, gli egiziani Ciro e Bersanofio, i francesi Rocco e Leonardo, gli spagnoli Vincenzo Ferrer e Domenico Guzman, i tedeschi  Corrado ed Emidio, il londinese Tommaso Becket e  il libanese Teodoro D’Amasea.
“Il testo tratta un aspetto significativo e fino ad oggi inedito della tradizione ceramica di Grottaglie, quello della piccola statuaria votiva domestica. – affermano Francesco Di Palo e Simone Mirto, autori del catalogo- Sacralità domestica, per la quantità e per la varietà del materiale preso in esame non si propone di essere un testo esaustivo ma offre un punto di partenza, che fino ad oggi non esisteva, a tutti gli studiosi e appassionati che vogliono accostarsi a questa produzione artigianale tipicamente meridionale. Sottolinea anche la necessità della riscoperta, sul piano culturale, della fitta trama di santuari diffusa sul territorio regionale, scrigni spesso inesplorati di opere d’arte e meta di periodici pellegrinaggi.”

Info:
Daniela Fabietti tel. cell. 3351979415                                                                    

Email: fabietti.daniela@gmail.com

Giovanni GAZZANEO Elena PONTIGGIA. Il sacro nell’opera di Giorgio De Chirico. Oltre la Metafisica. Catalogo ragionato.

E’ in libreria, Giorgio de Chirico. Catalogo ragionato dell’opera sacra (Silvana editoriale) che riunisce per la prima volta i lavori nell’ambito dell’arte sacra realizzati dal Pictor Optimus (Volos, 1888 – Roma, 1978), indagando così uno degli aspetti meno conosciuti della sua produzione e presentando oltre 150 opere, molte inedite o di rara pubblicazione, tra dipinti, sculture e disegni.
Curato da Giovanni Gazzaneo ed Elena Pontiggia, il volume, introdotto dal ministro per i Beni Culturali Lorenzo Ornaghi, raccoglie i saggi di Gianfranco Ravasi, Paolo Picozza, Pierangelo Sequeri e dei due curatori. Il catalogo inaugura la collana Novecento Sacro, ideata e promossa dalla Fondazione Crocevia, che vuole mostrare come i grandi maestri – nonostante nella manualistica il soggetto sacro sembri scomparire – abbiano continuato a indagare il rapporto tra Dio e l’uomo anche nella contemporaneità.

De Chirico, il padre della Metafisica, ha prodotto dalla fine degli anni Trenta e con frequenza più intensa negli anni Quaranta e Cinquanta opere di soggetto religioso che testimoniano come l’universo poetico e filosofico dell’artista sia andato profondamente rinnovandosi con una ricerca affascinante, dagli esiti complessi e problematici.
Le riflessioni offerte intendono mettere in luce come sia subentrata, in concomitanza con la seconda guerra mondiale, un’apertura verso il mistero divino che ha modificato la concezione esistenziale professata dal Maestro negli anni della Metafisica – quando riteneva che il mondo intero fosse il regno del “non senso” – e che si è tradotta sia in scritti teorici, sia in opere d’arte che sanno sorprendere, a partire dall’Apocalisse, le cui tavole sono realizzate nella seconda metà del 1940. “Nessuno– sottolinea Elena Pontiggia -, da almeno mezzo millennio, aveva disegnato un’Apocalisse così poco apocalittica come de Chirico. E nessuno, forse, ne aveva raffigurato gli eventi con tanta tranquilla serenità, venata in alcune parti da un candore addirittura fanciullesco. Il libro sacro più misterioso e terribile, tradizionalmente interpretato come profezia della fine del mondo (anche se in realtà è più una meditazione sulla dolorosa storia dell’uomo che sul suo destino escatologico e culmina con la luce sfolgorante della Nuova Gerusalemme e del trionfo dell’Agnello); le visionarie pagine giovannee, abitate da mostri e draghi, oscurate dalle tenebre dell’Anticristo e percorse dai flagelli orrendi dei Quattro Cavalieri, diventano in de Chirico un racconto fiabesco, insieme spontaneo e colto, soffuso in certi punti di un evangelico spirito d’infanzia, in altri di solenni accenti classici”.
Scrive il cardinale Gianfranco Ravasi: “Ancor oggi sul cavalletto del suo studio è collocata la copia incompiuta del celebre Tondo Doni di Michelangelo custodito agli Uffizi. Già nel 1921 de Chirico, con grande rispetto, si era confrontato con questa Sacra Famiglia, “il quadro più difficile a interpretarsi e copiarsi”, come egli confessava. Giunto al crepuscolo della sua esistenza, il Pictor Optimus aveva compiuto questo estremo tentativo di venerazione per un soggetto religioso e per un artista così eccelso, e idealmente la sua mano si era fermata dopo aver colmato di colore solo il volto della Vergine Madre. Era questo il suggello simbolico a un lungo itinerario artistico che non aveva certo ignorato il sacro, inoltrandosi “oltre la metafisica”, lungo i sentieri d’altura dello spirito, tra i panorami delle grandi narrazioni bibliche”.

Il catalogo, grazie ai saggi e all’antologia di scritti del Maestro sull’arte sacra riportata in appendice – essenziale per la comprensione di un tema tanto trascurato dalla critica quanto rilevante invece per l’artista –, porta un contributo nuovo e fondamentale agli studi sull’opera del Pictor Optimus. Per Giovanni Gazzaneo: “De Chirico è stato tra i pochi artisti del Novecento ad aver colto il paradosso del Cristo che è insieme il “più bello fra i figli dell’uomo” (Salmo 45,3) e l’Ecce homo senza “bellezza né apparenza” (Isaia 53,2). Sono questi i due volti sempre presenti nell’arte cristiana, come ha in più occasioni sottolineato Benedetto XVI: il volto del dolore (che il secolo scorso ci ha proposto nel segno della croce) e il volto della gloria (che il Novecento ha saputo esprimere molto raramente), entrambi belli perché espressione dell’amore più grande, quello che dà la vita. La Salita al Calvario e l’Apocalisse sono espressioni di questo paradosso antico di duemila anni eppure sempre nuovo, a cui de Chirico ha saputo offrire forma e colore”.

Info:
Silvana editoriale, pp. 288 – 180 illustrazioni a colori; Euro 45 – (tel. 02.61836287)
Crocevia – Fondazione Alfredo e Teresita Paglione – Via Appiani, 1; 20121 Milano

Link: http://www.silvanaeditoriale.it

Email: fondazionecrocevia@gmail.com

Gennaro TEDESCO. L’Italia meridionale peninsulare nella storiografia bizantina.

L’Italia meridionale peninsulare viene indagata e rivista alla luce di tutte le fonti storiografiche e cronachistiche bizantine nel loro lungo e complesso dinamismo. Da questo originale e particolare angolo visuale la storia del Bel Paese si presenta sempre più come un’Altra Storia, diversa e alternativa nel contesto europeo.

Recensione
Il testo, che qui si recensisce, nasce e si sviluppa in numerosi anni di ricerca, dalla fine degli Anni Settanta del secolo scorso. A quest’epoca molti testi di bizantinistica, dalle fonti fino alla stessa letteratura su Bisanzio, non erano di facile accesso.  Solo a partire dagli ultimi anni abbiamo assistito ad una vera e propria proliferazione di pubblicazioni dedicate a Bisanzio. E se quest’opera, L’Italia meridionale peninsulare nella storiografia bizantina (secc.VI-XIV), può presentare qualche piccolo pregio, esso consiste nel costante e continuo riferimento a tutte le fonti storiografiche e cronachistiche bizantine dal VI al XIV secolo,  che contengono notizie sulle vicende lunghe e complesse dell’Italia meridionale peninsulare nel periodo bizantino. Non è stato tralasciato nemmeno un autore bizantino.
Il quadro dell’Italia meridionale peninsulare, durante il periodo bizantino, che ne scaturisce è quello di un’area strategica fondamentale nel complesso ed estenuante gioco diplomatico, militare e geopolitico dell’Impero Romano d’Oriente. Questa area si configura come lembo estremo dell’Occidente bizantino.
Con alterne vicende, il pendolo del potere bizantino si orienta sempre più verso le rilevanti e importanti regioni microasiatiche d’Oriente, mentre la provincia bizantina d’Italia, ovvero l’estremo Occidente bizantino almeno fino all’XI secolo, continua, malgrado tutto, ad assumere ed a svolgere un ruolo sempre più dinamico nella prospettiva globale e mediterranea dell’Impero romano d’Oriente. Se l’Oriente rimane il caposaldo strategico dell’Impero romano d’Oriente, l’Occidente italo-meridionale, esclusa Venezia che, percorrerà una sua via divergente, rimane l’unico e ultimo baluardo occidentale dell’Impero. Esso,  l’Italia meridionale peninsulare, malgrado tutto ed in ogni caso, diviene la sentinella avanzata, l’osservatorio privilegiato e la piattaforma mobile e strategica di Bisanzio da cui lanciare e sviluppare qualsiasi iniziativa diplomatica e militare nei confronti di intrusi nord-europei o arabo-africani in cerca di conquiste. La posizione centrale nel Mediterraneo della provincia italo-meridionale consente ai Romani d’Oriente di sbarrare il passo a qualsiasi tentativo di aggressione egemonica tendente al monopolio del bacino del Mediterraneo e soprattutto delle sue rotte marittime.
Durante il Medioevo e per lo meno fino all’XI secolo, malgrado intrusioni longobarde, franche, arabe e normanne, la grecità del Sud non solo conservò la sua lingua, il greco, il suo rito religioso, quello greco-ortodosso, le sue tradizioni e istituzioni romano-orientali, ma sperimentò ed aggiornò le sue strutture economiche ed amministrative all’ombra possente del Basileus costantinopolitano.
Le prerogative della piccola e media proprietà contadina di origine greco-romana ebbero un ritorno di fiamma e furono adeguatamente preservate da un potere attento e consapevole dell’intima interconnessione tra salvaguardia della cellula sociale ed economica di base costituita dalla libera proprietà contadina, coesione sociale, consenso politico e stabilità, conservazione ed espansione territoriale marittima di confini e sfere d’influenza “magno-greche” e mediterranee.
Più volte gli strateghi bizantini, lasciati spesso a gestire in modo autonomo, in assenza di risorse adeguate, politiche volte a contrastare piani, alleanze e coalizioni dei nemici nei temi   peninsulari ed insulari dell’Italia bizantina, trascinati da inevitabili ed ineluttabili eredità  storiche e da congenite e oggettive tendenze geo-strategiche, si lasciarono coinvolgere ed invischiare nel tentativo di costruzione e costituzione di un Regno neo-greco del Sud.
Certo non sempre tali tentativi furono del tutto scevri da consistenti aiuti dei nemici dell’Impero romano-orientale, ma, comunque, pur nei loro sistematici e non prevedibili fallimenti, essi riprendevano e riconfermavano caratteristiche linee evolutive di una politica tendenzialmente “nazionale” e mediterranea dove l’elemento ellenico e neo-ellenico continuava a giocare un ruolo fondamentale e strategico.
L’incontro e lo “scontro” di civiltà, che si verifica nell’Estremo Sud della Penisola, è un processo di globalizzazione medievale guidato più che imposto dalla capitale dell’Impero Romano d’Oriente, Costantinopoli, quello che alcuni storici hanno chiamato un processo di bizantinizzazione. Alla fine di tale processo storico gli stessi dominatori dell’Italia meridionale, i Romani d’Oriente, si sono ritrovati un ecoambiente antropico del tutto diverso da quello che forse avevano immaginato e progettato. Latini, Longobardi, Arabi, Armeni, Siri, Slavi, Ebrei, Franchi, Normanni e Greci in quello che i bizantinisti definiscono il “Catepanato d’Italia”, ovvero l’ultima provincia bizantina d’Italia, globalizzano e “cosmopolitizzano” ulteriormente una provincia, quella italo-meridionale,  a sua volta integrata in uno degli Imperi, quello romano orientale, più meticciato e creolizzato della Storia.
Il pendolo della Storia orienta il “Catepanato d’Italia” verso le sponde orientali dell’Impero bizantino, incorporando, rielaborando e metabolizzando influssi persiani, indiani e cinesi, mediati dall’Impero di Mezzo euro-asiatico. E non sono solo influssi culturali, ma anche economici e tecnologici che rendono la provincia italo meridionale bizantina nel panorama desolante di un’Europa ancora stagnante e in riflusso un faro di civiltà.
Il cosmopolitismo italo-bizantino, erede dell’ellenismo greco-romano e del libero scambismo mercantile e culturale del lago mediterraneo,  ritrova la sua più degna ed evidente espressione nella riproposizione e nella riformulazione dell’universalismo giuridico romano, accompagnato e sostenuto da un cristianesimo ortodosso altrettanto universalistico e soprattutto partecipativo.

Gennaro Tedesco, L’Italia meridionale peninsulare nella storiografia bizantina (secc.VI-XIV), Spolia, Roma, 2010, pp.164, euro 21.

Autore: Edward Luttwak