Archivi categoria: Bibliografia

Maria Clara RUGGIERI TRICOLI Salvatore RUGINO (a cura di…): LOUGHI STORIE MUSEI – Percorsi e prospettive dei musei del luogo nell’epoca della globalizzazione.

Dario Flaccovio Editore, Palermo 2005, pp. 318, € 25 – ISBN 88 7758 654 0

Il volume contiene, come saggio d’apertura, l’articolo Luoghi, storie, musei , scritto da Maria Clara Ruggieri Tricoli, nel quale s’illustrano l’evoluzione dei cosiddetti musei del luogo.

L’articolo completo si trova in www.archeomedia.neti, alla pagina:

Maria Clara RUGGIERI TRICOLI, Salvatore RUGINO (a cura di…): LOUGHI, STORIE MUSEI – Percorsi e prospettive dei musei del luogo nell’epoca della globalizzazione.

Link: http://www.darioflaccovio.it

Email: info@darioflaccovio.it

Pierfranco BRUNI (a cura di): Etnie – Popoli e civiltà tra culture e tradizioni.

In distribuzione gratuita in questi giorni l’opera libraria “Etnie – Popoli e civiltà tra culture e tradizioni” (pp. 219): edita dal Ministero peri Beni e le Attività Culturali — Direzione generale per i beni librari e le attività culturali – e dal Comitato nazionale minoranze etnico-linguistiche in Italia.

Il volume, curato da Pierfranco Bruni, è diviso in più saggi e propone il concetto di ‘etnia’ in un contesto multietnico e multilinguistico attuale molto variegato.

Lo studio, nel leggere attentamente i passi della ricerca condotta, analizza sia i rapporti tra etnia e territorio che il dialogo tra minoranze linguistiche e fattori antropologici ed etnici. Al suo interno non viene trascurato, però, il rapporto tra il valore di etnia e i codici di indagine come l’archeologia, l’arte, le tradizioni e la storia.

Le etnie sono realtà in movimento con le quali ci troviamo a fare i conti, realtà che si incrociano con quegli ‘spettatori deterritorializzati’ di cui parla Arjun Apparudai nel testo Modernità in polvere. E questo è un dato che riguarda tutte le 12 etnie (storiche) considerate tali in Italia. Dagli Arbereshe, dunque, ai Grecanici. Dai Ladini ai Sardi. Dagli Occitani ai Franco-provenzali: queste etnie non appartengono alla cultura della modernità e con la modernità, in termini culturali, si scontrano costantemente. Perché se oggi sono saltati i confini che determinavano territori e culture, è altrettanto vero che l’identità costituisce ancora un percorso non solo della memoria, e tra i labirinti del tempo è sforzo di costruzione di un passato che sa ancora parlare e insegnare.

Questo anche in risposta alla ormai celebre teoria dello ‘scontro di civiltà’ di cui parla Samuel Hungtinton, perché sempre più ai nostri giorni si ritorna a parlare di etnie e anche si tende a etnicizzare qualsiasi tipo di conflitto e problema sociale, dato che le persone non sono monoliti inscalfibili, per ricordare le parole di Tiforau.

“Etnie. Popoli e civiltà tra culture e tradizioni”, scrive nella prefazione il sottosegratario Nicola Bono, “indaga sia sul versante dei rapporti tra etnia e territorio sia in merito al dialogo, sempre più insistente, tra minoranze linguistiche e fattori antropologici ed etnici, sia su un confronto importante tra il valore di etnia e gli altri codici di indagine come l’archeologia, l’arte, le tradizioni, la storia”. Così, fa notare il numero due del dicastero di via del Collegio Romano, “il Mediterraneo ancora una volta è chiave di lettura fondamentale per ‘garantire’ identità a un Paese come l’Italia che si è sempre aperto ad orizzonti di accoglienza senza mai disperdere quelle matrici che hanno trovato nella cultura greca e in quella romana una simbiosi di fattori che sono un radicamento mediterraneo consistente”.

Stivale e stili di vita
Tanti e qualificati i contributi degli studiosi che compongono questo saggio. Tra gli altri quello di Pietro De leo su ‘Etnie/minoranze’, di Maria Zanoni su ‘Il concetto di etnia nella cultura popolare contadina’, o di Costantino Nikas du ‘L’identità ellenica nella grecia salentina’. Senza dimenticare per questo lo scritto di Filippo Violi su ‘I greci di Calabria: un popolo in viaggio tra identità e tradizione’ e il contributo di Antonio Basile su ‘Il tarantismo pugliese’. Nel discorso si innesta la questione del rapporto tra etnie diverse che abitano lo Stivale e stili di vita, ma anche del legame tra popoli e lingue. Da parte sua il curatore del volume, Pierfranco Bruni, mette in evidenza dalle pagine di questo libro come “senza una profonda consapevolezza della cultura della tradizione le etnie storiche perdano la loro valenza sia etica che documentaria. Un dibattito tutto da riprendere e da sviluppare in una logica in cui il concetto di tradizione deve avere un suo senso”.

Le minoranze etnico-linguistiche sono parte integrante di quei processi etnici che rappresentano delle realtà storico-culturali con una loro fisionomia e una loro funzione antropologica che testimoniano istanze non innovative ma conservative. “Il sentimento delle radici», nota ancora Bruni, «non è soltanto un fatto culturale ma coniuga istanze storiche con una spiritualità che da il senso alle identità. Le identità sono processi che le civiltà, i popoli, le epoche si portano dentro ma possono anche mutare e presentarsi con delle varianti“.

Le appartenenze, invece, sono il valore intrinseco nelle stesse identità ma si legano a significati che hanno valenze profondamente spirituali. Le radici, in fondo, sono il portato di esigenze e di sentimenti. Beni culturali e minoranze linguistiche (etnico-storiche-antropologiche-archeologiche) è un rapporto che si manifesta attraverso elementi e modelli che vivono sul territorio. E il territorio è una espressione emblematica che è a sua volta espressione di conoscenza e di consapevolezza storica. Nel caso delle minoranze etnico-linguistiche occorre principalmente un raccordo che invita a leggere queste comunità non solo in un contesto folcloristico e antropologico ma anche profondamente articolato su questioni di ‘rappresentanza’ storica le cui identità sono anche dati matetiali. La cultura popolare e i codici dell’appartenenza sono elementi fondamentali perché grazie ad essi la storia si intreccia con il mito, con fattori etnici, con elementi archeologici e artistici, con la ricerca sul campo.

Patrimoni da salvaguardare
Un viaggio nel tempo: ci sono minoranze che provengono dal mare e si sono stanziate lontane dall’acqua. E ci sono minoranze che hanno invece una vocazione risalente a una geografia interna ed hanno mantenuto questo contatto. Ma ce ne sono anche altre che si sono innestate su ceppi già esistenti. Si pensi ai grecanici o agli italo-albanesi o ai ladini.

Resta però fermo un concetto, che è quello del rapporto tra l’identità come difesa di un patrimonio e la tradizione che però non resta come rispetto del tempo vissuto ma si presenta sotto forma di una rivitalizzazione. Sono ‘spicchi di civiltà’ che trovano soprattutto nell’arte, nella letteratura e in quelle istanze espressive (in movimento) come la musica, il canto, la danza un tracciato che indicato una strada per non dimenticare. Perché soltanto il Mediterraneo può unire nella diversità.

Autore: Gerardo Picaro

Fonte:Indipendente

AA.VV.: L.B. Alberti e Roma.

Nell’ambito delle celebrazioni per il sesto centenario della nascita di Leon Battista Alberti, una panoramica sulla conoscenza dell’antico illustrata attraverso preziosi disegni e manoscritti del XV secolo raffrontati con reperti archeologici, testimonianza della monumentale Antica Roma e fonte di ispirazione anche per gli artisti contemporanei all’Alberti.

Skyra Editore

Link: http://www.skira.net

Email: bookstore@skira.net

Josè ORTEGA Y GASSET: La disumanizzazione dell’arte.

Un pamphlet sociologico-filosofico di Josè Ortega y Gasset risalente al 1924. Un precipitato di lucide riflessioni e luoghi comuni sull’arte contemporanea. E alcune idee sociali palesemente reazionarie…

La disumanizzazione dell’arte di Josè Ortega y Gasset – corredato da una prefazione di Edmondo Berselli (La ribellione delle arti) e da una postfazione di Elena Del Drago (Fuori dal dominio) – consta di tredici paragrafi nei quali l’autore inanella le proprie tesi. Un breve pamphlet sufficiente per evidenziare la capacità dell’autore di intravedere le potenzialità di uno studio dell’arte dal punto di vista sociologico, anticipando di una trentina d’anni la storia sociale dell’arte. Con i dovuti distinguo, poiché Ortega y Gasset non stabilisce correlazioni tra forme di organizzazione sociale e tendenze artistiche, ma si limita ad analizzare il rapporto del pubblico con le opere.

L’intera struttura argomentativa del libretto prende avvio e si fonda sull’osservazione di una disposizione sostanzialmente unanime da parte della società/pubblico nei confronti delle arti giovani nel loro complesso. In altre parole, il filosofo assume la constatazione dell’impopolarità, anzi dell’antipopolarità delle arti giovani come indizio decisivo per individuare il carattere comune e fondamentale della ricerca artistica dell’inizio del XX secolo. E conclude che tale carattere risiede nel rifuggire da ogni possibile forma di immedesimazione del fruitore nell’opera d’arte, nell’abolizione di “contenuti umani” – siano essi la rappresentazione di figure in pittura o la messa in musica di drammi e passioni – per tendere invece a un’arte artistica, il cui senso interamente estetico risiede nella contemplazione. Per buona parte del libro, l’autore si dedica ad argomentare in favore di un’arte artistica dunque, di un’arte che non può ripetere le forme del passato, mostrandosi sostanzialmente solidale con gli artisti giovani. Nel far ciò, con grande lucidità riesce a individuare una serie di caratteristiche fondanti dell’arte di quell’inizio secolo.

Tuttavia Ortega costruisce anche una frode, porta avanti un trucco argomentativo, poiché limitandosi a cercare “di estrarre la […] tendenza” dell’arte nuova, non pronunciandosi su quel che pensa delle realizzazioni di “questo stile nascente”, può scoprire le sue carte solo al termine, dichiarando: “Si dirà che l’arte nuova non ha prodotto finora niente che meriti la pena, e io mi sento assai incline a pensare la stessa cosa”.

È ancora in chiusura del testo che il filosofo presenta, e verrebbe da dire non dimostra, un’altra di quelle che dovrebbero essere le tesi forti del libro. L’arte degli artisti giovani è sì un’arte artistica, ma -si domanda Ortega- lo è in disprezzo dell’arte o in suo amore? E arriva a sostenere che quest’arte così costitutivamente incline a un’ironia/farsa è in trascendente; rinuncia cioè, nel contenuto, a investire i più gravi problemi dell’umanità e di per sé a rappresentare un’“energia umana che conferiva giustificazione e dignità alla specie”.

Nascono allora due interrogativi conclusivi: l’impopolarità o antipopolarità delle arti di inizio secolo non era forse da considerarsi un fenomeno transitorio piuttosto che essenziale, legato cioè ai tempi di accettazione del nuovo? Era ed è quell’arte intrascendente? Per rispondere a quest’ultima domanda lascerei la parola a Pablo Picasso: “Les Demoiselles sono state il mio primo dipinto di esorcismo. È allora che ho capito che quello era il senso stesso della pittura. Non si tratta di un processo estetico. E’ una forma di magia che si interpone fra l’universo ostile e noi, un modo di prendere il potere imponendo una forma ai nostri terrori come ai nostri desideri. Il giorno in cui l’ho capito, ho saputo che avevo trovato la mia strada”.

Josè Ortega y Gasset, La disumanizzazione dell’arte. Per un ragionamento sull’arte contemporanea.
Con una nota introduttiva di Edmondo Berselli e un intervento di Elena Del Drago
Luca Sossella Editore, Roma 2005
ISBN 88-87995-84-2 – Pagg. 71; € 9

Autore: Tiziana Landra

Fonte:Exibart on paper

BOLOGNA: Bibliotecha di assiriologia.

La Fondazione Carisbo ha acquisito una preziosa biblioteca di assiriologia che può essere considerata una delle più significative raccolte del mondo, e l’ha donata al Dipartimento di Archeologia dell’Università di Bologna. La biblioteca apparteneva a Dietz Otto Edzard, scomparso nel 2004, per oltre trent’anni docente di Assiriologia all’Università di Monaco.

La Biblioteca consta di circa 2100 volumi e di oltre 900 periodici specializzati. In Italia la più importante biblioteca per l’assiriologia è quella del Pontificio Istituto Biblico (Roma): la sola altra in grado di competere è adesso la Biblioteca Edzard.

Fonte:AV Avvenire