Archivi categoria: Arte e istituzioni

PARMA. Imprese Creative Driven.

Bando “Imprese Creative Driven”, un innovativo bando lanciato dal Comune di Parma ed il Comitato per Parma 2020, con il sostegno di “Parma, io ci sto!” e Unione Parmense degli industriali, volto a portare la creatività e la cultura nelle imprese e promuovere una relazione di interdipendenza tra il settore imprenditoriale e culturale. L’eccezionalità di questa azione è risultata subito evidente dall’adesione di 15 grandi imprese d’eccellenza del territorio, che diventeranno i “cantieri” di produzione delle proposte progettuali dei creativi.
Le proposte progettuali potranno essere presentate fino alle ore 12.00 del 19 dicembre 2019.
Per supportare coloro che intendono partecipare, sono state organizzate, per il 7 e l’8 novembre a Parma, giornate di formazione gratuite e aperte a tutti, su iscrizione, che attraverso lezioni, testimonianze e workshop intendono fornire gli strumenti per sviluppare proposte progettuali di qualità.
A seguire, un periodo di open days, dal 13 novembre al 2 dicembre, in cui gli aspiranti progettisti potranno visitare le aziende aderenti e determinare l’oggetto del proprio interesse.
Un’occasione imperdibile, che prevede il sostegno alla realizzazione fino a 8 progetti, fino ad un importo massimo complessivo di € 80.000,00.

Per maggiori informazioni, iscriversi alle giornate di formazione e presentare una proposta progettuale: https://parma2020.it/it-IT/Imprese-Creative-Driven.aspx

Allegati:
Bando Imprese Creative Driven
Programma Formazione ICD Ultimo

ROMA. L’ARTE DI SALVARE L’ARTE. FRAMMENTI DI STORIA D’ITALIA.

Sono esposti, in occasione del 50° anniversario dell’istituzione del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, alcuni dei più significativi beni culturali trafugati da chiese, musei, aree archeologiche, biblioteche e archivi, e recuperati in mezzo secolo di attività investigativa, unitamente a opere restituite al patrimonio artistico nazionale grazie all’azione di diplomazia culturale messa in atto di concerto con il Ministero per i beni e le attività culturali.

Info:
Palazzo del Quirinale – Palazzina Gregoriana
5 maggio – 14 luglio 2019

ROMA. Mibact, sindacati: il punto di vista di Giuliano Volpe.

Beni culturali e scioperi, le polemiche intorno alla recente vicenda del Colosseo non sembrano attenuarsi e contrappongono sindacati e istituzioni, lavoratori e turisti. Giuliano Volpe, rettore emerito dell’Università di Foggia e professore di archeologia, spiega a Quotidiano Arte che cosa sta accadendo e quali potrebbero essere le soluzioni a un problema che riguarda il sistema museale italiano nel suo complesso.

Professor Volpe, la ritardata apertura del Colosseo a causa di un’assemblea sindacale nella giornata di venerdì ha sollevato grosse polemiche, contrapponendo il fronte sindacale, che chiedeva il rinnovo del contratto e il pagamento del salario accessorio dei dipendenti del Mibact, alle istituzioni e ai visitatori stessi dell’area archeologica più importante di Roma. Ma il problema non è solo Roma, è un po’ di tutti i siti che costituiscono la “rete” di quello straordinario Museo a cielo aperto che è l’Italia. Da presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali e Paesaggistici, che idea si è fatto della situazione nel suo complesso?
Vorrei evitare di entrare nello specifico delle vicende sindacali, perché ritengo che sarebbe necessario conoscere meglio i dettagli della vicenda, anche negli aspetti tecnici e nelle comunicazioni tra Ministero-Soprintendenza (il ministro ha affermato che la comunicazione sullo sblocco dei pagamenti è stata effettuata il giorno prima dell’assemblea) e sindacati (che negano). I diritti dei lavoratori sono sacrosanti. Trovo che sia un errore grave e una sconfitta per tutti contrapporre due esigenze ugualmente importanti, il giusto pagamento del lavoro, anche nelle forme del salario accessorio, e l’interruzione di un servizio, con gli inevitabili disagi dei cittadini e dei visitatori e il grave danno di immagine. È noto che ogni cosa negativa che si verifica al Colosseo o a Pompei cancella in un attimo i risultati positivi raggiunti e mette in second’ordine gli sforzi in atto per migliorare la difficile condizione del nostro patrimonio culturale, dopo tanti anni di disinteresse, di tagli ai fondi, di blocco del turn over. Certamente non tutti condivideranno i cambiamenti in atto, ma è certamente innegabile che dopo anni di stasi, di blocco totale, di disinteresse, ci siamo rimessi in movimento. Bisogna riconoscere al Ministro Franceschini il merito di aver progettato e di stare realizzando con coraggio e determinazione una riforma radicale, che bisogna valutare nel suo insieme. Anche il fatto che ogni giorno i giornali parlino di beni culturali e che si discuta, si litighi, ci si divida anche sulle nomine dei direttori dei musei è a mio parere un successo enorme. Indica un interesse nel Paese prima impensabile. Come in tutte le fasi di cambiamenti radicali è legittimo – ed è anche giusto – che ognuno abbia le sue valutazioni; in Italia, peraltro, non mancano polemisti di professione, catastrofisti produttori compulsivi di appelli e di articoli infarciti di ‘no’ verso qualsiasi cambiamento. Lei giustamente parla di sistema – che rappresenta la vera peculiarità del nostro patrimonio – ed una logica di sistema che va finalmente affermata: lo si sta facendo con il sistema museale nazionale e con i poli museali regionali. Sono un archeologo dei paesaggi e un territorialista: può quindi immaginare quanta attenzione riservo allo studio, tutela e valorizzazione dell’intera complessità dei paesaggi italiani. Ma sarebbe un errore negare che all’interno di questo sistema ci siano dei nodi essenziali, come ad esempio il Colosseo o Pompei, non solo per il loro valore simbolico a livello mondiale ma perché è anche grazie a queste realtà che l’intero sistema può funzionare. A breve sarà emanato un decreto cd.di ‘solidarietà’, che prevede la costituzione di un fondo con il 20% degli introiti di tutti i musei, da redistribuire a tutti i musei, parchi archeologici e luoghi della cultura, anche quelli ‘locali’ e ‘marginali’, con misure di incentivazione ulteriore per quei musei che dimostreranno un miglioramento progressivo in termini di servizi, di incremento di visitatori, di collegamento con le comunità locali. Già oggi il Colosseo consente di disporre di risorse per l’intero patrimonio archeologico di Roma e di Ostia. Anche per questo motivo un problema al Colosseo si riverbera immediatamente sull’intero patrimonio culturale, così come una migliore gestione del Colosseo, con servizi di qualità, sistemi di migliore comprensione e fruizione, attività culturali compatibili con la tutela del monumento, non solo va a vantaggio dello stesso Colosseo, garantendo anche un trattamento più dignitoso e rispettoso dei visitatori, ma ha risvolti positivi per tutto il patrimonio e anche per gli stessi lavoratori. Mi risulta, infatti, un diffuso desiderio tra i custodi di poter lavorare al Colosseo proprio perché ci sono maggiori possibilità di incrementare il proprio stipendio grazie alle varie attività aggiuntive che qui si svolgono, con aperture straordinarie, mostre, manifestazioni culturali, ecc. (quelle iniziative che alcuni critici denunciano come improprie e ‘mercificanti’). Trovo la cosa legittima e anche positiva, perché se i lavoratori hanno opportunità di incrementare il proprio stipendio e se si creano nuove opportunità di lavoro, dovrebbe essere un successo per tutti.

Quella dei custodi è una questione annosa che riguarda il Mibact e sulla quale sembra davvero difficile trovare una soluzione. Tra l’altro, per un numero così grande di dipendenti, oltre 18.000, le forze sindacali esercitano una grande pressione sul Mibact. Nel caso specifico del Colosseo, se il salario integrativo è stato pagato il giorno dopo, il caso è emblematico: il Ministero non l’ha comunicato per tempo (sarebbe bastato farlo anche un giorno prima) o i sindacati sono stati troppo precipitosi (avrebbero potuto aspettare un giorno). È forse opportuno riorganizzare il rapporto tra Mibact e sindacati?
Come ho già detto, non conosco i dettagli. Ma ribadisco: è un grave errore, credo anche per il sindacato e per le sue legittime e anche giuste rivendicazioni, creare disagi o addirittura impedirne l’accesso a persone che magari vengono da molto lontano e che hanno prenotato da mesi, che hanno programmato di trascorrere un paio di giorni a Roma (durante i quali vogliono assolutamente visitare Colosseo, Cappella Sistina, Fontana di Trevi, e poco più – questo è il giro standard, e certamente c’è un gran lavoro da fare per diversificare l’offerta e distribuire diversamente i flussi). Sono convinto che la stragrande maggioranza dei lavoratori del MiBACT, pur tra mille difficoltà e sacrifici, consideri il proprio lavoro un servizio pubblico essenziale, e che lo abbia considerato tale anche prima che il Governo lo dichiarasse tale con il suo decreto. Per questo andrebbero evitate scelte corporative, sarebbe necessario avere sempre un dialogo aperto con i lavoratori, andrebbe premiato realmente il merito e l’impegno, andrebbero cercate soluzioni alternative allo scontro e soprattutto andrebbero migliorate le condizioni di lavoro, garantita un’azione di formazione, incrementate le tecnologie. E soprattutto dovranno ripartire le assunzioni. Personalmente sono convinto che il MiBACT debba essere un ministero ‘anomalo’, come era nelle intenzioni iniziali di quarant’anni fa, quando fu istituito: un ministero leggero, costituito prevalentemente da tecnici di alta qualificazione, e non da un esercito di custodi, soprattutto come li abbiamo intesi finora. La figura tradizionale del custode è oggi inattuale: servono figure giovani, culturalmente preparate in storia, archeologia, storia dell’arte, didattica, in grado di dare informazioni corrette, di parlare le lingue. Servono poi altre figure, distinte, di tecnici per la manutenzione ordinaria dei monumenti, aree archeologiche, siti, oltre a personale di vigilanza. Servono infine persone in grado di organizzare e coordinare tutti questi servizi. Il ‘custode’ è il primo e spesso l’unico intermediario tra il monumento, l’opera d’arte, il sito e il visitatore: insomma è una delle figure più importanti, che meriterebbe dunque un’attenzione straordinaria. Mi chiedo: perché se si visita la Fondazione Prada, nelle sale si incontrano giovani studenti e laureati, in divisa, pronti a fornire in maniera gentile e competente informazioni ai visitatori, mentre non sempre nei musei statali non si riscontrano condizioni analoghe? Si dirà che quello è un lavoro precario, svolto solo per alcuni anni. Ebbene, bisogna vigilare su pagamenti adeguati e garanzie, e sulla possibilità di progressioni nelle funzioni, ma la figura del custode a vita fa parte del passato. E anche il sistema di assumere custodi, magari laureati, che poi vengono utilizzati per altre funzioni, è un errore assai diffuso oggi.

La risposta del Governo non si è fatta attendere ed è stato emanato un decreto legge che riconosce i siti culturali come beni pubblici essenziali. Il Garante, pertanto, avrà la facoltà di precettare i futuri scioperi. Tuttavia, se per un malaugurato caso (es. per malattia) non si potesse garantire il numero minimo necessario per ogni sito, quali altre soluzioni si potrebbero adottare per garantire le aperture? E’ ipotizzabile il ricorso al volontariato, alla protezione civile o altre forme anche da privati?
Ritengo importante la decisione del Ministro Franceschini e del Governo: da decenni ci battiamo per riconoscere i beni culturali come un servizio pubblico essenziale. Da questo punti di vista, l’episodio di venerdì, al di là dell’episodio, ha avuto un risvolto positivo. Mi auguro all’interno di tale servizio pubblico essenziale siano compresi anche archivi, biblioteche, musei ‘minori’, e soprattutto che ora, anche grazie a tale riconoscimento storico, si riservi ancora più attenzione, con adeguate risorse. I beni culturali devono essere anche un’occasione per creare lavoro qualificato, per impiegare i tanti ottimi professionisti formati nelle nostre università e dare loro mille opportunità anche nelle varie forme di gestione possibile, con piccole società, cooperative, associazioni. Gestione diretta dello Stato, dove possibile, ma anche gestione affidata in varie forme, certamente indirizzate, coordinate, monitorate, favorendo le tante energie presenti, spesso inespresse. Insomma uno Stato inteso come un grande incubatore di spin off, di imprese giovanili, un facilitatore di energie creative. Uno Stato che non si fa da parte, che non deroga ai principi e agli obblighi costituzionali, che non abbandona i suoi cittadini, ma li sostiene e li accompagna nelle loro iniziative.
I volontari rappresentano una risorsa importante e una grande manifestazione di cittadinanza attiva e di partecipazione, ma devono rappresentare una soluzione integrativa e non sostitutiva del lavoro dei professionisti. C’è spazio per tutti, con funzioni diverse e modalità ben definite. Tocca allo Stato il compito di regolare, di fissare regole, di dare indirizzi, di valutare e controllare.

Il Colosseo e Pompei sono solo i casi più noti di chiusura a causa di uno sciopero. Il Sistema Italia sostenuto da Franceschini, però, è interessato ogni giorno dalla chiusura totale o di alcune parti di musei e siti culturali legata alla carenza di personale. È il caso, ad esempio, di Villa Lante, a Bagnaia in provincia di Viterbo, (ma potremmo citarne altri cento e più) dove, da sempre, è possibile visitare soltanto i giardini per mancanza di custodi. Con quale logica andrebbe affrontato questo grave problema?
Gli esempi di malfunzionamento, di chiusure, di abbandono, potrebbero essere tanti. Ma denunciare le inefficienze, i disastri, i crolli, non basta più, non perché si debba proporre una visione irenica e edulcorata dell’attuale situazione, certamente difficile, o perché non ci sia bisogno di indicare le tante cose che non vanno (un esercizio peraltro alquanto facile e negli ultimi tempi assai abusato). Ma sono convinto che oggi non servano più solo l’indignazione e la denuncia. Servono un confronto laico e un dialogo produttivo, che evitino le risse da stadio e la delegittimazione reciproca. Servono proposte concrete e iniziative ispirate da una chiara visione, in modo da mettere insieme tutti coloro che vogliono realmente cambiare le cose.
Moltissimo dipenderà, ora, dall’aumento di risorse e dall’annunciata ripresa delle assunzioni, con l’immissione di forze fresche, di nuove sensibilità e competenze, dalla volontà di coinvolgimento e valorizzazione delle tante energie positive che ancora il MiBACT riesce a esprimere, dalla capacità di inclusione e di collaborazione con tutte le altre componenti, prima fra tutte l’Università e la Scuola, dal desiderio di stabilire un rapporto più diretto e positivo con la società contemporanea. Si fanno anche errori quando si cerca di cambiare. Ma siamo sulla strada giusta. E serve l’apporto di tutti.

Autore: Samuele Sassu

Fonte: www.quotidianoarte.it, 24 sett 2015

Gabriella CETORELLI SCHIVO. La tutela del diritto d’autore nelle esposizioni di opere d’arte. Concept ,project, exhibit e format.

Uno degli aspetti che recentemente emergono nella disciplina del diritto d’autore è senza dubbio quello relativo alla tutela della proprietà intellettuale nell’ideazione di esposizioni di opere d’arte, come affrontato in una recente ricerca dall’Università Bocconi di Milano in tema di “Copyright and  Protection of the New Cultural Products”.

Leggi l’intero studio, nell’allegato: Tutela diritto d autore nelle esposizioni di Gabriella Cetorelli Schivo

Info:
Gabriella Cetorelli Schivo – gabriella.cetorelli@beniculturali.it – 1 giugno 2014

Giuliano VOLPE. Servirebbe una legge di riforma radicale dei beni culturali e paesaggistici.

La riforma del Mibact appena presentata con una bozza di DPCM, dopo il lungo lavoro di riflessione e proposte da parte della Commissione presieduta da Marco D’Alberti, sembra scontentare tutti. Critiche vengono espresse sia dall’interno che dall’esterno del ministero: sul piede di guerra, infatti, sono non solo i sindacati, i funzionari, i dirigenti che vedono in bilico il proprio ruolo, ma anche i docenti universitari, le associazioni culturali e professionali.
La riorganizzazione, in realtà, è l’esito delle norme della spending review e dunque si è risolta – e forse non poteva essere diversamente – in una serie di accorpamenti di direzioni generali e di direzioni regionali. È cioè un’operazione di mera razionalizzazione, che rischia di scontentare tutti, sia chi desidera conservare l’attuale assetto, si chi vorrebbe profondamente innovarlo. Le critiche mosse al decreto colpiscono questo o quell’accorpamento, contestano la perdita di alcune specificità (ad esempio la direzione generale per l’archeologia), individuano il rischio di un ulteriore appesantimento burocratico: sono critiche in larga misura condivisibili, ma che ancora una volta rischiano di limitarsi ad aspetti di dettaglio, per quanto importanti, e in alcuni casi alla difesa di interessi settoriali se non addirittura corporativi.
In realtà bisognerebbe affermare chiaramente che una riorganizzazione (la quinta nel giro di pochi anni) non possa essere effettuata solo in ossequio alla spending review, con una impostazione meramente amministrativa e burocratica, falsamente neutra, ma dovrebbe essere l’esito di un progetto culturale, di una visione, di una idea di patrimonio.
Come avevo già sottolineato a proposito del documento D’Alberti (Il Manifesto, 12 novembre 2013, p. 11), questa riorganizzazione nella sostanza introduce pochi cambiamenti reali, perché conserva lo stesso impianto attuale, accentuando semmai la confusione di funzioni e di ruoli al centro (tra direzioni generali, segretariato, uffici di diretta dipendenza dal ministro) e in periferia (tra Direzioni regionali e Soprintendenze). Le Soprintendenze recuperano maggiore autonomia tecnico-scientifica, con un parziale ritorno al passato, ma resta la coesistenza con le Direzioni regionali, sia pur ridotte di numero. Com’era facile prevedere, senza una chiara visione, una riorganizzazione rischia di tradursi solo in un balletto di poltrone, direzioni, uffici. Si tratta, cioè, di un’operazione tutta interna al ministero, che non tocca ancora una volta i nodi culturali, metodologici e politici del ruolo, del significato, del ‘valore’ del patrimonio culturale e paesaggistico nella società attuale.
Ecco perché è un’iniziativa che personalmente mi appassiona assai poco, così come considero sostanzialmente ispirate a battaglie di retroguardia la maggior parte delle (pur legittime) critiche finora rivolte. Credo si debba essere più radicali e innovativi.
In realtà al nostro Paese servirebbe una riforma vera, organica, della tutela e della valorizzazione del patrimonio culturale e paesaggistico. Per questo non basta un DPCM, serve una legge.
Servirebbe una riforma capace di superare l’attuale frammentazione, figlia di una visione antiquaria e accademica, che separa disciplinarmente le architetture, le opere d’arte, i reperti e le stratificazioni archeologiche. Una riforma in grado di dar vita a strutture territoriali miste e multidisciplinari, affermando finalmente una visione olistica, globale, diacronica e contestuale del patrimonio culturale e paesaggistico, ponendo, cioè, il paesaggio (non inteso solo in senso estetico) al centro dell’azione di tutela. Una riforma che favorisca la collaborazione sistematica tra Mibact e Università, che dia garanzie al mondo del precariato professionale dei beni culturali, che riconosca la centralità delle attività di valorizzazione, comunicazione, di partecipazione democratica. Una riforma, cioè, che ci faccia uscire definitivamente dal Novecento (anzi dall’Ottocento!) e che ci porti finalmente nel XXI secolo.
Una riforma di questo tipo è possibile solo con il coraggio del cambiamento e con una forte volontà di reale innovazione. È questa, a nostro parere, la reale sfida che dovrebbe affrontare il ministro Bray, coinvolgendo tutte le forze innovatrici presenti nel suo ministero, con l’apporto del mondo dell’università, dei professionisti dei beni culturali, dell’associazionismo culturale, della cittadinanza attiva.

Fonte: http://www.patrimoniosos.it/rsol.php?op=getarticle&id=108397

Info: Giuliano Volpe, Componente del Consiglio Superiore per i Beni culturali e paesaggistici del MiBACT, ha inviato le sue riflessioni sul DPCM relativo alla riorganizzazione del Ministero.