Archivi categoria: Arte e istituzioni

Giuliano VOLPE. Servirebbe una legge di riforma radicale dei beni culturali e paesaggistici.

La riforma del Mibact appena presentata con una bozza di DPCM, dopo il lungo lavoro di riflessione e proposte da parte della Commissione presieduta da Marco D’Alberti, sembra scontentare tutti. Critiche vengono espresse sia dall’interno che dall’esterno del ministero: sul piede di guerra, infatti, sono non solo i sindacati, i funzionari, i dirigenti che vedono in bilico il proprio ruolo, ma anche i docenti universitari, le associazioni culturali e professionali.
La riorganizzazione, in realtà, è l’esito delle norme della spending review e dunque si è risolta – e forse non poteva essere diversamente – in una serie di accorpamenti di direzioni generali e di direzioni regionali. È cioè un’operazione di mera razionalizzazione, che rischia di scontentare tutti, sia chi desidera conservare l’attuale assetto, si chi vorrebbe profondamente innovarlo. Le critiche mosse al decreto colpiscono questo o quell’accorpamento, contestano la perdita di alcune specificità (ad esempio la direzione generale per l’archeologia), individuano il rischio di un ulteriore appesantimento burocratico: sono critiche in larga misura condivisibili, ma che ancora una volta rischiano di limitarsi ad aspetti di dettaglio, per quanto importanti, e in alcuni casi alla difesa di interessi settoriali se non addirittura corporativi.
In realtà bisognerebbe affermare chiaramente che una riorganizzazione (la quinta nel giro di pochi anni) non possa essere effettuata solo in ossequio alla spending review, con una impostazione meramente amministrativa e burocratica, falsamente neutra, ma dovrebbe essere l’esito di un progetto culturale, di una visione, di una idea di patrimonio.
Come avevo già sottolineato a proposito del documento D’Alberti (Il Manifesto, 12 novembre 2013, p. 11), questa riorganizzazione nella sostanza introduce pochi cambiamenti reali, perché conserva lo stesso impianto attuale, accentuando semmai la confusione di funzioni e di ruoli al centro (tra direzioni generali, segretariato, uffici di diretta dipendenza dal ministro) e in periferia (tra Direzioni regionali e Soprintendenze). Le Soprintendenze recuperano maggiore autonomia tecnico-scientifica, con un parziale ritorno al passato, ma resta la coesistenza con le Direzioni regionali, sia pur ridotte di numero. Com’era facile prevedere, senza una chiara visione, una riorganizzazione rischia di tradursi solo in un balletto di poltrone, direzioni, uffici. Si tratta, cioè, di un’operazione tutta interna al ministero, che non tocca ancora una volta i nodi culturali, metodologici e politici del ruolo, del significato, del ‘valore’ del patrimonio culturale e paesaggistico nella società attuale.
Ecco perché è un’iniziativa che personalmente mi appassiona assai poco, così come considero sostanzialmente ispirate a battaglie di retroguardia la maggior parte delle (pur legittime) critiche finora rivolte. Credo si debba essere più radicali e innovativi.
In realtà al nostro Paese servirebbe una riforma vera, organica, della tutela e della valorizzazione del patrimonio culturale e paesaggistico. Per questo non basta un DPCM, serve una legge.
Servirebbe una riforma capace di superare l’attuale frammentazione, figlia di una visione antiquaria e accademica, che separa disciplinarmente le architetture, le opere d’arte, i reperti e le stratificazioni archeologiche. Una riforma in grado di dar vita a strutture territoriali miste e multidisciplinari, affermando finalmente una visione olistica, globale, diacronica e contestuale del patrimonio culturale e paesaggistico, ponendo, cioè, il paesaggio (non inteso solo in senso estetico) al centro dell’azione di tutela. Una riforma che favorisca la collaborazione sistematica tra Mibact e Università, che dia garanzie al mondo del precariato professionale dei beni culturali, che riconosca la centralità delle attività di valorizzazione, comunicazione, di partecipazione democratica. Una riforma, cioè, che ci faccia uscire definitivamente dal Novecento (anzi dall’Ottocento!) e che ci porti finalmente nel XXI secolo.
Una riforma di questo tipo è possibile solo con il coraggio del cambiamento e con una forte volontà di reale innovazione. È questa, a nostro parere, la reale sfida che dovrebbe affrontare il ministro Bray, coinvolgendo tutte le forze innovatrici presenti nel suo ministero, con l’apporto del mondo dell’università, dei professionisti dei beni culturali, dell’associazionismo culturale, della cittadinanza attiva.

Fonte: http://www.patrimoniosos.it/rsol.php?op=getarticle&id=108397

Info: Giuliano Volpe, Componente del Consiglio Superiore per i Beni culturali e paesaggistici del MiBACT, ha inviato le sue riflessioni sul DPCM relativo alla riorganizzazione del Ministero.

Rosario SAPIENZA. I sessant’anni della Convenzione de L’Aja del 1954.

Stati ed organizzazioni internazionali a tutela dei beni culturali in tempo di guerra.
Un difficile riparto di competenze.
Ricorre quest’anno il sessantesimo anniversario della Convenzione dell’UNESCO sulla tutela dei beni culturali in caso di conflitto armato, stipulata a L’Aja il 14 maggio del 1954 e ratificata dall’Italia con la Legge n. 279 del 7 febbraio 1958.

Allegato:  I 60 anni della Convenzione dell Aja.

Appello al Ministro Bray al Ministro Carrozza ed all’Assessore della Sicilia Sgarlata.

In allegato un appello sottoscritto dai partecipanti al Convegno ‘Archeologia pubblica al tempo della crisi’ svolto ad Agrigento, Parco della Valle dei templi, il 29 e il 30 novembre 29013, rivolto ai ministri ai Beni e alle attività culturali e al turismo on. Massimo Bray e all’Istruzione, Università e Ricerca on. Maria Chiara Carrozza e all’assessore ai Beni culturali della Sicilia prof.ssa Maria Rita Sgarlata.

Vedi allegato.

Allegato: appello bray carrozza.pdf

ROMA. Commissione per il rilancio dei Beni Culturali e il Turismo e per la riforma del Ministero.

Il Ministro dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo ha istituito la Commissione per il rilancio dei beni culturali ed il turismo e per la riforma del Ministero in base alla disciplina sulla revisione della spesa.
La Commissione avrà il compito di definire le metodologie più appropriate per armonizzare la tutela, la promozione della cultura e lo sviluppo del turismo, identificando le linee di modernizzazione del Ministero e di tutti gli enti vigilati, con riguardo alle competenze, all’articolazione delle strutture centrali e periferiche e alla innovazione delle procedure.
La Commissione sarà presieduta dal professor Marco D’Alberti, Ordinario di Diritto Amministrativo presso l’Università di Roma “Sapienza”, e sarà composta dal Presidente della Fondazione “La Biennale” di Venezia, Paolo Baratta; dal professor Massimo Bergami, Ordinario di Organizzazione aziendale presso l’Università di Bologna; dal Soprintendente per i beni archeologici della Calabria, Simonetta Bonomi; dalla professoressa Rita Borioni, Esperta di politiche culturali; dal professor Lorenzo Casini, Professore Diritto Amministrativo presso l’Università di Roma “Sapienza”; dall’archivista di Stato della Soprintendenza speciale per il patrimonio storico, artistico ed etnoantropologico e per il polo museale della città di Venezia e dei comuni della gronda lagunare, Matteo Ceriana; dalla Direttrice del Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto – Mart, Cristina Collu, dal professor Yves Gaudemet, Università di Parigi 2 – Panthèon Assas; dal direttore della Biblioteca Nazionale  Vittorio Emanuele III e  del Monumento Nazionale dei Girolamini, Mauro Giancaspro; dalla dottoressa Maria Pia Guermandi dell’Istituto beni culturali Regione Emilia Romagna; dalla Dott.ssa Monica Grossi, Soprintendente archivistico per la sardegna; dal Presidente Federturismo di Confindustria, Renzo Iorio; da Angelo Lalli, Professore Diritto Amministrativo presso l’Università di Roma “Sapienza”; da Riccardo Luna, Esperto di nuove tecnologie; dal professor Tomaso Montanari, Professore Storia dell’Arte presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II; da Marino Ottavio Perassi, Avvocato Generale della Banca d’Italia; dal Segretario Generale del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, Antonia Pasqua Recchia; dal Direttore regionale per i beni culturali e paesaggistici dell’Umbria, Francesco Scoppola e dalla Soprintendente della Soprintendenza archivistica della Toscana, Diana Toccafondi.
Nessuno dei componenti della Commissione percepirà compensi.

TORINO. Presentati i dati della Cultura in Piemonte.

L’Osservatorio Culturale del Piemonte ha presentato la Relazione Annuale, il rapporto che fa il punto della situazione su consumi, risorse economiche e produzione in ambito culturale in Piemonte nel 2011 e nel 2012.
Alla presenza delle principali istituzioni pubbliche e private locali e di un nutrito pubblico di operatori culturali, sono stati illustrati i dati principali su musei, beni culturali, spettacolo dal vivo, cinema e sulle risorse investite in questi ambiti.
Alle analisi dei ricercatori dell’Osservatorio Culturale e del Direttore, Luca Dal Pozzolo, hanno contribuito in questa sede gli interventi dell’Istituto Nazionale di Statistica ISTAT nella persona del primo ricercatore Annalisa Cicerchia e di Marcello La Rosa e Maurizio Maggi dell’IRES Piemonte che hanno fornito uno spaccato rispettivamente dello stato della cultura in Italia e del contesto socio economico piemontese, entro cui la produzione e il consumo di cultura si inseriscono.
Da segnalare anche i dati illustrati circa il clima di opinione dei Piemontesi rispetto alle istituzioni culturali e agli investimenti pubblici in questo ambito.

Per approfondimenti si allega il RELAZIONE OCP COMPLETA. Cultura in Piemonte 2011-2012.

Fonte dati:
Fondazione Fitzcarraldo – Via Aosta 8 –  10152 Torino Italy
T. 0039 011.5099317

Autore: Renzo De Simone

Allegato: Relazione Annuale 2011 – 2012 Cultura in Piemonte.pdf

Fonte:MiBAC – Ministero per i Beni e le Attività Culturali

Salvatore SETTIS. Le rovine culturali.

I beni culturali, «binomio malefico, un buco nero, capace di inghiottire tutto, e tutto nullificare in vuote forme verbali; un enorme scatolone vuoto entro cui avrebbe dovuto trovar posto, secondo l’aulico programma spadoliniano, l’identità storica e morale della Nazione. Salvo poi non aver saputo infilarci dentro che l’ultimo o penultimo dei Ministeri».
Parole di Giovanni Urbani, grande direttore dell’Istituto Centrale per il Restauro, che nel 1983 dedicò un libro e una mostra alla Protezione del patrimonio monumentale dal rischio sismico. Quel concreto progetto, ispirato dalla semplice idea che prevenire è meglio che curare, stimava le spese (allora) in qualcosa come 2.700 miliardi di lire (5 miliardi di euro), ma cadde nel vuoto. Afflitti da amnesia cronica, i nostri governi fingono di ignorare che l’Italia è un Paese sismico, pronti a stracciarsi le vesti a ogni scossa o a inventarsi soluzioni-placebo.
L’incapacità di prevenire i danni dei terremoti non si può certo attribuire all’attuale ministro Ornaghi, ma fa un certo effetto sapere che a coordinare gli interventi del suo ministero non sarà un Soprintendente ma un prefetto, e che dopo i primi ottimismi («numeriamo le pietre e ricostruiamo tutto», 21 maggio) si è passati alla disperazione («sospese le verifiche sui monumenti», 30 maggio). O che, dopo le lesioni alla Basilica del Santo a Padova e l’allarme sulla Cappella degli Scrovegni, le notizie ‘tranquillizzanti’ vengano non da un Soprintendente, ma dal Comune, lo stesso che ha autorizzato a un passo dalla Cappella la costruzione di due alte torri residenziali, le cui fondamenta profonde accentueranno le infiltrazioni d’acqua, già presenti a pochi centimetri dagli affreschi di Giotto.
Ma la causa principale di queste e altre (peggiori) disfunzioni dei Beni culturali non è Ornaghi, bensì l’intrinseca debolezza di quel ministero.
Inventato da (o per) Giovanni Spadolini nel 1975, si chiamò ministero per i Beni culturali e ambientali, dizione che restò in piedi fino al 1999, anche dopo il 1986 quando fu creato un separato ministero dell’Ambiente. Per tredici anni, dunque, vi fu sulla carta un ‘ambiente’ (competenza di un ministero) senza ‘beni ambientali’ (competenza di un altro ministero), e per converso i ‘beni ambientali’ senza ‘ambiente’.
In questo contesto traballante, i Beni culturali furono il fanalino di coda di ogni governo, con ministri e sottosegretari spesso imbarazzanti; è su questa scia di marginalizzazione ormai strutturale che, forse senza intenzione ma certo senza attenzione, Ornaghi divenne il solo ministro decisamente non-tecnico in un governo ‘tecnico’.
Intanto, si gonfiava negli anni la struttura del ministero, moltiplicando burocraticamente le direzioni generali e aggiungendo le direzioni regionali. In compenso le soprintendenze, glorioso baluardo della tutela sul territorio, venivano minate e delegittimate (anche con pretestuosi commissariamenti), svuotate di personale, borseggiate di risorse, lasciate alla deriva. Lo sfortunato ministero nacque dalla costola della Pubblica istruzione, dove a dire il vero stava molto bene: anche un ministro come Benedetto Croce, più interessato alla scuola, seppe varare la prima legge sulla tutela del paesaggio (1920).
Si può ancora salvare un ministero ormai agonizzante? Tre proposte diverse sono state fatte negli scorsi anni.
Lettera morta è rimasta la prima (Argan-Chiarante), che voleva accorpare i Beni culturali con Università e ricerca, altro ‘derivato’ della Pubblica istruzione. L’idea era di puntare sull’intersezione fra professionalità e campi del sapere, esaltando la ricerca sul campo (essenziale alla tutela), la didattica (per esempio del restauro) e il valore educativo del patrimonio culturale.
Passò invece la riforma Veltroni (1999), che ai Beni aggiunse le Attività culturali, intendendo per tali anche sport, spettacolo e turismo: infelice connubio, che comportò una nuova marginalizzazione del core business del ministero.
Resta in campo la terza proposta, che va anzi rilanciata con forza: formare un ministero forte e funzionale accorpando Beni culturali e Ambiente. Questo fu il progetto di Giovanni Urbani, teso a «una politica della tutela fondata sul rapporto fra beni culturali e ambientali» (1989).
Io stesso l’ho riformulato, nel mio libro Paesaggio Costituzione cemento (2010) e altrove; e vi è tornato ora Gian Antonio Stella sul Corriere del 25 maggio, proponendo di aggiungere le competenze sul Turismo.
L’accorpamento ambiente-paesaggio-beni culturali è ovvio: lo mostrano vicende recenti, dalla discarica che minacciava Villa Adriana a quelle a ridosso del Real Sito di Carditello o di Pompei. Lo mostrano le cento fragilità del Paese, dal rischio sismico a quello idrogeologico, che richiedono interventi organici e coordinati di recupero e prevenzione.
Ai disastri sismici stiamo reagendo in modo assai improprio, ridistribuendone i costi sui cittadini con l’aumento della benzina (‘tassa sulla disgrazia’) e ipotizzando un’assicurazione obbligatoria contro i terremoti. Bizzarro palliativo, che comporta la finale abdicazione dello Stato al suo compito costituzionale primario, la messa in sicurezza del territorio. Il teatrino dell’’assicurazione obbligatoria’ pretende di archiviare decenni di inadempienze dietro uno scaricabarile indegno di questo (e di qualsiasi) governo.
Se lo Stato ha speso 137 miliardi di euro per i danni sismici negli ultimi 40 anni, quale compagnia privata di assicurazione coprirà cifre analoghe? E a quali costi per i cittadini? Che farà chi è troppo povero per pagare le alte tariffe che verrebbero richieste? E chi pagherà l’assicurazione degli edifici abusivi o fabbricati con materiali scadenti, il costruttore (colpevole) o il proprietario (spesso innocente)? Quale stato di polizia va instaurato per obbligare i riluttanti a pagare, anche se disoccupati, il dovuto balzello alle imprese private? 137 miliardi, dopo tutto, sono più o meno l’ammontare dell’evasione fiscale in un solo anno.
100 miliardi, ha dichiarato Passera pochi giorni fa, saranno spesi per le ‘grandi opere’: ma la prima e maggiore ‘grande opera’ è la messa in sicurezza del territorio e del patrimonio culturale. O no? La ventilata assicurazione obbligatoria contro i terremoti è una prova d’orchestra: se passa, la prossima mossa (inevitabile) sarà l’assicurazione obbligatoria sulla salute, cioè l’abolizione dell’assistenza sanitaria pubblica, la fine del diritto alla salute sancito dalla Costituzione (art. 32).
Ma proteggere la vita dei cittadini, il paesaggio e l’ambiente è un valore costituzionale primario e assoluto. Richiede un’Italia memore di se stessa e non ansiosa di svendersi a compagnie private. Richiede un lavoro di prevenzione, necessariamente pubblica, che deve essere guidato da un forte ministero del Patrimonio, che unisca ambiente, paesaggio, beni culturali. Anche il turismo, purché ci ricordiamo che non è per i turisti, ma per noi stessi, che la Costituzione ci impone la tutela della nostra storia e del nostro territorio.

Fonte: La Repubblica, 05/06/2012

Autore: Salvatore Settis

MUSEI. Si può fotografare nei Musei?

‘Sono Roberto Lucignani fresco pensionato della sovraintendenza ai beni culturali di Roma Capitale,  per venticinque anni mi sono occupato della documentazione fotografica compresa quella del sistema museale. Dopo aver partecipato alla fondazione della rivista di archeologia FORMA URBIS, ho fondato la prima rivista online di archeologia, consultabile liberamente nel sito ‘www.romarcheomagazine.com‘, ‘Roma, una città, un impero’ della quale sono il direttore esecutivo.
Ti scrivo, oltre che per offrirti la mia piena collaborazione, per conoscere per quale motivo proprio in moltissimi piccoli Musei italiani non è concesso fotografare.
Tu conoscerai benissimo, come me del resto, la normativa e la legislazione che regola la materia.
L’articolo 108 del Testo Unico dei Beni Culturali è chiarissimo in merito….’nulla è dovuto per fotografie scattate per uso personale o di studio‘, allora perchè i Direttori dei Musei  vietano questo diritto? forse dimenticano che i ‘beni culturali’ sono un patrimonio di tutti….e non una loro proprietà. Le varie Soprintendenze sono deputate alle ‘ tutela e conservazione’ dei beni e non proprietarie….
Oltretutto visto che tutti i più grandi musei d’Italia, e del mondo, lasciano fotografare liberamente non credo che i relativi Direttori siano fuori legge…..
Pertanto non sarebbe anche più logico per far conoscere maggiormente i Musei dei piccoli centri, lasciar che i visitatori riportino, magari per farlo vedere agli amici, un ricordo fotografico dei loro viaggi?
E visto che ogni volta che non ho accettato questo ‘sopruso’ i vari direttori hanno dovuto darmi ragione…..cerca di consigliare chi di dovere ad essere più lungimiranti…..considerato la penuria di visitatori….Roberto’

Pubblicato da Giancarlo Dall’Ara

Fonte: http://piccolimusei.blogspot.it/2012/05/si-puo-fotografare-nei-musei.html?spref=fb, 25-05-2012

SIENA. Appello ICOM Italia: sei proposte per fronteggiare la crisi.

Esce rafforzato dall’ incontro di Siena del 29 ottobre 2011  l’appello di ICOM Italia per una gestione sostenibile degli istituti culturali in Italia.
I musei al tempo della crisi. Sei proposte di ICOM Italia per una gestione sostenibile degli istituti culturali e per un progetto di rilancio del sistema culturale italiano.
Il Presidente di ICOM Italia Alberto Garlandini ed il Consiglio direttivo, dopo aver analizzato la drammatica situazione che i musei e gli altri istituti culturali stanno affrontando, hanno ragionato su alcune proposte per affrontare la crisi con coraggio e innovazione.
Sono riassunte nell’allegato appello rivolto ai decisori pubblici e privati ed a quanti hanno a cuore la cultura e il patrimonio culturale del nostro paese.

In allegato, il testo integrale dell’appello.
 
Fonte: ICOM-Italia

Info:
tel. 02/4695693 – 345/7389099

Email: comunicazione@icom-italia.org

Allegato: Appello ICOM Italia 6 proposte per fronteggiare la crisi.pdf