CASERTA. La Reggia e le sue meraviglie, restauro del Tempio Diruto e Casa dei cigni.

Visioni romantiche tra acqua e architettura. Ovvero una meraviglia quale fonte di ispirazione.
Parliamo della più che prestigiosa Reggia di Caserta, patrimonio dell’umanità (UNESCO), sintesi perfetta di tutte le arti, quali architettura, scultura, decorazioni e persino musica, nel cui “Giardino inglese”, uno dei più suggestivi d’Europa, angolo romantico e raccolto del pregiato complesso vanvitelliano, hanno preso il via gli interventi di restauro conservativo, di due architetture simboliche: il Tempio Diruto e la Casa dei Cigni, immersi si sa nel suggestivo laghetto delle Ninfee, incorniciato da vegetazione lussureggiante e rigogliosa, ricoperto in questo periodo dell’anno di fiori acquatici bianchi.
Grazie all’Acquedotto Carolino, l’acqua raggiunge appunto il Parco Reale della Reggia, all’altezza della cascata e, da qui, scende ad alimentare l’articolato sistema di vasche e fontane, tra cui il “Bagno di Venere”.
Tornando al cantiere dei lavori, finanziati con fondi ordinari, esso è stato reso accessibile anche al pubblico, che potrà seguire le fasi del restauro direttamente dal vivo, con percorsi sull’acqua in fase di studio. Il progetto, curato dalla Direzione del Museo autonomo del Ministero della Cultura, intende salvaguardare due delle presenze più evocative del celebre Parco settecentesco, la cui parte più bassa vede un intricato boschetto di lecci, nascondere un piccolo tempio circolare, mentre due isolette ne spezzano lo specchio d’acqua, su cui affaccia il Criptoportico, ospite una Venere in marmo di Carrara, ispirata al celebre modello classico dell’Afrodite accovacciata: una custodisce il Tempio Diruto, l’altra la Casa dei Cigni. Entrambe le strutture sono state, infatti, selezionate per un intervento di valorizzazione, a lungo attesa, che permetterà -come detto- pure al pubblico di seguire da vicino l’evolversi delle operazioni di restauro.
Posto sull’isola più grande, ecco il Tempio Diruto (chiamato anche “Tempiotto”), che venne realizzato tra il 1793 e il 1798, secondo il gusto del tempo per l’antico e per le rovine pittoresche. Ispirato agli scavi archeologici allora in corso, il piccolo edificio fu costruito volutamente in rovina, in forma di rudere, con rocchi di colonne (=spezzate) e capitelli corinzi abbandonati sul prato, ad evocare un mondo perduto: un esercizio di stile e memoria classica, incastonato in un paesaggio volutamente “selvaggio” ed idealizzato. L’intervento previsto è mirato alla salvaguardia dell’esistente, mantenendo la patina del tempo senza ricostruzioni arbitrarie, ma secondo criteri filologici.
Sull’altra isola sorge invece la Casa dei Cigni, una piccola costruzione coperta da una volta a calotta semisferica, edificata intorno al 1840, come riparo per i cigni reali. Simbolo della grazia e dell’eleganza romantica ottocentesca, verrà sottoposta ad un intervento di manutenzione straordinaria, preservandone intanto la struttura e l’aspetto.
La Direzione del Museo, con il supporto dei responsabili tecnici, sta inoltre valutando la possibilità di realizzare un percorso galleggiante sul lago, che colleghi la riva alle due isolette, con l’obiettivo di consentire a piccoli gruppi di visitatori di scoprire da vicino le architetture restaurate, senza danneggiare il delicato ecosistema acquatico. Un’iniziativa, questa, che coniuga armoniosamente: conservazione, sostenibilità e partecipazione, nel solco della valorizzazione di uno dei giardini storici più suggestivi d’Europa. Perle, tutte queste ed altre, di un mosaico: il Giardino inglese, uno dei luoghi più iconici del Museo, oggetto dunque delle cure degli esperti. Un luogo speciale, dove il tempo sembra essersi fermato. Perché, forse o meglio probabilmente, si abbia modo di sognare un domani migliore, di assoluto rispetto al passato (nel bene e nel male), ed a quanto continua ad “insegnarci” (o ci dovrebbe ancora insegnare?), il presente, per un futuro dove tutto è possibile e, almeno al momento, anche impossibile. Specie in termini inclusivi e di (vera) solidarietà tra i popoli.

Autore: Gennaro D’Orio – doriogennario@libero.it