La storia cade a pezzi, non poche volte irreversibilmente.
Il Casale Borbonico di Santa Rosalia a Caserta, gioiello dimenticato del Sito Reale UNESCO di San Leucio: da modello agricolo illuminato a rudere a rischio crollo, oltre che soffocato da un abbandono che si commenta da sé. Va recuperato al più presto e incisivamente, onde evitarne una fine che si annuncia ingloriosa.
Questo antico complesso monumentale, situato in via Francesco Borromini, rappresenta un pezzo dimenticato della storia di età borbonica, schedato dal Ministero della Cultura nel 1993, fine XVIII secolo, ambito culturale neoclassico, con cappella privata omonima incorporata, tale da costituire un solo corpo di fabbrica.
Oggi come oggi, le sue più che precarie condizioni strutturali includono: intonaci caduti e polverizzati; copertura in coppi sfondati sul lato cappella; infissi originari in legno scomparsi; vani murati in blocchi di tufo; un pesante squarcio sul tetto, che lascia l’interno completamente esposto alle intemperie (si immagini…); area di pertinenza occupata da vegetazione spontanea che aggredisce la muratura in tufo giallo, con piante e rovi ad invadere gli spazi interni ed esterni, nascondendo alla vista intere porzioni del complesso.
Poi i danni basilari storici, mai risanati del tutto, mettono a rischio ciò che resta dei muri perimetrali, mentre come pericolo statico: lesioni passanti sui cantonali, archi puntellati con tubi innocenti oramai arrugginiti, rischio cedimento su strada vicinale.
Essendo proprietà privata (non Demaniale), l’antica residenza non rientra nei fondi di restauro della Reggia di Caserta e del Belvedere di San Leucio. La Soprintendenza di riferimento è l’ente di tutela, ma non ha potere di intervento diretto se non su segnalazione di pericolo.
Il Casale di Santa Rosalia è l’unico di quelli borbonici di Caserta, ancora con la cappella originaria leggibile (o quasi), ma non è inserito in nessun itinerario di visita. Nessuna targa, nessun cartello di indicazione, con la rilevanza storica dell’edificio che va a farsi benedire.
Progettato nel 1795 dall’architetto Pietro Bernasconi (sotto la supervisione di Francesco Collecini, lo stesso autore del vicino Real Sito di Carditello), il complesso fu fortemente voluto dal principe ereditario Francesco di Borbone (futuro Francesco I), e da Maria Clementina d’Asburgo. Nato come masseria agricola sperimentale per valorizzare la fertile area della Starza Grande, sfruttando le acque provenienti dall’Acquedotto Carolino, l’impianto di fabbricazione riprendeva proprio il “modello di Carditello”, con un corpo centrale per la residenza reale ed ali laterali, destinate alle attività produttive ed alla lavorazione dei formaggi.
Nel 1802, vi fu annessa anche una cappella dedicata a Santa Rosalia. Successivamente, a fine Ottocento, il Casale divenne noto come Villa Maggi ed ospitò un importante stabilimento bacologico per l’allevamento dei bachi da seta.
Allo stato attuale, sebbene sia formalmente un bene tutelato dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio. per le province di Caserta e Benevento, l’edificio continua ad essere di proprietà privata, condizione questa che, unita ai danni mai sanati del terremoto del 1980 ed alla frammentazione ereditaria, ha congelato per decenni qualsiasi piano di recupero/valorizzazione.
Associazioni locali e cittadini chiedono, da tempo, una messa in sicurezza urgente ed un restauro conservativo, per evitare che questa memoria architettonica e produttiva scompaia definitivamente. Quella di Santa Rosalia faceva parte del sistema delle *Reali Delizie Borboniche*: quando Carlo di Borbone nel 1750 acquistò il feudo di Caserta dai Caetani, e poi Ferdinando IV creò la Real Colonia di San Leucio (1789), tutta la piana intorno alla Reggia fu organizzata come azienda agricola modello dell’Illuminismo. I casali – Santa Rosalia, il Mezzano, la Tella – erano: Centri di produzione agricola per la Corte (grano, olivi, gelsi per i bachi da seta); alloggi per coloni e setaioli della Real Colonia; nodi di controllo idraulico dell’Acquedotto Carolino di Vanvitelli.
La struttura di Santa Rosalia, in particolare, era dedicata alla coltivazione dei gelsi ed all’allevamento, tra corte centrale, arco borbonico, cisterne in tufo, colombaia. Riguardo all’inglobata Cappella gentilizia rurale, parliamo di un unico vano rettangolare, volta a botte, altare in muratura, accesso sia all’interno della corte del Casale (per gli allora coloni), che dall’esterno (per il proprietario). E circa la funzione votiva, Santa Rosalia è la santa palermitana anti-peste, molto venerata dai Borboni dopo l’epidemia del 1656 a Napoli. I casali borbonici dedicatile erano voti contro le malattie del bestiame e dei gelsi.
Intanto, dopo anni di precarietà, degrado e abbandono, perpetrati in danno del Casale borbonico di Santa Rosalia a Caserta, come ovviamente di altre residenze similari in Campania e nel resto d’Italia, per lo più di proprietà private spesso sconosciute o addirittura fantasma, si pone e si ripropone l’interrogativo emergenziale, di quando e come si potrà, si vorrà intervenire, perché si volti pagina, nel far sì che i su indicati complessi storici diventino di gestione pubblica, esercitando e facendo valere, lo Stato, ogni tipo di diritto legittimo e legittimato, compreso quello di prelazione. Nel pieno rispetto, naturalmente, di quanto prescrive la Costituzione.
Autore: Gennaro D’Orio – doriogennaro@libero.it
