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PERUGIA. “Da Giotto a Morandi. Tesori d’arte di Fondazioni e Banche italiane.

Straordinario successo per la mostra “Da Giotto a Morandi. Tesori d’arte di Fondazioni e Banche italiane” che da aprile fino ad oggi è stata apprezzata da oltre dodicimila visitatori, tra cui numerosissimi stranieri e turisti provenienti da fuori regione. Per questo motivo la Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia e la Fondazione CariPerugia Arte hanno deciso di prorogarne l’apertura fino al prossimo 5 novembre 2017 rispetto alla data inizialmente stabilita del 15 settembre.
Il percorso espositivo, curato da Vittorio Sgarbi, raccoglie circa 100 opere provenienti dalle collezioni di Fondazioni e Banche di tutta Italia. Un successo considerevole per Palazzo Baldeschi, sede espositiva di questo eccezionale progetto che ha fatto registrare una grande affluenza di pubblico. Ottimo anche il riscontro avuto dalle scuole, con tanti studenti che hanno apprezzato il programma di iniziative didattiche organizzate intorno agli artisti e alle opere esposte.
“La Mostra “Da Giotto a Morandi” – evidenzia Sgarbi – è il primo nucleo di un museo sommerso e non sconosciuto ma rimosso; essenziale per ricostituire l’integrità del patrimonio artistico italiano, attraverso le raccolte delle fondazioni bancarie”.
Per ancora due mesi sarà possibile quindi attraversare sette secoli di storia dell’arte grazie ai dipinti e alle sculture che appartengono al ricco patrimonio artistico delle Fondazioni e delle Banche italiane, alcuni dei quali mai esposte e quindi per la prima volta visibili al pubblico. Un percorso inedito frutto di una accurata selezione effettuata da Vittorio Sgarbi, che è riuscito a riunire a Perugia capolavori di pittori famosi come Giotto e Morandi, assieme ad opere di artisti meno affermati ma di grande pregio.
Tutto ciò è stato possibile grazie al sostegno di Unicredit e degli altri due partners del progetto Augustum Opus SIM e Nextam Partners SIM SpA e al contributo di tutti i prestatori che hanno garantito la presenza a Perugia della totalità delle opere, compresa la Sibilla del Guercino.
“Da Giotto a Morandi è una occasione imperdibile afferma il presidente della Fondazione CariPerugia Arte, Giuseppe Depretis – per ammirare in un unico luogo il risultato di anni e anni di collezionismo portato avanti dalle Fondazioni e dalle Banche italiane. Annunciamo la proroga della mostra con molta soddisfazione e ringraziamo tutti i prestatori che hanno creduto fin dall’inizio in questo nostro progetto. Questa è la testimonianza di un impegno che ha tenuto conto sia della specificità dei territori di appartenenza delle opere, sia di scelte mirate sotto il profilo più propriamente artistico.”
A Palazzo Baldeschi, entrando nella prima sala e seguendo un percorso organizzato in ordine cronologico, si può ammirare il prezioso tondo di Giotto raffigurante San Francesco d’Assisi, accanto ad opere di Beato Angelico, Perugino, Pinturicchio, e la Madonna di Matteo da Gualdo, scelta come immagine della mostra.
Nella seconda sala spiccano le pale d’’altare di Camillo Procaccini e Giovanni Francesco Guerrieri da Fossombrone, accanto alla seducente Onfale di Ludovico Carracci e alla tormentata Deposizione di Cristo di Ferraù Fenzoni, mentre nella terza sala sono raccolte opere di maestri del primo Seicento influenzati dalla rivoluzionaria pittura di Caravaggio. Passando poi nella splendida Sala delle Muse, fiore all’occhiello di Palazzo Baldeschi, troviamo due dolci Madonne con il Bambino di Simone Cantarini, accanto alla Lucrezia preordina il suicidio di Guido Reni. Proprio in questa sala trova spazio il Cristo e la samaritana del Guercino, insieme a il Salvator mundi di Elisabetta Sirani, la Sacra famiglia di Gian Domenico Cerrini, il Vecchio con bottiglia da pellegrino e globo di Pietro Bellotti e l’’Allegoria del tempo e della verità di Pietro Liberi.
Nella quinta sala le opere dei due maggiori interpreti della pittura barocca napoletana, Mattia Preti e Luca Giordano, mentre a chiusura del percorso il maestoso salone degli stemmi raccoglie capolavori dal Settecento alla metà del Novecento, da Bellotto a Boldini, Fattori, Pellizza da Volpedo, De Pisis, Carrà fino a Giorgio Morandi.

Info:
Grazie alle convenzioni stipulate con Trenitalia, Busitalia e Saba-Sipa i visitatori del percorso espositivo possono avere agevolazioni sul costo del parcheggio e sul biglietto di ingresso alla mostra.
www.fondazionecariperugiaarte.it; palazzobaldeschi@fondazionecariperugiaarte.it
Fondazione CariPerugia Arte – Corso Pietro Vannucci, 47 – 06121 Perugia – Tel. 075 5724563 – Mob: 349 8528003.

VICENZA. Van Gogh, tra il grano e il cielo.

A 5 settimane dall’apertura dell’attesissima monografica su Van Gogh, che Linea d’ombra propone dal 7 ottobre all’8 aprile 2018 alla Basilica Palladiana di Vicenza, il curatore Marco Goldin rende noti i contorni del “Progetto Van Gogh” che è cresciuto intorno alla grande esposizione.
“Racconterà – anticipa Goldin – , attraverso 129 opere in totale (43 dipinti e 86 disegni), l’intero percorso artistico di Vincent van Gogh, dai disegni di esordio assoluto al tempo del Borinage in Belgio nel 1880, quando svolgeva la funzione di predicatore laico per i minatori della zona, fino ai quadri conclusivi con i campi di grano realizzati a Auvers-sur-Oise nel luglio del 1890, pochi giorni prima di suicidarsi.
Accanto alle opere di Van Gogh, per utili e puntuali confronti, si incontreranno il Seminatore di Jean-François Millet e alcuni dipinti dei pittori della Scuola dell’Aia, che il giovane Vincent guardava con ammirazione, da Israëls ai due Maris”.
La mostra si svolge grazie al fondamentale contributo del Kröller-Müller Museum di Otterlo, uno dei due veri santuari dell’opera vangoghiana nel mondo. Il museo olandese, la cui collezione raggiunge una qualità a dir poco superba, presta infatti oltre cento delle opere di Van Gogh in arrivo a Vicenza. Un’altra decina di istituzioni e collezioni private poi, aggiungono capolavori per sigillare l’intero percorso, a cominciare dalla versione da Vincent più amata de Il ponte di Langlois (1888), una tra le immagini simbolo della sua parabola artistica e per questa occasione concessa eccezionalmente dal museo di Colonia. Quadro che Goldin ha eletto a manifesto dell’esposizione.
Sin qui la grande mostra. Ma il “Progetto Van Gogh” offre anche ulteriori opportunità di non minore rilievo.
“La mostra, al di là della vastissima presenza di opere, l’ho pensata – afferma Goldin – anche come la precisa ricostruzione della vita di Vincent van Gogh, seguendolo non solo nei dieci anni che vanno dal 1880 al 1890, ma anche nel decennio precedente, quello che prepara l’attività artistica. In questo senso, di fondamentale importanza è stata per me la rilettura, e il nuovo studio, delle lettere, soprattutto all’amato fratello Théo. Anche quelle scritte dal 1872 all’estate del 1880, quando da Cuesmes in Belgio annuncia, appunto a Théo, di voler diventare un artista. E’ il tempo dei suoi vagabondaggi, per i vari tentativi, e fallimenti, tra lavoro e aspirazioni teologiche, tra Olanda, Inghilterra, Francia e Belgio. Prima del suo percorso vero e proprio tra Brabante olandese e Francia, da Parigi, alla Provenza a Auvers.
Per questo motivo abbiamo editato un nuovo libro, che accompagnerà la mostra, con cento lettere appositamente tradotte, includendo prima di tutto quelle che riguardano le opere esposte, oltre ad alcune altre fondamentali per la storia di Van Gogh”.
Un’ulteriore sottolineatura riguarda l’allestimento della grande rassegna: è stato pensato come un “viaggio”. “Negli spazi ampi e meravigliosi della Basilica Palladiana a Vicenza, la mostra si snoderà – anticipa il curatore – come un vero e proprio viaggio anche nei luoghi nei quali Vincent ha vissuto: il Borinage, Etten, l’Aia, il Drenthe, Nuenen, Parigi, Arles, Saint-Rémy e Auvers-sur-Oise. Al di là delle lettere che faranno da contrappunto ai singoli momenti, certamente uno dei punti di maggior fascino sarà la sala nella quale, attraverso un grande plastico di 20 metri quadrati, è stato ricostruito alla perfezione – architetture romaniche e orti e giardini e sullo sfondo la catena delle Alpilles – l’istituto di cura per malattie mentali di Saint-Paul-de-Mausole a Saint-Rémy, il luogo nel quale Van Gogh scelse di farsi ricoverare da maggio 1889 a maggio 1890. Sarà un’immersione in un luogo sì di sofferenza ma nel quale, e attorno al quale, il pittore ha generato tanta bellezza”.
Nel “Progetto Van Gogh a Vicenza”, rientra anche un film originale, appositamente creato sulla vita e l’opera di Van Gogh. “Van Gogh. Storia di una vita – questo il titolo del film – avrà la durata di un’ora e sarà proiettato in una vera e propria sala cinema, studiata in ogni dettaglio tecnico e funzionale, all’interno della Basilica Palladiana, come ultima, grande stanza del percorso espositivo. E’ stato per me entusiasmante – continua Goldin – realizzare questo mio primo film documentario, arricchito dalle meravigliose immagini che abbiamo girato in tutti i luoghi di Van Gogh, tra Provenza e Auvers. Un film che vivrà come un prodotto anche slegato dalla mostra e per questo lo abbiamo raccolto in un dvd in vendita, unito a tante foto del backstage. Anticipo che, nei giorni in cui sarò già impegnato a Vicenza con l’allestimento della mostra, realizzeremo quattro serate di proiezione in anteprima di questo film, nei teatri di Vicenza (25 settembre), Verona (26 settembre), Padova (27 settembre) e Treviso (28 settembre). L’introduzione che farò del film nei teatri, sarà ovviamente anche l’occasione per introdurre la mostra stessa”.

Fonte: www.quotidianoarte.it, 4 set 2017

PISTOIA / VENEZIA, Marino Marini. Passioni visive.

Con il titolo “Marino Marini. Passioni visive” la Fondazione Marino Marini propone, del Maestro, la prima retrospettiva che ambisce a situarlo organicamente nella storia della scultura. L’esposizione, che si terrà in Palazzo Fabroni a cura di Barbara Cinelli e Flavio Fergonzi, si presenta come uno dei momenti di punta delle Celebrazioni di Pistoia Capitale italiana della Cultura 2017. La mostra è organizzata dalla Fondazione Marino Marini, Pistoia e dalla Fondazione Solomon R. Guggenheim, Venezia. Dopo Pistoia (fino al 7 gennaio 2018), la mostra si trasferirà infatti alla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia dal 27 gennaio al 1 maggio 2018.
Manca ancora, nella vicenda espositiva e nella letteratura scientifica su Marini, un serio lavoro di contestualizzazione storica e stilistica della sua ricerca di scultore?, afferma il Direttore della Fondazione Maria Teresa Tosi. Lo stato odierno degli studi sembra richiedere questa prospettiva: l?unica che può restituire all?artista la sua posizione di assoluto rilievo nella vicenda del modernismo novecentesco internazionale.
Di qui è nata l’idea di questa mostra che vuole ripercorrere tutte le fasi della creazione artistica del Maestro, dagli anni Venti agli anni Sessanta. Oggetto di indagine sarà soprattutto l’officina di invenzioni plastiche di Marino Marini che verranno poste in relazione diretta, immediatamente percepibile, con i grandi modelli della scultura del ?900 cui egli ebbe accesso; e, inoltre, con alcuni, scelti esempi di scultura dei secoli passati  dall’antichità egizia a quella greco-arcaica ed etrusca, dalla scultura medievale a quella del Rinascimento e dell’Ottocento che furono consapevolmente recuperati da lui e dai maggiori scultori della sua generazione.
Dieci sono le sezioni pensate dai curatori per dare pieno conto della ricerca plastica di Marino Marini: sono tutte caratterizzate dal raffronto tra le opere dello scultore pistoiese e quelle di altri grandi del passato o di suoi contemporanei. Nella prima i suoi busti degli esordi sono affiancati a canopi etruschi e a busti rinascimentali; mentre il Popolo, la terracotta del 1929 che fu un passaggio determinante della sua svolta arcaista, si misura con una testa greco-arcaica da Selinunte e con un coperchio figurato di una sepoltura etrusca. Anche la successiva ricerca di una diversa monumentalità, ben rappresentata dal capolavoro ligneo dell’Ersilia, è messa a confronto con sculture etrusche e antico-italiche.
Verso la metà degli anni Trenta Marini si concentra sul soggetto del nudo maschile e ne trae una serie di lavori destinati a lasciare un segno nella scultura europea, come evidenzia il raffronto con opere capitali del medesimo tema di Arturo Martini e Giacomo Manzù. Negli stessi anni, Marini reinventa il significato stesso del ritratto scultoreo, attingendo ai modelli del passato, specialmente all?arte egizia, da cui desume la lezione di una volumetria pura, intrinsecamente monumentale.
La mostra si sofferma quindi sui celebri e perturbanti primi grandi Cavalieri dei secondi anni Trenta, che al loro comparire furono giudicati, per l?arcaica impassibilità, un attentato ai canoni tradizionali del genere, ma furono apprezzati da una ristretta schiera di intelligenti e sofisticati ammiratori.
La scena successiva è riservata alla stilizzazione allungata dei corpi maschili: qui dove il trecentesco Cristo Crocifisso appartenuto al maestro è avvicinato a un suo Icaro e a due dei suoi Giocolieri.
Le Pomone e i nudi femminili, che lo scultore realizza partendo da una originale e misurata rielaborazione del classicismo post-rodiniano, si confrontano in mostra con i nudi di Ernesto De Fiori e di Aristide Maillol, le maggiori proposte europee del tempo nella difficile partita di trasformare il corpo femminile in una forma astratta.
Quando, verso il 1940, mentre quasi tutti gli altri scultori italiani ed europei sembrano voler abbandonare la lezione di Rodin, Marino Marini la rivisita per dare inizio a una nuova stagione di ricerca che lo porterà, nel dopoguerra, a misurarsi con l?esistenzializzazione della forma di Germaine Richier. Questa particolare declinazione della ricerca formale di Marini prende forma negli anni del conflitto, durante il suo esilio in Svizzera, quando lo scultore sembra guardare con particolare attenzione al drammatico realismo di Donatello: la presenza in mostra del Niccolo? da Uzzano del Bargello permetterà di comprendere a fondo le implicazioni di questa svolta.
La ricerca postbellica riporta Marino Marini a indagare, in forme più astratte, il tema del cavallo e cavaliere: in una sala saranno raccolti gli esiti maggiori di questo ciclo, opere contese dal maggiore collezionismo internazionale, e determinanti nello stabilire la posizione di primo piano dello scultore nel canone della scultura contemporanea di figura. In una sala emozionante i Cavalieri post 1945 di Marino Marini saranno messi a confronto con i loro antenati di riferimento, cavalli e cavalieri dalle civiltà del Mediterraneo e dell?antica Cina.
Nel dopoguerra Marini inventa una nuova lingua per la resa espressiva del volto umano: questa lingua, che guarda alla scomposizione cubista e, insieme, alla deformazione espressionista, farà di lui il più grande ritrattista-scultore del secolo. La sala dedicata ai ritratti del dopoguerra proporrà confronti con teste di civiltà antiche e teste di scultori contemporanei. Ancora il tema del Cavaliere, questa volta disarcionato, diventerà un motivo di pura ricerca spaziale, ormai quasi sganciato dalla riconoscibilità del soggetto, come evidenziato dalla sezione dedicata ai celebri Miracoli. Chiudono la mostra i piccoli e grandi Guerrieri e le Figure coricate degli anni Cinquanta e Sessanta: sarà visualizzato, in questo snodo, l?inatteso confronto con l?antica tradizione toscana di Giovanni Pisano e, insieme, con le soluzioni più sperimentali di Pablo Picasso e di Henry Moore.
Questa grande rassegna si avvale di un Comitato scientifico composto dai Curatori e da Philip Rylands, Salvatore Settis, Carlo Sisi e Maria Teresa Tosi. La mostra, promossa dalla Fondazione Marino Marini e dal Comune di Pistoia, è realizzata in collaborazione con Banca Intesa Sanpaolo, Cassa di Risparmio di Pistoia e della Lucchesia, Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia, Rotary Club Pistoia – Montecatini Terme “Marino Marini”. La mostra alla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia è sostenuta dagli Institutional Patrons EFG, Lavazza, Regione del Veneto e le Guggenheim Intrapresæ.

Info:
Pistoia, Palazzo Fabroni
www.fondazionemarinomarini.it
www.studioesseci.net

MILANO. Dentro Caravaggio.

Palazzo Reale a Milano omaggia Caravaggio con la mostra ‘Dentro Caravaggio’.
Dal 29 settembre, giorno in cui nel 1571 è nato l’artista, diciotto capolavori del grande artista saranno riuniti per la prima volta tutti insieme, provenienti da vari musei italiani ed esteri. Non solo. Le tele di Caravaggio saranno per la prima volta affiancate da immagini radiografiche che permetteranno al visitatore di far comprendere il percorso dell’artista in modo chiaro e completo. Le tecnologie e gli apparati multimediali diventano, dunque, un importante strumento per scoprire a fondo l’opera e la poetica di Caravaggio.
Tanti i musei dai quali provengono le opere. Tra i musei e le collezioni italiane che partecipano alla mostra sono presenti la Galleria degli Uffizi, Palazzo Pitti e Fondazione Longhi per Firenze; la Galleria Doria Pamphilj, i Musei Capitolini, la Galleria Nazionale d’Arte Antica-Palazzo Corsini, la Galleria Nazionale d’Arte Antica-Palazzo Barberini per Roma; il Museo Civico per Cremona; la Banca Popolare di Vicenza; il Museo e Real Bosco di Capodimonte e le Gallerie d’Italia Palazzo Zevallos, per Napoli. Fra i prestiti più prestigiosi dall’estero ricordiamo: la Sacra famiglia con San Giovannino (1604-1605) dal Metropolitan Museum of Art, New York; Salomé con la testa del Battista (1607 o 1610) dalla National Gallery di Londra; San Francesco in estasi (c.1597) dal Wadsworth Atheneum of Art di Hartford; Marta e Maddalena (1598) dal Detroit Institute of Arts; San Giovanni Battista (c.1603) dal Nelson-Atkins Museum of Art di Kansas City; San Girolamo (1605-1606) dal Museo Montserrat, a Barcellona.
La mostra – visitabile fino al 28 gennaio 2018 – è promossa e prodotta da Comune di Milano–Cultura, Palazzo Reale e MondoMostre Skira, in collaborazione con il MIBACT Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo. Il Gruppo Bracco è Partner dell’esposizione per le nuove indagini diagnostiche. La mostra è curata da Rossella Vodret, coadiuvata da un prestigioso comitato scientifico presieduto da Keith Christiansen. La tecnica di Caravaggio è stata oggetto di uno studio approfondito promosso dal MiBACT che, a partire dal 2009, in collaborazione con la Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Romano e con l’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro, ha analizzato attraverso una importante campagna di indagini diagnostiche le ventidue opere autografe presenti a Roma: “Sono emerse così – afferma la curatrice Rossella Vodret – alcune costanti nelle modalità esecutive di Caravaggio, ma sono venuti anche alla luce elementi esecutivi inaspettati e finora del tutto sconosciuti: dagli strati di pittura sono affiorate una serie di immagini nascoste. Inoltre è stato sfatato il mito che Caravaggio non abbia mai disegnato, dacché sono apparsi tratti di disegno sulla preparazione chiara utilizzata nelle opere giovanili”.
Attraverso le riflettografie e le radiografie, che penetrano in diversa misura sotto la superficie pittorica, si è potuto seguire il procedimento creativo di Caravaggio, i rifacimenti, gli aggiustamenti nell’elaborazione della composizione. Emblematica in questo senso è il San Giovannino di Palazzo Corsini, dove le analisi ci permettono di leggere l’aggiunta di un agnello, simbolo iconografico poi eliminato. Alla campagna di indagini eseguita tra il 2009 e il 2012 sulle opere romane di Caravaggio, a cura dell’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro e dell’Opificio delle Pietre Dure, faranno seguito, grazie al sostegno del Gruppo Bracco, nuove importanti indagini diagnostiche sulle altre opere in mostra, comprese quelle provenienti dall’estero di cui, con un progetto congiunto Università degli Studi di Milano-Bicocca e CNR, verrà propio in mostra una innovativa elaborazione grafica per renderle più leggibili al pubblico. Il Caravaggio, Michelangelo Merisi, muore nel 1610. In pochi anni però è riuscito a rinnovare la tecnica pittorica, divenendo un modello per molti artisti in Europa. Nel 1951 il noto storico dell’arte Roberto Longhi gli aveva dedicato una mostra proprio a Palazzo reale di Milano.

Autore: Sara Riboldi

Fonte: www.quotidianoarte.it, 4 set 2017