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DANTE. Gli occhi e la mente. Le Arti al tempo dell’esilio.

Il Comune di Ravenna, l’Assessorato alla cultura e il MAR – Museo d’Arte della Città di Ravenna, in occasione del VII centenario della morte di Dante, dal 8 maggio al 4 luglio 2021 grazie al prezioso contributo della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, della Camera di Commercio di Ravenna e della Regione Emilia-Romagna presentano la mostra Dante. Gli occhi e la mente. Le Arti al tempo dell’esilio presso la Chiesa di San Romualdo.
Nell’affrontare la figura di Dante più volte ci si è interrogati sul particolare ruolo che l’esperienza visiva poté avere nella concezione delle sue opere; molti hanno notato la capacità del poeta di pensare direttamente per immagini, attingendo, soprattutto nella Commedia, a un repertorio che certamente doveva comprendere anche le esperienze figurative. E questo soprattutto se si considera che egli era nato e vissuto a Firenze, città che dalla metà del XIII secolo in avanti aveva vissuto una notevolissima fioritura artistica, culminata con l’esperienza di Cimabue (documentata in mostra dalla Madonna di Castelfiorentino e dalle due straordinarie miniature ritagliate con i santi Abbondio e Crisanto, applicate sugli sportelli esterni di un tabernacolo-reliquario della Pinacoteca Civica di Gubbio) e poi da quella sorprendente dell’allievo Giotto, di cui Dante dovette conoscere le opere, come attesta il celeberrimo passo del Purgatorio. L’origine fiorentina del poeta lo metteva in una posizione privilegiata potendo facilmente registrare i fatti più salienti dell’incalzante evolversi dell’arte locale che troverà proprio con Giotto, nella scoperta del vero e nella certezza dello spazio misurabile, una sua dimensione più universale e italiana così come lo stesso Dante andava facendo in quegli anni con la sua ricerca di una lingua, il “volgare illustre”, di portata peninsulare.
Non meno determinante da questo punto di vista dovette essere anche la traumatica esperienza dell’esilio che, iniziato nel 1302, lo porterà a peregrinare per varie corti e città dell’Italia centro-settentrionale venendo così ad arricchire il suo “vasto patrimonio di immagini” di cui certamente dovette tenere conto nel momento in cui compose la Commedia, pervasa da continue suggestioni figurative e da riferimenti al mondo visibile. Un percorso assai travagliato che la mostra, curata da Massimo Medica (Direttore dei Musei Civici d’Arte Antica di Bologna), intende ripercorrere, seguendone le principali tappe fino a giungere all’ultimo approdo a Ravenna, dove, come è noto, il poeta si spense esattamente settecento anni fa.
Roma, Arezzo, Verona, Padova, Bologna, Lucca, Pisa, Ravenna, costituiscono alcune delle tappe principali del suo esilio, che scandiscono il percorso della mostra nella quale figurano alcuni capolavori assoluti prodotti nell’età di Dante attraverso i quali è possibile ripercorrere le più importanti vicende che caratterizzarono tra il XIII e il XIV secolo l’arte italiana, connotata proprio in questi anni da profonde mutazioni e novità. E questo a partire dalla stessa Firenze, a cui viene dedicata la sezione iniziale, dove l’attività dei due protagonisti, Cimabue e Giotto, menzionati nelle ben note terzine del Purgatorio (canto XI) è attestata da alcune opere capitali ad iniziare dalla Madonna col Bambino di Castelfiorentino di Cimabue messa a confronto con la Madonna di San Giorgio alla Costa di Giotto e con il più tardo polittico di Badia del Museo degli Uffizi, che lo stesso Dante ebbe sicuramente occasione di ammirare prima della sua condanna al forzato confino. Di questo fu sicuramente il maggiore responsabile l’odiato Bonifacio VIII, la cui figura viene evocata attraverso la scultura realizzata da Arnolfo di Cambio (in mostra sarà presente il calco), di cui la mostra presenta anche altre opere. Varie suppellettili e preziosi dipinti (i due frammenti di affresco con i santi Pietro e Paolo provenienti dal distrutto ciclo pittorico del portico di San Pietro, Città del Vaticano, Fabbrica di San Pietro in Vaticano) ci introdurranno infatti alla vita della corte pontificia di Roma, città che Dante ebbe occasione di visitare sia nel 1300 e poi nel 1301, prima di ricevere la notizia della sua condanna e del definitivo esilio da Firenze.
Da questo momento ebbe inizio il peregrinare di Dante che lo porterà dapprima nella Forlì degli Ordelaffi e poi a Verona, dove si pose sotto la protezione degli Scaligeri prima nel 1303-1304 e poi nel 1313-1318 nel momento in cui la città stava vivendo un momento di grande sviluppo, anche artistico, promosso soprattutto da Cangrande della Scala, “uno dei più magnifici Signori che dallo Imperatore Federigo Secondo in qua si sapesse in Italia” (Boccaccio).
Preziosi tessuti, oreficerie, tavole dipinte e sculture (queste ultime dovute al cosiddetto Maestro di Sant’Anastasia) documentano questa produttiva sosta del poeta nella città veneta. Probabilmente in questo stesso giro di anni dovette cadere anche il suo soggiorno a Padova dove giunse intorno al 1304. Quando cioè Giotto, stava ultimando la decorazione della cappella commissionatagli da Enrico Scrovegni, che certamente doveva allora costituire quanto di più innovativo la pittura potesse esprimere, tanto da indurre il poeta ad affermare che “ora ha Giotto il grido”.
Se ne accorsero anche altri artisti del momento, a iniziare dai miniatori, tra i primi a recepire la portata delle sue novità, come documenta in mostra anche la decorazione del preziosissimo Offiziolo (1305-1309) appartenuto al poeta amico di Dante, Francesco da Barberino, che presenta al suo interno varie immagini di chiara ispirazione dantesca.
Successivo è il passaggio da Bologna (1304-1306), importante per la sua antica Università che lo stesso Dante dovette forse frequentare in anni antecedenti, (1286 e il 1287). Non è escluso che in quella occasione il poeta avesse potuto ammirare le miniature che arricchivano i preziosi libri giuridici e i codici liturgici, di cui la città deteneva, con Parigi, il primato, tanto da rammentarsene nell’XI canto del Purgatorio, dove viene menzionato appunto il miniatore Oderisi da Gubbio superato dal fantomatico Franco Bolognese. Saranno quindi i preziosi manoscritti miniati della scuola bolognese del tardo Duecento e del primo Trecento a caratterizzare questa sezione, arricchita da alcuni indiscussi capolavori, prestati per l’occasione da varie biblioteche e musei ad iniziare dalla Biblioteca Apostolica Vaticana.
Dopo i soggiorni nella Marca Trevigiana e poi nella Lunigiana dei Malaspina, Dante si trasferì nel Casentino, poi a Lucca, dove ebbe occasione di vedere le opere eseguite da Nicola Pisano per la cattedrale (presente in mostra il calco della lunetta con la Deposizione dalla Croce, Pisa Museo Nazionale di San Matteo) e ancora a Forlì nel 1310 dove probabilmente apprese la notizia della discesa in Italia del nuovo Imperatore Arrigo VII, verso il quale si concentrarono le sue speranze e il sogno di una restaurazione imperiale. A questo momento centrale della vita del poeta viene riservata un’apposita sezione che presenta varie documentazioni legate all’Imperatore, morto prematuramente il 24 agosto del 1313. Alla solenne cerimonia funebre che si tenne nel Duomo di Pisa presenziò probabilmente anche Dante, che ebbe così occasione di ammirare alcuni dei capolavori assoluti realizzati da Nicola e da Giovanni Pisano. Quest’ultimo sappiamo in questi anni al servizio dello stesso imperatore, che gli commissionò la realizzazione del monumento funebre della moglie Margherita di Brabante, morta il 14 dicembre del 1311 e sepolta a Genova nella Cattedrale (da cui proviene la scultura con la Giustizia della Galleria Nazionale della Liguria di Palazzo Spinola). Probabilmente il monumento era stato in parte approntato nella bottega pisana dello scultore tra la primavera e l’estate del 1313, nello stesso periodo in cui Dante era presente a Pisa dove si era trasferito, seguendo la corte, a partire dal mese di marzo del 1312. Le testimonianze di Nicola e Giovanni Pisano affiancano in mostra quelle di Arnolfo di Cambio (Galleria Nazionale dell’Umbria) a conferma della preminenza attribuita dal poeta all’arte plastica, come attestano le numerose citazioni contenute nella Commedia.
Una volta lasciata la corte di Cangrande della Scala, Dante giunge a Ravenna intorno al 1319, dove da poco si era insediato al potere Guido Novello da Polenta, in grado di garantire alla città un periodo di relativa pace e stabilità, speso soprattutto a coltivare e a promuovere la cultura di corte, e le imprese artistiche. Risale infatti a questo periodo la presenza in città dei pittori Giovanni e Giuliano da Rimini, chiamato quest’ultimo a decorare la cappella a cornu epistulae della chiesa di San Domenico, seguito anche da Pietro da Rimini, di cui la città conserva ancora oggi varie testimonianze. Pertanto a questi due artisti riminesi (di Giuliano verrà presentato il grande polittico di proprietà della Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini depositato al Museo della Città “Luigi Tonini”) viene riservato ampio spazio nella sezione finale della mostra, intervallata anche da testimonianze legate alla cultura figurativa veneziana, a documentare l’ultima impresa diplomatica svolta, per conto del da Polenta nella città lagunare dal poeta fiorentino che tuttavia gli risultò fatale causandogli la morte che lo colse tra il 13 e il 14 settembre del 1321.
Venne sepolto in una piccola cappella addossata al muro del convento di San Francesco, che anticamente era detta della Madonna per via forse di una antica immagine scolpita con la Madonna in trono col Bambino, che sormontava in origine il modesto sarcofago, che si è voluto identificare con quella oggi conservata al Museo del Louvre, proveniente infatti da Ravenna. Si tratta di un indiscusso capolavoro realizzato in marmo, databile tra la fine del Duecento e gli inizi del Trecento, che ritorna per l’occasione nella città di origine, documentando la sua pertinenza alla tradizione bizantina, rivisitata tuttavia secondo una sensibilità già tutta occidentale e gotica.

Info:
Dante. Gli occhi e la mente. Le Arti al tempo dell’esilio
Chiesa di San Romualdo – Ravenna, Via Baccarini 7
Orario:  10-19 dal martedì alla domenica, lunedì chiuso
(il servizio di biglietteria termina un’ora prima della chiusura)

Mar – Ufficio relazioni esterne e promozione
Francesca Boschetti – Daniele Carnoli
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Studio Esseci di Sergio Campagnolo
tel. +39.049.663499 – fax +39.049.655098
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ROMA. Cultura e innovazione: tutti gli interventi di Fondazione Tim per il Mausoleo di Augusto.

Lo scorso primo marzo ha riaperto al pubblico il Mausoleo di Augusto a Roma, monumento emblematico della magnificenza architettonica della romanità, chiuso al pubblico dal 2007. Dopo anni di operazioni di indagine, recupero e restauro, l’imponente sito archeologico è tornato ad accogliere i visitatori grazie a un modello virtuoso di collaborazione tra pubblico e privato. Un ruolo determinante l’ha giocato Fondazione Tim, la quale nel 2015 ha stretto un accordo con Roma Capitale che ha previsto una donazione di 6 milioni di euro per il recupero del Mausoleo e un’intesa di valorizzazione e multimedialità per ulteriori 2 milioni di euro. Questo ha permesso la restituzione di un patrimonio unico al mondo, implementato da una musealizzazione del sito all’insegna del coinvolgimento e dell’innovazione. Salvatore Rossi, Presidente Fondazione TIM, ha commentato: “Siamo orgogliosi di aver lavorato insieme con Roma Capitale per il recupero di uno dei luoghi più importanti dell’archeologia mondiale. Fondazione TIM ha aderito da subito al progetto di restauro e valorizzazione del Mausoleo di Augusto, impegnando complessivamente 8 milioni di euro, per ridare vita a quello che pensiamo sarà uno dei siti più visitati al mondo. È importante che anche mecenati privati collaborino a conservare e promuovere il patrimonio storico e culturale del Paese; è uno degli obiettivi della Fondazione TIM. Lo stiamo facendo mettendo a disposizione non solo denaro ma anche tecnologia: daremo a cittadini e turisti la possibilità di vivere una innovativa esperienza multimediale, che renderà ancora più affascinante e spettacolare la visita del Mausoleo”.
Fondazione Tim è nata nel 2008 come espressione dell’impegno sociale di Tim, per sostenere ambiti come l’inclusione sociale, l’istruzione e la ricerca, attraverso le nuove tecnologie e l’innovazione digitale. I suoi interventi all’interno del Mausoleo di Augusto, quindi, sono stati finalizzati a restituire visibilità e visitabilità a questo luogo, oltre a una migliore percorribilità e alla creazione apparati multimediali.
A partire dall’installazione permanente sulle cesate del cantiere, un racconto per immagini che si estende per circa 300 metri lineari sui lati est, nord e ovest: lungo il recinto si trovano testi e figure color oro su fondo nero che narrano della vita di Augusto e del Mausoleo nelle varie ere storiche. Inoltre, dodici pannelli in stampa lenticolare aggiungono dinamismo e tridimensionalità al racconto. L’intera installazione è immersa in un’atmosfera musicale con brani attinti dal periodo dell’Auditorium Augusteo. Un percorso esterno che permette al visitatore di apprendere tutto ciò che c’è da sapere sul sito in modo coinvolgente e creativo, semplicemente passeggiando attorno al suo perimetro.
Un altro importante intervento di Fondazione Tim è stato l’illuminazione notturna del Mausoleo, che si attiva ogni giorno a partire dal crepuscolo, animando il monumento attraverso 55 corpi a led di varie dimensioni dalla luce modulabile in vari colori e creando immagini suggestive. Fondazione Tim ha anche realizzato un sito web dedicato interattivo e innovativo, con il supporto di immagini in tecnologia 3D, per scoprire tutto su questo patrimonio dell’antichità anche da casa. Ancora una volta, lo sviluppo digitale è stato uno dei tasselli fondamentali nell’intero progetto, con produzioni messe a disposizione dalla direzione Brand Strategy, Media & Multimedia Entertainment di Tim guidata da Luca Josi.
Un lavoro riconosciuto a livello internazionale tramite l’assegnazione di vari premi: per il sostegno al recupero del Mausoleo di Augusto, infatti, Fondazione TIM ha vinto il Corporate Art Awards, mentre per il sito www.mausoleodiaugusto.it si è aggiudicata il Site of the day, il Favourite Website Award, il CSS Design Awards e il Webby Awards.
Il Mausoleo di Augusto è il più grande sepolcro circolare del mondo antico, con un diametro di quasi 90 metri e un’altezza massima conservata di 17 metri (che si ipotizza arrivasse a 45 metri nell’assetto originario). Il monumento, collocato in prossimità della riva del Tevere, fu edificato per volontà dello stesso Augusto a partire dal 28 a.C., con l’intenzione che potesse essere visibile da gran parte della città. Dopo aver accolto le sepolture di numerosi imperatori e familiari, nel III secolo cambia la sua destinazione d’uso, ricoprendo diverse funzioni attraverso le epoche: dapprima fortilizio della famiglia Colonna, poi cava di marmo e di materiali preziosi per nuove costruzioni, giardino monumentale, locanda, arena per corride e rappresentazioni pirotecniche, fino a teatro di prosa e Auditorium all’inizio del Novecento.
Durante il regime fascista, fu recuperato in occasione delle celebrazioni per il bimillenario della nascita di Augusto: per volere di Mussolini, l’Auditorium e altre costruzioni di epoca medievale e rinascimentale edificate attorno al monumento, furono abbattute con l’intenzione di riportare l’area alla sua conformazione più antica.
Dopo la guerra l’intera piazza perde tutta la sua aura, diventando uno snodo trafficato nel centro della città privo di valorizzazione. I recenti lavori di riqualificazione hanno riportato in auge 13.000 metri quadrati di muri – dei quali quasi la metà risale all’epoca augustea – tenendo conto delle stratificazioni della storia, dalle murature costruite in età medioevale e rinascimentale al restauro degli anni 30 del ‘900.

Fonte: www.artribune.com, 11 apr 2021

Michele SANTULLI. Hackert, il grande pittore, a Isola del Liri e Anitrella.

Jakob Philipp Hackert (1737-1807) non ha bisogno di presentazioni nel contesto dei massimi artisti pittori europei del 1700. A noi della zona piace sapere che nel 1793 intraprese un lungo viaggio nell’Abruzzo dell’epoca, provincia del Regno di Napoli, e più esattamente nel cosiddetto Abruzzo Ulteriore II tra cui Avezzano e Valle di Roveto spingendosi fino ad Isola del Liri, anche Regno di Napoli ma Terra di Lavoro.
Nel corso del soggiorno nella zona, lungo il corso del Liri, realizzò opere a Capistrello, a Balsorano e sicuramente in altre località. La città dove soggiornò più a lungo fu Isola di Sora oggi Isola del Liri dove in più riprese dipinse opere notevoli sulla Cascata Grande o Verticale e su quella Obliqua o del Valcatoio: lo spettacolo dell’acqua esercitava molto fascino sull’artista, anche dopo le esperienze straordinarie al Palazzo Reale di Caserta. Il dipinto in particolare del Valcatoio ci fa toccare con mano quasi la imponenza e la ricchezza dello spettacolo naturale offerto alla visione dello spettatore: il Castello Boncompagni oggi Viscogliosi era una immagine unica in tutta Europa con affianco quelle due visioni impagabili delle cascate. Oggi quella del Valcatoio, da almeno cinquantanni, è stata ammutolita, grazie, a mio avviso, alla ignavia e indifferenza delle locali istituzioni, prima di tutte quella comunale, e poi quelle provinciali, regionali, le soprintendenze…
In quasi cinquantanni nulla è stato colpevolmente mai intrapreso per restituire alla città quel bene a essa spettante e quello spettacolo a essa tolto: i cosiddetti cittadini? Insensibili ed indifferenti. A quell’epoca le due cascate erano note ai pittori, prima di tutto quelli stranieri residenti a Roma che si sobborcavano al lungo viaggio per andare a ritrarle e successivamente anche agli artisti della scuola napoletana tra cui i Carelli e i Fergola.
Hackert, che come si sa era il pittore onorario del Re di Napoli, in occasione di un’altra dislocazione in questa regione anni prima, aveva lasciato numerose tracce artistiche tra le quali un disegno splendido di Itri e un altro dell’antica Priverno. Ma il viaggio del 1793 merita particolare attenzione: ci siamo imbattuti in una sua lettera scritta ad un suo amico in cui parla e descrive le sue esperienze e quando parla di Isola del Liri ne è così attratto da definirla ‘un’altra Tivoli’: un bel titolo molto significativo della città sul Liri: infatti la cittadina sull’Aniene era una delle tappe obbligate degli artisti stranieri sia per le celebri ville antiche ivi conservate e sia proprio a seguito delle sue cascate e giochi di acqua. E mentre percorre la strada lungo il Liri che lo riporterà a Napoli, ad un certo punto “a quattro miglia da Isola” si imbatte in uno spettacolo naturale che ancora di più lo colpisce e cioè le cascate e cateratte del Liri in località ‘Anatrelle’ in verità: Anitrella. E nella lettera di cui sopra dà sfogo alla sua impressione immediata: una “delle più belle cascate da me viste, che ho ritratto più volte” aggiungendo qualche particolare oltremodo istruttivo: “queste cascate di Anatrelle sono completamente sconosciute agli altri pittori, io sono stato il primo a scoprirle e a ritrarle”.
Proponiamo al lettore la immagine di quella che a mio avviso è la più eloquente e pregnante e al medesimo tempo la più preziosa in quanto facente parte della Collezione Reale della Regina d’Inghilterra.

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

Didascalia immagine: J.P.Hackert le cascate di Anitrella, 1793, 77,7×63, Collezione Reale Inglese

Vincenzo CABIANCA, il più assoluto dei macchiaioli.

Vincenzo Cabianca (Verona, 1827 – Roma 1902) è fra gli artisti meno noti all’interno del gruppo dei macchiaioli. Eppure, i suoi intensi paesaggi con figure non mancano mai nelle mostre dedicate alla più feconda, anche se breve, stagione pittorica dell’Ottocento italiano. Molti dei suoi quadri provengono da musei pubblici e dalle più raffinate collezioni private del nostro Paese.
Vincenzo-Cabianca-La-filatrice-1862.-Collezione-privataFrancesca Dini – storica dell’arte fiorentina specializzata in arte italiana del XIX secolo e studiosa, tra l’altro, di Giovanni Boldini – ha dedicato a Vincenzo Cabianca anni di ricerche, culminate nel catalogo ragionato pubblicato di recente da Silvana Editoriale. Il corposo volume è ben più di uno strumento per addetti ai lavori, completo di schede di circa 900 opere e di apparati critici. Come in un romanzo storico, Francesca ricompone con cura e passione i tanti tasselli della vicenda del pittore veronese, inserendola nell’ambiente risorgimentale dell’epoca e restituendole il giusto ruolo di primo piano all’interno del circolo pittorico “della macchia”.
La raffinata pubblicazione – realizzata grazie al contributo della Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì – contiene infatti anche un’ampia corrispondenza, pubblica e privata, che documenta i legami artistici e affettivi del pittore: dalle lettere al maestro veronese Giovanni Caliari ai fitti carteggi con colleghi e amici come Telemaco Signorini e Giuseppe Abbati, Cristiano Banti, Federico Zandomeneghi e Diego Martelli; fino ai numerosi scambi epistolari, intimi e rivelatori, con la moglie Adelaide. Le lettere sono corredate da splendide immagini fotografiche d’epoca, molte provenienti proprio dall’Archivio Cabianca, ma anche dall’archivio privato dell’autrice, raccolte dal padre Piero, anch’egli studioso dell’Ottocento. Oltre all’epistolario, il volume riproduce alcune pagine tratte dai meravigliosi taccuini che il pittore redasse durante la sua lunga attività: conservati dagli eredi, sono veri e propri appunti visivi che testimoniano i diversi momenti del suo percorso pittorico.

Intervista a Francesca Dini
Vincenzo-Cabianca-Marmi-a-Carrara-Marina-1861.-Collezione-privataCome nasce l’idea del catalogo?
Nel 2007 mi occupai di una mostra dedicata a Cabianca e alla civiltà dei macchiaioli, a Orvieto e a Firenze. Fu allora che il nipote ottuagenario dell’artista mi investì del compito di approfondire la sua storia, mettendomi a disposizione i materiali d’archivio conservati dalla famiglia.
Chi è Vincenzo Cabianca?
Fra i macchiaioli, Cabianca è il meno studiato e quello che ha avuto forse anche meno fortuna. Veronese di nascita, come cittadino austriaco anela al riscatto dell’Italia e per questo milita tra le fila di giovani volontari durante i moti indipendentisti; partecipa quasi sicuramente anche alla Prima Guerra di Indipendenza, per difendere Bologna e Roma. È un artista girovago e sperimentatore, che vive immerso nel clima eroico e di patriottismo dell’epoca e perciò, nel 1853, si stabilisce proprio a Firenze, città chiave del Risorgimento italiano, soprattutto dal punto di vista culturale.
Qual è il ruolo di Cabianca nel circolo dei macchiaioli?
I macchiaioli nascono grazie a Cabianca. L’artista giunge a Firenze con una formazione accademica già consolidata; negli Anni Sessanta, in Liguria, con il più giovane Telemaco Signorini, si emoziona sperimentando la pittura dal vero, con le macchie di colore, e assume una vera e propria leadership all’interno del gruppo del Caffè Michelangelo. Lo dimostra La filatrice, il quadro del 1862 nel quale i contrasti di luce e d’ombra sono già parte fondamentale del suo linguaggio pittorico. Cabianca è il più determinato nel sostenere il progetto innovativo dei macchiaioli per un’arte nazionale, sotto le insegne del realismo e strettamente connessa alle vicende del Risorgimento. Persino Fattori, all’inizio, si mostra titubanze. E lo conferma Adriano Cecioni (il critico d’arte del gruppo), che definisce Cabianca “il più dichiarato, il più violento, il più assoluto macchiaiolo”. E ancora: “Un macchiaiolo vero, senza esitazioni né pentimenti; emancipato dal pregiudizio della bella linea”.
Quale evoluzione ha avuto negli anni la pittura di Cabianca e in cosa consiste la sua modernità?
Cabianca dimostra sempre grande vitalità artistica, ama sperimentare ed è disposto a mettere in gioco le tecniche e le forme del suo dipingere. Non nasce infatti come paesaggista, ma come pittore di interni e di ritratti; negli anni giovanili, tra Verona e Venezia, si ispira alla pittura romantica di Girolamo Induno. Durante le varie campagne pittoriche, in Liguria prima, poi tra La Spezia e Castiglioncello, vive con intensità la stagione della macchia; nell’atelier riproduce a memoria gli effetti di luce e d’ombra studiati dal vero. Diventa famoso per i quadri che ritraggono paesaggi con suore all’aperto, in meditazione (un soggetto che piace molto ai colleghi piemontesi), ma il suo non è mai paesaggismo bucolico, di maniera. Quando la stagione dei macchiaioli toscani si esaurisce, introduce lo stile della macchia a Roma (dove si trasferisce dopo il 1870) e lì si avvicina a un’estetica simbolista, realizzando negli Anni Ottanta e Novanta anche bellissime opere ad acquarello, apprezzate da critica e collezionisti a livello europeo. Cabianca diventa infatti il maggior acquarellista del suo tempo. In quegli anni si dedica anche all’illustrazione, per esempio del libro di poesie Isotta Guttadáuro di Gabriele D’Annunzio (1886).
Qual è stata la maggiore difficoltà riscontrata durante le ricerche per la stesura del catalogo ragionato?
Per ricostruire il percorso artistico di Cabianca ho realizzato una sorta di collazione tra la biografia scritta dal figlio Silvio e i dialoghi epistolari che il pittore mantiene con i suoi contemporanei, parenti e amici. La difficoltà principale, ma anche la sfida più affascinante, è stata costruire un discorso critico attendibile intorno all’artista, catalogando un corpus di circa 900 opere, a esclusione dei disegni. Silvio Cabianca – unico dei cinque figli sopravvissuto alla morte dei genitori – scrive una biografia fitta di date, aneddoti e riflessioni interessanti ma spesso molto imprecisi. Silvio stesso, data l’età, non fu quasi mai testimone diretto di tali eventi. L’erede si affida infatti a Ugo Ojetti e ad Adolfo Venturi per valorizzare la figura paterna e per organizzare le prime due retrospettive, alla Galleria Pesaro di Milano e a Verona, nel 1927.

Vincenzo-Cabianca-Mattutino-1901.-Collezione-privataFrancesca Dini (a cura di) – Vincenzo Cabianca. Catalogo ragionato
Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo 2020
Pagg. 800, € 150
ISBN 9788836642731
www.silvanaeditoriale.it

Autore: Federica Lonati

Fonte: www.artribune.com, apr 2021

PARIGI. Il Museo Louvre mette online l’intera collezione. Quasi 500.000 opere.

Se non sapete come trascorrere la Pasqua, tra regioni rosse e divieti draconiani, il Louvre potrebbe avere la soluzione per voi. L’intera collezione del museo parigino, composta da oltre 482mila pezzi, è infatti online per la prima volta su un nuovissimo sito web. Progettato sia per i ricercatori sia per gli amanti dell’arte, il database collections.louvre.fr contiene, oltre alle opere del Louvre, quelle del Musée National Eugène-Delacroix, le sculture dei giardini delle Tuileries e del Carrousel e le opere recuperate dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Il sito, che verrà aggiornato regolarmente dagli esperti del museo, offre diversi modi per approfondire le collezioni: ricerche semplici o avanzate, voci smistate per dipartimento curatoriale e album a tema. Una mappa interattiva aiuta i visitatori a preparare o proseguire la visita e consente di esplorare il museo stanza per stanza, e tutte le informazioni sono disponibili in francese, inglese, spagnolo e cinese.
“Oggi, il Louvre sta rispolverando i suoi tesori, anche i meno conosciuti“, ha annunciato il suo presidente, Jean-Luc Martinez. Solo circa 30mila di questi manufatti erano accessibili al pubblico sul vecchio sito, visitato 21 milioni di volte solo nel 2020. “Per la prima volta chiunque può accedere gratuitamente all’intera collezione di opere da computer o smartphone, siano esse in mostra al museo, in prestito, anche a lungo termine, o in deposito. Lo straordinario patrimonio culturale del Louvre è ora tutto a portata di clic! Sono certo che questo contenuto digitale ispirerà ulteriormente le persone a venire al Louvre per scoprire di persona le collezioni“, ha concluso.
La Francia è stata spesso accusata di essere lenta nella restituzione delle opere saccheggiate dai nazisti: anche per questo il Louvre ha ingranato la quarta per stabilire la provenienza di alcuni dei manufatti che custodisce, frutto di saccheggi nazisti e coloniali. Queste opere, tenute in carico dal secondo dopoguerra in assenza di un legittimo proprietario riconosciuto (o dei suoi discendenti), sono raggruppate nelle due gallerie dei “Musées Nationaux Récupération”, o MNR, aperte nel 2017 per incentivare i reclami. Non si parla di cose da poco: tra i quasi 1.800 pezzi recuperati in Germania ci sono dipinti di Chardin, Delacroix e Corot. La ricerca sulla provenienza di questi manufatti, e di quelli di origine coloniale il cui acquisto regolare non sia certificato, è “senza dubbio la principale questione che i musei devono affrontare nei prossimi anni per mantenere la loro credibilità“, ha sottolineato Martinez, che spera con questo nuovo sforzo sia di perfezionare l’immagine pubblica del Louvre, sia di ottenere per sé un nuovo mandato di direzione in previsione della sua imminente scadenza.

Autore: Giulia Giaume

Fonte: www.artribune.com, 21 mar 2021