Archivi autore: Redazione

VENEZIA. Scoperta nei depositi del Museo Correr un dipinto che reca l’impronta di Andrea Mantegna.

Il dipinto raffigura la Madonna col Bambino, San Giovannino e sei sante; gravemente alterato nel tempo, dopo un lungo e complesso restauro in corso di ultimazione, sarà presto offerto all’analisi e al giudizio degli studiosi che, soprattutto, valuteranno la misura dell’“impronta” lasciata da Mantegna: l’ideazione di composizione e disegno – come ormai evidente – o anche l’esecuzione pittorica “di sua mano”?
Le risposte si conta giungeranno dalla collaborazione delle due fondazioni, col concorso della Soprintendenza Archeologia e Belle Arti per il Comune di Venezia e Laguna; infatti, durante il 2024 il dipinto sarà iconico oggetto di iniziative espositive, di ricerca e di confronto, programmate tra la Villa Contarini a Piazzola sul Brenta – la città natale del grande pittore – e il Museo Correr di Venezia, la sua futura sede espositiva, oggetto di ampliamento e restyling degli spazi al secondo piano.
Fondazione Musei Civici di Venezia ha tra i compiti principali, affidatele nel 2008 dal Comune di Venezia, conservare e valorizzare l’immenso patrimonio storico-artistico pertinente agli 11 musei civici; ben compresa la parte delle collezioni che, per varie ragioni non esposta, è pure attentamente custodita nei depositi. È qui che il continuo lavoro di studio e restauro condotto da responsabili e conservatori della Fondazione ha spesso fruttato vere eccezionali scoperte. Come i casi recenti di ben tre dipinti, presenti nei depositi del Museo Correr e mai considerati per alterate condizioni o errati giudizi del passato, oggi finalmente riconosciuti come autentici capolavori di Vittore Carpaccio.
Potrebbe essere la stessa felice sorte di un’altra opera dei depositi del Correr: un piccolo dipinto su tavola, Madonna col Bambino Gesù, San Giovanni Battista fanciullo e sei sante, già appartenuto alla favolosa collezione nel 1830 lasciata alla Città da Teodoro Correr; gesto all’origine degli stessi odierni Musei Civici.
Il piccolo dipinto su tavola necessitava di un puntuale e importante restauro, dato che il tempo e le successive ridipinture ne impedivano infatti la piena leggibilità e valutazione. Questo finché l’attuale conservatore del Museo non è riuscito a cogliere chiari segni di qualità pittoriche e compositive straordinariamente alte. Così, ne è iniziato lo studio, anche con sofisticate tecnologie, e il restauro. Grazie al prezioso sostegno della Fondazione G. E. Ghirardi, che ha “scommesso” sull’opera finanziando il restauro, sta oggi emergendo quello che potrebbe essere un vero tesoro nascosto. Il dato subito emerso è che l’opera, di raffinatissima qualità esecutiva – con i finissimi chiaroscuri accentati con oro zecchino, come nelle più preziose miniature – mostra forte e chiara l’impronta stilistica di uno dei massimi pittori italiani del Rinascimento: Andrea Mantegna. Soprattutto, la stessa singolare scena sacra tutta “al femminile” è pressoché identica a quella di un dipinto oggi conservato nell’Isabella Stewart Gardner Museum di Boston (USA), attribuito al grande pittore e già nelle celebri collezioni mantovane dei Gonzaga, eseguito su loro prestigiosa committenza negli anni finali del Quattrocento.
I conservatori veneziani hanno già avanzato le prime ipotesi sulla base delle indagini radiografiche e riflettografiche: il disegno rilevabile sotto al colore delinea un tracciato coincidente con il dipinto di Boston, specie in alcuni precisissimi punti. Entrambi i dipinti sembrano dunque essere stati realizzati a partire dallo stesso cartone, forato per trasferire a spolvero i punti guida del disegno sulle due tavole. È conseguente ritenere che le due opere siano state realizzate dal medesimo atelier, a breve distanza di tempo se non in contemporanea; l’artista avrebbe dunque creato due dipinti quasi del tutto identici, solo con qualche piccola ma significativa variante di dettaglio e colore.
Altro dato essenziale emerso da analisi e restauro – ad aumentare ulteriormente mistero e fascino del dipinto riscoperto – è che si tratta di un’opera incompiuta; ossia, dopo un accuratissimo processo creativo, certo lungo e faticoso, per una incognita ragione il pittore ha abbandonato l’opera ad un passo dal termine.
Ma i misteri non finiscono qui: le domande aperte sono chi ne fu il committente o, più verosimilmente, “la” committente (forse una illustre dama Gonzaga), per quale contingente motivo avrebbe richiesto due dipinti uguali e per quali destinatari. E ancora: quale viaggio ha fatto giungere in laguna il dipinto ora ritrovato, quali e quanti passaggi per finire nelle mani dell’insaziabile collezionista Teodoro Correr tra Sette e Ottocento.
L’opera, quasi integralmente recuperata dal restauro, è presentata in anteprima. Nei prossimi mesi, nel corso del 2024, sarà al centro di varie iniziative espositive, di studio e di approfondimento, programmate in sinergia da Fondazione Musei Civici e Fondazione Ghirardi, tra Piazzola sul Brenta, la città natale di Mantegna, e il Museo Correr di Venezia.
Offerto nuovamente il piccolo dipinto all’ammirazione del pubblico e all’attenzione degli studiosi, questi ultimi potranno tentare di scalfirne gli affascinanti “segreti” sopra accennati, nonché indagare la reale natura e misura della forte, personalissima “impronta” che in esso ha lasciato il grande Mantegna. Dunque, stabilire “come” e “quanto” esso sia opera sua: l’ideazione e il disegno, o addirittura anche l’esecuzione “di sua mano”?
È una grande notizia per Venezia e per la storia dell’arte italiana. Voglio ringraziare tutto il personale della Fondazione che si è impegnato per questo incredibile ritrovamento, di cui attendiamo con fiducia la conferma. Voglio sottolineare quanto sia prezioso, instancabile e unico il lavoro dei Conservatori di Fondazione Musei Civici che, ogni giorno, si prendono cura dell’immenso patrimonio del Comune di Venezia. Come Amministrazione, abbiamo l’onore di aver ricevuto, e continuiamo a ricevere, da persone generose che amano la nostra Città e animate da straordinaria passione civica e civile, opere che il Comune continua a far conoscere, valorizzare e arricchire. Luigi Brugnaro, Sindaco di Venezia
Questa storia incredibile inizia quando un nostro conservatore del museo nel prevedere un intervento di restauro ha colto dalla poco leggibile superficie della tavola dipinta alcuni indizi che potevano celare un’opera dal grande valore artistico. Una storia il cui lieto fine potrebbe restituire alla città un prezioso dipinto. Sono emozionata e orgogliosa di questa scoperta. Ringrazio la Fondazione Ghirardi che con noi ha accettato la scommessa di restaurare l’opera riportando alla luce uno dei tanti tesori nascosti nei nostri depositi, Mariacristina Gribaudi, Presidente Fondazione Musei Civici di Venezia
La Fondazione Ghirardi – Villa Contarini di Piazzola sul Brenta è ben lieta di essere stata coinvolta in questa iniziativa, che vede il recupero di un’opera di probabile attribuzione ad Andrea Mantegna, illustre cittadino di Piazzola. Nell’ambito delle attività di promozione culturale, nei vari campi del sapere in particolare dell’arte, della musica e delle scienze mediche, la Fondazione si distingue per l’attenzione che ha sempre dato alla valorizzazione del proprio territorio.
Non si deve dimenticare che Piazzola sul Brenta e Villa Contarini sono centri importanti della vita culturale della Repubblica di Venezia, fin da quando la Villa venne valorizzata dal Doge Contarini ed utilizzata, non solo per la promozione di iniziative musicali, ma anche quale centro importante di incontri a livello diplomatico internazionale. La partecipazione all’iniziativa promossa dai Musei Civici Veneziani è, pertanto, pienamente nella linea della sua tradizione che ci auguriamo possa a lungo proseguire anche per la valorizzazione del suo territorio in sintonia con le Istituzioni veneziane. Giorgio Orsoni, Presidente Fondazione G.E. Ghirardi Onlus

Info:
Fondazione Musei Civici di Venezia
press@fmcvenezia.it
www.visitmuve.it/it/ufficio-stampa

VOLTERRA (Pi). La Deposizione di Rosso Fiorentino nuovamente visibile dopo un lungo restauro.

Rosso Fiorentino (al secolo Giovanni Battista di Jacopo; Firenze, 1449 – Fontainebleau, 1540) completava la pala d’altare con la Deposizione dalla Croce per la Cappella della Croce di Giorno a Volterra, tra le opere manifesto della sua maniera, nel 1521.
Cinquecento anni dopo, nel 2021, è partita la campagna di restauro del dipinto, protagonista solo qualche anno prima – era il 2017 – della grande mostra sul Cinquecento a Firenze allestita a Palazzo Strozzi (dove l’arte di Rosso era già stata celebrata nel 2014, a confronto con l’altro pittore “eversivo” della Maniera, Jacopo Pontormo). Proprio in quell’occasione, la tavola – di proprietà della Parrocchia della Basilica Cattedrale di Volterra, normalmente conservata nella Pinacoteca civica della cittadina toscana – aveva manifestato serie problematiche di conservazione (dovute soprattutto allo choc termico subìto dal supporto ligneo nel 2003), cui l’intervento di restauro, finanziato dalla Fondazione Friends of Florence, si prefiggeva di rispondere.
A dirigerlo, il restauratore Daniele Rossi, con l’auspicio di rivelare, attraverso le moderne indagini diagnostiche, nuovi dettagli sulla tecnica pittorica dell’artista fiorentino, specialmente per quanto concerne l’utilizzo peculiare del colore (fonte, da un lato, dei problemi conservativi dell’opera; dall’altro alleato dell’espressività senza tempo del pittore, che tanto piaceva anche a Pasolini, come dimostra la ricostruzione filmica inscenata ne La ricotta, nel 1963).
Orientata dall’esempio di Michelangelo, Fra Bartolomeo e Andrea Del Sarto, la pittura di Rosso Fiorentino si espresse principalmente al servizio della committenza di famiglie aristocratiche toscane (non i Medici, però, essendo il pittore un seguace di Savonarola), fino a raggiungere la corte di Francesco I, in Francia.
La Deposizione fu realizzata dal pittore durante il suo soggiorno a Volterra, collocata in origine nella cappella della Compagnia della Croce di Giorno, presso la chiesa di San Francesco, dove rimase fino alla fine del Settecento. Dopo un passaggio nella cappella di San Carlo, nella Cattedrale di Volterra, trovò collocazione definitiva, nel 1905, alla Pinacoteca Civica.
Ambientata su uno sfondo astratto che amplifica la sacralità dell’evento, la pala si caratterizza per la potenza della composizione e per la trattazione dell’iconografia tradizionale (l’artista scelse un momento poco rappresentato nelle opere dell’epoca, dal vangelo di Matteo), con la Croce che diventa fulcro per i personaggi che si dispongono intorno (sopra, ai suoi piedi, colti in movimento). In alto c’è Giuseppe di Arimatea, con Nicodemo e tre aiutanti; in basso, a sinistra, la Madonna sorretta dalle due Marie, e la Maddalena inginocchiata che veicola lo sguardo sulla scena dolente, mentre sulla destra la figura di Giovanni si stringe il volto fra le mani.
Il progetto di restauro – in un primo momento visibile al pubblico tramite un cantiere aperto – avviato nel 2021 dall’ex Soprintendente Archeologia, Belle e Arti Paesaggio di Pisa e Livorno, Andrea Muzzi, e portato avanti sotto l’alta sorveglianza della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Pisa e Livorno, diretta da Esmeralda Valente, con la supervisione del funzionario storico dell’arte Amedeo Mercurio e della restauratrice Elena Salotti, è ora completato.
Al disvelamento dell’opera torna visibile nella sala di Rosso Fiorentino alla Pinacoteca di Volterra, si accompagnano le scoperte agevolate dallo studio approfondito del supporto e dello strato pittorico.

Autore: Livia Montagnoli

Fonte: www.artribune.com 15 nov 2023

Federico Giannini, Ilaria Baratta. Alle origini del mecenatismo. Gaio Cilnio Mecenate e il suo sostegno alle arti.

Col termine “mecenatismo” si indica l’attività di chiunque favorisca le arti accordando un sostegno munifico a chi le produce (artisti, letterati, musicisti, registi e via dicendo). Il termine oggi designa soprattutto l’attività delle aziende o dei privati che sostengono finanziariamente la produzione di arte, ma si può anche parlare di “mecenatismo di Stato” laddove sia un ente pubblico a supportare i programmi artistici. Il termine, comune anche in altre lingue (mécénat in francese, mecenazgo in spagnolo, mecenato in portoghese, Mäzenatentum in tedesco e via dicendo) deriva dal nome del politico romano Gaio Cilnio Mecenate (Gaius Cilnius Maecenas; Arezzo, 68 a.C. circa – 8 a.C.), consigliere dell’imperatore Augusto, noto proprio per la sua celebre azione di sostegno alle arti.
Nato ad Arezzo, città cui rimase sempre legato e che gli ha oggi dedicato il proprio Museo Archeologico Nazionale, apparteneva a una famiglia molto benestante, che aveva nobili origini etrusche (il poeta Properzio, uno dei tanti letterati sostenuti da Mecenate, lo avrebbe definito “Maecenas eques Etrusco de sanguine regum”, ovvero “Mecenate, cavaliere con sangue etrusco di re”): dopo una breve carriera militare, verso i trent’anni d’età cominciò la propria carriera politica, sia in campo diplomatico, sia in campo amministrativo. L’inizio della sua carriera, in particolare, è fissato nel 40 a.C., quando, finita la guerra di Perugia, venne inviato in Sicilia per combinare il matrimonio tra Ottaviano (il futuro imperatore Augusto) e la sua seconda moglie Scribonia. A seguito di quest’attività, Mecenate sarebbe sempre stato uno dei più fidati consiglieri di Ottaviano, tanto da arrivare a esercitare il potere per suo conto quando il futuro imperatore era impegnato nelle proprie campagne militari.
Il ventennio che va dal 29 a.C., l’anno in cui Ottaviano diede avvio alle riforme che avrebbero portato, due anni dopo, alla nascita dell’impero (la data di fondazione è fissata convenzionalmente al 27 a.C.), fino all’8 a.C., anno della scomparsa di Mecenate, appare avaro di notizie: gli studiosi hanno spesso pensato che, in questo periodo, il cavaliere di origini etrusche avesse in qualche misura perso i favori di Augusto, ma in realtà il ritiro dalla vita pubblica di Mecenate sembra essere piuttosto dovuto, ha spiegato lo studioso Pierfrancesco Porena, all’assetto istituzionale che Ottaviano diede allo Stato.
Il fondatore dell’impero, divenuto Augusto nel gennaio del 27 a.C., “ridisegnò”, ha scritto Porena, “il sistema dei rapporti tra le antiche magistrature e il senato da una parte, e la sua personalità dotata di auctoritas, di un amplissimo imperium e di poteri consolari dall’altra”, e in questo nuovo assetto “non c’era più posto per una funzione come quella di Mecenate, estranea a ogni schema di carriera e a ogni mandato legittimamente avallato dal senato o dal popolo romano, e basata solo sull’amicitia con il figlio di Cesare. Le riforme augustee, vincenti, atrofizzarono le possibilità di inserimento di Mecenate nelle strutture istituzionali del nuovo regime”.
Mecenate e Augusto continuarono tuttavia a rimanere amici, e l’aretino continuo a consigliare l’imperatore: peraltro, la lontananza dalla carriera politica gli consentì con tutta probabilità di coltivare le proprie attività di sostegno alle arti, che aveva comunque portato avanti anche ben prima del 29 a.C. L’attività di Mecenate come sostenitore di artisti era già lodata nella Roma del I secolo d.C.: Marziale, per esempio, lamentava che nella Roma del suo tempo non ci fosse più un Mecenate a proteggere le arti, e stesse considerazioni vengono espresse da Giovenale nella satira VII, che stigmatizza l’abitudine dei ricchi della Roma dell’epoca di spendere soldi per ostentare in maniera volgare il loro status e di dimostrarsi invece molto parchi quando si tratta di sostenere le arti e le lettere.
A Roma, Mecenate aveva stretto attorno a sé un circolo formato dai più importanti letterati della Roma augustea, a cominciare da Virgilio, Orazio e Properzio (Orazio, in particolare, fu molto amico di Mecenate e gli dedicò gli Epodi, le Satire e i primi tre libri delle Odi), per continuare poi Lucio Vario, Quintilio Varo, Plozio Tucca, Domizio Marso, Gaio Melisso, Ottavio Musa, Valgio Rufo e diversi altri).
Mecenate aveva dalla sua parte una forte competenza in materia letteraria, ed era lui stesso letterato (le sue opere ci sono però note solo attraverso pochi frammenti tuttavia sufficienti a dimostrare le sue conoscenze e la sua ampia cultura, che spaziava dalla poesia greca alla letteratura latina, passando attraverso la lingua etrusca, anche in relazione alle sue origini), oltre ad ampie disponibilità economiche che gli attirarono anche alcune critiche, dal momento che lo stile di vita del cavaliere era tutt’altro che austero, e quindi lontano dalla tradizione romana.
È in particolare Seneca, nell’epistola 114 a Lucilio, a offrire un ritratto molto particolare di Mecenate, descritto come un uomo fin troppo raffinato che desiderava mettersi in mostra senza nascondere i propri vizi, e la cui eloquenza era “degenerata” e “corrotta” come quella di un ubriaco, le sue parole singolari come la sua casa, la sua moglie, i suoi amici. Altri scrittori contemporanei, del resto, non mancano di descriverlo come un personaggio stravagante, nell’abbigliamento come nei comportamenti. Porena spiega questi lati del temperamento e dell’atteggiamento di Mecenate come una sorta di continuazione delle sue origini etrusche: “il suo comportamento”, ha scritto lo studioso, “evocava il ‘doppio’ della tradizione aristocratica etrusca, celebrato allora nel dio Vertumnus – virile e languido a un tempo – dall’umbro-etrusco Properzio”, e “l’amore per il lusso costituiva un’adesione esplicita alla tradizione aristocratica etrusca, che aveva fuso piena affidabilità politico-diplomatica e solide capacità operative con gli agi di una vita fastosa”.
Allo stesso modo dovrebbe esser letto il rapporto con la moglie Terenzia, che godeva di libertà che solitamente non erano concesse a una donna romana: anche in questo, Mecenate perpetrava la tradizione di grande libertà, per l’epoca, di cui godevano le donne etrusche. La sua fu dunque una figura sostanzialmente isolata, e probabilmente il suo tenore di vita dovette avere dei riflessi anche sulla sua attività culturale.
Un ritratto piuttosto noto di Mecenate è quello che si legge nelle Historiae dello storico Marco Velleio Patercolo, scritte nel 30: “nato da cavaliere ma di splendida razza, uomo vigile quando le cose richiedevano vigilanza, lungimirante e capace, ma quando era a riposo dalle sue attività, si dava al lusso ed era più effeminato di una donna”. Un ritratto che corrisponde all’immagine che anche altri contemporanei ci hanno consegnato di Mecenate: un uomo equilibrato, che non approfittò della vicinanza ad Augusto, che seppe gestire le sue attività politiche con rigore, serietà e compostezza, e che nel privato amava però concedersi lussi che potevano sembrare eccessivi, specialmente agli occhi di una società romana che vedeva la rilassatezza di Mecenate come un difetto.
Centro del suo otium, termine con cui nel suo caso occorre designare la sua attività culturale fuori dalla vita politica attiva, era la sontuosa dimora con giardino (i famosi Horti Maecenatiani) che Mecenate si fece costruire sull’Esquilino a Roma, e dove non mancavano luoghi per la conversazione e i ricevimenti, uno spazio termale, alcune sale dove Mecenate esponeva le proprie collezioni d’arte. Una dimora tanto sontuosa (cosa peraltro insolita per un cavaliere: solitamente una domus così simile a una reggia era una prerogativa di un senatore o comunque di qualche personaggio ai vertici dell’amministrazione pubblica) che dopo la sua scomparsa diventò proprietà di Augusto (che, peraltro, sappiamo fu molto addolorato per la morte dell’amico).
Parte delle collezioni di Mecenate, peraltro, sopravvive: quello che rimane della raccolta fu rinvenuto nell’unica parte ancora conservata della domus, l’Auditorium (un triclinio estivo, una specie di sala da pranzo), oggi gestito dalla Sovrintendenza capitolina e visitabile su prenotazione. Si tratta soprattutto di statue derivanti da modelli greci (oggi tutte conservate ai Musei Capitolini, che ha una sala dedicata agli Horti Maecenatiani), tra cui sono da menzionare una splendida Testa di Amazzone derivante da modelli greci, una statua di Marsia ellenistica, una celebre statua raffigurante un cane, realizzata in rarissimo marmo egiziano e di produzione alessandrina, alcune statue raffiguranti le muse. Sono opere che testimoniano un gusto spiccatamente raffinato, una cultura evidentemente orientata verso l’arte greca, e anche una predilezione per gli oggetti insoliti.
I prodotti artistico-letterari della cerchia di Mecenate non erano, come pure s’è pensato, finalizzati ad azione di propaganda, ma erano semmai destinati alle classi colte e alle élite di Roma, e non sappiamo quale sia stato il loro portato politico, e il ritorno per Augusto era soprattutto in termini d’immagine, come principe raffinato che aveva per consigliere un uomo di eccezionale cultura che sosteneva gli artisti (anche se un discorso a parte andrebbe fatto per l’Eneide di Virgilio le cui finalità travalicavano quelle del ritorno d’immagine indiretto per l’imperatore).
Poco chiari rimangono i rapporti di Mecenate con i suoi letterati, anche perché del personaggio storico non sappiamo molto: non esiste una sua biografia scritta da un contemporaneo, e quel che conosciamo del cavaliere lo abbiamo potuto apprendere dai commenti, per lo più frammentari, degli uomini del suo tempo. Come detto, si è a lungo pensato che il circolo di Mecenate fosse una sorta di circolo della propaganda augustea: oggi invece si tende a ritenere che, in un quadro in cui comunque Mecenate e Augusto intendevano formare consenso sostenendo le arti, i letterati della sua cerchia godessero in realtà di una certa indipendenza, anche se, come ha scritto lo studioso Luca Graverini, la soluzione al problema della natura ideologica del circolo di Mecenate “sembra essere al di là della nostra portata: […] le fonti a disposizione sono problematiche e soggette a un ampio spettro di possibilità interpretative”. Ci sono tuttavia dei punti fermi su cui si può provare a ricostruire la natura del rapporto tra Mecenate e i suoi artisti, a cominciare dal fatto che la sua posizione defilata rispetto alla politica attiva poteva consentirgli di non essere eccessivamente invadente e, al contempo, di prediligere e promuovere anche un’arte non impegnata, per quanto comunque la poesia impegnata dimostrasse idee ovviamente in linea con quelle di Mecenate e Augusto: “in poesia come in politica”, scrive Graverini, “vediamo la lode della pacificazione dopo le guerre civili, la rivalutazione del mos maiorum, delle antiche tradizioni e della moralità pubblica e privata, la rivitalizzazione dell’agricoltura italica l’esaltazione della grandezza di Roma, e così via”.
Resta però difficile capire fino a che punto si spingesse un’eventuale azione dirigista di Mecenate: probabilmente, come spiega ancora lo studioso, anche se il cavaliere ebbe di sicuro un ruolo di primo piano nell’organizzare la cultura augustea (sappiamo poi per certo che contribuiva economicamente al sostegno dei letterati), “probabilmente non dovette profondere molte energie per convincere i letterati dei vantaggi offerti dal nuovo ordine di cose: la pace e la tranquillità interna, dopo decenni di disordini sanguinosi, si propagandavano anche da sole quale soggetto degno di celebrazione poetica”. Non esistono, inoltre, prove di eventuali pressioni che Mecenate poté aver esercitato sui suoi letterati.
Ci sono giunte, infine, effigi di Gaio Cilnio Mecenate? Sono quattro le opere antiche ritenute ritratti di Mecenate, anche se è molto più probabile, come si vedrà, che oggi non si conosca il reale aspetto del cavaliere: le quattro opere candidate a trasmetterci la sua immagine sono un busto al Museo Archeologico Nazionale di Arezzo, un altro busto ai Musei Capitolini di Roma, un terzo busto che si trova a Galway, in Irlanda, presso Coole Park (giunse in Irlanda dall’Italia nel XIX secolo), e infine una raffigurazione sul fregio meridionale dell’Ara Pacis a Roma. Secondo lo studioso Bernard Andreae, il busto conservato ad Arezzo fu probabilmente prodotto in età augustea da una bottega attiva a Roma e deve trattarsi del ritratto di un illustre personaggio aretino che visse a Roma attorno al 20 a.C., e il nome di Mecenate gli è sembrato essere quello più adatto per il ritratto.
La tesi di Andreae è stata però contestata da Sara Faralli nel 2018, perché non ci sarebbero elementi sufficienti a stabilire, oltre ogni dubbio, che il busto raffiguri proprio Mecenate. Lo stesso vale per il busto dei Musei Capitolini (che peraltro non è più esposto dal 1997), per quello irlandese che s’è voluto immaginare un ritratto di Mecenate sulla base, probabilmente, della somiglianza con le effigi del cavaliere che s’erano diffuse a partire dal Settecento (nel XVIII secolo si stabilì infatti, sulla base di un’erronea attribuzione di alcune gemme, l’immagine di Mecenate divenuta poi ricorrente, quella di un uomo in là con gli anni, fortemente stempiato, e col naso molto pronunciato), e per l’immagine che compare nel fregio dell’Ara Pacis.
Ci sono poi alcune immagini moderne, che si possono vedere tutte ad Arezzo. Il giardino dell’Anfiteatro Romano ospita un busto ottocentesco, esemplato sul busto dei Musei Capitolini, e sistemato nella sua attuale collocazione tra anni Venti e anni Trenta del Novecento (fu in particolare nel 1937 che venne messo definitivamente nel giardino dell’Anfiteatro), all’epoca in cui Arezzo, in clima di revival romano, s’identificava come la città che aveva dato i natali al grande patrono delle arti. C’è poi il singolare dipinto seicentesco di Bernardino Santini, conservato nel Palazzo Comunale di Arezzo, dove “Moecenas Arretinus”, come lo identifica la scritta sulla cornice, è dipinto secondo un’iconografia insolita: come un uomo maturo, dai capelli lunghi, vestito con un abbigliamento rinascimentale. E c’è, infine, il grande affresco dipinto negli anni Venti da Adolfo de Carolis che, nella Sala dei Grandi del Palazzo della Provincia, tra il 1922 e il 1925, dipinse una sorta di Maestà laica con i personaggi illustri della storia di Arezzo: Mecenate, vestito con la toga, si trova, primo sulla sinistra, vicino a Guido d’Arezzo, al pittore Margaritone, al poeta Guittone, a Francesco Petrarca, a Spinello Aretino. È raffigurato secondo l’aspetto che, a quel tempo, si riteneva fosse stato tramandato dalla ritrattistica romana. In posizione defilata, perché primo in ordine cronologico. Ma è una posizione in cui sta benissimo, dal momento che fu così, in disparte, che Mecenate condusse la sua azione di sostenitore delle arti e delle lettere.

Bibliografia essenziale:
– Peter Mountford, Maecenas, Routledge, 2019
– Sara Fanelli, Il busto di “Mecenate” all’Anfiteatro romano: la rappresentazione di Gaio Cilnio Mecenate ad Arezzo nell’Ottocento e Novecento tra erronee iconografia e celebrazione municipalistica in Atti e memorie dell’Accademia Petrarca di Lettere, Arti e Scienza, 80 (2018), pp. 79-96
– Pierfrancesco Porena, Gaio Mecenate. Visibilità politica e originalità culturale nella Roma triumvirale e augustea in Atti e memorie dell’Accademia Petrarca di Lettere, Arti e Scienza, 70 (2008), pp. 273-317
– Luca Graverini, Mecenate, Mecenatismo e poesia augustea in Annali Aretini, 12 (2006), pp. 49-71
– Bernard Andreae, Die Bildnisse des Gaius Cilnius Maecenas in Arezzo und an der Ära Pacis in Mitteilungen des Deutschen Archäologischen Instituts, Römische Abteilung, 112 (2005), pp. 121-161

Fonte: www.finestresullarte.info, 3 ott 2023

Michele Santulli. Le due Agostine, di Corot.

E’ una pagina dell’artista J.B.C. Corot (1796-1875) scarsamente frequentata pur essendo al contrario estremamente significativa; in verità nel canone delle sue opere si registrano non due ma una sola vera Agostina: in effetti quella conosciuta e da tutti ricordata e illustrata, è la Agostina celeberrima esposta con questo nome alla National Gallery di Washington che illustra una modella con addosso gli abiti ciociari di cui l’artista disponeva nello studio e che combinando spesso in maniera poetica, cioè folkloricamente critica, faceva indossare alle modelle in posa sulla pedana, come nel presente caso: è vero che lo sfondo del dipinto fa pensare ad uno dei paesi visitati dall’artista quando in quei luoghi circa quaranta anni prima, forse Anticoli Corrado o Olevano e il costume ciociaro indossato, anche esso suggestivo e sentimentale, nei fatti non esiste e la ciociara con quelle belle colorate e variopinte maniche così care all’artista e con la collana di perle o con quel copricapo in testa, nemmeno esiste! In verità, si dirà, l’artista trascende e personalizza, è vero, anche se la verità folklorica come pure quella sociale, non si cancellano.

COROT, 55×46 cm coll.priv

Inizialmente detta opera, quando esposta in una mostra del 1875, era connotata come L’Italienne, negli anni successivi divenuta Agostina, senza fornirne le motivazioni: si tratta perciò in realtà di uno dei soliti battesimi fondati sulle nuvole, stando ai fatti storici qui documentati. Questa è dunque l’Agostina di Corot nota a tutti e cultori e studiosi, ma non l’Agostina vera!
Preliminarmente va ricordato che un’Agostina modella era effettivamente già presente a Parigi sul mercato delle modelle: la conosciamo dalle opere per le quali posò per il giovane ventenne Renoir negli anni ’60 del 1800. In effetti Agostina era già un nome che iniziava a circolare negli ambienti artistici e ancora di più negli anni successivi allorché attirò sicuramente anche l’attenzione del battista del dipinto famoso di cui sopra. E la modella già conosciuta che stiamo descrivendo si chiama Agostina Segatori, nata nel 1841 per caso in Ancona, originaria di Subiaco tra i Monti Ruffi in Ciociaria, a circa 72 Km a Sud di Roma. La sua fisionomia ci è nota dalle opere del pittore E. Dantan di cui fu compagna per circa dodici anni, dai due ritratti di Van Gogh che frequentò per parecchi mesi, dal solo dipinto di ciociara di Manet intitolato L’Italienne, dal ritratto eseguito da Hagborg secondo le ricerche di una studiosa canadese e da numerose opere di Corot stesso: da ciò e da altro, ved. MODELLE E MODELLI CIOCIARI A ROMA, PARIGI E LONDRA 1800-1900, viene confermato senza possibilità di dubbi che la Agostina di Washington del 1866 non è Agostina Segatori! Forse un caso di omonimia, più probabile, come suggerito, un arbitrario battesimo. Già uno studioso del Museo di Washington ha espresso qualche perplessità su tale identificazione in occasione di una recente mostra appunto sulle modelle di Corot.

Le Repos,57,8×101,6 NGA in Washington

La Storia impone che Corot conoscesse bene Agostina, quella vera. Probabilmente in uno dei cosiddetti mercati delle modelle, forse quello della Via Mouffetard nel Quartiere Latino, dove nelle viuzze vivevano numerose comunità soprattutto di ciociari in gran parte originari della Valcomino, tutto lascia immaginare che un bel giorno l’artista vi abbia fatto una passeggiata e qui individuato Agostina, giovane, fresca, bella, nel suo magnifico abbigliamento colorato. Si stabiliscono le condizioni e si prendono gli accordi e il giorno dopo iniziano le sedute allo studio al Faubourg de la Poissonière, non distante. La modella è di fronte, forse col tamburello in mano: e l’artista guarda e osserva e alla fine decide e si mette al lavoro: la natura è la sua guida!
Questo sarà veramente il primo ritratto di donna che non è parte della cerchia familiare o amicale. E’ un momento decisivo per l’artista: a parte il soggetto femminile, Corot vuole dimostrare e mostrare che la sua abilità pittorica celebrata nel suo paesaggismo ormai famoso, non rifugge dalla figura umana, come qualche malevolenza propalava. E inizia il lavoro: la ritrae così come si è presentata allo studio e nasce in non pochi incontri e sedute la ciociara col mandolino e il tamburello!
Corot conformemente ai suoi principi, opera nel rispetto della natura e quindi davanti a noi appare il ritratto fedele e distintivo della modella Agostina, non disturbato da orpelli e sfondi vari: la sola libertà dell’artista è: il mandolino! Corot sa bene che tale strumento è un elemento spurio nella realtà folklorica ciociara, non è esclusa anche qualche osservazione da parte della modella e perciò l’artista senza pertanto venir meno al suo progetto, non fa che dipingere un tamburello sul pavimento, a guisa di risarcimento sociale e artistico e di impareggiabile firma! Tra le circa trecento opere con donne compiute nei quindici anni a venire questa fa parte delle undici-dodici folkloricamente ciociare e, salvo le poche unità in abiti greci o orientali, gran parte delle altre pure in abiti ciociari ma poeticamente e sentimentalmente assemblati.
Immediatamente dopo questa opera, Agostina ci si presenta negli abiti di Eva, quale ci mostra ‘Le Repos’ anche al Museo di Washington, dove pure è presente il tamburello di Agostina, più discretamente indicato!
Seguirà nel corso di questa collaborazione durata almeno tredici anni una serie di capolavori tra i quali, oltre a quelli più sopra ricordati, ‘La lettura Interrotta’ del Museo di Chicago, ‘La Dama in blu’ al Louvre, ‘Nymphe Couchée’ al Museo di Ginevra, ‘Baccante in riva al mare’ al MET di New York, la splendida ‘Cicala’ o ‘Grasshopper’ al Museo Norton Simon di Pasadena, USA.

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu