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Alessandra Sileoni (a cura di). La riscoperta degli Etruschi nel XVIII secolo. Il ruolo di Franciszek Smuglewicz.

L’evento vuole ricordare la figura e l’opera del pittore polacco-lituano, Franciszek Smuglewicz, che soggiornò a Roma e nel Lazio, tra il 1763 e il 1784.
Arrivato nella Città Eterna come giovane borsista di re Stanislao Augusto, ebbe modo di frequentare prima l’Accademia del Nudo in Campidoglio e poi l’Accademia Nazionale di San Luca, due delle più prestigiose scuole d’arte dell’epoca.
Ebbe così inizio un lungo percorso artistico caratterizzato, in gran parte, dalla realizzazione di opere incentrate su tematiche storiche ed archeologiche. Tra queste, degne di menzione sono riproduzioni delle pitture della Domus Aurea e di alcune tombe di Tarquinia. Nel corso del Settecento, a far maturare un rinnovato interesse verso la civiltà etrusca, furono in concomitanza l’apertura di svariati scavi, purtroppo condotti senza fondamento scientifico, e il fervente dibattito intavolato intorno ai monumenti che si andavano scoprendo.
Un ruolo sostanziale lo giocarono la Tuscia e i suoi monumenti, in particolare le tombe tarquiniesi, forte richiamo per quegli artisti che videro in quelle pitture un modello replicabile. Fu così che l’architetto James Byres, richiamò nell’allora Corneto (Tarquinia), l’antiquario Thomas Jenkins, artista, commerciante d’arte e banchiere in Roma, con il quale collaborava. Questi vi giunse nel 1761 e dopo aver perlustrato il pianoro della Civita, promosse delle ricerche nella necropoli dei Monterozzi, portando alla luce tre camere, di cui vennero riprodotti i dipinti murali, insieme alle iscrizioni, al tempo ancora leggibili, sulle pareti della tomba del Cardinale. Byres coinvolse anche il pittore polacco Franciszek Smuglewicz, al fine di compilare una raccolta di sessanta illustrazioni di cinque tombe. Ma l’opera dell’architetto scozzese, che peraltro si dimostrò un antesignano della moderna ricerca archeologica nel modo di analizzare e documentare i monumenti antichi, fu pubblicata a Londra solo nel 1842 da Frank Howard con il titolo “Hypogaei or Sepulcral Caverns of Tarquinia. The Capital of Ancient Etruria”, ormai priva del testo che accompagnava i disegni, andato perduto. Tale increscioso ritardo fece si che le tavole poste a corredo dell’opera, sebbene realizzate dal collaboratore polacco il quale per portare a termine il lavoro affidatogli dal Byres soggiornò a più riprese a Corneto tra il 1764 e il 1766, fino al secolo scorso furono erroneamente attribuite al Byres stesso.
Sulla figura di Franciszek Smuglewicz e sul suo ruolo in seno alla ricerca antiquaria settecentesca, si sono interrogati autorevoli studiosi in un convegno che si è tenuto a Tarquinia, il 10 settembre 2021, proposto dall’Ambasciata di Polonia e dall’Istituto Polacco a Roma e possibile grazie alla sempre proficua collaborazione tra la Società Tarquiniense d’Arte e Storia e Omnia Tuscia, entrambe intente a promuovere e valorizzare, anche a livello internazionale, la storia della Tuscia e il suo territorio.
Gli esiti di quel convegno sono confluiti nel Bollettino annuale della S.T.A.S., a cui si sono aggiunti altri contributi.
Il volume apre infatti l’articolo di Claude Albore Livadie, dedicato a Witold Dobrowolski, studioso a cui si deve il riconoscimento della paternità di queste incisioni e di altre opere dell’artista polacco. Come ravvisa Jerzy Miziolek, il lavoro di Smuglewicz penalizzato dalla scarsezza di informazioni viene ancora oggi riconosciuto con insufficienza e risolto per sommi capi da insoddisfacenti citazioni in recenti pubblicazioni. Ma quella che emerge dalla lettura di questi atti è una duplice prospettiva sul pittore polacco: quale protagonista preminente di quei nuovi fermenti che nel XVIII sec. animarono gli ambienti culturali di tutta Europa, e in qualità di testimone dell’aprirsi della cittadina tirrenica ad operazioni di ampio respiro, animate da intellettuali, artisti, antiquari stranieri e caldeggiate da personaggi locali che percepirono come le scoperte di quegli anni a Corneto avrebbero concorso a ritagliarle un ruolo non secondario nel panorama dell’erudizione antiquaria e, soprattutto, nella tanto agognata ricostruzione del mito etrusco, che solo in quel secolo pare realmente avviata, come sottolinea Maurizio Harari.

Info:
www.accademiasanluca.it; tel. 06 6798848 – 06 6798850

roma

ROMA. A Palazzo Nardini scoperto un affresco del ‘400.

Mentre percorre il loggiato che affaccia sulla grande corte interna di Palazzo Nardini, il professor Antonio Forcellino si ferma ad ascoltarne “il respiro”. Il rumore di Roma, lasciata alle spalle oltre il grande portale cui si accede da via del Governo Vecchio, è solo un ricordo lontano.
“Questo è il Quattrocento”, esclama il professore, rimirando un pezzo di città rimasto per anni inaccessibile, e ora oggetto di un progetto di recupero filologico e rinnovamento che Forcellino sta conducendo da oltre un anno insieme ad un team di esperti che lo vede, ancora una volta, al lavoro accanto a sua moglie architetto.
“A casa ormai non parliamo d’altro, questo progetto è come un figlio; affrontiamo il restauro come un rammendo che richiede piccole cuciture, da apportare con pazienza”, spiega.
Al restauratore e storico, tra i maggiori studiosi europei di arte rinascimentale, è stata affidata la direzione del cantiere che porterà alla rinascita di Palazzo Nardini entro il 2025. E l’impegno ha ripagato la squadra con la scoperta di un affresco di fine Quattrocento che Forcellino non esita a definire “eccezionale”: nella sua carriera sono numerosi i restauri di grande rilievo – si pensi al Mosé di Michelangelo o alle Sibille di Raffaello – “ma qui ho provato un’emozione diversa, al cospetto di qualcosa che non si conosceva, di cui si era completamente persa memoria. E che sarà fondamentale per dare una nuova luce agli studi sull’arte del Quattrocento romano”.
Dunque è lui a guidarci nella lettura dell’affresco raffigurante il Banchetto di Baldassarre, episodio tratto dall’Antico Testamento, quando il re di Babilonia, durante l’assedio alla sua città, imbandisce una tavola opulenta, anziché provvedere alla sua difesa. L’opera, di grande qualità pittorica e finora non attribuita, è ancora in fase di restauro, al momento celata dal cantiere che procede a buon ritmo, in attesa di essere rivelata al pubblico.

Ripercorriamo il processo che ha portato alla scoperta dell’affresco: era prevedibile aspettarsi di trovarlo?
Quello che abbiamo fatto e stiamo facendo in cantiere è riscrivere tutta la storia di Palazzo Nardini, a partire dalle evidenze materiali, grazie alle quali stiamo capendo come si è sviluppato il palazzo nelle sue diverse fasi. Era necessario comprendere quali fossero le parti più antiche, quali invece il cardinale avesse acquisito in un secondo momento: “Quando sono entrato per la prima volta e ho visto le condizioni di pessima conservazione del palazzo, ho subito proposto alla committenza di fare un lavoro di salvataggio totale delle parti rimaste, e questa è stata la fortuna che ha portato a rinvenire gli affreschi, che sicuramente non stavo cercando. Volevo, piuttosto, salvaguardare i vecchi intonaci del Seicento, Settecento, Ottocento. Ma la fiducia della committenza, con cui si era già lavorato al recupero e al restauro di Palazzo Alberini, è stata ripagata: considero il recupero dell’affresco frutto del karma del palazzo, che restituisce un capolavoro assoluto e sana le ferite inflitte dai restauri brutali del passato.”

In quale ambiente del Palazzo ci troviamo? È plausibile ipotizzare che anche altri ambienti fossero affrescati?
Abbiamo rinvenuto l’affresco in uno degli ambienti più antichi del palazzo, che in origine doveva essere un atrio importante. È riemerso in modo inaspettato mentre sfogliavamo gli strati di intonaco. Non ce l’aspettavamo anche perché non ce n’è notizia in letteratura, ma grazie ad un documento d’archivio abbiamo capito perché: nel 1541 un crollo interessò la parte est della sala, che doveva aprirsi su via di Parione, da cui evidentemente si accedeva in origine al palazzo, prima del suo ampliamento su via del Governo Vecchio. Quindi il loggiato fu chiuso, con la costruzione di maschi murari e un rifacimento dell’ambiente che obliterò l’affresco, eseguito in uno stile che nel frattempo non andava più di moda. Dunque non fece in tempo a vederlo Vasari, fonte importantissima per l’epoca. Ma già tra il 1527 e il ’41 gli affreschi erano stati dimenticati, perché il palazzo fu vittima del Sacco dei Lanzichenecchi. Nei documenti abbiamo trovato tracce evidenti di queste ribalderie. Tra l’altro, già negli Anni ’80 del Quattrocento, lo stesso cardinal Nardini doveva aver abbandonato il nucleo più antico della sua abitazione privata, e anche questo contribuì al rapido oblio degli affreschi. Sempre i documenti ci dicono che altri ambienti erano decorati: purtroppo non ne resta traccia.

Dunque in che fase collochiamo la realizzazione dell’affresco e perché è importante per comprendere la storia del Palazzo?
Nel tentativo di comprendere che ruolo avessero gli affreschi nella realizzazione del palazzo, abbiamo provato a cercare negli archivi documenti di committenza, che però non risultano, al contrario del successivo atto di donazione dell’edificio e del testamento del Nardini. Stiamo lavorando con l’architetto Cristiani, Diotallevi e Felici sull’incrociare i dati materiali – come le lesene di travertino sepolte nella muratura che ci indicano una prosecuzione del palazzo a nord – con i documenti già conosciuti. Questo ci dà nuove informazioni, ma sarà difficile comprendere con certezza chi ha eseguito gli affreschi, certamente opera di una mano di grande talento e molto raffinata. Per la datazione, invece, ci aiutano i graffiti che stiamo rinvenendo sulla superficie: il 1477 è il termine ante quem. Si può indagare sugli artisti più importanti che erano a Roma in quel momento.

Guardiamo l’affresco. La prima cosa che colpisce è la scelta del monocromo verde.
La tecnica utilizzata, insieme alla scelta di un soggetto molto particolare, è tra le motivazioni che mi portano a definire il ritrovamento di questi affreschi un evento straordinario. La scelta del monocromo ha un’origine di tipo socio-politico: siamo in casa di un cardinale, sappiamo che la cultura quattrocentesca assegnava ai cardinali una manifestazione del proprio potere che doveva essere contenuta nei termini del rigore, della sobrietà e della spiritualità. Il 40% del costo di un affresco, in quel periodo, è riconducibile alla preziosità dei pigmenti, mentre il monocromo è fatto di terre, che sono poco costose: si tratta di un’affermazione di status, il cardinale deve distinguersi dal principe. A Roma non abbiamo più testimonianze di questa cultura della sobrietà cardinalizia, per quanto si tratti di una povertà ipocrita: Nardini chiama comunque il miglior artista sul mercato! Probabilmente un artista che lavora per il papa, cui Nardini era molto vicino.

C’è poi la particolarità del oggetto, un’iconografia rara: il Banchetto di Baldassarre.
Un soggetto poco frequentato, molto colto: il Banchetto di Baldassarre è rappresentato in alcune miniature, come nella Bibbia di Edoardo IV del 1470, e più tardi in un’opera di Tintoretto e in alcuni dipinti di Rembrandt. Ma alla fine del Quattrocento è un messaggio forte contro l’empietà, riconducibile alla minaccia dei Turchi. Nardini era stato incaricato già da Paolo II di organizzare una crociata contro i Turchi, che non si farà mai: i Turchi sono così assimilati ai Babilonesi che distruggono il Tempio, quindi è una presa di posizione molto raffinata. Un manifesto politico nelle corde di Nardini, che interpreto il suo ruolo ecclesiastico da acuto politico, soprattutto durante il papato di Sisto IV. Il nostro affresco diventa dunque anche un’emanazione politica del pontefice nella comunicazione culturale del tempo.
Per quel che riguarda la fonte iconografica, potrebbe trattarsi proprio della Bibbia di Edoardo IV: la rappresentazione è vicinissima, tornano la piattaia, i servi che passano in primo piano, le grandi tovaglie. Non è escluso che poco più tardi l’affresco di Palazzo Nardini fosse stato a propria volta modello per le Ultime cene della Sistina.

Avete formulato un’ipotesi attributiva, guardando allo stile?
La data precoce, ante 1477, e la grande capacità di disegnare a mano libera, farebbero pensare a Melozzo da Forlì, attivo a Roma in quegli anni. Il monocromo però non aiuta l’attribuzione: sarebbe più facile accostarlo con disegni dell’artista. Del resto, la tecnica utilizzata – senza cartoni e spolvero, restano solo le tracce dei fili battuti – fa pensare a una mano molto felice. E alcune fonti ci dicono che Melozzo lavorò altrove per Nardini, come pure per Sisto IV. Inoltre, l’affresco presuppone la conoscenza delle ricerche toscane e umbre del tempo: Melozzo era un pittore del Centro Italia, di certo ne era al corrente. Un articolo di Maria Forcellino, in uscita su Ricerche di storia dell’arte, cerca di fare un primo punto in tal senso.

Ma in fondo risalire all’autore dell’affresco non è la questione più appassionante…
Per ora le ipotesi devono essere contenute, sul tavolo c’è anche il nome di Perugino, che però a Roma è documentato dal ’79. Ma l’attribuzione è un gioco a briscola, non così affascinante. Di certo l’affresco parla da sé, è di una qualità e di una raffinatezza indubbie. E si porta dietro una ridefinizione funzionale del palazzo importante: questo è il grande vantaggio del restauro, che è un processo critico, per citare Brandi. Palazzo Nardini diventa così un grande laboratorio, un polo di studio sul Quattrocento romano – che molto è stato compresso dal Cinquecento – a livello architettonico, oltre che pittorico. Aver trovato un monocromo nel palazzo del Cardinale apre uno squarcio su tutto l’ambito socio-culturale dei principi della Chiesa, il cui decoro corrisponde a regole di cui non avevamo testimonianza, a che adesso testimonieremo.

Qual è lo stato di conservazione dell’affresco? E come si procederà adesso?
Lo stato di conservazione è buono, si sono salvate anche le mezze luci, i bianchi hanno resistito benissimo, ma si vedono ancora anche le velature date con un colore trasparente. Sappiamo che c’era una base verde terra, su cui sono andati a lavorare con il nero, con il bianco e con i mezzi toni. In alcuni punti le lacune non permettono di capire il disegno, noi stiamo procedendo con grande rispetto per metterlo in sicurezza, realizzeremo poi un condizionamento della sala per tenere sotto controllo l’umidità e abbiamo progettato un impianto non invasivo, coperto da una boiserie, sulla parete opposta. Speriamo che l’antico atrio possa tornare a essere centrale, diventando il cuore di una nuova condivisione del palazzo.

Autore: Livia Montagnoli

Fonte: www.artribune.com 23 mag 2024

PONTE DI PIAVE (TV). Villa Giustiniani, la sorpresa durante il restauro: scoperti affreschi della scuola del Veronese.

Un eccezionale ciclo di affreschi cinquecenteschi, dai colori stupendi che si sono conservati nei secoli, nei quali è ricorrente una misteriosa figura di donna. Dopo mesi di ricerche lo studioso Guerirno Lovato ha risolto l’enigma: quella donna che compare spesso altro non è che la Giustizia, rappresentata nei contesti più diversi, dai tempi di pace a quelli di guerra.
«A lungo ci siamo chiesti chi fosse quella donna – racconta Gabriele Tonon, patron della birreria San Gabriel e proprietario della villa che si trova nella frazione di Busco – e quest’attribuzione ci rende felici ed orgogliosi. Quella villa l’acquistai ancora molti anni or sono, non immaginavo celasse un simile tesoro».
Il ciclo di affreschi viene attribuito alla bottega degli “Haeredes Pauli”, firma utilizzata dai membri della famiglia del grande pittore Paolo Veronese (Benedetto, Carlo e Gabriele Caliari) per continuare la sua attività.
Gli affreschi decorano il “portego” al pianterreno, due sale e uno studiolo, nonché le pareti e la volta della scala principale. «Specie quelli dello scalone – spiega Gabriele Tonon – si sono conservati molto bene. Nei secoli erano stati ricoperti da uno strato di calce che in sostanza li ha protetti. Quando la calce è stata rimossa, sono riapparsi con i loro meravigliosi colori».
Uno spettacolo artistico che a breve anche il pubblico potrà ammirare.
«La nostra intenzione – annuncia Tonon – è di adibire la villa a sede di eventi. Abbiamo provveduto a sistemare il parco, e sono stati adeguati i servizi igienici indispensabili se si vogliono organizzare attività aperte al pubblico».
Villa Giustiniani è quanto rimane di un’importante abbazia, fondata dai monaci benedettini intorno all’anno Mille. L’edificio, voluto dal nobile abate Francesco Giustiniani nel 1593, fu affrescato dalla bottega Haeredes Pauli.
«Tutto il ciclo – afferma il proprietario Gabriele Tonon – è dedicato al tema della Giustizia, in onore della casata Giustiniani e della grande giurisdizione veneziana della fine del ‘500. Avevo acquistato la villa ma ero frenato nei progetti di sviluppo – spiega – Ad esempio la barchessa aveva alcuni archi chiusi, erano stati murati dai proprietari precedenti. Per poterla utilizzare quegli archi dovevano assolutamente essere aperti altrimenti l’Usl non mi avrebbe mai dato il nulla osta. Ma gli studiosi non erano d’accordo, insistevano nel dire che le chiusure degli archi erano antiche. Riuscii a rintracciare un uomo che aveva vissuto a lungo nella villa. Sua sorella aveva delle vecchie fotografie degli anni Cinquanta, che mostravano chiaramente gli archi liberi. Fu un vero colpo di fortuna, grazie a quelle foto ottenni il permesso di abbattere i muri che chiudevano gli archi. Tutto questo ha richiesto un sacco di tempo».
Adesso fervono i lavori per aprirla al pubblico. La presentazione ufficiale del restauro degli affreschi e dei nuovi studi svolti avrà luogo sabato 8 giugno, con la visita guidata a partire dalla facciata che è tutta affrescata, con quattro grandi storie romane legate al tema della giustizia. Nelle scene ricorre più volte la città di Venezia.
«Vi è una situazione di guerra – spiega Guerrino Lovato – in cui la Giustizia viene rapita, maltrattata, violata e uccisa. Nel fondo, due galee veneziane con i leoni dorati a prua, attaccano una fortezza turca con la mezzaluna. Sul fondo il profilo di Venezia, la giusta dominante».
Sabato 8 sarà anche presentato il volume “Elogio della Giustizia” che raccoglie gli studi svolti da Guerrino Lovato.

Autore: Annalisa Fregionese

Fonte: www.ilgazzettino.it, 19 mag 2024

FATE – Nuova piattaforma per la fruizione di Beni Culturali e Naturali.

La nuova wave di Philmark Group sposa i temi più avanzati delle nuove tecnologie e viene premiata per FATE – From heAven To Earth, un progetto internazionale visionario, cofinanziato dall’European Space Agency e dall’Agenzia Spaziale Italiana e finalizzato alla progettazione di un Metaverso in ambito Citizen Science e Cultural Heritage.
FATE ha come fine ultimo quello di rendere il turismo un “bene collettivo, accessibile e inclusivo” attraverso la preservazione dei siti culturali e naturalistici nazionali ed internazionali, la loro fruizione in Virtual Reality e Augmented Reality anche a scopo professionale e il coinvolgimento attivo dei cittadini attraverso il Turismo virtuale.
La piattaforma FATE, oltre ad essere un importante hub di nuove esperienze turistiche dei Beni Culturali e Naturali (musei, pinacoteche, parchi archeologici, ecc.), si propone dunque di diventare una Banca Dati di realtà culturali funzionali agli specialisti dei diversi settori coinvolti (archeologi, storici dell’arte, antropologi, fisici, ecc.).
Per testare la piattaforma FATE sono stati selezionati due siti archeologici:
– La millenaria città di Ebla (Siria), insieme al suo Archivio Reale, riconosciuta come la scoperta più leggendaria del XX secolo da parte degli archeologi italiani;
– Cencelle, città medievale dell’Alto Lazio fondata nell’854 d.C. e con continuità di vita fino al XVII secolo. Gli archeologi sono stati affiancati da biologi, antropologi, archeozoologi, ingegneri, storici della medicina, geologi e chimici da quasi trent’anni, ottenendo un enorme mole di dati, grazie ad un approccio interdisciplinare.
Philmark Group è molto orgogliosa di questo successo, in quanto è un esempio vincente di sinergia:
– Tra le diverse BU e Aree di Philmark Group, nello specifico la Factory, l’area Consulting e l’area Games, a coronamento degli sforzi intrapresi trasversalmente in questi anni;
– Tra una realtà industriale e il sistema universitario; per questo si ringrazia il Dipartimento di Scienze dell’Antichità e il Dipartimento di Ingegneria Astronautica ed Energetica della Sapienza Università di Roma, coinvolti entrambi attivamente nel progetto.
Per maggiori informazioni è possibile visitare la pagina sul sito dell’ESA.

Fonte: www.archeomatica.it 1 mag 2024

Giuseppe C. Budetta. Arte neolitica.

Per alcuni, l’arte neolitica fu humus da cui germogliarono i miti. L’arte neolitica nacque dall’esigenza di dare una risposta universale al mistero del cosmo, della vita e della morte?
Forse non è mai esistita una società umana senza i miti che spiegassero l’inspiegabile, facendo luce sull’invisibile e che guardasse alla Causa del Tutto. Il mito fu il tentativo di Homo Sapiens sapiens di diffondere un’anima collettiva?

Leggi tutto nell’allegato: ARTE NEOLITICA

Autore: Giuseppe C. Budetta – giuseppe.budetta@gmail.com