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Francesca Bianchi, Cyprea, la rete di Afrodite: al Colosseo un ponte culturale tra Italia e Cipro.

È stata prorogata fino a gennaio 2025 la mostra internazionale Cyprea. La rete di Afrodite, allestita al Parco archeologico del Colosseo, nelle sale del Museo del Foro Romano. FtNews ha intervistato il prof. Giorgio Calcara, curatore di questa mostra che intreccia l’arte contemporanea con l’archeologia, celebrando la figura di Afrodite e il legame storico-culturale tra Italia e Cipro….

Leggi l’intervista nell’allegato: Cyprea, la rete di Afrodite al Colosseo

Autore: Francesca Bianchi – francesca-bianchi2011@hotmail.com

Michele Santulli. Silvestro Schedrin, artista russo in Italia.

La grande Russia, pur se nel corso dei secoli sempre in condizioni precarie rispetto alla maggioranza della popolazione: la immensità del territorio, pari a Cina e Stati Uniti assieme, non favoriva protezione e controllo adeguati.
Un cambiamento e l’apertura e le iniziative con Pietro il Grande nel corso del 1700 e poi con Caterina II, pur se sistematica protezione e privilegi fossero ancora riconosciuti ai nobili ed ai grandi proprietari terrieri tanto che ad una certa epoca fu loro riconosciuta la facoltà di poter disporre in certi casi perfino della esistenza dei propri contadini fino alla carcerazione o alla deportazione, senza alcun intervento della Giustizia!
Sarà il fatidico 25 ottobre 1917 che, finalmente, rovescerà la situazione, questa volta a vantaggio dei contadini e degli operai e la fine dello zarismo e dello sfruttamento e dei privilegi!
Allo stesso tempo apertura all’Europa e l’inizio di un vero e autentico processo di occidentalizzazione del Paese: tutto comincia a vedersi a San Pietroburgo sotto Pietro il Grande, all’epoca capitale del Paese.
E’ nel corso del 1800 e prime decadi del 1900 che si assiste al vistoso movimento teso verso l’Europa di imprenditori e di diplomatici e di viaggiatori e di artisti, pittori e scrittori e compositori, ecc. e, eccezionale novità europea, delle giovani donne già scolarizzate intenzionate a proseguire gli studi nelle università svizzere di Zurigo ed in special modo di Berna diventate, specie quest’ultima, dei veri focolai di cultura delle studiose russe.
Le donne russe nel 1800 e 1900 rivestono un ruolo fondamentale nella cultura europea a seguito della loro libertà di pensiero e di azione e della preparazione nonché professionalità universitaria, nell’ambito della politica, dell’arte, della filantropia.
Tra i pittori più noti in Italia si contano Karl Briullov, Alex Ivanov, Or Kiprinskij e maggior attenzione si deve a Silvester Schedrin (1791-1830) perché più di tutti innamorato di Roma e, più ancora, del Golfo di Napoli, fino alla prematura morte.
Cadde anche lui preda felice di quei luoghi: si rammentino le parole di Goethe in quei medesimi anni anche lui a Napoli: “finalmente in Arcadia”, a quell’epoca veramente incantati e di quella natura sfolgorante di verde e di profumi e poi di Napoli e di Sorrento, Amalfi, Capri, Ischia, Pozzuoli, all’epoca autentici gioielli della natura e Pompei ed Ercolano che cominciavano a risorgere e le tante località e siti che percorreva avidamente ogni giorno, mai sazio, alla ricerca degli angoli più sconosciuti, a dorso di un asinello, con la sua cassetta dei colori, il cavalletto e forse anche l’ombrello per le riprese all’aria aperta.
Tutte le sue opere, pari alle foto di un artista fotografo, sono la immagine fedele dei luoghi visitati ripresi fino ai dettagli più inverosimili, in uno spirito già moderno, quasi impressionista, non accademico e freddo come l’epoca esigeva, tanto moderno ed all’avanguardia da venir considerato (vedi .P. Ricci) ispiratore di Pitloo e maestro di Giacinto Gigante, i due grandi pittori dell’epoca, con lui i fondatori della Scuola di Posillipo.
Quelle vedute e scorci napoletani o di Sorrento o di Capri, all’ombra di un Vesuvio fumante e sempre minaccioso, quella ricca umanità impegnata nei propri lavori a riparare le reti o a scaricare il pesce o sulla barca o le bancarelle ed i chioschi, quelle donne e quegli spettatori sdraiati per terra, quei colori, quella ricchezza cromatica, quella varietà di vestiture rese così fedelmente; le rocce, gli incredibili colori e sfumature del mare nelle varie ore del giorno, il cielo, la luna….; quale incanto e soprattutto quale novità quella quantità di persone che popolano le sue scene, dominate dal paesaggio e dalle case e dalle pareti rocciose e dai panorami che incombono.
Pur se quelle figurine, in realtà elementi quasi sempre secondari del paesaggio imponente, in realtà credo che sia la prima volta che vengano offerti all’occhio dell’osservatore in modo così fedele e ricco.
Uno degli spettacoli ricorrenti della sua opera sono le verande, i pergolati, le terrazze e quali
panorami mette sotto i nostri occhi a Sorrento, ai paesetti della costiera sorrentina, ad Amalfi e quanta diversa umanità, sempre vista con attenzione e perfino simpatia e amore! E anche i personaggi in queste visioni, quasi in un caleidoscopio, non sono più come le figurine delle vedute ma come parti integranti dello spettacolo naturale che ci offre alla vista.
Naturalmente ci ha lasciato anche splendide vedute di Roma, della fontana del Gianicolo, di San Pietro, del Colosseo e dei Castelli, in particolare del Lago di Albano anche con qualche  ciociarella in costume.
A Roma Schedrin era ricercato e stimato nella ricca comunità russa di aristocratici e di artisti che nel 1800, e anche in gran parte del 1900, costituivano la comunità più all’avanguardia e cosmopolita.
Un altro autentico innamorato dell’Italia dunque, dell’Italia di altri tempi, Schedrin, andato via da questo mondo così giovane, chissà di quanto e di che cosa ci ha privato!
Andando a Sorrento, assieme alla visita del gioiello di Museo Correale, non si manchi di rendere visita alla tomba di Schedrin, al Cimitero Comunale, arricchita da una scultura dell’artista mentre dipinge realizzata da un amico scultore, dietro incarico dello Zar Alessandro I.

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

 

ERCOLANO (Na). Il Packard Humanities Institute dona al Demanio per il Parco di Ercolano un’area di 36.400 mq.

La Fondazione Istituto Packard per i beni culturali (che agisce in Italia per il Packard Humanities Institute) ha donato all’Agenzia del Demanio un’area di 36.400 metri quadrati che saranno destinati al Parco archeologico di Ercolano.
La donazione rappresenta una svolta nell’ampliamento e valorizzazione del Parco. Il terreno in questione si trova al confine meridionale del Parco archeologico dove le fondazioni Packard realizzeranno nuove strutture con laboratori di restauro, uffici direzionali e depositi per le collezioni.
«Dopo la firma, il 24 luglio, del Protocollo d’intesa tra il Ministero della Cultura, il Parco archeologico di Ercolano, il Comune di Ercolano e il Packard Humanities Institute, stiamo costruendo un futuro di totale rinnovamento delle strutture e degli spazi a servizio del Parco che non sarà più un’isola all’interno della città moderna, ha dichiarato il direttore del Parco archeologico di Ercolano, Francesco Sirano. Si tratta, aggiunge, solo dei primi passi di un più lungo percorso previsto nel Protocollo d’intesa. Le opere saranno realizzate con finanziamenti dell’ente filantropico americano Phi e pubblici. In particolare, i nuovi depositi e laboratori e gli uffici avranno standard qualitativi altissimi e saranno a totale carico delle fondazioni Packard che li donerà al Parco».

Fonte:
www.ilgiornaledellarte.com 20 dic 2024

Michele Santulli. Ciociare nei Musei Vaticani.

L’iconografia del costume ciociaro cioè le opere d’arte che illustrano la donna o il contadino o il brigante o il pifferaro in costume ciociaro è quella più ricorrente e più comune nell’ambito dell’arte occidentale tra fine 1700 e prime decadi del 1900, all’incirca 150 anni caratterizzati da quella che gli artisti stessi definirono peinture de genre à l’italienne, che la maggior parte dei pittori europei illustrarono e che anche la crema, Degas, Corot, Manet, Cézanne, Sargent, Leighton, Van Gogh, Picasso fino ai futuristi amarono e decantarono, come nessun altro soggetto.
La Ciociaria, la regione distesa ai piedi di Roma, una volta Latium Novum, poi Campagna di Roma, è la regione madre di Roma; la Chiesa, sempre pragmatica, ha tenuto sotto costante vigilanza la Ciociaria perché dall’inizio della storia, tra il tanto altro, è stata anche la vera sacrestia di San Pietro arricchendo sistematicamente le gerarchie con preti e monaci fino ai monsignori ed ai cardinali e ad almeno nove papi nel corso dei secoli. E la Chiesa ha confermato tale attenzione l’8 dicembre 1854 allorché proclamò, nella persona di Pio IX, il Dogma della Immacolata e nel quadrone esposto in San Pietro confermò pubblicamente che il popolo di Roma erano in prevalenza i ciociari, come presenti anche alla cerimonia.
Fu la prima volta che ufficialmente si prese atto che la numerosa presenza ciociara a Roma in realtà si imponeva sul popolino di Pinelli e sui bottegai e cantinieri grazie al notevole successo tra gli artisti stranieri e nazionali e a non poche altre motivazioni: al lettore attento raccomando in merito il libro CIOCIARIA SCONOSCIUTA.
Tuttavia in quella solenne giornata del 1854, nelle Paludi Pontine soffrivano e morivano ancora quantità di povere creature ciociare, a causa della malaria, della cui terribile esistenza quasi secolare nessuno si era mai dato premura.
Negli anni successivi tale attenzione della Chiesa doveva venir confermata e ribadita grazie alla realizzazione nei Musei Vaticani della Stanza della Immacolata Concezione dove venne illustrato ai posteri lo straordinario evento e dove anche ora il popolo è rappresentato dalla bella ciociarella nel suo magnifico costume che addita al pargolo la figura officiante del Papa. Ed è di questi giorni la notizia gioiosa e perfino esultante da parte degli specialisti vaticani della scoperta nei loro depositi e della presentazione ed esposizione nei Musei Vaticani, del quadro suggestivo di una seconda ciociara!
Il titolo dell’opera, significativa anche per le dimensioni, 140×222 cm, è Malaria, e illustra una ciociara che assiste un adolescente sofferente steso su un giaciglio: la dr.ssa Micol Forti, incaricata del Vaticano per l’arte dell’Ottocento e Novecento, ha trovato le parole idonee per evidenziarne la grande qualità ed impegno artistico nonché significato; l’autore è una donna, Maria Martinetti (1864-1937), romana, educata alla pittura da uno dei due o tre grandi maestri della Roma fine1800-inizi 1900 e cioè Gustavo Simoni; e Malaria è la consacrazione stupefacente quasi incredibile della simbiosi maestro-allieva!
E per tornare al terribile morbo fu solo tra fine 1800 e inizi 1900 che un manipolo di benpensanti iniziò ad intervenire specie sui bambini delle micidiali Paludi Pontine, dapprima vicino a Roma e poi piano piano anche più a Sud: è stata una pagina che rende indimenticabili i protagonisti e che andrebbe eternata a caratteri d’oro nella storia del Paese ed in special modo nelle Cronache della Ciociaria, un momento miracoloso e magico che ispirò Giovanni Cena noto scrittore e giornalista e la sua compagna Sibilla Aleramo, famosa scrittrice, Angelo Celli, virologo e scienziato e uomo politico con la compagna Anna Fraentzel tedesca instancabile e sensibile nella sua opera a favore dei poveri bimbi; determinante contributo didattico nonché amministrativo ed organizzativo nella creazione di scuole e strutture venne da Alessandro Marcucci, maestro e pedagogo e da altri benemeriti tra cui il pittore Duilio Cambellotti che con la sua arte documentò ed illustrò la esistenza nelle paludi: in merito è bello rammentare al lettore che nella originaria Littoria, oggi Latina, sorta sulla bonifica delle Paludi Pontine, alcuni benpensanti e le istituzioni sensibili, negli anni passati hanno istituito un Museo a Duilio Cambellotti con numerose opere e documenti sulle Paludi. Va ricordato che a tale manipolo si aggiunse anche lo scienziato Ettore Marchiafava originario di Patrica, medico personale del re e del papa, che con Angelo Celli, individuarono i germi patogeni della malaria e finalmente debellarla: Angelo Celli, anche membro del Parlamento, ottenne che il chinino, farmaco miracoloso, venisse distribuito gratuitamente ai ciociari delle Paludi.

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

Didascalia immagine:
Martinetti, M.: La Malaria, 140×222 cm, 1887, Stanze Vaticane

CANOSA DI PUGLIA (BT). La donazione Cannone alla Fondazione Archeologica Canosina di un terreno a valenza archeologica.

La particella insiste nell’area archeologica degli ipogei Lagrasta, anche detti ‘del tesoro’ per la straordinarietà dei corredi funerari riportati alla luce e oggi esposti in tutto il mondo
“Una donazione che contribuisce ad inserire un nuovo tassello nella salvaguardia dell’imponente storia canosina”. Ha definito così il Presidente della Fondazione Archeologica Canosina, Sergio Fontana, l’atto della famiglia Cannone di Canosa che ha deciso di donare un appezzamento di terra alla fondazione che si occupa di gestire, manutenere e rendere fruibili i beni archeologici di Canosa.
Si tratta di una porzione di territorio modesta condivisa da più eredi, che acquista una particolare importanza per la sua posizione. Il terreno è, infatti, confinante con l’area archeologica in cui insistono gli ipogei Lagrasta, ovvero il più importante complesso funerario di Canusium e dell’intera regione tra la fine del IV e il I secolo a.C.
La nuova particella che entra nel patrimonio della FAC è limitrofa anche a un altro sito archeologico già nella gestione della Fondazione, quello denominato ‘della Fullonica’, ovvero ‘officina dei fulloni’, un complesso industriale di epoca romana edificato su una preesistente area sacra di età ellenistica, dove i lavoratori si occupavano di lavare, smacchiare e tinteggiare le vesti: una moderna lavanderia dotata di vasche e canali di scolo, palese testimonianza della intensa attività di produzione e commercializzazione della lana che si svolgeva a Canosa.
Al di là dell’ubicazione strategica o del valore o interesse storico del bene, il Presidente Fontana ha tenuto a evidenziare l’importanza di ogni atto di donazione che provenga da privati: “Ogni elargizione, piccola o grande che sia, come una tessera di un grande mosaico ci permette di ricostruire una parte della storia millenaria di questa città e di metterla a disposizione della collettività. Il doveroso grazie va oggi alla famiglia Cannone, i fratelli Nunzio, Fabrizio, Giuseppe e Rosanna, che bene ha compreso come tutti, anche i privati, abbiano un ruolo fondamentale nella condivisione del patrimonio culturale e debbano sentirsi coinvolti in questo processo di tutela del nostro passato”.

LA ZONA ARCHEOLOGICA DEGLI IPOGEI LAGRASTA E I TESORI CANOSINI NEI PIU’ IMPORTANTI MUSEI DEL MONDO
L’appezzamento Cannone da oggi nel patrimonio della FAC è inserito all’interno di una vasta area archeologica tra le più ‘produttive’ della città in termini di ritrovamenti, al punto che gli ipogei Lagrasta sono stati rinominati ‘ipogei del tesoro’, a testimonianza della straordinarietà dei corredi funerari che sono stati qui riportati alla luce e che sono oggi ammirabili nei più importanti musei del mondo.
Gli ipogei Lagrasta costituiscono una imponente tomba a camera formata da nove ambienti funerari. La tipologia architettonica e decorativa di questo ipogeo monumentale è diffusa in un vasto ambito geografico: Creta, Macedonia, Etruria meridionale, Napoli. A Canosa si ritrova negli stessi ipogei Varrese e Scocchera B. La committenza rimanda ad una ricca famiglia aristocratica indigena: i cosiddetti ‘principi dauni’.
Diversi vasi provenienti dalle camere dell’ipogeo sono ora conservati al Louvre di Parigi – dove, oltre ai reperti provenienti dall’Ipogeo Lagrasta si possono ammirare, molti altri reperti archeologici ritrovati a Canosa – ed al British Museum di Londra: qui, sono centinaia i reperti provenienti da Canosa. Altri due sono visibili sul sito del Musée des Beaux-Arts di Lione, ma anche in Italia, ad esempio al Museo Archeologico Nazionale di Napoli nei cui sotterranei è conservata la maggior parte del ‘tesoro’ rinvenuto nell’Ipogeo Lagrasta e dove si trova anche il famoso ‘Vaso di Dario’ (340 -320 a.C.), una ceramica a figure rosse ritrovata nell’omonimo ipogeo, tra i vasi maggiormente rappresentativi di tutta la ceramografia italiota.
Ma c’è anche un ulteriore aspetto che rende suggestivo questo luogo, ovvero la storia di Medella, una damigella greca, sposata ad un cittadino romano, sepolta nell’ipogeo Lagrasta nel 67 a.C ed ultima ad avere esilio in questa tomba. A dircelo è una iscrizione nel tufo di una delle stanze sepolcrali. La fanciulla fu deposta su un letto bronzeo insieme al ricco corredo funerario che ricomprendeva ori, stoffe, vasellame. Il tesoro di Medella è stato traslato, prima, al Museo Borbonico di Napoli e, poi, in quello Nazionale di Copenaghen, mentre il suo iconico diadema risplendente di pietre preziose e finemente intarsiato oggi è esposto a Parigi, al Museo del Louvre. Un destino simile a quello avuto dagli ori di Opaka, principessa vissuta nel VI secolo a.C. a Canosa e spirata appena 14enne: il suo diadema, capolavoro di oreficeria del III secolo a.C., è conservato al Museo Archeologico di Taranto insieme agli altri monili ritrovati in quella che fu rinominata ‘la tomba degli ori di Canosa’, assieme agli ipogei Lagrasta la più celebre tomba canosina.
“Al Metropolitan di New York è esposta una scatola in terracotta raffigurante una coppia seduta insieme ad Eros- ha detto ancora Fontana citando un altro dei reperti di Canosa oggi in uno dei più importanti musei del mondo – La nostra città oggi dovrebbe essere conosciuta in tutto il mondo per l’importante contributo alla ricostruzione storica che continua a dare. Alla luce di ciò – ha concluso – risultano ancora più importanti le donazioni a favore di chi lavora in loco: musei e fondazioni che conservano ed espongono qui i nostri tesori”.

Fonte:
Laura Bienna – Digital PR e Corporate communication
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