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VINCENZA. Tutankhamon Caravaggio Van Gogh. La sera e i notturni dagli Egizi al Novecento.

tutankIn diretta dagli studi di TVA Vicenza, in una trasmissione interamente dedicata all’argomento, per la prima volta lo stesso Marco Goldin svelerà i contenuti dell’esposizione da lui curata, illustrando temi e contenuti di un’ampia rassegna che, dalla notte di Natale di questo 2014, permetterà di accogliere in Basilica Palladiana circa 120 opere, suddivise in sette sezioni di carattere tematico.
caravaggioIn uno studio televisivo interamente scenografato con le immagini di alcuni dei capolavori esposti, si offrirà al pubblico, in anticipo di sette mesi, una selezione di oltre quaranta opere provenienti dai musei di tutto il mondo. Ai telespettatori sarà mostrata per esempio un’anticipazione dell’allestimento attraverso la visione “renderizzata” delle prime due sale, quelle dove verranno accolte le opere dell’antico Egitto, concesse in prestito dal Museum of Fine Arts di Boston, che ospita una stupenda e ampia collezione tra l’altro proprio di arte egizia. Allestimento che, ne siamo sicuri, susciterà in voi meraviglia e stupore. Marco Goldin proseguirà poi nell’analisi delle altre sei sezioni della mostra, che quindi saranno per la prima volta svelate, anche rispondendo alle domande di alcuni giornalisti che saranno presenti in studio, assieme al Sindaco di Vicenza, Achille Variati, e al vice Sindaco, Jacopo Bulgarini d’Elci.
monetLa trasmissione, realizzata con la partecipazione di Segafredo Zanetti, main sponsor della mostra, sarà visibile sul canale 10 del digitale terrestre e sul canale 832 del bouquet di Sky, e si concluderà alle 22.30.
Le prenotazioni per la mostra “Tutankhamon Caravaggio Van Gogh. La sera e i notturni dagli Egizi al Novecento”, prenderanno il via, per i soli biglietti aperti, il prossimo 26 maggio, sia dal sito www.lineadombra.it che attraverso call center (0422.429999).
Dal 15 settembre tutti – gruppi, scuole e privati -, potranno prenotare anche i biglietti a data fissa.

Info:
Vicenza, Basilica Palladiana, 24 dicembre 2014 – 2 giugno 2015
0422429999- http://www.lineadombra.it

TORINO. PreRaffaelliti, l’utopia della bellezza.

image002A Palazzo Chiablese fino al 13 luglio 2014.
Settanta capolavori della Confraternita dei Preraffaelliti dalla collezione della Tate, sono a Torino fino al 13 luglio 2014, dopo un tour mondiale, prima di rientrare a Londra dove verranno custoditi in un’ala dedicata del museo e da cui non sciranno per molti anni.
L’esposizione, realizzata e curata da Alison Smith, capo curatore della sezione di arte inglese del XIX secolo presso la Tate Britain, insieme a Caroline Corbeau-Parsons (Assistente Curatore, Arte Inglese 1850-1915), presenta per la prima volta a Torino e in Italia alcuni capolavori indiscussi della Confraternita dei Preraffaelliti, summa pittorica dell’età vittoriana.
Promossa da Comune di Torino – Assessorato alla Cultura, Turismo e Promozione, dalla Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Piemonte e dal Polo Reale di Torino, la mostra è prodotta da 24 ORE Cultura – Gruppo 24 Ore e realizzata in collaborazione con la Tate Britain e ha ottenuto il patrocinio del MiBACT – Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo.
image004La voce italiana della mostra sarà Luca Beatrice che racconterà, in un saggio a catalogo e nel video in mostra, l’influenza che la Confraternita dei Preraffaelliti ha avuto sulla cultura occidentale, tra gotico e dark, a partire dagli anni ’80. Autentici precursori dello stile New Gothic che hanno trovato un punto di riferimento nell’eredità delle tematiche preraffaellite sono, ad esempio, i registi Tim Burton e Francis Ford Coppola con le loro poetiche visionarie, la moda dark interpreta da Alexandre McQueen, Karl Lagerfeld, John Galliano e Jean Paul Gaultier o, ancora, i gruppi del dark inglese come i Big Four, i Joy Division, i Bauhaus e, soprattutto, i Cure.
La mostra, allestita nello spazio mostre del Polo Reale, in Palazzo Chiablese, in cui saranno presenti vere e proprie icone del periodo come Ophelia di John Everett Millais, L’amata (La sposa) di Dante Gabriele Rossetti, Prendete Vostro figlio, Signore di Ford Madox Brown e Sidonia von Bork 1560 di Edward Coley Burne-Jones – intende dar ragione di ogni aspetto tematico del movimento preraffaellita e si articola quindi in 7 sezioni:  La Storia, La Religione, Il Paesaggio, La vita moderna, La poesia, La Bellezza e Il Simbolismo.
image011La storia della Confraternita dei Preraffaelliti ha inizio con tre giovanissimi artisti John Everett Millais, Dante Gabriel Rossetti e William Holman Hunt decisi a ribellarsi contro il soffocante establishment dell’epoca per creare opere più vere e ispirate direttamente alla natura, alla storia, alla religione e alla letteratura. La Confraternita, fondata nel settembre del 1848, aveva l’obiettivo radicale di cambiare la società attraverso l’arte, ispirandosi agli ideali del passato e del primissimo Rinascimento.
I Preraffaelliti hanno dipinto quindi i loro paesaggi en plein air per riprodurre il più fedelmente possibile ogni fiore e ogni stelo d’erba. Le loro donne sono persone in carne e ossa, con una sensualità mai celata e spesso ostentata. I loro colori, presi direttamente dalla natura, hanno un’intensità di gioiello, la luce è quella cristallina e diretta del sole. I loro quadri raccontano una storia, spesso presa da Dante Alighieri o William Shakespeare, dalle novelle medievali o dalla Bibbia e puntano sempre a un forte impatto emotivo. La religiosità, tema spesso presente nei quadri dei Preraffaelliti è espressa con un’intensità che all’epoca spesso sconvolse i critici d’arte vittoriani come Charles Dickens, ma che incontrò invece il favore di John Ruskin, loro sostenitore e mecenate.
image006Nella prima sezione, ‘La Storia’, saranno presenti i lavori ispirati ai drammi di Shakespeare, ad altre opere narrative e a storie medievali. I temi scelti dai Preraffaelliti si basavano sulle loro letture, su ciò che vedevano a teatro e all’opera, ma anche alle composizioni di poeti loro contemporanei come Tennyson o Elizabeth Barrett Browining, o alle rovine medievali di alcuni edifici londinesi. Tra le opere presenti in questa sezione ricordiamoIl disseppellimento della regina Matilda eMariana di John Everett Millais, oltre alla già citata Ofelia, Claudio e Isabella di William Holman Hunt e Lear e Cordelia di Ford Madox Brown.
Nella seconda sezione sono esposte le opere di soggetto religioso che non erano destinate a luoghi sacri ma alla committenza privata o alle mostre. I temi sono quelli biblici, sovente del Nuovo Testamento ma che si rifanno a un cattolicesimo delle origini. Convinti che il pubblico fosse pronto per la loro nuova forma di arte, i Preraffaeliti recuperarono il simbolismo dell’arte cattolica primitiva, venendo addirittura accusati di lanciare oscuri messaggi religiosi. Nessuno di loro però era un cattolico praticante e consideravano la Bibbia un libro che conteneva piuttosto storie letterarie e poetiche che non temi teologici. In questa sezione, tra le altre opere, si potranno ammirare Ecce Ancilla Domini! di Dante Gabriel Rossetti, Gesù lava i piedi di Pietro di Ford Madox Brown e La vigilia del Diluvio di William Bell Scott.
Lo sguardo dei Preraffaelliti si rivolse anche alle questioni sociali del loro tempo.
Nella terza sezione, “La società contemporanea”, si darà quindi conto del loro pensiero politico tradotto in opere che si caratterizzano come una critica alla società industriale e un richiamo al passato in cui l’industria non aveva ancora corrotto l’Inghilterra, anche sulla spinta delle idee del loro mecenate John Ruskin, che sosteneva idee molto radicali in proposito. Nel suo libro “The Nature of Gothic” del 1853, Ruskin affermava che la società medievale e le allora condizioni di vita e di lavoro, erano preferibili alla ‘schiavitù’ moderna.
Le opere di questa sezione spiegano come i Preraffaelliti abbiano cercato di infondere nei loro quadri l’invito al ritorno a un mondo più giusto, propugnando la necessità della salvezza e del reciproco sostegno tra le diverse classi sociali , come nel quadro di William Holman Hunt Risveglio di coscienza o quello di Ford Madox Brown in Prendete Vostro figlio, Signore .
Il modo di dipingere i Paesaggi, tema della quarta sezione, costituisce uno dei caratteri più originali della Confraternita. Avidi lettori dei due volumi di Ruskin sui pittori moderni, in cui il critico difendeva Turner e la pittura di paesaggio, i Preraffaelliti abiurarono la visione panoramica a favore della cura di ogni singolo elemento della composizione. I materiali usati, i luoghi dove sono stati dipinti e il risultato con cui questi paesaggi appaiono allo spettatore, non ha riscontro in tutta l’arte paesaggistica precedente.
Le opere di membri della Confraternita dei Preraffaelliti e dei loro seguaci, tra cui John Brett e William Dyce, dimostrano potentemente l’impatto della loro filosofia sulla pittura di paesaggio durante la seconda metà del XIX secolo. Tra le opere presenti in questa sezione, ricordiamo Maggio a Regent’s Park di Charles Allston Collins, Il fiume Brent a Gendon di Ford Madox Brown e Paesaggio con ragazza accanto a un faggio di George Price Boyce.
A metà del 1850 Rossetti prese a lavorare con l’acquarello creando una serie di composizioni coloratissime e ricche di particolari. Questi lavori sono stati successivamente presi a modello da artisti posteriori anche per le cosiddette arti decorative. In questa sezione, in cui si dà conto dello stile pittorico della Confranternita e degli influssi che esercitò all’interno del movimento, si trovano i lavori di Elizabeth Siddall, musa e poi moglie di Rossetti, che incoraggiata da Ruskin iniziò a dipingere. I suoi lavori, tutti realizzati su piccola scala, indicano una personalità artistica distinta, influenzata, ma non dominata, da Rossetti.
Verso la metà del 1850 un gruppo di giovani artisti, che s’ispirava ai Preraffaelliti e soprattutto dal lavoro di Rossetti, formò una seconda generazione di Preraffaelliti il cui lavoro è andato oltre l’opera dei fondatori cimentandosi con l’interior design, la realizzazione di mobili, tessuti e carte da parati.
Come Millais anche Rossetti era alla ricerca della bellezza, tema di questa sezione, ma un tipo di bellezza che fosse anche nuova e radicale. Nel 1859 Rossetti torna a cimentarsi con la tecnica ad olio, arrivando a comporre opere sorprendenti: le donne ritratte sono sensuali, riccamente descritte e si ispirano ai capolavori di Tiziano e Veronese. Tra le opere inserite in questa sezione, rammentiamo Proserpina e Beata Beatrix di Rossetti e Oriana di Frederick Sandys.
Nella sezione finale, “Il Simbolismo”, si dà conto dell’influsso che l’arte dei Preraffaelliti ebbe sui movimenti artistici successivi. Sia in patria sia altrove, il lascito artistico del movimento derivò soprattutto da Dante Gabriel Rossetti, la cui sublimazione della figura femminile in un contesto drammatico, al di sopra di qualunque messaggio morale o letterario predominante, fece una profonda impressione su Edward Burne-Jones e, attraverso di lui, sul Simbolismo europeo.

Info:
Il catalogo della mostra è edito da 24 ORE Cultura. PRERAFFAELLITI. L’utopia della bellezza. Palazzo Chiablese, Torino | 19 aprile – 13 luglio 2014
Orari: LUN 14.30 – 19.30 | MAR, MER, DOM 9.30 – 19.30 | GIO, VEN, SAB 9.30 – 22.30
Il servizio di biglietteria termina un’ora prima della chiusura.
Biglietto con audioguida gratuita: intero 13; ridotto 11.
Tel. 011 0881178 – http://www.ticketone.it
http://www.mostrapreraffaelliti.it

Nell’allegato, vedi elenco ed immagini delle opere esposte: Preraffaelliti, elenco opere

POMPEI – ROMA, sola andata.

Ercolano, Pompei: scoperte grandiose, ma che hanno segnato un punto di non ritorno nel nostro rapporto con la città. Che da allora, Roma in testa, è diventata oggetto di una idolatria che la sta uccidendo.
Non hanno soltanto riportato alla luce incredibili tesori e fornito un determinante contributo alla conoscenza dell’Antichità, gli scavi di Pompei ed Ercolano, hanno avuto modo anche qualche conseguenza negativa. Innanzitutto per la salute dei resti stessi delle due città, che dal grembo di ceneri e lapilli che li preservava si sono visti trascinare all’aria aperta, grimata di minacce. Danni non meno gravi, tuttavia, gli scavi li hanno prodotti altrove. Man mano che riemergevano le strade, i templi, le domus si materializzava l’immagine di una città antica cristallizzata nel suo aspetto originario, intatta da trasformazioni e aggiunte di epoca post-classica. Prendeva forma nell’immaginario un’idea di antico “puro” che le generazioni precedenti non avevano potuto nemmeno concepire, abituare a vedere l’antico immerso nella realtà contemporanea. Tutt’al più gli antiquaei si dilettavano di produrre ricostruzioni, più o meno fantasiose, dell’aspetto che celebrati edifici classici avevano avuto. Con Pompei cambiava tutto: un’intera città era stata catapultata attraverso i secoli; l’antico, quello vero, non era più il frutto della fantasia degli antiquari e dell’abilità degli incisori, ma era lì, a grandezza naturale, lo si poteva percorrere e calpestare.
L’impressione, in tutta Europa, fu enorme.
Sull’onda dell’entusiasmo, iniziò ad affacciarsi un interrogativo: perchè non replicare altrove il modello offerto da Pompei, perchè non purificare le maggiori testimonianze dell’Antichità, che per la gran parte erano state “imbastardite” dalla pratica del riuso e parzialmente nascoste alla vista dal progressivo innalzamento del terreno?
Il pensiero correva, naturalmente, a Roma: se due centri di secondaria importanza svelavano tali tesori, cosa ci si doveva aspettare di trovare nella capitale dell’Impero? Anche sotto questo punto di vista, la cesura coi secoli precedenti fu netta: i papi avevano promosso restauri e isolamenti di monumenti antichi, e non mancavano certo gli scavi; ma nessuno si sarebbe sognato di rivoltare l’Urbe come un calzino, né di erigere uno steccato tra la prima e la seconda Roma, rinnegando il reimpiego e rimuovendone le tracce (anzi: ancora alla fine del Seicento si poteva proporre di erigere una grande basilica all’interno del Colosseo, secondo un progetto di Carlo Fontana, rimasto poi sulla carta).
Passò qualche decennio e, non appena il Papa perse il potere sulla città, i nuovi e nomentanei padroni – i Francesi – tradussero in atto questi vagheggiamenti: iniziò allora quel processo fatto di scavi, demolizioni, isolamenti che si protrasse per circa un secolo e mezzo, con alterna intensità, e con sfumature ideologiche diverse, particolarmente accentuate nell’ultima fase, quando sotto i colpi del tragicomico piccone del Duce caddero intere porzioni della seconda Roma. Si aprirono così, nel tessuto urbano, tante piccole Pompei, che in qualche caso superavano il prototipo per la maestosità dei resti, e molto spesso non ci riuscivano affatto, offrendo alla vista soltanto un intrico di muretti sbrecciati.
Oggi, terminata la fura demolitrice, i suoi frutti restano sostanzialmente intatti, nonostante la situazione appaia insoddisfacente a molti: rovine grandiose ma morte, da un lato, e resti incomprensibili dall’altro. Con le immancabili recinzioni a marcare la netta separazione tra questi spazi e la città viva, a sottolineare la sconfitta sia dell’archeologia che della società, incapaci di avviare un dialogo. Sublime, in questo senso, il cartello che si eleva sugli scavi adiacenti alle terme di Diocleziano, in pieno centro cittadino: Zona Archeologica Non Gettare Rifiuti.
Eppure le soluzioni ci sarebbero: attuare forme di reimpiego per gli spazi antichi e ricoprire gli scavi, prevedendo, laddove possibile, strutture ipogee per la visita. Niente di avveniristico: già lo proponeva, al tempo dell’occupazione francese, il grandissimo Giuseppe Valadier, consapevole che l’opposizione fra il tessuto urbano e i “buchi” sarebbe stata qualcosa di “incompatibile dentro la città per tutti i rapporti”.
Oggi queste idee cozzano contro l’immobilismo: si supererà, a breve, lo stallo o toccherà aspettare di avere a disposizione una DeLorean truccata per tornare al principio dell’Ottocento e far vincere le proposte di Valadier, in modo da evitarci questo presente assolutamente dispotico, dal punto di vista del nostro rapporto con l’archeologia urbana?

Autore: Fabrizio Federici

Fonte: Artribune, Anno IV, n. 18, marzo-aprile 2014