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VENEZIA. CARLO SARACENI un Veneziano tra Roma e l’Europa.

saraceniVenezia, Gallerie dell’Accademia, fino al 29 giugno 2014.
Mostra promossa da Soprintendenza Speciale per il Patrimonio storico, artistico ed etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Venezia e dei comuni della Gronda lagunare, sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica
La prima grande mostra antologica del pittore seicentesco Carlo Saraceni giunge, fino al al 29 giugno, alle Gallerie dell’Accademia di Venezia, in una rinnovata edizione, in continuità con la recente esposizione romana. Una mostra fortemente voluta dalla Soprintendente al Polo Museale di Venezia, Giovanna Damiani, per far conoscere un artista fino ad ora quasi ignorato nella sua città d’origine.
Si tratta dell’unico artista veneziano del suo tempo che, voltate con decisione le spalle alla cultura artistica tardomanieristica veneziana e presa la strada di Roma, si accosta nei primi del Seicento alla visione artistica profondamente rinnovata in senso naturalistico di Caravaggio, assimilandola in modo graduale e del tutto originale.
CARLO SARACENI un Veneziano tra Roma e l’Europa è la mostra ideata da Rossella Vodret e curata da Maria Giulia Aurigemma, allestita nelle sale delle Gallerie dell’Accademia secondo percorsi e scelte espositive curate da Roberta Battaglia, al fine di sottolineare in particolare i legami del pittore con Venezia, dove nacque nel 1579 e dove poi morì nel 1620.
Il Saraceni, fu uno dei più precoci e importanti interpreti di Caravaggio e contribuì alla diffusione del linguaggio caravaggesco offrendone sempre un’interpretazione molto originale, caratterizzata dal vivido cromatismo intriso di luce della grande tradizione cinquecentesca veneta. Artista di successo colto e raffinato, sviluppò la sua arte principalmente a Roma dove giunse a circa vent’anni e dove era noto come il “Veneziano”. Rientrò nella città lagunare, chiamato dalla Serenissima per compiere un telero per Palazzo Ducale, ma morì solo dopo pochi mesi.
La mostra comprende una sessantina di opere, tra cui non mancano le principali commissionate al pittore da alcune tra le più influenti famiglie romane, come il Riposo dalla Fuga in Egitto dell’Eremo dei camaldolesi, eseguito per la famiglia Aldobrandini che aveva portato al soglio pontificio (dal 1592 al1605) un suo esponente Clemente VIII, e i dipinti eseguiti per alcune delle più importanti congregazioni ecclesiastiche straniere, come quella iberica di Sant’Adriano in Vaccino e quella tedesca di Santa Maria dell’Anima per la quale dipinse due autentici capolavori presenti in mostra.
Il percorso espositivo
“L’esposizione veneziana – scrive Roberta Battaglia – dà modo di seguire l’intero percorso dell’artista, secondo un ordine principalmente cronologico. Prende avvio dalla produzione di piccoli raffinati dipinti su rame, dove la novità maggiore sta nella predominanza data al paesaggio rispetto al racconto mitologico e biblico, frutto della profonda meditazione sui modelli dei pittori nordici specie di Adam Elsheimer. Nella serie mitologica del Museo di Capodimonte si aprono vaste lontananze paesistiche di largo respiro: qui la pittura restituisce al meglio la percezione sensibile dal vero, con particolare attenzione ai fenomeni della luce e dell’ombra e alle gradazioni tonali con cui sono definite le rocce, le masse arboree, i riflessi sull’acqua.
Il Transito della Vergine, dipinto per la chiesa di Santa Maria della Scala in sostituzione della celebre Morte della Vergine di Caravaggio, rifiutata perché giudicata priva di “decoro”, segna probabilmente il primo punto di contatto con il linguaggio caravaggesco. Segue di poco, infatti, la prima testimonianza documentaria del rapporto diretto tra Saraceni e Caravaggio, risalente al novembre del 1606, quando nelle aule di un tribunale Carlo Saraceni e Orazio Borgianni, accusati di essere i mandanti dell’attentato a Giuseppe Baglione, vengono detti “aderenti al Caravaggio”. Le repliche tratte da questa composizione, esposte in mostra, aprono sulle modalità di lavoro del pittore che attraverso di esse diffonde e promuove, quasi sistematicamente, le sue invenzioni e il suo stile sul mercato collezionistico.
Il percorso prosegue, tra fine primo e inizio secondo decennio, con alcune pale di dimensioni più ridotte, eseguite per membri di famiglia aristocratiche di preferenze progressiste, da destinare alla devozione privata oppure a piccole cappelle di cui avevano la titolarità come la Madonna col bambino e Sant’Anna della Galleria Barberini, dove il gusto pittorico in senso caravaggesco si irrobustisce ma dove le sollecitazioni del Merisi sono epurate della loro intrinseca drammaticità, per essere tradotte con un senso di dolce intimità e pacatezza.
E’ questo anche il momento in cui l’artista sviluppa la tematica di santi isolati, irrobustiti da viraggi chiaroscurali più intensi,  campiti su fondali paesistici colti in particolari momenti del giorno così da temporalizzare il racconto e contribuire a trasferirlo nel presente potenziale dello spettatore dandogli anche una coloritura sentimentale: si veda in mostra lo splendido San Rocco della Galleria Doria Pamphilj, dove il pittore mette in scena il fatto evangelico con un tono dolcemente sentimentale .
Il percorso si conclude nella sala che riunisce le grandi pale chiesastiche del secondo decennio dove Saraceni, nell’affrontare le grandi raffigurazioni per gli altari, va progressivamente semplificando l’impaginazione data alle scene, riducendo il numero dei personaggi disposti  intorno ai protagonisti, sottolineando i gesti con lame di luce che sottraggono i corpi alle ombre avvolgenti e profonde .
Straordinarie le due pale per la chiesa della nazione tedesca, Santa Maria dell’Anima, saldate nel corso del 1618: immagini di eccezionale potenza e tensione drammatica, accentuata dai contrasti chiaroscurali e dagli accesi cromatismi, una sorta di testamento spirituale lasciato a Roma prima del rientro a Venezia”.
Il legame con gli artisti veronesi
Una sezione della mostra è dedicata a illustrare il legame di Saraceni con alcuni giovani artisti veronesi, scesi a Roma attorno alla metà del secondo decennio del Seicento, che collaborarono con il pittore in alcune imprese decorative (cappella Ferrari in Santa Maria in Aquiro e Sala Regia al Quirinale). Tra loro: Marcantonio Bassetti con il Paradiso, risalente agli anni romani, ispirato all’analoga composizione giovanile di Saraceni ma tradotta con un fare pittorico molto più corsivo, e il Sant’Antonio che legge, eseguito al tempo del rientro a Verona (intorno al 1620-1621), suggestionato dall’Estasi di San Francesco di Saraceni; Alessandro Turchi detto l’Orbetto, presente con la Resurrezione di Lazzaro, acquistata da Scipione Borghese nel 1617, massima espressione dell’impatto del pittore con la cultura caravaggesca romana, e la Liberazione di San Pietro, della metà degli anni venti, dove i ricordi del naturalismo caravaggesco sono temperati da influenze del classicismo emiliano. Di Antonio Giarola, abitante dal 1617 al 1619 nella casa romana di Saraceni e altresì menzionato nel testamento di quest’ultimo, redatto a Venezia nel 1620, come “Antonio Girola Veronese che mi serve”, di cui si espone il Miracolo della mula. Infine è presente anche Pietro Bernardi con la pala Sacra Famiglia con S.Gioacchino e S.Elisabetta, che testimonia la precoce apertura della cultura veronese alla poetica caravaggesca intorno alla metà del secondo decennio.
Arricchiscono la mostra veneziana
In particolare, sono da segnalare alcune opere che arricchiscono la mostra veneziana come il disegno raffigurante Andromeda del Cavalier d’Arpino, conservato nel Gabinetto disegni e stampe delle Gallerie dell’Accademia di Venezia, e posto a confronto con il piccolo dipinto giovanile di Saraceni di analogo soggetto, di chiara matrice arpinesca; lo splendido San Rocco della Galleria Doria Pamphilj accostato al San Girolamo di Jacopo Bassano, delle Gallerie dell’Accademia di Venezia, per evidenziarne la componente veneta, e più specificatamente bassanesca, sempre indicata dalla critica; il dipinto della Maddalena penitente della Pinacoteca Civica di Vicenza, da accostare alle altre due versioni dello stesso soggetto, già presenti nella mostra romana.
La morte dell’artista
Come testimoniano alcune fonti letterarie, l’artista rientrò in laguna chiamato dalla Serenissima per compiere un telero con Il Doge Dandolo incita le crociate per la Sala del Maggior Consiglio in Palazzo Ducale, destinato a sostituire un dipinto tintorettesco di soggetto analogo che si era danneggiato. Il telero fu ideato e forse impostato dal pittore veneziano, ma venne compiuto e firmato, dopo la sua morte, dal francese Jean Le Clerc, suo allievo negli ultimi anni romani e trasferitosi con lui a Venezia.
In mostra si trova esposto il testamento dell’artista, redatto in casa Contarini dove morì, conservato nell’Archivio di Stato di Venezia. E’ presente inoltre il volumetto commemorativo Dogliose lacrime della Biblioteca Marciana, scritto dal religioso Maurizio Moro in morte del pittore e dedicato a Giorgio Contarini, mecenate di Saraceni.
Il ciclo di conferenze
Lungo il periodo di apertura della mostra, è previsto un ciclo di conferenze, organizzato e curato da Roberta Battaglia, che saranno volte ad approfondire alcuni aspetti dell’opera di Saraceni in rapporto con la cultura a lui contemporanea con l’apporto di studiosi specialisti dell’argomento a livello internazionale.
Catalogo e guida
Il catalogo generale della mostra veneziana resta quello curato da Maria Giulia Aurigemma e pubblicato da De Luca Editori d’Arte; mentre per l’occasione dell’edizione veneziana viene stampata una breve guida, sempre da De Luca, curata da Roberta Battaglia

Info:
Venezia, Gallerie dell’Accademia, Campo della Carità, Dorsoduro 1050, fino al 29 giugno 2014
Orari: Lunedì: 8.15 – 14.00 (ultimo ingresso ore 13.15); Martedì > Domenica: 8.15 – 19.15 (ultimo ingresso ore 18.30)
tel. (39) 041 5200345
http://www.gallerieaccademia.org   – info@gallerieaccademia.org
Biglietti: Il biglietto comprende l’ingresso alla Mostra Carlo Saraceni, alle Gallerie dell’Accademia e a Palazzo Grimani, Santa Maria Formosa
Biglietto intero: € 15,00 – Ingresso ridotto: € 12,00 cittadini UE di età compresa tra 12 e 25 anni; insegnanti Ingresso ridotto speciale: € 6,00 cittadini UE al di sopra 65, giornalisti; studenti e docenti universitari U.E. delle facoltà di architettura, conservazione dei beni culturali, scienze della formazione, iscritti ai corsi di laurea in lettere o materie letterarie con indirizzo archeologico, storico-artistico delle facoltà di lettere e filosofia, iscritti alle Accademie delle Belle Arti.
Ingresso gratuito: cittadini UE al di sotto dei 12 anni; dipendenti del Ministero Beni e Attività Culturali; membri ICOM (International Council of Museums); diversamente abili U.E. accompagnati da un familiare o da un assistente socio-sanitario; giornalisti per i primi 10 giorni di apertura guide turistiche e interpreti con patentino nell’esercizio della propria attività.
Costo della prenotazione: prenotazione singoli: € 1,50 a persona / prenotazione scuole: € 7,00 (da 11 a 30 persone).

PORDENONE. Angiolo D’Andrea. La riscoperta di un Maestro tra Simbolismo e Novecento.

Angiolo_054Apre il 10 aprile la mostra “Angiolo D’Andrea. La riscoperta di un Maestro tra Simbolismo e Novecento”, grande evento espositivo ospitato dal 10 aprile al 21 settembre 2014 a Pordenone, nella Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea “Armando Pizzinato”.
05-paesaggio_madre_figliaOccasione per scoprire l’opera eclettica di Angiolo D’Andrea, artista attivo nei premi decenni del XX secolo tra Simbolismo e Novecento, originario di un piccolo paese in provincia di Pordenone.
La mostra, promossa dalla Fondazione Bracco in collaborazione con il Comune di Pordenone, conta oltre 120 lavori dell’artista, tra cui, rispetto alla prima esposizione milanese del 2012, circa 12 nuove opere.

08 - cristalli e fioriInfo:
Galleria dìArte Moderna e Contemporanea “Armando Pizzinato”, viale Dante 33 – Pordenone
orari: da martedì a sabato, ore 15,30 – 19,30; domenica, ore 10-13 e 15,30 – 19,30
Url: http://www.fondazionebracco.com

Franca GHITTI, ULTIMA CENA (1963-2011) – Un’installazione.

UC 7Dal 20 marzo al 19 luglio 2014, Galleria d’Arte Sacra dei Contemporanei di Villa Clerici a Milano, ospita lUltima cena (1963-2011) di Franca Ghitti.
Ritenuta da alcuni il capolavoro dell’artista bresciana, l’Ultima cena, opera di grande impegno e profondo significato, ripropone in una sintesi di intensa suggestione, aspetti e momenti diversi della sua produzione, e li riformula in una prospettiva di assoluta novità.
Il lavoro è composto da un dipinto a olio di grandi dimensioni, che Franca Ghitti aveva realizzato nei primi anni sessanta, e su cui era tornata tra il 2010 e il 2011, creando tre installazioni, diverse per ciascuna sede espositiva: la chiesetta di San Gottardo a Erbanno (BS) (2010), l’Antiquum Oratorium Passionis di Sant’Ambrogio a Milano (2011) e il Museo Diocesano di Brescia (2011).
UC 1Per dare forma a uno austero rito conviviale, Franca Ghitti raccoglie e organizza, in un ordine geometricamente calcolato, elementi e materiali diversi, come scarti della lavorazione del ferro, la rete metallica, frammenti di carbone, coppelle in ferro contenenti granaglie varie, pagine e libri chiodati, sbarre, lance, ritagli e polvere di ferro, che segnalano drammaticamente il presagio e i simboli della passione.
UC 2Una serie di pani rotondi, posati ai piedi dell’altare o tra le sbarre di ferro che sostengono il dipinto, le 12 posate dei convitati perfettamente allineate, a fronte dell’immagine effigiata 50 anni prima, sono tutte presenze evocative e modi che a distanza di millenni ricostruiscono un evento che appartiene profondamente alla nostra cultura.
UC 6Come ha scritto John Freccero, uno dei massimi intellettuali americani,“L’universalità dell’opera della Ghitti è tale da permettere a ciascuno di noi di leggere in essa la nostra storia; la sua Ultima Cena, non celebra solo un rito di addio, ma è anche capace di evocare simbolicamente la riunione di corpo e anima, dell’umano e divino”.
La mostra è organizzata dalla Galleria d’arte Sacra dei Contemporanei di Villa Clerici di Milano in collaborazione con la Fondazione “Archivio Franca Ghitti”, col contributo di Forni Industriali Bendotti e di Fope gioielli, e sarà inaugurata giovedì 20 marzo 2014, alle ore 18.00, da Angela Bonomi Castelli, Paolo Biscottini, Cecilia De Carli, Pietro Petraroia, Elena Pontiggia.

Nota biografica
Franca Ghitti (1932-2012) nasce a Erbanno in Val Camonica. Studia all’Accademia di Brera a Milano, frequenta a Parigi l’Académie de la Grande Chaumière, a Salisburgo il corso di incisione diretto da Oskar Kokoschka.
Realizza negli anni Sessanta le prime sculture in legno (Vicinie, Rogazioni, Litanie) proponendosi di definire fin da allora un’immagine dello spazio che abbia anche una dimensione del tempo e della storia. Recupera legni usurati, avanzi di segheria, chiodi, per evocare la presenza di una cultura intessuta di elementi costanti e ripetuti: è già un lavoro di mappatura antropologica.
Dal 1969 al 1971 vive e lavora in Kenya, dove realizza, per incarico del Ministero degli Esteri, le grandi vetrate legate in cemento della Chiesa degli Italiani a Nairobi. I viaggi e i contatti con molte culture tribali le chiariscono il valore dei codici formali come sedimenti, “altri alfabeti” lasciati dalle comunità e dalle strutture sociali. Rientrata in Italia, lavora il legno e il ferro, rivisitando linguaggi ormai emarginati, legati alle vecchie tradizioni di lavoro nei boschi e nelle fucine. Sue mostre sono presentate in importanti sedi a Mantova, Torino, Milano, Heidelberg, fino alla grande antologica di Palazzo Braschi a Roma nel 1988.
Già dagli anni Settanta la scultura di Franca Ghitti, che ha preso le mosse delle strutture fondanti le architetture rustiche (corde annodate, tacche sulle cortecce, allineamenti e incastri di legni e pietre), dialoga direttamente, in grandi installazioni, con le tecniche modulari e le architetture contemporanee.
Tra i vari interventi pubblici, l’idea di una scultura creatrice di luoghi di riflessione e identificazione collettiva si esprime in una grande installazione in rapporto con lo spazio urbano e in grandi installazioni in ferro per varie sedi, in Italia e all’estero. E’ degli anni Ottanta l’Omaggio a Antonio Sant’Elia, Credito Italiano, Milano. Nel 1995 una sua antologica viene ospitata nelle sale di Palazzo Martinengo e nell’ex Chiesa di San Desiderio a Brescia. Nel 1997 realizza significativi interventi pubblici, come Il segno dell’acqua, una grande struttura a cascata in ferro nel lago di Iseo (Brescia); L’Archivio dei materiali, un intervento ambientale con vetrocemento, pietra, ferro e legno nel nuovo quartiere di edilizia residenziale di San Polo a Brescia; Il mappale cubico per la sede dei Costruttori di Brescia. Rinnova così la ricerca sulle Mappe, recuperando scarti di ferro.
Nel 2000 espone Other Alphabets alla O.K. Harris Gallery di New York; i Cancelli d’Europa a settembre a Monaco di Baviera (Pasinger Fabrik) e a novembre a Bilbao (Fundacion Bilbao Bizkaia Kutxa).
Nel 2003 presenta Maps-Mapping, sculture e installazioni alla Cooper Union for the Advancement of Science and Art di New York.
Nel 2008 la mostra Pages – Nails alla OK Harris Works of Art di New York propone le Pagine chiodate, opere inedite di grafica e scultura realizzate con carta, cartone e chiodi. A settembre 2008 su invito di BresciaMusei, inaugura la mostra La città e la sua impronta al Castello di Brescia.
In maggio e giugno 2009 presenta il Progetto per zona Navigli. Scultura nella città – Acqua sul Naviglio, Museo della Permanente, Milano. Segue, durante il mese di ottobre, la nuova esposizione La ville et son empreinte – Sculptures et installations nelle sale dell’École Nationale Supérieure d’Architecture de Paris La Villette. Tra marzo e aprile 2010 termina le Porte del Silenzio e l’arredo per la cappella del Nuovo Ospedale di Como..
Nel 2011 espone Frammenti dell’Albero_Sculture e installazioni presso la Sala Foyer dell’Università Bocconi di Milano, e presenta anche il suo ultimo lavoro monografico, Ghitti. La grammatica dei chiodi_The Grammar of Nail, che contiene una raccolta di opere dal 1963 al 2010. Presso l’Antico Oratorio della Passione della Basilica di S. Ambrogio di Milano nel mese di aprile 2011 presenta, inaugurandola il Giovedì Santo, l’installazione Ultima Cena, già esposta nell’antica chiesa di Eribanno, Val Camonica. La stessa installazione, in versione modificata rispetto alla precedente, viene presentata al Museo Diocesano di Brescia (maggio-luglio 2011). A luglio è a S.Pietroburgo su invito del Museo D’Arte Contemporanea Manege (luglio-settembre 2011) con installazioni in ferro.
Franca Ghitti muore l’8 aprile, giorno di Pasqua, del 2012, lascia un’opera ingente e in parte sconosciuta. Una serie di iniziative si avviano dopo la sua morte per lo studio e conservazione, catalogazione della sua opera.
Nel 2013 è nata la Fondazione “Archivio Franca Ghitti”.
Si sono occupati del suo lavoro personaggi della cultura e della letteratura, tra cui Vanni Scheiwiller, Vittorio Sereni, Roberto Sanesi, Italo Calvino, Maria Corti, Mary de Rachewiltz, John Freccero, Franco Loi, nonché storici dell’arte e critici tra i quali: Giulio Carlo Argan, Carlo Belli, Carlo Bertelli, Rossana Bossaglia, Enrico Crispolti, Cecilia De Carli, Elda Fezzi, Ivan Karp, Fausto Lorenzi, Giuseppe Marchiori, Margaret Morton, William Klein, Bruno Passamani, Elena Pontiggia, Walter Schoenenberger.

Info:
Franca GHITTI. Ultima cena
Milano, Galleria d’arte Sacra dei Contemporanei – Villa Clerici (via Terruggia, 14)
dal 20 marzo al 19 luglio 2014
Orari: dal martedì al sabato, dalle 9.30 alle 12.30 e dalle 14.00 alle 16.30
Ingresso libero
tel. 02.6470066; galleria@villaclerici.it ; http://www.villaclerici.it

LECCO. Nel segno di Picasso, 100 incisioni.

tagliapiastrelle 090Al PALAZZO DELLE PAURE, dal 23 marzo al 13 luglio 2014
L’esposizione, che celebra i 30 anni della Galleria Bellinzona, presenta i capolavori grafici del genio catalano, dal periodo blu al dopoguerra.
Il Palazzo delle Paure di Lecco (piazza XX settembre 22) ospita dal 23 marzo al 13 luglio 2014 la mostra Nel segno di Picasso, che presenta 100 incisioni del genio catalano per celebrare i trent’anni di attività della Galleria Bellinzona.
La rassegna, promossa dal Comune di Lecco, col patrocinio della Regione Lombardia, propone una serie di capolavori grafici di Pablo Picasso in grado di rivelare la sua evoluzione stilistica, dal cosiddetto periodo blu al dopoguerra.
picasso 2“Per tre decenni la galleria di Oreste Bellinzona – afferma Michele Tavola, Assessore alla Cultura del Comune di Lecco -, nelle sedi di Lecco, Milano e, per un certo periodo, anche di Como, ha dato molto all’arte e ha contribuito alla crescita culturale del territorio, con grande competenza e, soprattutto, con sorprendente originalità. Per questa ragione il Comune di Lecco ha ritenuto doveroso dare vita alla collaborazione che ha portato a realizzare l’importante iniziativa culturale”.
Il percorso espositivo si apre con i Saltimbanchi, realizzati tra il 1904 e il 1906, a cavallo tra i periodi blu e rosa che racchiudono in maniera esemplare l’immaginario figurativo del giovane Picasso. È questa una delle serie più importanti e formalmente più eccelse della storia della grafica, tra cui spicca l’acquaforte su zinco Le repas frugal, uno dei massimi vertici di Picasso che raffigura un uomo e una donna seduti a tavola, avvolti in un’atmosfera grigia e irrequieta e che rispecchia il momento di vita disagiata che Picasso stava attraversando.
picasso 3Quindi, si passa a Sogno e menzogna di Franco (Sueño y Mentira de Franco), incisioni contemporanee a Guernica, che riflettono il periodo tragico della guerra civile spagnola, in cui l’esercito repubblicano si contrapponeva alle milizie fasciste di Francisco Franco, che Picasso ritrasse come un mostro ripugnante impegnato nelle azioni più disdicevoli.
La rassegna lecchese, inoltre, metterà a confronto i fogli creati per illustrare le poesie di Luis de Góngora, poeta del siglo de oro spagnolo, con quelli realizzati per la Carmen di Prosper Mérimée.
Il “Gongora” e la Carmen, i due libri illustrati dal maestro catalano con opere grafiche originali, apparsi tra il 1948 e il 1949, difficilmente sembrano riconducibili alla mano dello stesso artista: barocche, materiche e di gusto fortemente pittorico le prime, essenziali, geometriche, quasi astratte le seconde. Il confronto tra i due volumi dimostra con evidenza la libertà mentale e artistica di Picasso, il suo eclettismo e la sua tecnica inarrivabile.
picasso 4La mostra si concluderà idealmente con la Celestina, la serie di sessantasei lastre, incise all’acquaforte e all’acquatinta apparsa nel 1971, anno in cui Picasso compì novant’anni. In questo caso, Picasso illustra il testo della Tragicomedia de Calisto y Melibea, meglio nota come La Celestina, capolavoro della letteratura spagnola, scritto da Fernando de Rojas nel 1499, concentrandosi sulla figura della mezzana Celestina, sulle sue macchinazioni diaboliche e sui consessi amorosi, con una particolare attenzione, al limite dell’ossessione, per i nudi femminili.
Accompagna l’iniziativa, un catalogo a cura di Paola Gribaudo per la Galleria Bellinzona che riproduce tutte le opere esposte e raccoglie una serie di testimonianze di amici, critici d’arte, giornalisti, collezionisti, professionisti in diversi campi della società civile e un solo artista, Tino Stefanoni, che hanno vissuto in prima persona l’avventura trentennale di Oreste Bellinzona e della sua galleria.
Per tutto il periodo di apertura, l’esposizione sarà animata da una serie di conferenze, visite guidate e attività per famiglie.

Info:
NEL SEGNO DI PICASSO. 100 incisioni dal periodo blu al dopoguerra
Lecco, Palazzo delle Paure (piazza XX settembre, 22)
Orari:  mercoledì 9 – 13; giovedì, 15.30 – 18.30 e 21.00 – 23; venerdì, 15.30 – 18.30
sabato e domenica, 10.30 – 18.30; chiuso lunedì e martedì
dal 1 giugno: mercoledì 9.00 – 13.00; giovedì 16.00 – 19.00 e 21.00 – 23.00; venerdì 16.00 – 19.00; sabato e domenica 11.00 – 19.00; chiuso lunedì e martedì . Ingresso libero
Tel. 0341.481249 – 0341.481247; segreteria.museo@comune.lecco.it; www.museilecco.org
Iniziative collaterali:
Giovedì 27 marzo – Sala Conferenze del Palazzo delle Paure, ore 21.00, incontro con Corrado Mingardi, Perché mi piace far collezione di libri d’artista, soprattutto di Picasso;
Giovedì 8 maggio – Sala Conferenze del Palazzo delle Paure, ore 21.00, incontro con Chiara Gatti, Gli amori di Picasso;
Giovedì 5 giugno – Sala Conferenze del Palazzo delle Paure, ore 21.00, incontro con Flavio Arensi, La danza. Picasso e gli altri. Storia di una rivoluzione.
Visite guidate
Giovedì 3 aprile, ore 21.00 – Michele Tavola
Giovedì 10 aprile, ore 21.00 – Laura Polo
Giovedì 15 maggio, ore 21.00 – Barbara Cattaneo
Giovedì 22 maggio, ore 21.00 – Michele Tavola
Giovedì 12 giugno, ore 21.00 – Barbara Cattaneo
Giovedì 19 giugno, ore 21.00 – Laura Polo
Picasso per i bambini: Attività gratuite per famiglie (bambini dai 3 ai 10 anni accompagnati):
Sabato 5 aprile, 16.00-17.30: Picasso lascia il segno
Sabato 10 maggio, 16.00-17.30: Acrobazie con Picasso
Moduli didattici gratuiti (fino esaurimento) per scuole
Primarie e secondarie di primo grado: Mercoledì 9.00, 9.15, 10.30, 10.45, Sabato 10.30, 10.45
Prenotazioni: MATERIAVIVA SRL; tel. 0341 6730895; posta@materiaviva.eu.

Giuliano VOLPE. Servirebbe una legge di riforma radicale dei beni culturali e paesaggistici.

La riforma del Mibact appena presentata con una bozza di DPCM, dopo il lungo lavoro di riflessione e proposte da parte della Commissione presieduta da Marco D’Alberti, sembra scontentare tutti. Critiche vengono espresse sia dall’interno che dall’esterno del ministero: sul piede di guerra, infatti, sono non solo i sindacati, i funzionari, i dirigenti che vedono in bilico il proprio ruolo, ma anche i docenti universitari, le associazioni culturali e professionali.
La riorganizzazione, in realtà, è l’esito delle norme della spending review e dunque si è risolta – e forse non poteva essere diversamente – in una serie di accorpamenti di direzioni generali e di direzioni regionali. È cioè un’operazione di mera razionalizzazione, che rischia di scontentare tutti, sia chi desidera conservare l’attuale assetto, si chi vorrebbe profondamente innovarlo. Le critiche mosse al decreto colpiscono questo o quell’accorpamento, contestano la perdita di alcune specificità (ad esempio la direzione generale per l’archeologia), individuano il rischio di un ulteriore appesantimento burocratico: sono critiche in larga misura condivisibili, ma che ancora una volta rischiano di limitarsi ad aspetti di dettaglio, per quanto importanti, e in alcuni casi alla difesa di interessi settoriali se non addirittura corporativi.
In realtà bisognerebbe affermare chiaramente che una riorganizzazione (la quinta nel giro di pochi anni) non possa essere effettuata solo in ossequio alla spending review, con una impostazione meramente amministrativa e burocratica, falsamente neutra, ma dovrebbe essere l’esito di un progetto culturale, di una visione, di una idea di patrimonio.
Come avevo già sottolineato a proposito del documento D’Alberti (Il Manifesto, 12 novembre 2013, p. 11), questa riorganizzazione nella sostanza introduce pochi cambiamenti reali, perché conserva lo stesso impianto attuale, accentuando semmai la confusione di funzioni e di ruoli al centro (tra direzioni generali, segretariato, uffici di diretta dipendenza dal ministro) e in periferia (tra Direzioni regionali e Soprintendenze). Le Soprintendenze recuperano maggiore autonomia tecnico-scientifica, con un parziale ritorno al passato, ma resta la coesistenza con le Direzioni regionali, sia pur ridotte di numero. Com’era facile prevedere, senza una chiara visione, una riorganizzazione rischia di tradursi solo in un balletto di poltrone, direzioni, uffici. Si tratta, cioè, di un’operazione tutta interna al ministero, che non tocca ancora una volta i nodi culturali, metodologici e politici del ruolo, del significato, del ‘valore’ del patrimonio culturale e paesaggistico nella società attuale.
Ecco perché è un’iniziativa che personalmente mi appassiona assai poco, così come considero sostanzialmente ispirate a battaglie di retroguardia la maggior parte delle (pur legittime) critiche finora rivolte. Credo si debba essere più radicali e innovativi.
In realtà al nostro Paese servirebbe una riforma vera, organica, della tutela e della valorizzazione del patrimonio culturale e paesaggistico. Per questo non basta un DPCM, serve una legge.
Servirebbe una riforma capace di superare l’attuale frammentazione, figlia di una visione antiquaria e accademica, che separa disciplinarmente le architetture, le opere d’arte, i reperti e le stratificazioni archeologiche. Una riforma in grado di dar vita a strutture territoriali miste e multidisciplinari, affermando finalmente una visione olistica, globale, diacronica e contestuale del patrimonio culturale e paesaggistico, ponendo, cioè, il paesaggio (non inteso solo in senso estetico) al centro dell’azione di tutela. Una riforma che favorisca la collaborazione sistematica tra Mibact e Università, che dia garanzie al mondo del precariato professionale dei beni culturali, che riconosca la centralità delle attività di valorizzazione, comunicazione, di partecipazione democratica. Una riforma, cioè, che ci faccia uscire definitivamente dal Novecento (anzi dall’Ottocento!) e che ci porti finalmente nel XXI secolo.
Una riforma di questo tipo è possibile solo con il coraggio del cambiamento e con una forte volontà di reale innovazione. È questa, a nostro parere, la reale sfida che dovrebbe affrontare il ministro Bray, coinvolgendo tutte le forze innovatrici presenti nel suo ministero, con l’apporto del mondo dell’università, dei professionisti dei beni culturali, dell’associazionismo culturale, della cittadinanza attiva.

Fonte: http://www.patrimoniosos.it/rsol.php?op=getarticle&id=108397

Info: Giuliano Volpe, Componente del Consiglio Superiore per i Beni culturali e paesaggistici del MiBACT, ha inviato le sue riflessioni sul DPCM relativo alla riorganizzazione del Ministero.