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PAESTUM (Sa). XVIII Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico.

banner BMTA2015 300x255Paestum, 29-30-31 ottobre 1 novembre 2015
La Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico si conferma un evento originale nel suo genere: sede dell’unico Salone espositivo al mondo del patrimonio archeologico e di ArcheoVirtual, l’innovativa mostra internazionale di tecnologie multimediali, interattive e virtuali; luogo di approfondimento e divulgazione di temi dedicati al turismo culturale ed al patrimonio; occasione di incontro per gli addetti ai lavori, per gli operatori turistici e culturali, per i viaggiatori, per gli appassionati; opportunità di business nella suggestiva location del Museo Archeologico con il Workshop tra la domanda estera selezionata dall’Enit e l’offerta del turismo culturale ed archeologico.
Un format di successo testimoniato dalle prestigiose collaborazioni di organismi internazionali quali UNESCO, UNWTO e ICCROM oltre che da 10.000 visitatori, 100 espositori con 25 Paesi esteri, 50 tra conferenze e incontri, 300 relatori, 120 operatori dell’offerta, 100 giornalisti.
L’area adiacente al Tempio di Cerere (Salone Espositivo, Laboratori di Archeologia Sperimentale, ArcheoIncontri), il Museo Archeologico Nazionale (ArcheoVirtual, Conferenze, Workshop con i buyers esteri), la Basilica Paleocristiana (Conferenza di apertura, ArcheoLavoro, Incontri con i Protagonisti) continueranno ad essere le suggestive location della BMTA, giunta alla XVIII edizione.
La città antica di Paestum, sito Unesco dal 1998, è tra i 20 luoghi di cultura scelti dal Segretariato Generale del MiBACT quali sedi degli eventi di “Expo e territori”.
Nel sottolineare sempre più l’importanza che il patrimonio culturale riveste come fattore di dialogo interculturale, d’integrazione sociale e di sviluppo economico, ogni anno la Borsa promuove la cooperazione tra i popoli attraverso la partecipazione e lo scambio di esperienze: dopo Egitto, Marocco, Tunisia, Siria, Francia, Algeria, Grecia, Libia, Perù, Portogallo, Cambogia, Turchia, Armenia, Venezuela, Azerbaigian, Paese Ospite nel 2015 sarà l’India.
La stretta collaborazione con le Regioni determinerà da quest’anno la scelta di una Regione Ospite Ufficiale: la presenza della Regione Lazio, quale Ospite 2015, rappresenta un implicito riconoscimento dell’autorevolezza raggiunta dalla Borsa. Per la prima volta, inoltre, nel Salone Espositivo sarà presente il Miur con la Direzione Generale per lo Studente, l’Integrazione e la Partecipazione.
Numerose le sezioni speciali: ArcheoIncontri per conferenze stampa e presentazioni di progetti culturali e di sviluppo territoriale; ArcheoLavoro orientamento post diploma e post laurea con presentazione dell’offerta formativa a cura delle Università presenti nel Salone; ArcheoStartUp in cui si presentano nuove imprese culturali e progetti innovativi nelle attività archeologiche; Incontri con i Protagonisti nei quali il grande pubblico interviene con i noti divulgatori della TV; Laboratori di Archeologia Sperimentale per la divulgazione delle tecniche utilizzate nell’antichità per realizzare i manufatti di uso quotidiano; Premio “A. Fiammenghi” per la migliore tesi di laurea sul turismo archeologico; Premio “Paestum Archeologia” assegnato a coloro che contribuiscono alla valorizzazione del patrimonio culturale; visite guidate ed educational per giornalisti e visitatori.
La grande novità di quest’anno sarà l’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”, il Premio intitolato al Direttore del sito archeologico di Palmira che ha pagato con la vita la difesa del patrimonio culturale: la Borsa e Archeo in collaborazione con le riviste media partner internazionali Antike Welt (Germania), Archéologie Suisse (Svizzera), Current Archaeology (Regno Unito), Dossiers d’Archéologie (Francia) premieranno le principali scoperte archeologiche dello scorso anno.
In occasione della Borsa, inoltre, si riunirà in seduta straordinaria il Consiglio Superiore per i Beni Culturali e Paesaggistici e si svolgerà il confronto tra le città di Izmir e Napoli con i propri attrattori turistico-archeologici Efeso e Pompei.
Istituzioni, Enti, Paesi Esteri, Regioni, Organizzazioni di Categoria, Associazioni Professionali e Culturali, Aziende e Consorzi Turistici, Case Editrici saranno presenti nel Salone Espositivo, per vivere da protagonisti quattro giorni straordinari in occasione della XVIII BMTA, nell’area archeologica della città antica di Paestum, nei giorni 29-30-31 ottobre 1 novembre 2015.

Info:
Leader srl, via Roma, 226 – 84121 Salerno
Tel. 089253170 – info@bmta.it – www.bmta.it

TREVISO. EL GRECO IN ITALIA, metamorfosi di un genio.

el greco 2 Treviso, Casa dei Carraresi dal 24 ottobre 2015 al 10 aprile 2016.

L’AVVENTURA AFFASCINANTE DI UN “VISIONARIO ILLUMINATO”
Per la prima volta al mondo un’esposizione dedicata agli anni cruciali della trasformazione del Greco, maestro indiscusso del ‘500, attraverso le tappe che hanno scandito il suo complesso iter artistico e spirituale tra Creta, l’Italia e la Spagna. Il curatore, Lionello Puppi, emerito di Ca’ Foscari, con alle spalle mezzo secolo di studi sull’artista, coadiuvato da un comitato scientifico di respiro internazionale, ricostruisce con molteplici spunti inediti le tappe di un’avventura irripetibile, indagando il processo creativo, il metodo di lavoro e la bottega di un artista controverso e non compreso nel suo periodo storico, ma definito dalla critica moderna un “visionario illuminato”. Un viaggio nel tempo e nello spazio attraverso la progressiva trasformazione dell’artista e il percorso che lo porterà alla creazione di un linguaggio che non ha paragoni possibili e alla realizzazione di capolavori assoluti.
el greco 1CAPOLAVORI INEDITI PER UNA MOSTRA UNICA
El Greco nacque nel 1541 a Creta, territorio all’epoca sotto il dominio veneto. Lì divenne maestro d’arte seguendo il corso della tradizione artistica dell’isola, prima di intraprendere, all’età di 26 anni, il viaggio verso Venezia, città in cui seppe trasformarsi da iconografo ortodosso in un artista innovativo e rivoluzionario. Protagonista indiscusso della cultura figurativa occidentale, venne riscoperto nell’800 per diventare poi fonte d’ispirazione per le avanguardie del ‘900 come l’impressionismo e il cubismo.
La mostra, che illustra un percorso di opere prodotte dall’artista, soprattutto durante la sua permanenza nel nostro Paese, e dai grandi maestri che hanno influenzato il suo lavoro tra cui Tiziano, Tintoretto, Correggio, Jacopo Bassano, vanta prestiti importantissimi grazie alla significativa adesione di grandi istituzioni museali e collezioni private internazionali. L’obiettivo dell’esposizione è scoprire insieme ai visitatori il percorso di un artista geniale che continua a stupire per la profonda ispirazione che ha portato nel mondo dell’arte, anche moderna.
el greco 3IL GENIO MALEDETTO COPIATO DAI Più GRANDI
Ma chi era Dominikos Theotocopulos, detto El Greco?
“Se la realtà dell’uomo si rende, peggio che sfuggente, inafferrabile, anche i contesti entro i quali le opere furono realizzate, sfumano in una nebbia disorientante.” Lionello Puppi, curatore della mostra.
La fama del pittore divenne planetaria solo a partire dal ventesimo secolo, non solo per l’interesse di collezionisti e intellettuali, quanto per il riconoscimento della critica e degli artisti stessi dell’epoca. Da Pablo Picasso, a Manet, fino a Pollock, appassionati studiosi di El Greco, furono le avanguardie del ‘900 a inspirarsi alla modernità dei suoi manierismi nel disegnare le figure e alla stravaganza nel comporre immagini dai cromatismi inaspettati per la sua epoca.
L’INVENTORE DELLA PITTURA MODERNA
Il Cubismo ha origini spagnole ed io sono il suo inventore. Dobbiamo cercare le influenze spagnole in Cézanne e osservare l’influenza di El Greco nella sua opera. Nessun pittore veneziano eccetto El Greco realizzava costruzioni cubiste.” Pablo Picasso.
“La genialità del Greco sta nell’essere riuscito a fondere due culture contrapposte: quella greca ortodossa e quella rinascimentale cattolica romana. Sorprendente è la sua capacità di non negare nessuno dei due linguaggi e riuscire a fonderli insieme in uno stilema originale e unico. È questo che fa del Greco l’artista eminentemente visionario che sconvolse Manet, Cezanne e Picasso.” Serena Baccaglino, membro del comitato scientifico.
Inconfondibili le figure sinuosamente allungate, le forme umane stravolte dal furore mistico, i colori acidi, originali, al limite della psichedelia.
ALLA SCOPERTA DEL GENIO
La mostra vuole portare il visitatore alla scoperta di questo pittore visionario, dal carattere irriverente, capace di sconvolgere l’estetica a lui contemporanea con toni drammatici e un linguaggio fantasioso ed espressionista. El Greco possedeva un senso della rappresentazione che va oltre gli stili e le epoche, un modo di intendere l’immagine e il cromatismo che senza dubbio può definirsi universale. El Greco non seguiva nessuna delle regole accettate dalla gran parte dei pittori e dei mecenati del Cinque-Seicento. Offre quindi un esempio di come le cose si possono approcciare in modo diverso, originale e stimolante. È questo misto di Creta, Venezia e Castiglia che emerge nei suoi quadri in una fusione totale. Tra le caratteristiche più impressionanti della sua opera, si distinguono le figure allungate come fiamme e la vivida luminosità delle sue tinte con una luce intensa che accende il colore.

Info: www.elgrecotreviso.it

ROMA. Mibact, sindacati: il punto di vista di Giuliano Volpe.

Beni culturali e scioperi, le polemiche intorno alla recente vicenda del Colosseo non sembrano attenuarsi e contrappongono sindacati e istituzioni, lavoratori e turisti. Giuliano Volpe, rettore emerito dell’Università di Foggia e professore di archeologia, spiega a Quotidiano Arte che cosa sta accadendo e quali potrebbero essere le soluzioni a un problema che riguarda il sistema museale italiano nel suo complesso.

Professor Volpe, la ritardata apertura del Colosseo a causa di un’assemblea sindacale nella giornata di venerdì ha sollevato grosse polemiche, contrapponendo il fronte sindacale, che chiedeva il rinnovo del contratto e il pagamento del salario accessorio dei dipendenti del Mibact, alle istituzioni e ai visitatori stessi dell’area archeologica più importante di Roma. Ma il problema non è solo Roma, è un po’ di tutti i siti che costituiscono la “rete” di quello straordinario Museo a cielo aperto che è l’Italia. Da presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali e Paesaggistici, che idea si è fatto della situazione nel suo complesso?
Vorrei evitare di entrare nello specifico delle vicende sindacali, perché ritengo che sarebbe necessario conoscere meglio i dettagli della vicenda, anche negli aspetti tecnici e nelle comunicazioni tra Ministero-Soprintendenza (il ministro ha affermato che la comunicazione sullo sblocco dei pagamenti è stata effettuata il giorno prima dell’assemblea) e sindacati (che negano). I diritti dei lavoratori sono sacrosanti. Trovo che sia un errore grave e una sconfitta per tutti contrapporre due esigenze ugualmente importanti, il giusto pagamento del lavoro, anche nelle forme del salario accessorio, e l’interruzione di un servizio, con gli inevitabili disagi dei cittadini e dei visitatori e il grave danno di immagine. È noto che ogni cosa negativa che si verifica al Colosseo o a Pompei cancella in un attimo i risultati positivi raggiunti e mette in second’ordine gli sforzi in atto per migliorare la difficile condizione del nostro patrimonio culturale, dopo tanti anni di disinteresse, di tagli ai fondi, di blocco del turn over. Certamente non tutti condivideranno i cambiamenti in atto, ma è certamente innegabile che dopo anni di stasi, di blocco totale, di disinteresse, ci siamo rimessi in movimento. Bisogna riconoscere al Ministro Franceschini il merito di aver progettato e di stare realizzando con coraggio e determinazione una riforma radicale, che bisogna valutare nel suo insieme. Anche il fatto che ogni giorno i giornali parlino di beni culturali e che si discuta, si litighi, ci si divida anche sulle nomine dei direttori dei musei è a mio parere un successo enorme. Indica un interesse nel Paese prima impensabile. Come in tutte le fasi di cambiamenti radicali è legittimo – ed è anche giusto – che ognuno abbia le sue valutazioni; in Italia, peraltro, non mancano polemisti di professione, catastrofisti produttori compulsivi di appelli e di articoli infarciti di ‘no’ verso qualsiasi cambiamento. Lei giustamente parla di sistema – che rappresenta la vera peculiarità del nostro patrimonio – ed una logica di sistema che va finalmente affermata: lo si sta facendo con il sistema museale nazionale e con i poli museali regionali. Sono un archeologo dei paesaggi e un territorialista: può quindi immaginare quanta attenzione riservo allo studio, tutela e valorizzazione dell’intera complessità dei paesaggi italiani. Ma sarebbe un errore negare che all’interno di questo sistema ci siano dei nodi essenziali, come ad esempio il Colosseo o Pompei, non solo per il loro valore simbolico a livello mondiale ma perché è anche grazie a queste realtà che l’intero sistema può funzionare. A breve sarà emanato un decreto cd.di ‘solidarietà’, che prevede la costituzione di un fondo con il 20% degli introiti di tutti i musei, da redistribuire a tutti i musei, parchi archeologici e luoghi della cultura, anche quelli ‘locali’ e ‘marginali’, con misure di incentivazione ulteriore per quei musei che dimostreranno un miglioramento progressivo in termini di servizi, di incremento di visitatori, di collegamento con le comunità locali. Già oggi il Colosseo consente di disporre di risorse per l’intero patrimonio archeologico di Roma e di Ostia. Anche per questo motivo un problema al Colosseo si riverbera immediatamente sull’intero patrimonio culturale, così come una migliore gestione del Colosseo, con servizi di qualità, sistemi di migliore comprensione e fruizione, attività culturali compatibili con la tutela del monumento, non solo va a vantaggio dello stesso Colosseo, garantendo anche un trattamento più dignitoso e rispettoso dei visitatori, ma ha risvolti positivi per tutto il patrimonio e anche per gli stessi lavoratori. Mi risulta, infatti, un diffuso desiderio tra i custodi di poter lavorare al Colosseo proprio perché ci sono maggiori possibilità di incrementare il proprio stipendio grazie alle varie attività aggiuntive che qui si svolgono, con aperture straordinarie, mostre, manifestazioni culturali, ecc. (quelle iniziative che alcuni critici denunciano come improprie e ‘mercificanti’). Trovo la cosa legittima e anche positiva, perché se i lavoratori hanno opportunità di incrementare il proprio stipendio e se si creano nuove opportunità di lavoro, dovrebbe essere un successo per tutti.

Quella dei custodi è una questione annosa che riguarda il Mibact e sulla quale sembra davvero difficile trovare una soluzione. Tra l’altro, per un numero così grande di dipendenti, oltre 18.000, le forze sindacali esercitano una grande pressione sul Mibact. Nel caso specifico del Colosseo, se il salario integrativo è stato pagato il giorno dopo, il caso è emblematico: il Ministero non l’ha comunicato per tempo (sarebbe bastato farlo anche un giorno prima) o i sindacati sono stati troppo precipitosi (avrebbero potuto aspettare un giorno). È forse opportuno riorganizzare il rapporto tra Mibact e sindacati?
Come ho già detto, non conosco i dettagli. Ma ribadisco: è un grave errore, credo anche per il sindacato e per le sue legittime e anche giuste rivendicazioni, creare disagi o addirittura impedirne l’accesso a persone che magari vengono da molto lontano e che hanno prenotato da mesi, che hanno programmato di trascorrere un paio di giorni a Roma (durante i quali vogliono assolutamente visitare Colosseo, Cappella Sistina, Fontana di Trevi, e poco più – questo è il giro standard, e certamente c’è un gran lavoro da fare per diversificare l’offerta e distribuire diversamente i flussi). Sono convinto che la stragrande maggioranza dei lavoratori del MiBACT, pur tra mille difficoltà e sacrifici, consideri il proprio lavoro un servizio pubblico essenziale, e che lo abbia considerato tale anche prima che il Governo lo dichiarasse tale con il suo decreto. Per questo andrebbero evitate scelte corporative, sarebbe necessario avere sempre un dialogo aperto con i lavoratori, andrebbe premiato realmente il merito e l’impegno, andrebbero cercate soluzioni alternative allo scontro e soprattutto andrebbero migliorate le condizioni di lavoro, garantita un’azione di formazione, incrementate le tecnologie. E soprattutto dovranno ripartire le assunzioni. Personalmente sono convinto che il MiBACT debba essere un ministero ‘anomalo’, come era nelle intenzioni iniziali di quarant’anni fa, quando fu istituito: un ministero leggero, costituito prevalentemente da tecnici di alta qualificazione, e non da un esercito di custodi, soprattutto come li abbiamo intesi finora. La figura tradizionale del custode è oggi inattuale: servono figure giovani, culturalmente preparate in storia, archeologia, storia dell’arte, didattica, in grado di dare informazioni corrette, di parlare le lingue. Servono poi altre figure, distinte, di tecnici per la manutenzione ordinaria dei monumenti, aree archeologiche, siti, oltre a personale di vigilanza. Servono infine persone in grado di organizzare e coordinare tutti questi servizi. Il ‘custode’ è il primo e spesso l’unico intermediario tra il monumento, l’opera d’arte, il sito e il visitatore: insomma è una delle figure più importanti, che meriterebbe dunque un’attenzione straordinaria. Mi chiedo: perché se si visita la Fondazione Prada, nelle sale si incontrano giovani studenti e laureati, in divisa, pronti a fornire in maniera gentile e competente informazioni ai visitatori, mentre non sempre nei musei statali non si riscontrano condizioni analoghe? Si dirà che quello è un lavoro precario, svolto solo per alcuni anni. Ebbene, bisogna vigilare su pagamenti adeguati e garanzie, e sulla possibilità di progressioni nelle funzioni, ma la figura del custode a vita fa parte del passato. E anche il sistema di assumere custodi, magari laureati, che poi vengono utilizzati per altre funzioni, è un errore assai diffuso oggi.

La risposta del Governo non si è fatta attendere ed è stato emanato un decreto legge che riconosce i siti culturali come beni pubblici essenziali. Il Garante, pertanto, avrà la facoltà di precettare i futuri scioperi. Tuttavia, se per un malaugurato caso (es. per malattia) non si potesse garantire il numero minimo necessario per ogni sito, quali altre soluzioni si potrebbero adottare per garantire le aperture? E’ ipotizzabile il ricorso al volontariato, alla protezione civile o altre forme anche da privati?
Ritengo importante la decisione del Ministro Franceschini e del Governo: da decenni ci battiamo per riconoscere i beni culturali come un servizio pubblico essenziale. Da questo punti di vista, l’episodio di venerdì, al di là dell’episodio, ha avuto un risvolto positivo. Mi auguro all’interno di tale servizio pubblico essenziale siano compresi anche archivi, biblioteche, musei ‘minori’, e soprattutto che ora, anche grazie a tale riconoscimento storico, si riservi ancora più attenzione, con adeguate risorse. I beni culturali devono essere anche un’occasione per creare lavoro qualificato, per impiegare i tanti ottimi professionisti formati nelle nostre università e dare loro mille opportunità anche nelle varie forme di gestione possibile, con piccole società, cooperative, associazioni. Gestione diretta dello Stato, dove possibile, ma anche gestione affidata in varie forme, certamente indirizzate, coordinate, monitorate, favorendo le tante energie presenti, spesso inespresse. Insomma uno Stato inteso come un grande incubatore di spin off, di imprese giovanili, un facilitatore di energie creative. Uno Stato che non si fa da parte, che non deroga ai principi e agli obblighi costituzionali, che non abbandona i suoi cittadini, ma li sostiene e li accompagna nelle loro iniziative.
I volontari rappresentano una risorsa importante e una grande manifestazione di cittadinanza attiva e di partecipazione, ma devono rappresentare una soluzione integrativa e non sostitutiva del lavoro dei professionisti. C’è spazio per tutti, con funzioni diverse e modalità ben definite. Tocca allo Stato il compito di regolare, di fissare regole, di dare indirizzi, di valutare e controllare.

Il Colosseo e Pompei sono solo i casi più noti di chiusura a causa di uno sciopero. Il Sistema Italia sostenuto da Franceschini, però, è interessato ogni giorno dalla chiusura totale o di alcune parti di musei e siti culturali legata alla carenza di personale. È il caso, ad esempio, di Villa Lante, a Bagnaia in provincia di Viterbo, (ma potremmo citarne altri cento e più) dove, da sempre, è possibile visitare soltanto i giardini per mancanza di custodi. Con quale logica andrebbe affrontato questo grave problema?
Gli esempi di malfunzionamento, di chiusure, di abbandono, potrebbero essere tanti. Ma denunciare le inefficienze, i disastri, i crolli, non basta più, non perché si debba proporre una visione irenica e edulcorata dell’attuale situazione, certamente difficile, o perché non ci sia bisogno di indicare le tante cose che non vanno (un esercizio peraltro alquanto facile e negli ultimi tempi assai abusato). Ma sono convinto che oggi non servano più solo l’indignazione e la denuncia. Servono un confronto laico e un dialogo produttivo, che evitino le risse da stadio e la delegittimazione reciproca. Servono proposte concrete e iniziative ispirate da una chiara visione, in modo da mettere insieme tutti coloro che vogliono realmente cambiare le cose.
Moltissimo dipenderà, ora, dall’aumento di risorse e dall’annunciata ripresa delle assunzioni, con l’immissione di forze fresche, di nuove sensibilità e competenze, dalla volontà di coinvolgimento e valorizzazione delle tante energie positive che ancora il MiBACT riesce a esprimere, dalla capacità di inclusione e di collaborazione con tutte le altre componenti, prima fra tutte l’Università e la Scuola, dal desiderio di stabilire un rapporto più diretto e positivo con la società contemporanea. Si fanno anche errori quando si cerca di cambiare. Ma siamo sulla strada giusta. E serve l’apporto di tutti.

Autore: Samuele Sassu

Fonte: www.quotidianoarte.it, 24 sett 2015

MILANO. In mostra la modernità di Nicola e Giovanni Pisano.

pisano“L’Italia è l’unica grande esposizione universale, in tutti i borghi”.
A parlare è Vittorio Sgarbi, durante la presentazione del volume e dell’omonima mostra Nicola e Giovanni Pisano.
Le origini della scultura moderna, organizzata nell’ambito del progetto Expo Belle Arti promosso da Regione Lombardia in collaborazione con la Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano e curata dal critico e ambasciatore per le Belle Arti della Lombardia Sgarbi, per la regia di Alberto Bartalini. Nella splendida cornice della chiesa di San Gottardo in Corte, a Milano, sono ospitati per la prima volta nove capolavori dei due grandi scultori del Medioevo provenienti dal Battistero di Piazza dei Miracoli a Pisa e prestati dal Museo dell’Opera Primaziale, che le ha custodite fino all’esposizione.
Mostra che ha fornito l’occasione a Vittorio Sgarbi per gettare uno sguardo critico, a tratti velato da un’ironia pungente, sul modo di intendere Expo e sulla difficoltà di riuscire a creare un percorso a stazioni che portasse all’apertura dei principali palazzi statali di Milano (Palazzo Litta e Palazzo Cusani, per esempio) “che consentissero di compensare la finzione che è Expo” e per mostrare la “bellezza universale” della cultura italiana, alla quale “tutto il mondo si è ispirato”.
E nello spazio semplice e ordinato della chiesa, ecco emergere in modo preponderante le sculture di Nicola e Giovanni Pisano, opere che, come sottolinea Sgarbi, hanno una straordinaria “forza espressiva”. A ricevere lo spettatore sono la Madonna con il Bambino e due Evangelisti. Poi si prosegue con gli altri due Evangelisti e i quattro Profeti, in un dialogo perfetto con l’ambiente che li avvolge. Tutte sculture sacre ma “potentemente umane – sottolinea Sgarbi nel suo saggio introduttivo al dialogo – in uno svegliarsi dal torpore della pietra nella imminenza dell’azione”.
Umanità che commuove nella dolcezza e nell’espressione di meraviglia dei volti e che è assolutamente moderna. L’iniziativa è stata sostenuta dal laboratorio di lavorazione robotica del marmo di Carrara di Gualtiero Vanelli, che ha anche realizzato una copia a grandezza naturale in marmo bianco di Carrara della Madonna col Bambino, che accoglie il visitatore nel cortile della chiesetta. È in questo contesto e con queste gemme della scultura che si iniziano a intravedere le due Expo sottolineate da Sgarbi, quella “del divertimento” e quella “dell’Italia vera”, dove si respira arte e cultura.

Autore: Sara Riboldi

Fonte: www.quotidianoarte.it, 28 set 2015

ROMA. Alle Terme di Diocleziano l’arte di Henry Moore.

moore“Henry Moore”, semplicemente, s’intitola la mostra aperta fino al 10 gennaio 2016 a Roma, alle Terme di Diocleziano (catalogo Electa).
Un’esposizione molta bella, da non perdere, che ripercorre l’intero percorso creativo di Moore dagli anni Venti agli anni Ottanta.
A dare il benvenuto nell’aula X, uno degli ingressi del corpo centrale delle Terme, dove si trova il cosiddetto sepolcro dei Platorini, è “Figura distesa”, un bronzo della Galleria Nazionale d’Arte Moderna che venne esposta con grande rilievo alla personale di Moore a Roma nel ’61. Una di quelle creazioni che sembrano fare tutt’uno col paesaggio, con la linea dell’orizzonte. E’ degli anni cinquanta, anni in cui il maestro realizza alcune delle opere più famose, sviluppando i temi e i rapporti a lui cari. Come pieno – vuoto, madre – figlio, corpo – anima, uomo – mondo.
La mostra, promossa dalla Soprintendenza archeologica di Roma in collaborazione con Electa e la Tate di Londra che possiede una delle collezioni più ricche di Moore, dono dallo stesso artista, presenta 75 opere fra sculture, disegni, acquerelli, incisioni, bozzetti di opere realizzate o rimaste sulla carta e filmati, esposte negli scenografici e imponenti spazi delle grandi aule, secondo un ordine cronologico e tematico, a confronto e in dialogo con sarcofagi, capitelli, statue, resti marmorei, pavimenti musivi.
Uno scenario che esalta lo stretto rapporto di Moore con l’antico e che certamente sarebbe piaciuto all’artista che ben conosceva l’arte classica.
L’ultima mostra in Italia di Henry Moore (1898 – 1986), uno dei più grandi scultori del Novecento, che meglio ha saputo riflettere sulla tradizione e sul rinnovamento delle forme plastiche, attraverso e oltre l’astrazione, si è tenuta nell’Isola di San Giorgio a Venezia a cura della Fondazione Cini, vent’anni fa nel ’95 in occasione del centenario della Biennale. Un riferimento non casuale visto che l’artista inglese proprio a Venezia alla Biennale del ’48, la prima dopo la guerra, ottenne il Premio Internazionale per la Scultura che avrebbe consacrato la sua fama. Della giuria, presieduta da Rodolfo Pallucchini, facevano parte Felice Casorati, Roberto Longhi e Lionello Venturi. E il rapporto con l’Italia continua con la mostra del ’61 a Roma, del ’62 per il Festival dei due Mondi a Spoleto e con la strepitosa rassegna, curata da Giovanni Carandente, sulle terrazze panoramiche del Forte Belvedere a Firenze nel ’72. Importanti appuntamenti diluiti nel tempo per approfondire la conoscenza di un maestro dello scalpello che con l’Italia ha mantenuto un legame molto speciale, fin dal suo primo viaggio grazie a una borsa di studio nel ’25. Trascorse tre mesi e mezzo fra Firenze, Roma, Pisa, Siena, Assisi, Padova, Ravenna, Venezia, ammirando gli affreschi di Giotto e l’Orcagna, Lorenzetti, Gaddi, Masaccio, gli ultimi lavori di Michelangelo e le sculture di Donatello e di Giovanni Pisano. In rapporto particolare con la Toscana.
Aveva casa a Forte dei Marmi e frequentava le cave delle Apuane. “L’Italia per Henry Moore era come una seconda casa”, dice senza esitazione, illustrando il percorso espositivo, Chris Stephens, curatore con Davide Colombo della mostra che ha appena aperto i battenti a Roma. Divisa in cinque sezioni e aree tematiche, da “Esplorazione del moderno” a “Scultura negli spazi pubblici”, passando per ”Guerra e pace”, “Madre e figlio”, “Figura distesa-sculture”, “Figura distesa-opere grafiche”, offre un esauriente spaccato della sua produzione. Durante gli anni venti, era del ‘25 il viaggio in Italia, più che studiare l’arte classica, Moore sembra rivolgere i suoi interessi alle culture arcaiche ed extra europee, è il fascino del linguaggio modernista sull’esempio anche di artisti come Epstein, Brancusi, Picasso, come mostrano maschere e teste in rilievo. E’ solo in un secondo tempo che esplorerà la tradizione classica, Arnolfo di Cambio, il Rinascimento e soprattutto Michelangelo.
Uno scultore “moderno” che si rifà alla tradizione dell’opera in prima persona, da non affidare al marmista, attento ai materiali per cui certe forme sono più vere con un materiale piuttosto che con un altro. Una manualità per un’arte che vuole parlare di vita, di morte, di procreazione. Cose importanti messe a rischio dalla guerra, come ben sapeva Moore per aver combattuto sul fronte occidentale e aver subito gli attacchi dei gas dei tedeschi. Un’esperienza che lo avrebbe segnato per tutta la vita, un lato oscuro che rimarrà al fondo della sua “arte post bellica e post freudiana”, ricorda il professor Stephens. Ed ecco i corpi smembrati, uno dei precetti del surrealismo, le ossa riassemblate. Ecco una composizione in quattro pezzi di alabastro, e la piccola scultura “Tre punte”, che prelude a un contatto gravido di tensione, preannunciando una nuova deflagrazione. Lo scoppio della seconda guerra mondiale interrompe la sua attività artistica. I bombardamenti su Londra degli anni ’40 -’41 obbligano i più poveri a rifugiarsi nelle gallerie della metropolitana. I suoi “Disegni dei ricoveri antiaerei” mostrano un’umanità dolente che l’artista rappresenta con grande partecipazione. Fra i più belli “Figure dormienti in rosa e verde” in cui il lenzuolo che protegge i corpi abbandonati nel sonno allude a modi cari della sua scultura.
Temi ricorrenti delle sue creazioni sono le grandi figure distese, con precedenti illustri nella tradizione etrusca, classica e rinascimentale. Sono immagini femminili tondeggianti e rassicuranti, forme organiche vicine ai modelli naturali, come la madre che stringe il figlio, quasi un’ossessione. Ma con qualcosa di ambiguo, “rassicuranti ma non troppo”, precisa Strphens. A chiudere la rassegna nell’Aula XI bis esposti i “modelli di lavoro”, a metà fra il bozzetto e l’opera definitiva in bronzo, di sculture monumentali per nuovi edifici e piazze sia in Europa che in America. La commissione pubblica più importante è la scultura di fronte alla facciata della nuova sede dell’Unesco a Parigi del ‘57. Anche in questo caso, dopo aver preso in esame varie soluzioni, opta per la figura reclinata convincendo i committenti a realizzarla in travertino romano e non in bronzo.
Fra i pezzi più significativi, esposti in una vetrina, una decina di piccoli bronzi degli anni ‘40, “Gruppo di famiglia”, “Figura distesa”, “Madonna con bambino”, uno della GNAM, un altro del Guggenheim di Venezia, veri e propri capolavori, la quintessenza della poetica dell’artista Può sfuggire a una visita frettolosa, è nell’aula IX all’aperto, uno dei bronzi più noti dono di Moore a Firenze, “Guerriero con scudo” che ha affascinato e ispirato artisti di tutto il mondo. Un guerriero privo di un braccio e di una gamba, con lo scudo alzato per proteggersi e resistere. Dal Chiostro della basilica di Santa Croce a Firenze alla volta sfondata delle Terme, circondato da capitelli, sarcofagi e statue mutile, come lui. Un “classico” fra i classici.

Autore: Laura Gigliotti

Info: Roma, Terme di Diocleziano – Grandi Aule, Viale Enrico De Nicola, 79. Orario: 9.00 – 19.30, chiuso il lunedì. tel. 06 – 39967700 e www.coopculture.it

Fonte: www.quotidianoarte.it, 28 set 2015