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VENEZIA. Geminiano Cozzi e le sue porcellane.

La porcellana è forse il materiale che meglio di altri incarna lo spirito e l’estetica del Settecento: lucente e leggera, si presta naturalmente alla realizzazione di oggetti dalle linee eleganti e agili.
Rimasta a lungo un segreto delle manifatture cinesi fu ricreata in Europa nel secondo decennio del XVIII secolo, presso la corte sassone di Augusto il Forte e da qui si diffuse gradualmente in tutto il continente, nonostante i disperati tentativi di nasconderne la formula.
Nel corso del Settecento la Serenissima fu l’unico stato dove sorsero ben quattro manifatture di porcellane, anche se tutte per iniziativa privata.
Una di esse fu quella di Geminiano Cozzi (1728 – 1798), nato a Modena ma veneziano d’elezione, alla cui straordinaria attività di imprenditore ante litteram la Fondazione Musei Civici di Venezia dedica ora – a 250 anni dal privilegio concessogli dalla Repubblica nel 1765 (che segna la nascita vera e propria della manifattura Cozzi) – la prima retrospettiva in assoluto.
E non è un caso se la mostra viene presentata nel pòrtego al primo piano di Ca’ Rezzonico, Museo del Settecento veneziano, sede che più di ogni altra, per peculiarità e storia, si presta a celebrare uno degli aspetti maggiormente affascinanti dell’arte del XVIII secolo.
A cura di Marcella Ansaldi e Alberto Craievich, la rassegna presenta oltre seicento pezzi provenienti da musei italiani ed esteri, tra cui i pochi esemplari sicuramente datati e i molti custoditi in collezioni private fino ad oggi di difficile accesso al pubblico e agli studiosi, circostanza quest’ultima che non ha giovato alla fortuna di Cozzi, la cui figura e produzione oggi paiono finalmente riconosciute all’interno del panorama europeo.
Dipanandosi attraverso uno sviluppo sia cronologico che tematico, il percorso espositivo illustra l’evoluzione della manifattura Cozzi e le tipologie dei decori e dei vari oggetti, evidenziando da un lato una delle vicende storico-artistiche più affascinanti del Settecento e presentando, dall’altro, uno spaccato dell’attività manifatturiera dello stesso periodo che racchiude episodi di sorprendente modernità.
Lo sviluppo dell’arte della porcellana nel Settecento nella Repubblica di Venezia si deve a personalità controverse, caparbie ed affascinanti.
È il caso del giovane patrizio Giovanni Vezzi, che nel 1720 inizia la propria produzione o di Nathaniel Friederich Hewelcke, mercante sassone emigrato nel 1757 da Meissen a causa della chiusura della manifattura durante la Guerra dei Sette Anni, che chiese ed ottenne un privilegio ventennale per la fabbricazione di “porcellane di Sassonia d’ogni e qualunque specie” a Venezia; o ancora, oltre al già citato Geminiano Cozzi, di Giovanni Battista Antonibon, che nel 1762 avvia a Nove la produzione della porcellana trent’anni dopo aver ottenuto dal consiglio dei “Savi della Mercanzia” della Serenissima il privilegio di produrre maiolica di qualità per vent’anni se nza doverne pagare le tasse (1732).
I risultati, benché qualitativamente straordinari, non furono però altrettanto fortunati: Vezzi ed Hewelcke dopo pochi anni furono costretti ad abbandonare le loro imprese a causa dei debiti, solo Antonibon a Nove e Cozzi a Venezia riuscirono a dar vita, pur nelle difficoltà, a imprese durature.
La mostra, visitabile con l’orario e il biglietto del museo, è accompagnata da un catalogo illustrato (Antiga Edizioni, Crocetta del Montello, Treviso, 2016) che si giova di un comitato scientifico internazionale e della collaborazione dei maggiori esperti in materia.

Info:
Venezia, Ca’ Rezzonico, Museo del Settecento veneziano fino al 12 luglio 2016

FIRENZE. La scultura del Quattrocento in legno dipinto.

La Galleria delle statue e delle Pitture degli Uffizi ospita dal 22 marzo al 28 agosto 2016 un’esposizione temporanea che propone per la prima volta al pubblico, attraverso un nucleo di circa cinquanta opere, la scultura in legno dipinto del Quattrocento fiorentino, un tema studiato con passione da Margrit Lisner e da Alessandro Parronchi, ma ancora di nicchia e noto quasi solo agli addetti ai lavori, seppure costellato di opere di grande valore artistico.
Nella Firenze del Quattrocento la scultura dipinta, in linea col primato artistico della scultura, costituiva un imprescindibile modello espressivo per tutti gli artisti. In particolare, il tema del corpo sofferente sulla croce, modellato con un nuovo sentito naturalismo nei crocifissi di Donatello e Brunelleschi, fu oggetto di riferimento per l’attività delle generazioni successive di artisti. Accanto alla qualificata produzione di crocifissi, si intagliarono anche statue della Madonna, di sante e santi eremiti dai corpi tormentati o preservati dal dolore, busti-ritratto, statue al centro di polittici misti e statue per l’arredo liturgico. Donatello e Brunelleschi dipingevano, presumibilmente, oltre che modellare le loro opere, poiché la policromia costituiva insieme all’intaglio un elemento essenziale per il raggiungimento di quel naturalismo integrale che perseguivano nelle loro opere. Tra queste ricordiamo i superbi Crocifissi di Santa Croce e Santa Maria Novella.
Numerosi scultori invece per dipingere le loro opere si rivolgevano ai pittori. Neri di Bicci, che aveva a Firenze una bottega avviata in via Porta Rossa, fu uno tra i pittori più richiesti per lo scopo: dipinse busti intagliati da Desiderio da Settignano e crocifissi da Benedetto da Maiano; con un monaco-scultore, don Romualdo da Candeli, il pittore intrattenne un rapporto di stretta collaborazione, descritto nelle sue ‘Ricordanze’, ed attestato dalla Maddalena al Museo della Collegiata di Sant’Andrea a Empoli, presente in mostra. Proprio la ‘Maddalena’, in virtù di quella eseguita da Donatello (Museo dell’Opera del Duomo, Firenze), costituì un tema prediletto dagli scultori, come attestano in mostra l’avvenente Maddalena di Desiderio da Settignano della chiesa di Santa Trinita, terminata da Giovanni d’Andrea, un allievo del Verrocchio, e quella di Francesco da Sangallo del Museo diocesano di Santo Stefano al Ponte.
La mostra illustra inoltre come nell’ultimo quarto del Quattrocento alcune grandi botteghe a conduzione familiare, sollecitate dalle richieste del mercato artistico, si fossero specializzate nella realizzazione di crocifissi e non solo per le chiese, bensì destinati anche alla devozione privata e conventuale. Tale produzione fu predominante tra gli esponenti della più alta tradizione dell’intaglio ligneo fiorentino: i fratelli Giuliano e Benedetto da Maiano, i Sangallo – Giuliano, Antonio il Vecchio e Francesco -, i Del Tasso – Francesco e Leonardo – e Baccio da Montelupo. Il Tondo Doni, che fa parte del circuito della mostra, è uno fra i più famosi episodi di collaborazione tra pittore, Michelangelo, e un esponente della più alta tradizione dell’intaglio ligneo fiorentino, Francesco del Tasso, che eseguì la cornice con grottesche, fantasiosi racemi e protomi umane, quasi sicuramente su disegno dello stesso Michelangelo. In questo racconto della scultura in legno dipinto si dà conto anche delle presenze ‘straniere’ a Firenze.
Nel 1457 è documentato in città il misterioso scultore Giovanni Teutonico, un artista itinerante – autore in città di alcuni lavori tra i quali il Crocifisso, in mostra, de chiesa di Sant’Jacopo Soprarno -, che veicolò esperienze d’oltralpe in Italia, nel segno di un naturalismo volto a un cruda, teatrale, resa espressiva del dramma umano, diverso da quello donatelliano, comunque ispirato ad una veridica, condivisa umanità. Presente in mostra anche il San Rocco della Santissima Annunziata di Veit Stoss, un altro apprezzato scultore d’oltralpe che venne salutato da Vasari come «miracolo di legno (…) senza alcuna coperta di colore». Nel pensiero classicista cinquecentesco, la scultura lignea era infatti chiamata a esibire il materiale e non più ricoprirlo con la policromia. Con questa esposizione «grazie a nuovi studi o per via di fortuiti ritrovamenti, statue meravigliose sono liberate da una segregazione secolare nel buio delle cappelle, altre rivestono nuovi panni dopo restauri accurati, altre ancora trovano una più consona collocazione attributiva. Si scopre che la scultura toscana era molto più cosmopolita di quanto si pensi: assorbiva le migliori novità d’oltralpe e iberiche, prendeva a prestito gli ornati dall’oreficeria francese. Nella mostra, come nel catalogo a corredo, le opere possono di nuovo dialogare in una realtà viva: e pare quasi di avvertire, a mezzo millennio di distanza, i rumori di subbie, di scalpelli, di pestelli nei mortai, le voci dei garzoni che portano i sacchi di gesso, macinano i pigmenti, mettono in ordine la bottega, si sentono in sottofondo gli ordini dei maestri – tutta la febbrile, mirabile, operosa, creativa esistenza delle botteghe del Rinascimento». (Eike D. Schmidt direttore degli Uffizi).

Fonte: www.quotidianoarte.it, 21 mar 2016

Foto: Donatello (Firenze 1386 circa – 1466) Crocifisso 1407-1408 circa Legno intagliato e dipinto, Firenze, basilica di Santa Croce

PERUGIA. Perugino, Pinturicchio e gli altri.

50 dipinti di grande rilievo rappresentativi non solo delle esperienze artistiche che si affermano in Umbria nell’arco di quattro secoli, dal Trecento al Settecento, ma anche di altri aspetti della cultura figurativa italiana dal Rinascimento al Barocco, sono in mostra sino al 29 novembre 2016 in Palazzo Lippi Alessandri a Perugia.
La grande mostra che ha aperto i battenti è uno spettacolare “biglietto da visita” di una collezione, quella creata dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia per stimolo del presidente Carlo Colaiacovo, di livello notevolissimo. Come ha voluto riconoscere Vittorio Sgarbi, nel presentarla nel corso di un evento che si è tenuto presso la Sala dei Notari alla presenza del Sottosegretario del Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo Ilaria Borletti Buitoni che ha sottolineato l’importanza di iniziative di questo genere per valorizzare il patrimonio artistico di cui è ricco il nostro Paese.
Un patrimonio che, in quanto appartenente alla stessa Fondazione, potrebbe essere stato inteso e gestito come “privato”, ovvero destinato a bene rifugio da tutelare, certo, ma non da proporre alla collettività. Non solo la Fondazione non ha scelto questa linea, ma al contrario ha attentamente selezionato le opere via via acquisite. Altre parole di apprezzamento Sgarbi le ha riservate alle scelte che la Fondazione ha fatto, con determinazione e competenza, nella individuazione e selezione delle opere d’arte da far confluire nella propria Collezione.
Opere di artisti di ambito umbro, scelte con particolare oculatezza, spesso per riunirle e salvarle dalla dispersione. Un progetto mirato, “alto”, per mettere l’uno accanto all’altro, secondo un disegno preciso, i nomi di massimo rilievo dell’arte umbra dal periodo medievale, come ne caso del Paliotto, che Sgarbi definisce “intenso”, di Matteo da Gualdo, passando per Perugino e Pinturicchio e per gli altri grandi interpreti del Cinquecento Umbro.
Per svelare poi la qualità del Cerruti, e confrontare il “Cavalier Perugino” con l’Alunno, Federico Zuccari, il Pomarancio e di altri interpreti del manierismo. Non un percorso – sottolinea Sgarbi – dedicato esclusivamente alle “grandi firme” ma una indagine scientificamente inappuntabile che non tralascia di indagare anche momenti interessanti ma meno noti della pittura umbra come il paesaggismo di Pietruccio Montanini o i capricci di Alessio De Marchis. Umbria ma non solo, perché nella Collezione sono entrati anche dei grandi nomi “fuori territorio”; come Guercino, Carracci, Pier Francesco Mola o lo svizzero-romano Serodine.
“L’inizio di questa collezione, quasi vent’anni fa, fu una scelta non facile, ma che il tempo ha reso strategica e vincente”, ricorda il Presidente Colaiacovo. Una affermazione che trova palese riscontro nella attuale esposizione dedicata ai Tesori della Fondazione. Mostra che non è ovviamente esaustiva di quanto di eccezionale la Fondazione ha riunito in anni di attente acquisizioni. Lo sottolinea il curatore della mostra, il professor Francesco Mancini che ha “tenuto a balia” questo importante progetto.
“Gli spazi a disposizione della mostra non hanno consentito, chiarisce il curatore, di aggiungere altri pezzi. Siamo tuttavia consapevoli che ulteriori, interessanti oggetti di proprietà della Fondazione meriterebbero di essere presentati e fatti conoscere; soprattutto di epoche storiche più vicine a noi. Ciò vale, ad esempio, per l’ormai consistente patrimonio d’arte del Novecento umbro; un patrimonio che è andato di giorno in giorno arricchei grazie soprattutto ai lasciti di privati che, specie se eredi di importanti artisti, hanno visto nella Fondazione un approdo sicuro per custodire la memoria dei propri cngiunti; ma anche un Istituto attento a valorizzare queste loro generose e al tempo stesso lungimiranti operazioni di mecenatismo culturale”.

Fonte: www.quotidianoarte.it, 21 mar 2016

ITALIA. Sono circa 35 mila i beni culturali esposti a rischio frane.

“In Italia abbiamo circa 35 mila beni culturali esposti a rischio frane. Moltissimi beni culturali sono stati danneggiati nei soli terremoti dell’Umbria, Marche, Molise, Puglia, Abruzzo ed Emilia -Romagna. Più di 7 milioni di italiani sono in aree ad elevato rischio idrogeologico e poi ci sono edifici pubblici come ospedali e scuole in aree ad elevato rischio sismico ed idrogeologico”.
Lo afferma Vincenzo Morra, Dipartimento Scienze della Terra dell’Università Federico II di Napoli, elencando i temi oggetto di discussione presso la sede della Stampa estera a Roma.
“Più di 200 miliardi di euro sono stati spesi negli ultimi 70 anni per inseguire le emergenze e quasi nulla è stato speso in prevenzione. Contemporaneamente abbiamo avuto una grande contrazione delle Scienze della Terra – ha proseguito Morra – con i Dipartimenti che sono passati da ben 34 ad 8 con la riforma Gelmini. Negli ultimi 15 anni i geologi nelle Università italiane sono diminuiti di oltre il 25%. In Italia però non ci facciamo mancare nulla “con ben 480.000 frane delle 700.000 esistenti in Europa. C’è oggi l’esempio della Costiera Amalfitana – ha dichiarato Francesco Peduto, Presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi da appena 3 mesi – dove abbiamo tutti e tre i georischi. In Costiera abbiamo il rischio idrogeologico, il rischio sismico ed il rischio vulcanico“.
Il 7 Aprile i geologi saranno proprio in Costiera Amalfitana nel Comune di Minori per dare l’opportunità di vedere i georischi osservati dallo spazio, grazie all’astronauta, il maggiore Luca Parmitano.

Fonte: www.quotidianoarte.it, 20 mar 2016

ASCOLI PICENO. Francesco nell’arte. Da Cimabue a Caravaggio.

Inaugurata il 12 marzo presso la Sala della Ragione Palazzo dei Capitani la mostra “Francesco nell’arte. Da Cimabue a Caravaggio” curata da Giovanni Morello e Stefano Papetti.
“Francesco nell’arte. Da Cimabue a Caravaggio ”è la prima delle quattro grandi mostre che la Regione Marche dedica al Giubileo della Misericordia, unica regione ad onorare il Giubileo indetto da Papa Francesco con mostre importantissime. Il 2016, un anno straordinario, raccoglie come chiave tematica unitaria un programma di esposizioni unico in Italia per valore degli allestimenti, preziosità delle opere ospitate e prestigio dei curatori che si sono impegnati per realizzare progetti espositivi di livello internazionale.
Stefano Papetti, curatore della mostra e direttore della Pinacoteca civica, ha sottolineato come la mostra di Ascoli Piceno, con numerosissimi prestiti da tutta Italia, sarà anche l’occasione non solo per i visitatori ma anche per gli studiosi di avere un raffronto sull’iconografia di San Francesco, da Cimabue al Piazzetta , che non è stata, al contrario di altri Santi, univoca.
“Una ricerca – ha ricordato il critico d’arte – anche sulle diverse raffigurazioni del saio, della postura, la tonsura e le stigmate. Ma sarà anche un modo per conoscere l’arte francescana di Ascoli Piceno dove Francesco sostò più di due mesi nel 1215 per la sua predicazione convincendo a seguirlo molti rampolli delle più nobili famiglie ascolane.”
La mostra “Francesco nell’arte. Da Cimabue a Caravaggio”, inserita in un più ampio contesto di iniziative culturali che coinvolgeranno la città di Ascoli Piceno nel corso del 2016, intende ricordare la figura di San Francesco in occasione dell’ottavo centenario della sua venuta nel Piceno. Il fondatore dell’ordine francescano, in virtù della sua precoce popolarità è stato infatti rappresentato dai maggiori artisti italiani e stranieri, a partire da alcuni tra i più autorevoli esponenti dell’arte gotica che ebbero modo di conoscerlo o di ricevere dai suoi più diretti seguaci informazioni attendibili circa il suo aspetto fisico.
Nelle tavole dipinte da Margaritone d’Arezzo, da Bonaventura Berlinghieri e da Cimabue viene dunque fissato un modello rappresentativo al quale si sono attenuti gli artisti dei secoli successivi, attenti a rispettare scrupolosamente alcuni dettagli iconografici che consentivano facilmente ai devoti di riconoscere, tra gli altri santi, la presenza di Francesco. Nelle Marche le visite da lui effettuate, il grande seguito che ha raccolto e soprattutto la precoce istituzione di conventi maschili e femminili legati alla regola francescana, l’origine ascolana del primo papa francescano (Niccolò IV, 1288-1292) hanno determinato lo svilupparsi di una intensa iconografia legata alla figura del santo d’Assisi ed alle sue vicende personali: non è un caso che proprio nella chiesa di san Gregorio ad Ascoli Piceno si conservi un affresco del XIII secolo che per la prima volta riproduce la predica agli uccelli, un tema che nei secoli successivi è stato spesso rappresentato fino ad assumere la caratteristica di un vero e proprio topos utile a dimostrare l’attenzione di Francesco verso tutto il creato.
Grazie ai prestiti richiesti ai maggiori musei italiani, sarà possibile ripercorrere l’evoluzione della figura di Francesco nella pittura dal Medioevo alla Controriforma, quando, in base alle norme relative all’arte sacra sancite in occasione del Concilio di Trento, venne ribadita la necessità di rappresentarlo rispettando la tradone iconografica stabilita fin dal XIII secolo come attesta nel suo “Dialogo sugli errori de’ pittori circa le istorie” il sacerdote fabrianese Giovanni Andrea Gilio (1564).
Nell’imponente Sala della Vittoria della Pinacoteca Civica di Ascoli Piceno, saranno quindi collocati i dipinti della mostra che si aggiungeranno ai due capolavori legati al tema francescano già presenti nelle raccolte comunali: la grande tela di Tiziano raffigurante San Francesco che riceve le stigmate e la tavola di Cola dell’Amatrice raffigurante il santo di Assisi con altri confratelli. Idealmente la mostra troverà un suo sviluppo nella Sala del piviale dove è esposto il prezioso paramento liturgico ricamato in opus anglicanum donato alla città di Ascoli dal Pontefice Nicolò IV, il primo francescano ad essere asceso alla cattedra di san Pietro.

Fonte: www.quotidianoarte.it, 10 mar 2016