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TORINO. ARTISSIMA 18. Internazionale d’Arte Contemporanea.

Artissima 18, Internazionale d’Arte Contemporanea a Torino quest’anno per la seconda volta sotto la direzione artistica di Francesco Manacorda, si svolgerà dal 4 al 6 novembre 2011 (preview il 3 novembre) negli spazi dell’Oval, Lingotto Fiere.
Artissima ha saputo nel tempo imporsi sulla scena nazionale e internazionale dell’arte contemporanea come un osservatorio privilegiato sulla migliore ricerca nel campo delle arti visive e un grande appuntamento culturale, capace di conquistare l’interesse degli specialisti, del grande pubblico e della stampa. Lo dimostrano i dati di affluenza di Artissima 17, che ha visto la partecipazione di oltre 48.000 visitatori e 1300 giornalisti accreditati. Con l’edizione 2011, Artissima intende rafforzare ulteriormente il livello di qualità e di internazionalità della fiera e allo stesso tempo imprimere nuovo slancio alla forte vocazione sperimentale che ha caratterizzato l’ultima edizione, consolidandone il successo.
Molte delle novità che avevano contraddistinto la scorsa edizione della fiera tornano con rinnovata vitalità nel progetto di Manacorda per Artissima 18, rappresentandone veri e propri punti di forza.
È riconfermata la spettacolare sede dell’Oval, padiglione dall’originale taglio architettonico, realizzato in occasione dei Giochi Olimpici Invernali di Torino 2006, che con i suoi 20.000 mq illuminati naturalmente, si è mostrato un luogo di grande efficacia per ospitare la manifestazione.

La fiera
Artissima 18 ospiterà circa 150 gallerie suddivise in quattro sezioni:
·         Main section, che raccoglie le gallerie più rappresentative del panorama artistico mondiale scelte dal Comitato di selezione.
·         New Entries, riservata alle più interessanti giovani gallerie, con meno di cinque anni di attività e presenti per la prima volta ad Artissima, scelte dal Comitato di selezione. Lo scorso anno sono state ammesse 29 gallerie provenienti da 14 paesi. Una giuria internazionale assegnerà durante la fiera il premio Guido Carbone alla galleria della sezione New Entries ritenuta più meritevole per il lavoro di ricerca e promozione di giovani artisti.
·         Present Future, dedicata ad un gruppo di artisti emergenti invitati da un team di curatori internazionali e presentati dalle loro gallerie di riferimento. La sezione è realizzata in collaborazione con illycaffè che mette a disposizione il premio illy Present Future assegnato all’artista considerato più interessante da una giuria composta da tre prestigiosi esperti.
·         Back to the Future, inaugurata nel 2010 con l’intento di portare l’attenzione su artisti attivi negli anni ’60 e ’70 che hanno avuto un limitato riconoscimento negli ultimi decenni, ma il cui lavoro è particolarmente significativo oggi, è una vera mostra a carattere museale di un gruppo di artisti selezionato da un Comitato curatoriale internazionale. Back to the Future nel 2010 ha riscosso grande interesse da parte delle gallerie che hanno aderito numerose, da parte dei collezionisti e della stampa.
 
Il Progetto curatoriale
Artissima 18 prosegue il percorso di ricerca sullo scenario futuro dei musei, avviato la scorsa edizione con la Casa delle Contaminazioni. Il programma propone quest’anno due diversi progetti, autonomi ma al contempo fortemente connessi l’uno all’altro: il primo si svolgerà all’interno della fiera, mentre il secondo avrà una collocazione all’esterno e sarà aperto solo in orario serale. Entrambi i progetti si concentrano su nuovi modelli e strutture per la produzione, l’interpretazione e la diffusione dell’arte contemporanea e, per la prima volta nell’ambito di una fiera, sono curati da artisti.

Approssimazioni Razionali Semplici
Collocato al centro del padiglione della fiera, Approssimazioni Razionali Semplici è un progetto per un museo immaginato dall’artista torinese Lara Favaretto in collaborazione con Francesco Manacorda. Questa “istituzione provvisoria” sarà modellata su alcune funzioni tradizionali dei musei di arte contemporanea ri-pensando il loro modus operandi, e proporrà una selezione di progetti già esistenti o di nuove proposte da parte di singoli, collettivi e istituzioni, scelti nel panorama artistico mondiale per la loro capacità di inventiva nel re-immaginare metodi operativi e programmatici. Il titolo del progetto si rifà a un modello matematico che definisce un’interpolazione – ovvero la determinazione approssimata dei valori di una grandezza usando valori noti – che usa funzioni razionali. Approssimazione, nel suo significato etimologico di “avvicinamento”, suggerisce anche le linee portanti del progetto che riunisce idee e attitudini diverse, proponendo un’organizzazione fittizia, effimera, nomade che esisterà solo per i quattro giorni di fiera. Il risultato è la costruzione di un paradosso per un modello istituzionale, il quale normalmente è pensato per essere stabile e duraturo, mentre in questo caso sarà costruito nel segno dell’impermanenza e della frammentazione.

Artissima LIDO
Quest’anno per la prima volta, Artissima organizzerà un programma di mostre e eventi al di fuori della fiera e dei suoi orari di apertura, nel centro di Torino. Nel quartiere medioevale del Quadrilatero Romano, diversi spazi no-profit gestiti da artisti provenienti da tutta Italia saranno provvisoriamente dislocati in una serie di spazi urbani per portare avanti, allo stesso tempo e nello stesso luogo, le loro diverse attività sperimentali. Il progetto intende sviluppare e mostrare una rete di spazi e collettivi che spesso sono le uniche organizzazioni che promuovono la sperimentazione artistica nel loro territorio al fine di attrarre l’attenzione internazionale su un aspetto poco noto dell’Italia e della sua scena artistica più nascosta. Pensato come una mostra collettiva di spazi sperimentali, Artissima LIDO sarà curato da tre artisti italiani, Christian Frosi, Renato Leotta e Diego Perrone, e offrirà un fitto, vario e articolato calendario di mostre, performance, proiezioni, concerti e conversazioni in  spazi scelti della zona. Punto di partenza per una passeggiata nel quartiere sarà l’Artissima Social Bar, un locale temporaneo dove il mondo dell’arte e i visitatori della fiera potranno incontrarsi ogni sera.

“Lavoriamo sulla vocazione sperimentale, la capacità innovativa e la dimensione internazionale di Artissima attraverso un impianto curatoriale rigoroso che costruisce sul progetto dello scorso anno”  ha detto Francesco Manacorda.”La nostra scelta è andata nel senso della continuazione e della “profondità” senza privare la fiera di molti elementi di innovazione e spettacolari. Obiettivo: costruire un progetto di grande attualità, capace di mettere a frutto la particolare natura di Artissima, basata sulla duplice valenza, culturale e di business e che fa di questa fiera un laboratorio per l’arte contemporanea e un ideale crocevia per tutti i suoi protagonisti”.

ARTISSIMA è un marchio di Regione Piemonte, Provincia di Torino e Città di Torino; per incarico dei tre Enti, è promossa dalla Fondazione Torino Musei, costituita dal Comune di Torino per curare e valorizzare il patrimonio artistico e museale della Città. La diciottesima edizione di ARTISSIMA viene realizzata attraverso il sostegno dei tre Enti proprietari del marchio, congiuntamente a Camera di commercio di Torino, Compagnia di San Paolo e Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT.

Info:
Fondazione Torino Musei
t. +39 011 4429523          
daniela.matteu@fondazionetorinomusei.it

Diego Della Valle: Mecenate per tre ragioni.

Quando Diego Della Valle entra nel «suo» monumento – il monumento di tutti – il sole proietta le prime ombre lunghe. È un divo come gli imperatori. E Gianni Alemanno è un Dioscuro che vince con lui. C’è un’atmosfera insieme mondana e colta. Ci sono gli archeologi che hanno contato le pietre di Roma antica – Andrea Carandini, Anna Maria Moretti, Rossella Rea – ma anche imprenditori e vip. Volti abbronzati, signore in decolletée e tacchi alti, hostess impeccabili in corto nero, giapponesi con il farfallino e lo smoking. In prima fila Luigi Abete e Carlo Rossella, Clemente Mimun, Dante Ferretti, Christian De Sica con Silvia Verdone.

Ma i flashes sono tutti per lui. Ha il piglio insieme autorevole e bonario. Scambia battute con i sovrintendenti, con Abete. Poggia la mano sulla spalla dell’interlocutore, rassicura. Ma quando finisce la passerella – ci sarà una cena alla «Barchetta» di piazza Cavour dopo il debutto di Diego-Mecenate – e il microfono passa a lui, le parole dicono della fierezza di essere italiani, della voglia di costruire. Un discorso politico. Nessuna recriminazione, nessun attacco.

Il sentimento, che deve essere comune, è di credere nel sistema Italia.

«Da quella arcata sono entrato da ragazzino», dice il patron di Tod’s e indica la porta Libitinaria, in faccia a Colle Oppio. «Venivo qui con un pullman da Casette d’Ete, dove sono nato. Rimasi stupefatto», ricorda evocando il suo paese, adesso sinonimo di un impero manifatturiero.

«Quando Alemanno mi ha chiamato – racconta poi – io e mio fratello ci abbiamo riflettuto solo un giorno. Sì, accettiamo – la risposta – ma a un patto. Che lo facciamo da soli.

Il sindaco ha ribattuto: ‘Ma avete capito bene la cifra? Quanto ci vuole per restaurare il Colosseo?’.

Abbiamo capito benissimo, gli ho risposto.

E sono partiti i confronti, incontri. Con il sindaco, con i due ministri che si sono succeduti ai Beni Culturali. A conclusione dico che non è vero che l’Italia non funziona».

Poi spiega le tre ragioni che lo hanno convinto ad accettare. Gli servono pure a dire che cosa avrà in cambio. E non sono soldi o cartelloni pubblicitari.

«Il primo motivo è che il mio gruppo rappresenta nel mondo il made in Italy. Come non sostenere il monumento più famoso del pianeta? Il secondo motivo è che il nostro Paese vive di cultura e di turismo. Su questa sua peculiarità deve puntare. Con l’aiuto dell’imprenditoria può divenire leader internazionale. Il messaggio da trasmettere all’estero – ripete come uno slogan – è che l’Italia funziona. E vorrei che presto potessimo parlare di altri imprenditori che si prendono in carico Venezia, Firenze. O che una cordata di napoletani risanasse Pompei. Sarebbe una bella notizia».

L’ultima ragione è la più strategica. «La situazione mondiale è sempre più pesante, c’è disoccupazione, povertà. Aziende come le nostre hanno il dovere di far vedere che ci sono sul territorio. E la mia è un’operazione sociale, non commerciale. Vi aggiungeremo una Fondazione no profit, Amici del Colosseo. Opererà nei prossimi 15 anni per condurre in questo anfiteatro più studenti, più anziani, più portatori di handicap».

L’Italia non è solo livore.

Fonte:Il Tempo

Laura FENELLI Dall’eremo alla stalla. Storia di sant’Antonio abate e del suo culto.

Laura Fenelli ricostruisce la figura di sant’Antonio Abate e il culto a lui tributato nel bacino mediterraneo.
«L’Antonio eremita che vive solo nel deserto è lo stesso Antonio circondato di fedeli che invocano la guarigione, l’Antonio accompagnato da un maialetto dei dipinti trecenteschi è ancora l’Antonio dei santini, circondato dagli animali da stalla e da cortile, l’Antonio che cura i malati di fuoco sacro è l’Antonio che protegge il bestiame dalle malattie e la casa del contadino dagli incendi»: queste sono solo alcune delle sfaccettature della figura di sant’Antonio abate e del culto a lui tributato nel bacino mediterraneo nel corso dei secoli.
Attraverso testi e immagini Laura Fenelli ricostruisce una storia iniziata nel IV secolo dopo Cristo che vede l’asceta trasformarsi da santo eremita e poi taumaturgo a santo contadino e protettore degli animali.
Emergono in queste pagine «i meccanismi attraverso i quali si produce una devozione e un ordine religioso si innesta, talea floridissima, su un culto già radicato da secoli, e lo plasma, lo modifica, lo influenza a tal punto da renderlo, a prima vista, quasi irriconoscibile. Quello che la storia e le rappresentazioni dell’anacoreta della Tebaide, Antonio, dimostrano con chiarezza è il complicato processo attraverso il quale anche dalle immagini, costruite per specifiche esigenze di devozione, a memoria di attività economiche e terapeutiche, nascono nuovi testi e nuove leggende, pronte, ancora una volta, a dar luogo a innumerevoli raffigurazioni, in un continuo processo biunivoco di vasi perennemente comunicanti tra loro».
Una vicenda complessa e appassionante come un romanzo, cominciata nel lontano IV secolo dopo Cristo, e che ha visto – nel susseguirsi di leggende, culti, superstizioni e rappresentazioni – la trasformazione dell’asceta da santo taumaturgo a santo contadino e burlone.
Per comprendere questi passaggi basta prendere in esame tre immagini di epoche diverse che ritraggono Antonio.
In un dipinto su tavola del 1353, Antonio è vestito di un abito scuro e di un mantello bruno, è in piedi in un paesaggio roccioso dove germogliano sparuti due alberelli, si appoggia a un nodoso bastone da eremita, reggendo con l’altra mano un volume rilegato. Ai suoi piedi trotterellano due maialetti neri. Accanto
al santo si affollano donne e uomini, rigidamente divisi in base al sesso. Inginocchiati, stanno chiedendo la grazia, la salute, la salvezza per se stessi o per i loro cari.
Due secoli dopo, in un foglio a stampa cinquecentesco variamente riprodotto e di grande diffusione, lo schema iconografico è assai simile, nonostante le differenze di tecnica esecutiva, stile, materiale, contesto. Dettaglio nuovo è quello del fuoco che fiammeggia ai piedi del santo e sembra sgorgare dal trono stesso.
Infine, in uno dei tanti e popolarissimi santini dedicati all’eremita alla fine del XIX secolo sono cambiate le figure che lo attorniano: non più devoti inginocchiati che chiedono la grazia, non più malati e infermi in ginocchio ma animali, una mucca, un cavallo, l’immancabile maiale, e sullo sfondo un paesaggio campestre, dove brucia il tetto di un edificio in pietra, forse la stalla dove Antonio alla fine risiede.
È dunque attraverso l’iconografia che Laura Fenelli indaga con quali strategie viene di volta in volta promosso il culto per Antonio e come vengono costruite le immagini destinate a perpetuarne la memoria.

Autore:
Laura Fenelli, laureata in Storia dell’arte medievale e dottore di ricerca in Storia medievale, è stata dal 2007 al 2011 borsista post-doc presso il Kunsthistorisches Institut-Max Planck Institut (Firenze). Si occupa di questioni di iconografia religiosa, agiografia e storia delle immagini. È autrice di numerosi articoli su riviste italiane e internazionali e di Il tau, il fuoco, il maiale. I canonici regolari di sant’Antonio abate tra assistenza e devozione (Spoleto 2006), monografia dedicata agli aspetti economico-devozionali dell’ordine antoniano.

Indice del volume:
Introduzione,
Il bastone dell’eremita,
Da Atanasio alle leggende medievali,
Antonio, Paolo e le prime comunità monastiche,
Il nemico del demonio,
Sant’Antonio e l’Europa medievale,
Le ossa, la principessa indemoniata e il cavaliere,
I due corpi dell’eremita,
Guarire dal fuoco, punire col fuoco,
Il maiale, il fuoco, la campanella,
Il privilegio del porco, ‘antiqua et approbata consuetudine’,
Attributi e leggende tra interpretazioni e fraintendimenti,
Dal deserto alle campagne,
Conclusioni,
Referenze iconografiche,
Indice dei nomi e dei luoghi.

Info:
Editori Laterza – Sede legale Via di Villa Sacchetti 17, 00197 Roma – sede amministrativa Piazza Umberto I 54, 70121 Bari
Edizione: 2011
ISBN: 9788842097051
Pagine: 208, con ill. – Prezzo: 20,00 Euro
Http://www.laterza.it per acquisti on line.

Paolo NESTA (a cura di). La Chiesa di San Giovanni di Avigliana.

La ricerca, attraverso le fonti documentarie, ha permesso di accertare che anche nel caso del San Giovanni aviglianese valgono le considerazioni formulate da Grado Merlo nel 1987 per Sant’Ilario di Voghera – cui si fa riferimento a p. 19 e alla nota n. 12 – il centro del potere ecclesiastico del priorato di San Pietro (e della prevostura del Moncenisio), nel corso del XIII secolo, per precise ragioni storiche – il noto processo: “villa circa castrum restringere” – si sposta in San Giovanni.

Quest’ultima, dalla precedente destinazione a luogo di culto marginale, si trasforma in sede istituzionale del priorato e, dal Trecento, diviene anche sede del titolare della prevostura. L’ormai periferica San Pietro – col capovolgimento dei ruoli – è emarginata a chiesetta cimiteriale.
L’analisi documentaria si è rivolta ad accertare:
– il progressivo e costante radicamento dell’ente canonicale nel Borgo Nuovo di Avigliana, anche sottoforma di sempre più consistenti acquisizioni patrimoniali in beni terrieri ed immobili, almeno fino ai primi decenni del XVI secolo
– i suoi sempre più intensi legami con le famiglie dell’emergente “borghesia” produttiva del Borgo Nuovo e attiva intorno al castello sabaudo, consolidati dalla diffusa pratica della “recordancia”, su cui si fonda la proliferazione delle cappelle private, a partire dai primi decenni del XIV secolo in San Giovanni
– l’avvicendamento delle intitolazioni e dei patronati privati nella navata – riassunto nella tabella alle pp. 63 – 67, dal Trecento in poi
Il capitolo “Il XVI e il XVII secolo” tenta di mettere a punto il passaggio dalla gestione canonicale e del sistema della prevostura alla formazione postridentina dell’ente parrocchiale.
Lo studio dei documenti è stato utile:
– per mettere a punto una interessante serie di chiarimenti sulla storia architettonica del monumento, riletta attraverso le tracce edilizie, che ancora sopravvivono alle radicali trasformazioni tardoseicentesche
– non mancano indizi – attorno alla antica base del campanile, suscettibili di eventuali indagini archeologiche  – pp. 75 –
– si accenna alla preesistente chiesetta di San Nicola, con la sua unica testimonianza documentaria del gennaio del 1300 
– ci si sofferma su un importante documento importante, quello del 3 novembre 1447 – di cui si dice a p. 39 e 72-73 – che riguarda direttamente il momento da cui prende avvio la costruzione dell’attuale atrio – (intorno a quell’anno si provvede al prolungamento di due campate del vano della navata) – il che comporta il rifacimento, più avanzato verso ovest, dell’antica facciata. Ma le conseguenze che apporta riguardano direttamente la datazione (post quem) di:
– la facciata nuova, con l’affresco della lunetta – p. 99
– il ciclo dei capitelli esterni ed interni – pp. 91 – 95 – con notevoli suggestioni borgognone (e a loro volta diversi da quelli, anticamente impiegati nella vicina chiesa della Trinità, degli Umiliati, di qualche decennio precedenti (intorno al 1420 – 30) e, invece, non estranei a modelli nordico-renani
– i riquadri affrescati dell’atrio – pp. 97 – 105 – tra cui si riconoscono precoci (intorno al 1447 – 52) testimonianze della bottega dei Serra (Bartolomeo Serra); (per affinità, si pubblicano anche particolari degli affreschi, in corso di restauro, della chiesetta di San Bartolomeo, presso il lago Piccolo di Avigliana, antica dipendenza della Sacra).
Un altro capitolo interessante (pp. 109 – 148) è offerto dallo studio e dalla pubblicazione sistematica (per la prima volta a colori), a cura di Mauro Cortelazzo, dell’intera serie dei bacini di primo Trecento che adornano il campanile.
Dal saggio sui dipinti cinquecenteschi, a cura di Fabrizio Fantino – meritevole in ogni sua parte, per la puntuale e accuratissima sistemazione delle opere presenti in San Giovanni, di Defendente Ferrari e bottega, Gerolamo Giovenone e lo pseudo Giovenone – spiccano alcune questioni:
– L’aver riportato l’attenzione sulla santa martire del Museo Canonica di Roma, di certa provenienza aviglianese – p. 157
– l’analisi del Polittico dei santi Crispino e Crispiniano (pp. 162-165) e, in particolare intorno alla questione della data apposta (1535) e, invece, della sua datazione, ricondotta da Fabrizio Fantino al 1525-30, anche con il ricorso alle informazioni raccolte attraverso le indagini riflettografiche di Paolo Triolo (condensate nel saggio successivo – pp. 179-197)
– il nesso tra i trittici e le tavole e il contesto delle istituzioni ecclesiastiche aviglianesi, con solide ipotesi sulla loro provenienza, in San Giovanni, in particolare dalla chiesa agostiniana, dopo la soppressione napoleonica del 1801
Lo studio di Paolo Triolo con il ricorso alle riflettografie è stato esteso, per stabilire utili confronti, anche alla tavola defendentesca con l’Adorazione del Bambino (1511) e consiste, in assoluto, nella prima occasione – veramente sorprendente per gli esiti – cui siano state sottoposte quelle opere all’indagine IR, importante per chiarire le differenze nel ductus pittorico dei diversi maestri (Defendente Ferrari, Gerolamo Giovenone e il cosiddetto Pseudo Giovenone).
Seguono le indagini, ordinate all’interno della navata, cappella per cappella e a partire dall’area del presbiterio, per giungere, secondo un percorso orario, alla bussola, alla cantoria e al soprastante organo di Antonio Bruna, senza trascurare i frammenti di un capolavoro di intagli lignei di primo Cinquecento, pertinenti ad una bottega nordica e più tardi ricomposti a costituire la balaustra del pulpito 
Esse sono poi state utili nel ricomporre la storia degli avvicendamenti di intitolazione e di patronati, su ciascun altare e per delineare il percorso delle trasformazioni delle pratiche devozionali, dai culti tardomedioevali all’affermazione della ritualità postridentina e di quella ottocentesca.
In particolare, si segnala che il capitolo dedicato alla Cappella del Beato Cherubino Testa, la cui testimonianza spirituale rimane viva nella memoria devozionale aviglianese – oltre a ripercorrere le tappe materiali pertinenti all’erezione di quell’oratorio, è corredato di una scheda in cui si ricostruiscono le tappe, a partire dal 1609, della lunga pratica di beatificazione, finalmente giunta a conclusione nel 1865
Inoltre è stato possibile ricostruire la consistenza della “quadreria” sei-ottocentesca, che impreziosiva la navata e gli altari, parte della quale oggi è purtroppo scomparsa, in seguito al furto del 2003; ci si augura che la pubblicazione della relativa documentazione fotografica, precedentemente realizzata, possa contribuire alla restituzione del maltolto.
Lo studio di Maria Paola Ruffino fa il punto sulle testimonianze conservate nel superstite fondo di paramenti sacri, di cui evidenzia la consistenza quantitativa e la particolare natura qualitativa, distribuita tra il XVII e il XIX secolo
Lo studio della chiesa di San Giovanni di Avigliana si conclude con un escursus sul fondo dei vasi sacri, in cui sono raccolti argenti e manufatti distribuiti tra il XVI e la prima metà del XX secolo
Il volume, di complessive quattrocento pagine, è completato dalla bibliografia e da una appendice documentaria, in cui alle trascrizioni delle visite pastorali segue una selezione di atti, considerati tra i più significativi, provenienti da numerosi fondi archivistici, tra i quali l’Archivio di Stato di Torino, l’Archivio Arcivescovile di Torino, l’Archivio Storico Comunale di Avigliana e l’Archivio Parrocchiale di San Giovanni.   

Indice:
Introduzione di Gianni Carlo Sciolla
Le vicende storiche. Da Priorato a Chiesa Parrocchiale. Le origini trecentesche del priorato di San Giovanni
 – Il XV secolo
 – Il XVI e il XVII secolo
 – Indagini sul monumento
 – Ricostruzione sintetica della distribuzione degli altari tra il XIV e il XXI secolo
 – Alle origini del complesso monumentale
 – La chiesa e la domus canonicale
 – Il Campanile
 – La facciata
 – Il lato esterno meridionale della chiesa. Spunti per la lettura della struttura interna della navata
 – Le sculture e gli affreschi quattrocenteschi
 – Capitelli del portale e dell’atrio
 – Cristo in croce
 – Affreschi dell’atrio
Tecnologia, iconografia e fascino simbolico: i bacini in ceramica graffita del campanile di Mauro Cortelazzo
 – I disegni del d’Andrade (1883)
 – La riproduzione dei bacini nel vasellame del Borgo Medievale
 – I bacini ceramici: una scelta decorativa
 – Il Piemonte Occidentale e la diffusione di una classe ceramica
 – La ceramica graffita: un prodotto del medioevo piemontese
 – La datazione del campanile e delle sue ceramiche
 – L’inserimento dei bacini
 – Iconografia e fascino simbolico
 – Considerazioni finali
“Altare ipsum est munitum icona satis pulcra”: i dipinti cinquecenteschi di Gerolamo Giovenone e di Defendente Ferrari, di Fabrizio Fantino
Indagini tecniche sui dipinti conservati presso la chiesa di San Giovanni in Avigliana, di Paolo Triolo
 – Premessa e specifiche tecniche
 – La chiesa di San Giovanni di Avigliana
 – Polittico della Madonna in trono con i Santi Crispino e Crispiniano
 – Mappatura e analisi riflettografica
 – L’intervento dello pseudo-Giovenone
 – La predella
 – La datazione
 – Conclusioni
Ricognizione riflettografica sull’Incoronazione della Vergine con il beato Cherubino Testa e santa Caterina d’Alessandria
 – L’interno: il presbiterio, la navata e le cappelle laterali
 – L’altare maggiore e l’area presbiteriale
 – Le tavole cinquecentesche del presbiterio
 – La compagnia del Santissimo Sacramento
 – Gli arredi dell’altare maggiore
 – Per l’antica icona dell’altare maggiore
 – La cappella di San Luigi Gonzaga
 – La cappella del Beato Cherubino Testa, o dell’Assunta
 – Il Beato Cherubino Testa
 – La cappella dello Spirito Santo
 – Il pulpito Giuseppe
 – La cappella del Suffragio
 – La cappella del Rosario
 – La cappella dei Santi Crispino e Crispiniano
 – La cappella di Sant’Orsola
 – L’organo di Antonio Bruna
 – Gli arredi sacri
I paramenti sacri, di Maria Paola Ruffino
 – I vasi sacri
 – Appendice documentaria
 – Visite pastorali
 – Documenti
 – Bibliografia

Info: 
a cura di Paolo Nesta e con i contributi di Maria Paola Ruffino, Mauro Cortelazzo, Fabrizio Fantino, Paolo Triolo;
© Edizioni del Graffio
Via Abegg, 43 – 10050 Borgone Susa (TO)

Link: http://www.studiograffio.it

CESENA (FC). Le Terre della Pittura tra Marche e Romagna.

Fino al 28 agosto 2011 35 dipinti dal Quattrocento al Settecento dalla collezione Altomani-Ciaroni raccontano le vicende di due territori limitrofi che hanno visto fiorire nei secoli un’arte andata ben oltre i confini regionali
Nel variegato e spesso contraddittorio mondo che passa sotto la denominazione di antiquariato italiano operano anche esperti di levatura internazionale, che si incaricano di rintracciare, restaurare, studiare e possibilmente riportare nei luoghi di origine quelle opere d’arte che il tempo ha disperso e confinato nell’oblio. A muoverli è un sentimento che, dall’incanto della bellezza, si traduce talvolta in un’etica della memoria. Da questo stesso sentimento nasce Le Terre della Pittura tra Marche e Romagna, una scelta antologia di dipinti antichi che raccoglie 35 opere dalla collezione Altomani-Ciaroni, allestita a Cesena (FC), alla Galleria Comunale d’Arte di Palazzo del Ridotto dal 25 giugno al 28 agosto 2011.
Dalla Madonna col Bambino del Maestro di Castrocaro a quella di Giovan Francesco da Rimini, da una Vergine appena ritrovata del Cagnacci ad una del Sassoferrato, da un importante modelletto della Pala Bargellini di Ludovico Carracci a due dipinti raffiguranti la Resurrezione recentemente scoperti, uno dell’Albani e l’altro del Pomarancio, le tele esposte raccontano le vicende di due territori confinanti, le Marche e la Romagna, che per molti secoli hanno risentito insieme degli influssi delle vicine scuole bolognese, veneziana, romana, ma che allo stesso tempo hanno permesso anche la fioritura di personalità artistiche che sono riuscite a estendere le loro idee ben oltre i limiti regionali. Inedite sono anche due Virtù dipinte da Elisabetta Sirani per il Malvasia e due tele incompiute di Simone Cantarini, solo per ricordare alcune delle gemme della raccolta.

La mostra, che raccoglie in tutto 35 tele che coprono un periodo che va dal Quattrocento al primo Settecento – con prevalenza di dipinti seicenteschi – è promossa dall’Assessorato ai servizi e istituzioni culturali del Comune di Cesena ed è curata dall’artista e storico dell’arte Massimo Pulini. E’ il secondo appuntamento delle Raccolte riservate ai grandi antiquari, un ciclo espositivo che ha inaugurato nel 2010 a Cesena con la mostra “Lo Studiolo di Baratti”, nato dall’originale intenzione di creare una collana, di mostre e di cataloghi, dedicata a quelli che possono considerarsi dei veri e propri musei nascosti.

Le Terre della Pittura tra Marche e Romagna è una raccolta di soggetti sacri e profani (ci sono paesaggi, ritratti, soggetti religiosi ecc..) che si configura come una ricca antologia di ricordi e di memorie, di luoghi e di persone, di storie individuali e collettive che per più di tre secoli hanno arricchito questo lembo di penisola.
La mostra è corredata da un catalogo, edito da Artexplora, che contiene un saggio dedicato al tema della dispersione e del recupero delle opere d’arte e all’importante ruolo svolto da alcuni antiquari illuminati. E’ grazie a queste figure, infatti, che lavorano da decenni nel mondo dell’antiquariato con la minuzia di un attento studioso, che è stato possibile oggi recuperare buona parte di un patrimonio artistico che, in seguito alle soppressioni napoleoniche degli ordini religiosi e alla confisca dei loro beni (decretata nel 1797), aveva preso la via dell’esilio e della diaspora.
“Ritrovare l’opera di un artista, del Trecento o del Settecento, che lavorò nel nostro territorio, acquistarla ad un’asta americana o in un palazzo della campagna inglese, farla studiare da ricercatori storici competenti, che sappiano ricostruirne le tracce e magari ritrovarne l’originale collocazione, è una missione di enorme valore – sottolinea il curatore della mostra, Massimo Pulini – Uno dei pochi modi attraverso i quali continua ad essere possibile il recupero e la valorizzazione della storia di un paese. Che poi questo venga accompagnato da un interesse economico, nel momento in cui quell’opera viene rilevata da una fondazione bancaria, da un museo o da un ricco intenditore privato, lo trovo non solo legittimo, ma necessario sia a ricompensare il lavoro che a incentivare nuove ricerche, a finanziare altri e futuri ritrovamenti”.
Tutte le opere riprodotte, anche quelle solamente transitate dalla galleria pesarese, hanno un preciso riferimento alla storia dell’arte delle terre di Marche e Romagna e ognuno dei dipinti esposti è corredato da una scheda che ne ricostruisce le vicende, offrendone al contempo un’interpretazione critica.

La mostra e il catalogo si avvalgono di testi e contributi di Annamaria Ambrosini, Ivana Balducci, Alessandro Brogi, Alberto Crispo, Davide Gasparotto, Claudio Giardini, Alessandro Giovanardi, Alessandro Marchi, Gabriello Milantoni, Filippo Panzavolta, Giulia Semenza, Anna Tambini e Raffaella Zama.

La collezione Altomani Ciaroni
Ritrovare l’opera di un artista, del Trecento o del Settecento, che lavorò nel nostro territorio, acquistarla ad un’asta americana o in un palazzo della campagna inglese, farla studiare da ricercatori storici competenti, che sappiano ricostruirne le tracce e magari ritrovarne l’originale collocazione, è una missione di enorme valore. Uno dei pochi modi attraverso i quali continua ad essere possibile il recupero e la valorizzazione della storia di un paese.
I coniugi Ciaroni fanno questo come principale scopo e insieme come personale divertimento. La loro progressiva specializzazione, intorno alla pittura marchigiana ed emiliano-romagnola, è anche implicita conferma di questa vocazione a risarcire le ferite storiche del luogo.
Entrambi romagnoli, Chicca Altomani è nata a Forlì mentre Giancarlo Ciaroni è originario di Cattolica, hanno iniziato la loro attività di antiquari a Pesaro, con premesse e passioni da collezionisti: lei di pittura del Seicento e lui di ceramica antica. Agli inizi degli anni Ottanta, dopo aver acquistato qualche dipinto, per la propria raccolta, ma anche bronzi e maioliche rinascimentali, divenne sempre più crescente un interesse per l’arte e per le memorie delle proprie terre. Fino a quel momento la loro professione si era svolta, con successo, nel campo dell’arredo contemporaneo e il cambio di vita fu radicale.
L’apertura della Galleria Altomani & Sons risale al 1985, anche se da anni conoscevano l’ambiente da una postazione di clienti e più volte avevano chiesto pareri a importanti studiosi, cercando sempre di entrare nel merito delle questioni.
Qualche anno prima i due coniugi conoscono e iniziano a frequentare Federico Zeri e dall’evoluzione del rapporto di amicizia col grande conoscitore muta inevitabilmente anche la posizione culturale della galleria pesarese. La collaborazione con Zeri durò diversi anni, che furono anni di intenso confronto e di scambio reciproco, perché la propulsiva attività dei due giovani antiquari forniva continue novità allo studioso, sottoponeva ogni settimana al suo giudizio opere mai viste prima, appena tolte dalle pareti di una collezione privata. Stare vicino a Zeri mentre i suoi occhi e la sua mente compulsavano un dipinto era di per sé una lezione di storia e di vita. La straordinaria capacità di sintesi e la sagacia dei commenti finivano per arricchire di esperienze straordinarie ogni incontro. 
Oggi la galleria, diretta dai due coniugi insieme al figlio Andrea Ciaroni, è specializzata in importanti opere d’arte che, partendo dalla maiolica d’alta epoca, prosegue con la pittura, la scultura e i mobili italiani di massimo pregio. La Galleria è entrata nel mercato dell’antiquariato di alto livello con risultati significativi, partecipando alle mostre più importanti e con rapporti con i più importanti musei italiani e internazionali.

Info:
Cesena (FC), Galleria Comunale d’Arte di Palazzo del Ridotto – corso Mazzini, 1
Durata: 25 giugno – 28 agosto 2011
Orari di apertura: 9.30-13 / 16-19.30
Chiusura: lunedì
Ticket ingresso: 3 euro
Riduzioni  Studenti: € 1,50; Over 65: € 1,50; Minori di 6 anni: gratis.
tel. 0547.355727 – 0547.356327  

Link: http://www.cesenacultura.it

Email: paganelli_g@comune.cesena.fc.it