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Alessandro FERRETTI (Soprintendenza Regionale per i beni e le attività culturali dell’Umbria): Il codice dei beni culturali.

Il primo maggio 2004 ha segnato una data fondamentale per la tutela dei beni culturali del nostro Paese. Per la prima volta, dopo anni e anni di interventi normativi, il legislatore ha deciso di realizzare un vero e proprio Codice dei beni culturali (d. lgs. n. 42/2004). Il provvedimento è stato accompagnato, prima ancora di venire ad esistenza per l’ordinamento giuridico, da polemiche di carattere allarmistico, che hanno provocato disagio e malumore tra i cittadini, tanto da far pensare – e, diciamolo subito, erroneamente – addirittura a vendite incontrollate di monumenti storici nazionali o ad una dismissione generalizzata del patrimonio pubblico culturale.

In realtà, questo pericolo non sussiste, o quantomeno non è questa la situazione a rischio, che dovrebbe provocare allarme tra i cittadini, semmai altre sono le difficoltà che potrebbero presentarsi nell’applicazione delle norme del Codice e che devono essere tenute presenti ai fini di un efficace controllo della materia.

Procedendo con ordine, era davvero necessario adottare un Codice per la tutela dei beni culturali? Il quesito non è di poca importanza ove si rifletta sul fatto che pochi anni fa – nel 1999, con il d. lgs. n. 490 – è stato adottato un Testo Unico, diretto a riorganizzare l’intera materia. Ci si può chiedere perché il legislatore ha preferito procedere alla redazione di un codice, invece che alla revisione del Testo Unico.

La risposta è conseguente: adeguare la normativa sui beni culturali ai dettami imposti dalla revisione del Titolo V della Costituzione, che ha innovato il riparto di competenze tra Stato e Regioni in materia di tutela e valorizzazione dei beni culturali, attribuendo la prima a livello centrale e la seconda a livello periferico.

In realtà – e questo è il primo mito da sfatare – parallelamente ad una serie di novità di rilievo contenute nel Codice permangono, in molti casi, le stesse norme che erano presenti nel precedente T.U. o in altra normativa di settore. Il legislatore delegato non ha innovato completamente la materia, limitandosi a razionalizzarla con alcune novità. Questa operazione poteva essere ben condotta anche con una revisione della normativa di settore, senza procedere ad una presunta codificazione, ingenerando nella collettività la falsa convinzione di una radicale riforma della regolamentazione esistente. Probabilmente, in questo modo, sarebbe stato anche minore l’allarme suscitato, basato più sulla apparenza della novità che sulla sua effettività.

Una vera novità, invece, è rappresentata dai primi articoli del provvedimento che forniscono per la prima volta tutta una serie di definizioni – fondamentali – per la materia. Si scopre così che anche il paesaggio fa parte del patrimonio culturale dello Stato, costituendo espressione dei valori storici, culturali, naturali e morfologici del territorio.

Si individua una sorta di prevalenza della tutela – garantire la protezione e la conservazione del bene culturale per fini di pubblica fruizione – nei confronti della valorizzazione – promuovere la conoscenza del patrimonio culturale ed assicurarne le migliori condizioni di utilizzazione e fruizione pubblica – dovendo quest’ultima essere attuata in forme compatibili con la prima, senza pregiudicarne le esigenze.

Si riconosce in capo ai privati un vero e proprio obbligo di conservazione dei beni culturali di appartenenza. Si tratta di una responsabilizzazione del privato che è tenuto in prima persona ad intervenire nell’attività di tutela, ricevendo anche contributi dello Stato e sgravi fiscali.

E’ prevista la possibilità di dare in comodato il bene culturale a strutture museali statali che, pertanto, finiscono per togliere al privato ogni onere di custodia e di restauro del bene, seppur per un tempo limitato.

Un impulso importante è diretto alla possibilità di outsourcing, di esternalizzazione delle attività e dei servizi “culturali”, ai fini di garantirne una migliore efficienza, così come alla costituzione di fondazioni e al ricorso a strumenti contrattuali, come la sponsorizzazione, per valorizzare in modo adeguato il patrimonio culturale.

A fronte di tali novità, sicuramente positive, permangono dei dubbi, soprattutto a livello interpretativo, di alcune norme; dubbi che si sono rivelati dei veri e propri tormentoni, capaci di coinvolgere a tutto tondo l’attenzione della collettività.

Opinionisti ed esperti del settore – come ad esempio il Prof. Settis – pur apprezzando in generale l’intervento del legislatore per la sua azione di razionalizzazione della materia, ritengono che alcuni meccanismi normativi possano o debbano essere migliorati.

E’ il caso, ad esempio, di quel procedimento che prende il nome di verifica dell’interesse culturale dei beni demaniali, al quale, in buona sostanza, devono essere sottoposte >I>tutte le cose immobili e mobili appartenenti allo Stato, alle regioni, agli altri enti pubblici territoriali, nonché ad ogni altro ente ed istituto pubblico e a persone giuridiche private.

L’oggetto della critica non è tanto puntato sulle modalità attuative del procedimento, quanto sul limite temporale imposto dal legislatore e denso di conseguenze negative, che sono riassunte nella formula del “silenzio-assenso”. Nel caso in cui, dopo 120 giorni, dall’inizio del procedimento di verifica , l’Amministrazione non fornisca alcuna risposta in merito alla sussistenza dell’interesse culturale del bene, il silenzio sarà equivalente ad un esito negativo. Seguendo il ragionamento della critica appare chiaro che il verificarsi di questa evenienza non sembra prevedibile come del tutto isolata o episodica, considerata l’endemica carenza di personale delle Soprintendenze territoriali e l’immensità del patrimonio da sottoporre a verifica.

Sta di fatto che il richiamo operato dall’ultimo comma dell’art. 12 del Codice al decreto legge n. 269/2003 – che introduce il concetto di silenzio assenso appena delineato – rappresenta – a detta di alcuni esperti – una vera spada di damocle che il legislatore avrebbe fatto meglio a tenere fuori del sistema, al fine di evitare inutili imbarazzi interpretativi ed applicativi.

Un’ultima critica, infine, viene rivolta alla assenza della previsione di un adeguato periodo transitorio nel passaggio dal vecchio sistema al nuovo, che inevitabilmente può comportare difficoltà per chi quotidianamente è chiamato ad applicare le norme relative.

In conclusione, il Codice rappresenta una novità nel panorama della legislazione sui beni culturali che, a fronte di alcune innovazioni significative, necessiterà di un adeguato periodo di rodaggio per verificare eventuali punti di criticità da correggere nel tempo previsto dalla normativa, fissato in due anni dalla sua entrata in vigore.

Autore: Alessandro Ferretti

Fonte:Il Corriere dell’Umbria

ASTI: Passpartout viaggi straordinari nelle parole scritte.

Dal 3 al 6 giugno 2004 si terrà, ad Asti, Passepartout: Viaggi Straordinari Nelle Parole Scritte.

Dopo 7 anni di esperienza diversa, il festival di letteratura si struttura con una nuova organizzazione ed una formula rinnovata, ma restano invariati i giorni che la Biblioteca di Asti dedica ad incontri con gli scrittori e a momenti di spettacolo: ad una sezione pomeridiana riservata ai piccoli, Passepartout junior, seguiranno, a partire dal 2 giugno, una serie di occasioni di riflessione sul mondo del libro e della cultura, con scrittori di fama o emergenti, giornalisti della carta stampata e della televisione, registi, fumettisti e cartoonist, poi, ancora, incontri musicali e di spettacolo. Il programma è tuttora in fase di definizione.

Il nome Passepartout è un chiaro riferimento al romanzo di J. Verne ‘Il giro del mondo in ottanta giorni’, un classico della letteratura. Nel capolavoro di Verne l’inglese Mr. Fogg scommette con i soci del suo club che riuscirà a compiere il giro del mondo in ottanta giorni; parte accompagnato dal suo fedele servo Jean, detto proprio Passepartout, su di una mongolfiera.

Sarà dunque una mongolfiera il simbolo del festival, presente sul logo e prevista sulla scena del cortile del Palazzo del Collegio (Via Goltieri 3/a), che ospiterà la manifestazione.. Dunque colori e leggerezza, dinamicità ed uno sguardo un po’ dall’alto, discreto ed attento.

La navigazione lungo queste rotte immateriali sarà capitanata proprio da Mr Fogg (chi sarà mai?) che, per tutta la durata del festival, traccerà, di volta in volta, le coordinate del giorno, sottolineerà le insidie nascoste e indicherà i possibili approdi al pubblico/argonauta che avrà la bontà di seguirlo.

Curioso riconoscere come gli altri significati della parola ‘passepartout’, ossia come chiave universale, come soluzione idonea ad ogni problema e come cornice, ben si sposano con l’intenzione del festival di porsi come incontro di linguaggi diversi.

Passepartout è – ad oggi – l’unico festival letterario presente nel panorama italiano, interamente ideato, realizzato e gestito da una biblioteca pubblica.

La struttura-base della manifestazione per i giorni 3-4-5 e 6 giungo 2004 sarà la seguente:
ore 17, Passepartout – Junior, parte interamente dedicata al pubblico dei più piccoli,
ore 18, Five o’ clock tea with Mr. Fogg,
ore 21, incontri con Mr Fogg e gli ospiti,
ore 22.30, gli spettacoli.
Il giorno 2 giugno 2004:
ore 18, inaugurazione del Comix Corner,
ore 21, Spettacolo: The Country Hero, di e con Marco Drago.

Info: www.passepartoutfestival.it o www.bibliotecastense.it, Elisabetta Ghia 3408534293, Silvia Giordanino 3471495679, info@passepartoutfestival.it

Autore: redazione

TORINO – PALAZZO BRICHERASIO: ARTE BUDDHISTA TIBETANA – Dei e demoni dell’Himalaya.

DAL 18 GIUGNO AL 19 SETTEMBRE 2004 A PALAZZO BRICHERASIO UNA DELLE PIÙ COMPLETE RASSEGNE DI ARTE BUDDHISTA TIBETANA FINORA PRESENTATA E, PER LA PRIMA VOLTA IN ITALIA, LA NYINGJEI LAM COLLECTION, CHE DOPO QUESTA ESPOSIZIONE TORNERÀ NEI DEPOSITI DELL’ASHMOLEAN MUSEUM DI OXFORD.

Il Tibet, paese così geograficamente distante da noi, e l’arte buddhista così lontana per la nostra mentalità occidentale, sono i protagonisti della mostra che dal 18 giugno al 19 settembre 2004 sarà ospitata nelle sale di Palazzo Bricherasio.

La mostra – una delle più complete finora presentate in Italia – offrirà al pubblico oltre 200 oggetti che permetteranno di avvicinarsi all’affascinante cultura tibetana e di approfondire anche quegli aspetti di attrazione per gli elementi esoterici e rituali che spesso vengono alla mente quando si parla del Paese delle Nevi.

Il fascino, la solennità, il mistero e la spiritualità di questo popolo non possono infatti essere disgiunti dalle manifestazioni artistiche: lo scopo fondamentale dell’arte è lo stesso del buddhismo e cioè la liberazione dell’uomo dal dolore e dalla sofferenza con il raggiungimento dell’Illuminazione, stato superiore di conoscenza della realtà trascendente.

Il nucleo più importante del percorso espositivo, che andrà a costituire una delle sezioni del nuovo Museo di Arte Orientale – la cui apertura è prevista nella nostra città per il 2006 – è dato dalla ricca collezione di Thang-ka (tempere su tela), di tavole lignee intagliate e dipinte (copertine dei volumi del Canone Buddhista) e di sculture in varie leghe a base di rame, a volte impreziosite da aggiunte di argento, oro e gemme incastonate.

Un altro notevole gruppo di opere è quello della Nyingjei Lam Collection, di proprietà privata, ma in deposito presso l’Ashmolean Museum di Oxford, che comprende circa ottanta piccole preziose sculture in rame, bronzo, argento e oro databili dal IX al XVI secolo, di grande rarità ed elevata qualità estetica.

Tra le sculture saranno presentati alcuni pezzi di particolare importanza:
· un Buddha in rame dorato, seduto nella posizione del loto e nell’atteggiamento del momento che precede l’Illuminazione. Si tratta di un’opera del XIII secolo, alta 60 cm., di squisita fattura,
· una grande statua di Bodhisattva in bronzo dorato, con il marchio dei laboratori imperiali cinesi del periodo Yongle (XIII secolo), opera di assoluta rarità proveniente dal Museo Cernuschi di Parigi,
· una statua in rame dorato proveniente da uno dei 18 stupa del grande centro monastico di gDan-sa-mthil, completamente distrutto durante la rivoluzione culturale. Sono note tre sole altre statue di questa provenienza, una delle quali nel Musée Guimet di Parigi e le altre due in collezioni private non accessibili.

Tra le numerose thang-ka sarà presentato anche un importante màndala – disegni che descrivono straordinari cosmogrammi, con la raffigurazione idealizzata dell’universo – e alcune thang-ka nere, rappresentazioni delle divinità terrifiche, del pantheon tibetano. Sarà inoltre esposta una grande pittura parietale dedicata a Padmasambhava, il principale fra i maestri che introdussero concezioni e pratiche del Tantrismo in Tibet.

Inoltre i visitatori potranno ammirare il testo completo di un volume del Canone Buddista Tibetano dell’inizio del XV secolo, scritto in oro su grandi fogli di colore blu-nero, con 12 miniature a colori. Il volume consta di 374 fogli compressi fra due copertine lignee intagliate e dorate.

Un itinerario, dunque, che permetterà di conoscere in maniera più completa questa civiltà e la sua cultura, oggi non più circoscritta solo tra le vette himalayane, ma dispersa nel mondo con i suoi contenuti universali.

All’interno della splendida cornice delle sale storiche è allestita la preziosa mostra della fotografa americana Sheila Rock, che dopo i successi di Londra e New York approda in anteprima in Italia. La Fondazione Italiana per la Fotografia in collaborazione con Studio Immagine, Milano, presenta Sera. La via del monaco tibetano progetto realizzato all’interno del Sera Monastery, uno dei più antichi monasteri buddhisti. Lo sguardo attento e discreto di Sheila Rock ci rende partecipi di momenti sacri e quotidiani, attimi dedicati al gioco e momenti di preghiera. In una parola il ritmo e il respiro della filosofia buddhista vissuta giorno dopo giorno, immutata nei secoli.

INFO: Palazzo Bricherasio, Via Lagrange 20 – 10123 Torino – TEL. 011/5711811 – FAX 011/5711850 – URL: www.palazzobricherasio.it
ORARIO: lunedì: chiuso, da martedì a domenica: 15.30 – 22.30, giovedì: 10.30 – 22.30,
INGRESSO:Intero € 6.50, Ridotto € 4.50, gruppi e convenzioni:€ 5.50,
PREVENDITE: circuito Ticketone 02/392261, www.ticketone.it
PRENOTAZIONI: Ufficio gruppi Palazzo BricherasioTel. 011/5711807, Promozioni e gruppi Ticketone Tel. 02/39226290;
CATALOGO: Electa

A proposito della Nyinjey Lam Collection.
La Nyinjey Lam Collection (che si traduce in “Il Sentiero della Compassione”) consta di 80 sculture in rame, bronzo, argento e oro, di piccole dimensioni, ma di elevata qualità estetica. E’ stata presentata in mostra nel 2002 dall’Ashmolean Museum di Oxford ed è stata affidata in deposito presso il Dipartimento di Arte Orientale del museo stesso diretto dal dottor Andrew Topsfield che ha generosamente accondisceso al prestito della Collezione per il suo inserimento nella mostra di Arte Buddhista Tibetana allestita presso la Fondazione Palazzo Bricherasio dal 18 giugno al 19 settembre 2004.

Anche il proprietario della collezione ha dato la sua piena approvazione all’iniziativa. Cittadino americano da decenni residente a Hong Kong, egli desidera tuttavia mantenere l’incognito, e questo suo volere è stato rispettato anche nella pubblicazione del volume “The sculptural heritage of Tibet. Buddhist art in the Nyinjey Lam Collection”, curato da David Weldon e Jane Casey Singer, che contiene il catalogo delle opere e al quale si rimanda per una più approfondita analisi storico-stilistica. (Laurence King Publishing, Londra 1999). Nella sua prefazione al volume il collezionista chiarisce come sia stato attratto all’arte buddhista tibetana dall’espressione serena dei Buddha, Bohisattva e Maestri che costituiscono gran parte della collezione e come sia stato confermato nell’impresa (protrattasi per oltre vent’anni) dallo studio dei testi buddhisti che mettono in luce come il punto di partenza sul sentiero della liberazione sia dato dalla “compassione” che si traduce nella lotta per liberare tutti gli esseri dalla sofferenza e dall’angoscia. A questa motivazione fondamentale ne associa un’altra, costituita dall’interesse e dalla simpatia per i Tibetani e per la loro situazione, per il loro modo di essere socievoli, dediti al racconto, al canto, alla danza e, di tanto in tanto, a “una buona bevuta”.

Le opere raccolte rappresentano un’eco significativa della grande impresa compiuta dai Tibetani fra l’undicesimo e il quattordicesimo secolo nel forgiare una propria tradizione artistica buddhista, incorporando aspetti provenienti dalle tradizioni dell’India, della Cina e dell’Asia Centrale e creando uno stile complesso, necessariamente sincretico e tuttavia ben definito e riconoscibile come stile nazionale tibetano. Nella collezione si possono distinguere tre parti, la prima delle quali è dedicata a sculture buddhiste risalenti al periodo dall’ottavo al nono secolo, originarie di India, Pakistan e Nepal e a sculture tibetane che riflettono indirizzi stilistici mutuati dall’India orientale, dal Kashmir e dalla Valle di Khatmandu. Va detto a questo proposito che è talvolta molto difficile distinguere fra opere ispirate a quegli stili e opere prodotte in quelle regioni. Va, d’altra parte, tenuto presente che spesso i Tibetani hanno prodotto copie di importanti immagini indiane andate poi perdute, cosa che costituisce un motivo di particolare interesse per gli studiosi di storia dell’arte.

La seconda parte contiene sculture più tipicamente tibetane, generalmente prodotte nei secoli immediatamente successivi al momento della cosiddetta “seconda diffusione del Buddhismo”, e cioè alla ripresa succeduta – intorno all’anno mille – al crollo dell’impero tibetano e al periodo di disgregazione politica e sociale che l’aveva seguito. E’ questo il periodo della fondazione dei primi grandi monasteri e della costituzione delle prime grandi scuole del Buddhismo tibetano. Ma anche questo gruppo di opere risulta spesso ispirato al modello indiano: proprio con il rinato fervore religioso numerosi pellegrini si recano alle terre del Buddha e i loro resoconti comprendono descrizioni ammirate dei santuari dell’India orientale e delle loro immagini. D’altra parte la costruzione di sempre nuovi templi e monasteri determina l’afflusso in Tibet di artigiani nepalesi, specialmente abili nella fusione e nella lavorazione dei metalli, cosicché molti degli oggetti prodotti in quel periodo possono essere dovuti sia ad artisti nepalesi, sia ad artisti tibetani formatisi alla loro scuola. Emergono tuttavia caratteristiche specifiche, meno rivolte alla sottigliezza e sensualità delle forme e più rivolte a vedere nel corpo umano un veicolo e uno strumento di spiritualità. Accanto a questa tendenza si afferma una crescente attenzione alle immagini di forme irate delle divinità, di cui il Tantrismo fa un importante mezzo di trasformazione delle passioni umane in energia rivolta alla liberazione.

La terza parte della collezione contiene splendidi esempi di ritratti che vanno dal dodicesimo al diciassettesimo secolo. Non si tratta più di forme umane completamente idealizzate, ma di vigorose rappresentazioni di grandi asceti e grandi maestri. L’accurata riproduzione dei loro tratti corporei e fisionomici costituisce agli occhi dei loro adepti il mezzo per una sorta di prolungamento della loro magica efficacia nel guidarli sulla via della salvezza. Questo atteggiamento era naturalmente fondato sul carattere sacro e sacramentale assunto dalla trasmissione da maestro a discepolo degli insegnamenti di tutti i più misteriosi e potenti cicli del ritualismo tantrico. La scultura di ritratti riflette inoltre anche gli sviluppi sopravvenuti nell’organizzazione ecclesiastica del Buddhismo tibetano, con la creazione di gerarchie e con l’emergere di grandi abati dotati di straordinario potere sia in campo religioso, sia in campo politico.

Franco Ricca

Link: http://www.palazzobricherasio.it

CIAMPINO (Rm): Tra i calici di Munari alla scoperta dei vini dei Castelli.

La manifestazione ‘In vitro veritas’ dal 26 marzo al ‘Casale dei Monaci’ di Ciampino: due esposizioni per gli amanti dell’arte e del buon vino.
Alla scoperta dei Castelli Romani, dei suoi preziosi vini che ben si accostano alle coppe di vetro sapientemente lavorate dai maestri vetrai di Murano.

Dal 26 marzo al 24 ottobre, infatti, il Comune di Ciampino propone presso il Centro culturale comunale per le Arti applicate e il territorio ‘Casale dei Monaci’ di via Superga, la manifestazione ‘In vitro veritas’.
Un modo originale e raffinato per proporre all’attenzione dell’Italia intera una zona ricca di bellezze naturali, archeologiche e artistiche, attraverso due mostre accompagnate da laboratori per giovani e per adulti.

La prima, ‘Vetri & Vino & Castelli’, si terrà dal 26 marzo al 20 giugno e sarà un’occasione che delizierà i palati più raffinati, gli amanti della bellezza e del piacere della vita: pezzo forte dell’esposizione la collezione Cleto Munari costituita da oggetti in vetro di arte contemporanea per la vita quotidiana realizzati da artisti di rilevanza internazionale negli ultimi 30 anni. Ad essa verrà affiancata una raccolta di coppe di vino realizzate secondo le antiche tecniche del vetro soffiato dai maestri vetrai veneziani della vetreria ‘Elite’ di Murano, una collezione di copie di alto valore artistico di calici da vino del periodo che va dal XIV al XVIII secolo, i cui originali sono conservati dei più prestigiosi musei del mondo. La mostra sarà l’occasione per far sposare virtalmente l’arte vetraia, di cui gli artigiani di Murano sono da sempre i maestri incontrastati, con il vino dei Castelli, la cui produzioni è una delle più rinomate e apprezzate d’Italia. Perciò ai calici verranno accostati vini locali selezionati che ne interpretino lo spirito e il carattere.

Il secondo appuntamento costituisce un vero e proprio evento culturale: ‘Mendini & Munari Micromacro’. Dal 26 giugno al 24 ottobre due dei più interessanti e significativi artisti italiani del nostro tempo, Alessandro Mendini e Cleto Munari, si incontrano e si confrontano con le loro opere in un duetto altamente espressivo, attraverso creazioni in vetro originali e poetiche.

Le due mostre verranno accompagnate da interventi didattici sul vetro e sui vini dei Castelli Romani attraverso laboratori curati da esperti del settore, tra i quali l’architetto Riccardo Dalisi, uno dei più apprezzati designer italiani contemporanei, da tempo impegnato presso il ‘Casale dei Monaci’ in laboratori, stage e seminari sui temi della creatività.

Il Centro Culturale Comunale per le Arti Applicate e il Territorio ‘Casale dei Monaci’ prosegue con ‘In Vitro Veritas’ la serie di appuntamenti organizzati per valorizzare l’arte e la tradizione della zona: due mostre e numerosi laboratori ad esse collegati descrivono bene la filosofia su cui è nata questa struttura, ossia quella di ‘avvicinarsi a mestieri antichi con mente e mani nuove’. Un’iniziativa che si sposa con gli obiettivi che il Comune di Ciampino, l’Assessorato alla Cultura e Pubblica Istruzione, insieme ai responsabili del ‘Casale dei Monaci’ vogliono consolidare: la creazione di una struttura multifunzionale e flessibile con laboratori didattici, mostre, workshop, incontri, spettacoli, realizzazione di produzioni multimediali.

Presto il ‘Casale dei Monaci’ potrebbe diventare un punto di riferimento per gli addetti ai lavori e le scuole anche grazie alla possibilità di ospitare giovani e intellettuali italiani e stranieri nell’ostello adiacente, uno dei centri artistici più attivi d’Italia nel campo del designe e dell’artigianato d’arte.

Ufficio Stampa: Daniela Esposito. Cell. 338.8782983.
Piazza Carlo Alberto Scotti, 20 – 00151 – Roma

Autore: redazione

Link: http://www.comune.ciampino.roma.it/casale.htm

Email: casaledeimonaci@libero.it

Francesco ANTINUCCI: Il museo conserva espone ma spesso non comunica.

Da questo assunto, Francesco Antinucci, ricercatore presso l’Istituto di Scienze e Tecnologie Cognitive del CNR, parte per il suo viaggio nei musei per dimostrare come questi siano spesso incompatibili con le esigenze di comunicazione e di trasmissione del sapere.

Il volume di Antinucci, edito da Laterza, analizza sistematicamente il museo e le sue potenzialita’. La sua presentazione al pubblico, avvenuta ai Fori di Traiano, e’ stata l’occasione per fare il punto sullo statu quo del museo, sulle professionalita’ museali e sui nuovi progetti ‘in cantiere’.

Studiosi, storici dell’arte, e comunicatori si sono confrontati sull’argomento, ribadendo con forza la necessita’ di vere e proprie collaborazioni interdisciplinari. L’apporto fornito da comunicatori ed esperti in nuove tecnologie, sottolinea Silvia Bordini, docente di Storia dell’Arte Contemporanea all’Universita’ ‘La Sapienza’ di Roma, puo’ certamente facilitare il compito dello studioso nella realizzazione dei supporti didattici e degli apparati didascalici di un museo. Per Antinucci, il museo che nasce dalla cultura illuministica e tassonomica, ordinato secondo criteri storici, cronologici e stilistici, non funziona. L’opera d’arte estrapolata dal suo contesto originario, osserva Claudio Strinati, Soprintendente Speciale per il Polo Museale Romano, non comunica piu’; e’ classificata ma non comunicata. Come ricreare allora il contesto? Antinucci, allega al suo interessante volume un DVD, testimonianza di come si possano costruire apparati comunicativi efficaci e innovativi.

Il volume, ricco di spunti e di provocazioni, fornisce anche interessanti proposte sui criteri di allestimento e di fruizione.

Da un’attenta analisi sul pubblico dei musei, reale e potenziale, risulta infatti necessario, al fine di una comunicazione efficace, abbandonare il generico concetto di pubblico come entita’ compatta e separare nettamente i visitatori dal pubblico degli specialisti e degli studiosi.

In occasione della presentazione del volume, e’ stato annunciato il progetto di allestimento del futuro Museo dei Fori, in corso di realizzazione.

Autore: Luciano Paschetto

Fonte:CulturalWeb