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SAVONA: “I beni culturali dal nuovo codice e dalle leggi regionali nuove idee di valorizzazione tutela e sviluppo locale”.

Il prossimo 25 marzo 2006 alle ore 10 nella sala consiliare del Palazzo della Provincia a Savona si svolgerà il secondo degli incontri previsti dal Seminario permanente sullo sviluppo locale dedicato a tutela e valorizzazione dei beni culturali.

In questi anni essi sono stati oggetto di grande interesse e di importanti modifiche legislative (dalla modifica del titolo quinto della Costituzione al nuovo codice dei beni culturali).

Nel contempo essi costituiscono una importante risorsa per un tipo di turismo innovativo e culturale, che in altri parti d’Italia muove migliaia di persone a conoscere e fruire di città d’arte, di mostre e di avvenimenti culturali in genere.

Nel nostro territorio vi sono beni culturali di prim’ordine dalla preistoria (Arene Candide, Pennavaire,…), al Romanico (Albenga e Finale) per giungere al periodo Napoleonico o alla “Savona dei Papi”.

Vi sono poi suggestioni di grande interesse (dominazione spagnola di Finale Ligure, Marchesati Del Carretto di Balestino,Finale e Zuccarello, Comuni liberi di Albenga e Noli,…), che potrebbero permettere, partendo proprio dalla propria storia e cultura dei luoghi, consentire l’ avvio di diverse politiche turistiche .

Il seminario è come di consueto rivolto al enti locali e ad assosciazioni, cittadini, operatori del settore al fine di consentire momenti di aggiornamento e di riflessione comune per avviare proposte e progetti comuni.

Il seminario sarà tenuto dal dott. Ernesto Avegno –già direttore generale della regione Liguria e già dirigente dei settore beni ed attività culturali oltrechè autore di studi e pubblicazioni in materia.

Relatore dott. Ernesto Avegno – Introduce il dott. Carlo Scrivano-assessore piccoli comuni e sviluppo locale Provincia di Savona.

Info:
Sportello Enti Locali provincia di Savona (0198313347- entilocali@provincia.savona.it)

ASSISI: La città onora Pericle Fazzini con un museo (mentre si prapara il Catalogo Generale delle sculture).

Ci sarà anche il ministro dei Beni Culturali Rocco Buttiglione ad inaugurare il nuovo Museo Pericle Fazzini, che ha trovato sede nel Palazzo del Capitano del Perdono ad Assisi.

L’articolo completo lo puoi leggere su ‘exibart on line’, alla pagina:
Assisi … Info:
Inaugurazione: sabato 11 marzo 2006 – ore 11
Museo Pericle Fazzini – Palazzo del Perdono – Piazza Garibaldi, 1/c – 06081 Assisi
Tel. Fax 075.8044586

Link: http://museo.periclefazzini.it

Email: info@periclefazzini.it

Fonte:Exibart on line

PALERMO: Daniela Papadia – Save my name.

L’associazione S.U.D., Spazio Urbano Design, in collaborazione con il Comune di Palermo – Assessorato alla Cultura, presenta la nuova, grande personale di Daniela Papadia. Allestita presso le sale di Palazzo Ziino -uno tra i più prestigiosi spazi istituzionali per la promozione dell’ arte e della cultura a Palermo,- Save My Name, a cura di Amnon Barzel, è una vero e proprio percorso tematico, il primo dedicato a questa giovane artista siciliana con alle spalle già 15 anni di carriera.

Il percorso si snoda attraverso 64 opere, tutti oli su tela realizzati tra i primi anni ’90 e il 2006, più tre video recenti.

La pittura di Papadia, fortemente intrisa di suggestioni tardo-cinquecentesche, immerge in una texture cromatica calda esempi di narrazione e figurazione di stampo classico, riattualizzati nella tecnica e negli intenti.

Il lavoro si articola all’interno di complessi cicli pittorici, passando dall’indagine sulle folle -masse energiche in movimento colte in luoghi di inconsapevole comunione (la strada, il lavoro, il gioco, la preghiera…) durante riti profani della modernità (Profughi d’identità, 1994)-, fino alle figure sospese come angeli in volo, corpi che galleggiano al di sopra delle folle stesse (Sospesi – Meteoros, 2002): la ricerca di un identità passa, da un ciclo all’altro, attraverso la costrizione e la liberazione, inscenando un viaggio incontro alla propria metà nascosta. Spesso guardate dall’alto e inchiodate in ardite prospettive, le icone pittoriche o elettroniche di Daniela Papadia restituiscono scorci dal sapore manieristico, animati da una forza spirituale e corporea tutta contemporanea.

Schiacciati verso l’alto da uno sguardo che ne annulla peso e gravitazione, questi corpi ‘sospesi’ come meteore anelano a una libertà fatta di verità e bellezza, di distanza, di perdita e di nuova essenza ritrovata. Oriente e Occidente, in una affascinante ottica di multiculturalismo, si incrociano lungo traiettorie parallele, svelando mitologie, rituali, radici e morfologie culturali che si corrispondono in una inaspettata comunione esistenziale.

Il ciclo Inside Me (2005) attingendo da suggestioni bibliche, mitologiche e barocche, e ispirandosi alla figura femminile -elemento centrale della pittura di Daniela-, include 45 dipinti, tutti dedicati a un unico soggetto: una donna incinta, su cui si innesta il motivo della ‘freccia’. I corpi, restituiti da una pittura sensuale, erotica, calda, sono animati da riverberi di fuoco, di sangue o d’acqua. Sulla pelle, che funge da schermo, si proiettano decine di figure, come tatuaggi in trasparenza. L’immagine diviene qui simbolo dell’umanità intera che si fonde con l’intimità di un unico corpo generante, icona universale della rinascita, della sofferenza, dell’evoluzione e dell’unione tra dimensione soggettiva e collettiva. Il processo creativo approda alla pittura attraverso altri media: la fotografia e l’elaborazione digitale fanno parte dell’iter che conduce all’immagine finale, sapiente rielaborazione pittorica di foto realizzate o semplicemente selezionate e raccolte, quindi rielaborate con effetti digitali. Tradizione materica e attualità elettronica si uniscono così nel lavoro dell’ ‘alchimista hi-tech‘ (Amnon Barzel).

Save my name è il titolo dell’ultimo ciclo, prodotto nel 2006. Tornano ambientazioni esotiche, tra misticismo e analisi antropologica, connesse ai temi dell’emigrazione e dell’attraversamento. Protagonista qui è il deserto, luogo di contraddizioni e ambiguità, di miracoli come di ostilità, terra da percorrere, necessariamente, per compiere l’esodo verso la liberazione. Illuminati, stavolta, dalla coscienza conquistata durante al passaggio attraverso il ventre di una donna, atto generativo per eccellenza.

Al ciclo Sospesi appartiene anche un video (Sospesi, 2002), lirica raffigurazione di un corpo femminile che, cullato da note eteree, galleggia nel vuoto, lentamente, come involucro senza peso. Gli altri tre video in mostra (Acqua, Fuoco, Sangue – 2004/2005), anticipano invece l’iconografia di Inside Me, catturando il momento della penetrazione di una freccia nel ventre gravido della donna, mentre fiamme o flutti d’acqua fanno da sfondo simbolico e scenografico all’azione.

Una tavola rotonda con ospiti internazionali, dal titolo ‘La posizione dell’immagine oggi‘, fungerà da momento di approfondimento e dibattito intorno ai temi affrontati nell’opera di Daniela Papadia. Interverranno: Amnon Barzel, Direttore e fondatore di Musei e curatore della mostra; Alessandra Mammì, critico d’arte de ‘L’Espresso’; Marco Giusti, Dirigente spettacoli e cultura Rai 2; Raimund Stecker, Direttore di Musei e consulente d’affari culturali della Regionr Rheinland – Pfalz, Germania; Jutta Mattern, curatrice del Museo Arp per l’arte Contemporanea, Remagen, Germania; Alain Tourain sociologo e studioso dei movimenti collettivi, Parigi; Girolamo Agnello, medico, Irpace onlus, Roma.

Info:
Palermo, Museo d’arte contemporanea e Galleria civica d’arte moderna – Palazzo ZiinoVia Dante 53 – fino al 17 aprile 2006 – tel 091 7407631
orari: mar-sab, h. 9.30-20; dom 9-13; chiusura biglietteria h.18.30 ; biglietto: € 5;
catalogo a colori Skira – prezzo: € 30 (in mostra 25);

Link: http://www.spaziourbanodesign.it

Email: spaziourbanodesign@libero.it

Fonte:Exibart on line

Alberto ROSSETTI: Le mostre e la nuova domanda culturale.

Le mostre hanno conquistato finalmente un pieno diritto di cittadinanza nella vita culturale italiana, avendo superato l’esame di maturità a cui sono state sottoposte in questi anni dal pubblico e dalla comunità scientifica.

Si continua ovviamente a discutere nel merito di questa o quella manifestazione, ma per la prima volta sembra universalmente superata una critica radicale al fatto stesso di organizzare mostre temporanee. Non si usa più come arma impropria l’aggettivo “effimero”, ad indicare un sistema di eventi di per sé inutili se non addirittura deleteri per la conservazione delle opere d’arte e per la diffusione stessa della conoscenza. Anche le voci più severe riconoscono ormai l’importanza delle mostre dal punto di vista degli studi e delle ricerche e talvolta, data l’importanza dei restauri che vengono promossi e realizzati, della stessa tutela e conservazione.

Ancor più evidente è il ruolo crescente delle mostre per la diffusione della conoscenza del patrimonio artistico, tanto da poterle ormai considerare come una componente essenziale della sua valorizzazione, senza la quale sarebbe visibilmente più povera la nostra esperienza culturale. Il turismo attraversa un periodo critico e uno dei pochi segmenti in controtendenza è proprio quello delle città d’arte. Sarebbe interessante misurare quanta parte di questa “resistenza” è riconducibile alla programmazione di eventi espositivi, senza i quali alcuni musei non riuscirebbero a contrastare efficacemente un tendenziale calo dei visitatori.

In molti distretti culturali le mostre rappresentano un fattore rilevante dello sviluppo, un acceleratore della promozione territoriale e in ultima istanza una leva essenziale delle politiche di riqualificazione delle città.

Non solo tradizionali città d’arte come Mantova, Siena o Perugia, ma anche grandi centri come Roma o Napoli o città investite da processi involutivi del loro tessuto industriale come Brescia, Torino o Fabriano. Rispetto alle mostre degli anni ’70 o anche di stagioni più recenti,il cambiamento è notevole, anche se non sempre consapevole. Per questo motivo ci sembra opportuno sottolineare la necessità, anche per gli addetti ai lavori, di prendere coscienza di questa maturità raggiunta,di questa centralità nella vita culturale, da cui derivano nuove responsabilità per tutti coloro che sono impegnati nel settore.

Una prima riflessione dovrebbe riguardare i contenuti e i linguaggi che caratterizzano le mostre come forma specifica di comunicazione e di fruizione culturale.

Si ha l’impressione che in realtà continuiamo a progettare gli eventi espositivi con gli stessi criteri, con gli stessi linguaggi, con la stessa concezione museografica. Ad esempio prestiamo in genere una grande attenzione al posizionamento delle opere nel percorso espositivo in base a relazioni, connessioni, accostamenti e confronti; ma spesso risultano poco comprensibili, anche ad un pubblico avveduto, per mancanza di strumenti che ne facilitino la lettura. Prestiamo invece una modesta attenzione alle audioguide, ai filmati, alle visite guidate, che vengono vissuti da alcuni curatori più come servizi commerciali che come importanti veicoli di informazione e comunicazione.

Ci si limita ai pannelli di sala e alla produzione del catalogo che è certo indispensabile per un successivo approfondimento, ma poco si presta a migliorare la qualità della visita. La questione è forse più radicale.

Oltre ad una insufficiente cura dei supporti informativi nel percorso di visita, è la stessa concezione del progetto espositivo e museografico che non si è evoluta, che resta ancorata a modelli tradizionali, basati sulla sola “sacralità” dell’opera d’arte. Poco si fa per utilizzare in modo innovativo altri strumenti di conoscenza e di fruizione, mutuati dai linguaggi dello spettacolo o dalle tecnologie multimediali. Volendo usare come metafora il mondo della musica, il percorso espositivo di un museo potrebbe essere paragonato ad un CD, mentre le mostre non sembrano capaci di trasmettere le emozioni, il coinvolgimento, la forza espressiva di un concerto dal vivo, ma solo il riordinamento tipico di una compilation.

Una seconda riflessione riguarda l’arte contemporanea. Sarà forse per contrappasso rispetto alla fioritura di progetti espositivi dedicati alle grandi stagioni della nostra civiltà artistica, ma certamente permane una scarsa attenzione in Italia per l’arte contemporanea, nonostante l’impegno encomiabile di alcune istituzioni e la crescente attenzione di alcuni soggetti privati. Non abbiamo ricette facili, ma un tema come questo mette quantomeno in discussione l’insegnamento scolastico e le politiche educative.

In entrambe i casi non si tratta solo di migliorare la qualità della fruizione, l’educazione al gusto dell’arte che è anche educazione civica, ma si pone con evidenza l’esigenza di allargare la domanda. Una questione che non può essere affidata solo alla comunicazione e alla specializzazione del marketing. Se non cresce la domanda complessiva, il maggiore impegno anche economico nella promozione degli eventi culturali si riduce ad una accentuata competizione tra singole iniziative, di fronte ad un pubblico potenziale che nel migliore dei casi resta uguale.

E se consideriamo la crescita dell’offerta che caratterizzale mostre, si finisce per determinare un notevole incremento dei costi, già di per sé alimentato da prestiti sempre più onerosi e dalla necessità di allestimenti che in Italia sono spesso realizzati in spazi architettonici prestigiosi, ma non attrezzati per la funzione specifica. Questo ci sembra che stia in realtà avvenendo, destando tanta più preoccupazione quanto più si pensi ai problemi strutturali della finanza pubblica e alla difficoltà di stimolare gli investimenti privati. Il problema riguarda non solo gli operatori del settore.

È sempre più evidente che l’investimento negli eventi espositivi, sia quando sono prevalentemente orientati alla crescita culturale della comunità, sia quando si propongono anche finalità di turismo culturale, è comunque un buon investimento, che va a beneficio dello sviluppo sociale ed economico nel suo complesso.

Ma ancora una volta, anche negli eventi espositivi, la sfida si vince solo con l’innovazione, soprattutto nei contenuti e nei linguaggi e in definitiva nella capacità di accrescere la conoscenza e quindi di ampliare la domanda culturale.

Autore: Alberto Rossetti

Fonte:CivitaInforma

Antonio PAOLUCCI: La Fondazione ideale.

In principio c’era il museo pubblico, inteso come archivio della memoria, luogo dell’identità nazionale, strumento di educazione civile. Per la gran parte del Novecento, nell’Europa dei fascismi, dei comunismi, delle socialdemocrazie, dei governi democristiani, nessuno avrebbe mai pensato al museo come risorsa anche economica, come luogo di interesse per l’iniziativa privata. Tutto è cambiato all’inizio degli anni Ottanta quando il vento del liberismo e della destrutturazione privatistica ha cominciato a soffiare in Italia e in Europa.

II ’900 che era stato statalista per la gran parte del suo corso – in Italia c’era fino a ieri una economia che potremmo definire per certi aspetti para sovietica, con l’IRI e con le partecipate, con lo Stato che produceva non solo energia elettrica e combustibili, acciaio e cemento, chimica e strade ferrate ma anche baci Perugina, pomodori pelati, panettoni etc. – è diventato iperliberista nel suo ultimo segmento. Quando ero giovane mi insegnavano e volevano convincermi che il privato è pubblico, ora che giovane non sono più vogliono persuadermi che il pubblico deve diventare privato. Sono le mutazioni della storia, ogni generazione ha i suoi “idola Phori” come insegnava il grande Bacone.

Ai giorni nostri scenari privatistici (o presunti tali) si aprono anche sul fronte dei musei e si aprono in un clima culturale di convincimento diffuso, sostenuto a destra come a sinistra. Valgano due soli esempi.

Un recentissimo decreto del Ministro Buttiglione (del 13/6/05) istituisce un gruppo di lavoro incaricato di “approfondire le forme e le modalità per la costituzione di fondazioni di diritto privato, finalizzate alla gestione delle attività di valorizzazione dei beni culturali etc…”. Si dirà che questo è il provvedimento tipico di un governo di centro destra. Niente affatto perché il d.l. del 20 Ottobre ’98, in pieno centro sinistra, diceva le stesse cose prevedendo che il Ministero potesse “costituire o partecipare ad associazioni, fondazioni e società, al fine del più efficace esercizio delle sue funzioni e, in particolare, per la valorizzazione dei beni culturali e ambientali”.

Intanto era intervenuta la legge costituzionale n. 3 del 2001. A seguito della riforma del Titolo V, mentre la tutela rimaneva affidata agli organismi statali, la valorizzazione nel settore dei beni culturali diventava competenza legislativa concorrente fra Stato e Regioni. Il che è ribadito (e non poteva non esserlo) nell’ultimo codice Urbani. Il carattere autonomo e indipendente che oggi la costituzione riconosce alle potestà regionali e locali in materia di valorizzazione dei beni culturali, è un fatto nuovo e di grande portata che entra “a gamba tesa”, (si direbbe in gergo calcistico), nello scenario delle istituende fondazioni museali.

Ma caliamoci nella realtà italiana e quindi nelle soluzioni possibili. Immaginiamo una fondazione che riguardi per esempio gli Uffizi o, per meglio dire, il sistema dei musei statali fiorentini oggi raggruppati nel Polo: 25 milioni all’anno di introiti da biglietterie, diritti di riproduzione, concessione d’uso, settecento dipendenti, circa 5 milioni di utenti ogni anno.

I fondamentali ci sono, la massa critica c’è perché si possa immaginare una fondazione. Purtroppo manca l’elemento costitutivo essenziale della fondazione di tipo americano, mancano cioè i capitali privati. In America c’è il finanziamento che viene dagli enti pubblici (per esempio le municipalità) e poi ci sono i “trustees”. “Trust” è un verbo inglese che non ha il corrispettivo italiano. Vuol dire confidare, avere fiducia, “credere” in senso quasi religioso in un progetto o in una missione. “In God we Trust” c’è scritto infatti sul dollaro. Negli Stati Uniti (un paese che per scelta costituzionale vuole ridotte al minimo le funzioni dello Stato) ci sono cittadini che credono nel museo e nel museo investono i loro soldi. Sarebbe possibile questo in Italia? Ne dubito. Dove sono da noi i grandi privati virtuosi? L’unico esempio di mecenatismo capitalistico privato in Italia è stato palazzo Grassi, a Venezia, proprietà della famiglia Agnelli. È finita come sapete.

Da noi non ci sono, non ci sono mai stati, i grandi privati generosi e virtuosi. Il nostro è sempre stato il paese del capitalismo di Stato e del microcapitalismo artigianale e familiare: l’economia del distretto, del “cespuglio”, del pulviscolo produttivo, il popolo delle partite IVA, le valli dove si producono soltanto occhiali, o pentole, o cucine componibili, o scarpe.

In compenso ci sono le fondazioni bancarie. Che non possono essere considerate “privati” nel senso classico della parola. Privato è uno che coi suoi soldi può fare quello che vuole. Può comprare un Canaletto da venti milioni per regalarlo agli Uffizi oppure giocarsi quei soldi al Casinò. Potrebbe comportarsi così il Presidente dell’Ente Monte dei Paschi? Certo che no perché la fondazione bancaria è una realtà semipubblica che svolge funzioni di surroga di supporto alle istituzioni culturali e agli organi elettivi presenti nel territorio ed è orientata e controllata da molte potestà interne ed esterne.

Quindi immaginiamo una “Fondazione Uffizi” dove ci siano i grandi enti bancari toscani (Cassa di Risparmio, Monte dei Paschi) e poi chi ancora? La Regione e il Comune certamente, forti dei poteri concorrenti nel settore della valorizzazione che la legge 3 del 2001 esplicitamente riconosce. Ci sarebbe di necessità lo Stato che è proprietario delle opere d’arte che ha i suoi dipendenti inamovibili ed ipergarantiti e che continuerebbe a pagare il personale (30 milioni costano all’anno i dipendenti del Polo fiorentino mentre solo di 25 è l’incasso delle biglietterie e dei servizi aggiuntivi…a proposito della fruttuosità dei musei!). Ci sarebbero anche i sindacati, perché in Italia i sindacati ci sono dappertutto. Quanto ai rappresentanti del Comune e della Regione essi sarebbero il risultato di sottili bilanciamenti, di complicate alchimie politiche. A loro volta i rappresentanti delle fondazioni bancarie dovrebbero rispondere ai consigli di amministrazione che li hanno designati. E quale sarebbe il ruolo del tecnico? Abbastanza marginale, temo, se non ininfluente; fortemente condizionato, in ogni caso, dal primato della “politica politicante”.

Altra cosa sono le fondazioni all’americana. Lì ci sono i privati veri che si siedono al tavolo delle decisioni perché su quel tavolo mettono i loro soldi e quindi possono assumere o licenziare, comprare o vendere senza che la politica possa interferire più di tanto. Il modello americano va bene per l’America. Qui da noi non è praticabile né augurabile. Noi italiani abbiamo inventato il concetto di tutela su tutto il patrimonio ovunque distribuito e comunque posseduto ed è nostra l’idea di museo pubblico che è di tutti perché è la ‘res publica’ che tutti rappresenta a possederlo e a gestirlo. La fondazione museale che si vorrebbe e si potrebbe realizzare alle nostre latitudini è un ibrido dove di americano c’è solo l’epigrafe e tutto il resto rimane molto tradizionale. Con lo Stato che paga, i privati veri che non ci sono, la politica che comanda e i tecnici che contano sempre di meno. Nihil varietur, quindi. Meglio lasciare le cose come stanno.

Autore: Antonio Paolucci

Fonte:CivitaInforma