Archivi categoria: Restauri e recuperi

ROMA. Parco archeologico del Colosseo – 2773° Natale di Roma – La Colonna Traiana.

Più si contempla il Foro di Traiano, più sembra un miracolo: chi sale all’Augusto Campidoglio scorge un’opera che è al di sopra del genio umano”.
Così Cassiodoro (Varia, VII, 6) e in effetti da sempre ci si interroga sull’ingegno, la sapienza e il lavoro degli uomini che resero possibile quel mirabile monumento che è la Colonna Traiana, per la cui realizzazione fu cavato il marmo delle Alpi Apuane, furono trasportate tonnellate di blocchi sulle navi marmorarie da Luni al porto di Traiano e poi furono scaricati, movimentati, lavorati e messi in opera i blocchi fino a più di 40 metri di altezza dal suolo.
Oggi ripercorriamo una parte di questa vicenda, “srotolando” i 200 metri di Storia raccontata sulla Colonna, in occasione delle campagne daciche condotte tra il 101 e il 106 d.C.
I lavori di restauro in programma nei prossimi giorni sul basamento che in antico doveva ospitare le ceneri dell’imperatore e forse della moglie Plotina sono stati l’occasione per realizzare un modello digitale della Colonna e poter così fruire, finalmente da vicino, di quel testo istoriato che ha reso eterne le gesta dell’Imperatore Traiano.
I lavori di restauro del basamento sono diretti da Federica Rinaldi e Barbara Nazzaro con Angelica Pujia, Antonella Rotondi e Alessandro Lugari.
colonna traiana 2Il rilievo e le riprese da drone della Colonna sono della società Di Lieto & C. srl, con la collaborazione di AEROPIX Aerial Imaging & Survey di Dario Della Mora.
Editing video di Mario Cristofaro.

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FIRENZE. I segreti del restauro della “Muta” di Raffaello.

Le diverse fasi del recupero dell’enigmatico dipinto a olio su tavola per mano dei tecnici dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze
Il giorno successivo alle celebrazioni dei 500 anni dalla morte prosegue sul canale YouTube del MiBACT l’omaggio a Raffaello con un video dedicato al restauro de “La Muta” del pittore urbinate.
Il silenzio mentre lo sguardo indugia sugli occhi fissi e grigi e sulle sottili labbra serrate, per poi scendere al décolleté e infine risalire lungo la linea perfetta del naso: con questa sequenza inizia il video che racconta il lungo e laborioso restauro di uno dei più enigmatici ritratti di Raffaello Sanzio, “La Muta”, conservato alle Gallerie Nazionali delle Marche di Urbino.
L’opera, corrosa dai tarli, ha conosciuto un serio intervento conservativo nel 2014 per mano dei tecnici dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, documentato nei dettagli nel video sul canale YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=rG0S3V0UTnA, dove dall’inizio dell’emergenza coronavirus i musei, i parchi archeologici e gli istituti autonomi statali stanno fornendo contributi audiovisivi di ogni genere per permettere alle persone di continuare a godere del patrimonio culturale nazionale.
Le diverse sequenze degli interventi diagnostici, a partire dalla radiografia che ha evidenziato la vastità degli attacchi al supporto ligneo da parte di insetti xilofagi per arrivare alla disinfestazione del dipinto e la sua integrazione pittorica, sono illustrate con cura dai restauratori, che rivelano anche le tante scoperte rese possibili dalle analisi: dai diversi segni di pentimento nel disegno sottostante all’uso del nero d’ossa e di pigmenti di rame, sono molti gli elementi emersi da un restauro che ha permesso di restituire luce e splendore all’opera.

Fonte: Ufficio Stampa MiBACT

LEGNAIA (Fi). E’ di Donatello il Crocifisso ligneo ritrovato e restaurato.

Un accurato restauro ha confermato l’attribuzione di un Crocifisso ligneo processionale, custodito nella chiesa di Sant’Angelo a Legnaia (Firenze), allo scultore fiorentino Donatello.
La paternità dell’opera è stata attribuita a Donatello grazie all’analisi dei materiali e dei dati stilistici che ha consentito a Gianluca Amato, storico dell’arte e studioso di scultura del Rinascimento, di ricostruire le vicende artistiche del Crocifisso e ricondurle alla tarda produzione del padre della scultura italiana del Quattrocento.
Il pubblico potrebbe sorprendersi di fronte al collegamento di un’opera misconosciuta col nome di Donatello. Eppure, le ricerche nell’ambito della scultura degli ultimi sessant’anni non di rado hanno messo a segno scoperte clamorose, soprattutto tra quelle opere meno studiate e realizzate con i cosiddetti materiali “umili” – legno e la terracotta dipinta – come i crocifissi.
La scoperta del Crocifisso – conservato nell’anti-cappella dell’Oratorio – risale al gennaio 2012, mentre il restauro è stato avviato alla fine del 2014 finanziato con fondi della Soprintendenza speciale per il polo museale fiorentino e per la città di Firenze. Un restauro destinato a cambiare la fortuna di questo semplice manufatto in legno, rimasto a lungo nell’anonimato delle pratiche devozionali della parrocchia, sconosciuto a turisti e studiosi. Il restauro dell’opera è stato diretto dalla dottoressa Anna Bisceglia, funzionaria storica dell’arte della Soprintendenza di Firenze.
Il Cristo Crocifisso risalente al 1461-1466 circa, è leggero (poco più di 3 Kg) e di piccole dimensioni (89 x 82.5 cm). La sua leggerezza conferma il fatto che fosse un crocifisso processionale, ‘alleggerito’ proprio per essere portato al cospetto dei fedeli e condotto lungo le vie del piccolo borgo fiorentino.
Il Crocifisso, appena ricollocato nella sua sede originaria, l’Oratorio della Compagnia di Sant’Agostino, è stato restituito alla sua antica funzione liturgica e soprattutto riconsegnato alla comunità che ne ha avuto cura per molti secoli.

Autore: Federica Giosi

Fonte: www.qaeditoria.it, 12 mar 2020

SAN CASCIANO VAL DI PESA (Fi). Conclusa l’opera di restauro del Crocifisso di Simone Martini.

È il modello medievale del ‘Christus patiens‘, simbolo della sofferenza provocata dalla Passione, quello che Simone Martini (1284-1344), il grande maestro senese protagonista della storia dell’arte medievale italiana, scelse per la raffigurazione del Crocifisso ligneo di San Casciano Val di Pesa (Firenze) luogo dove il capolavoro è custodito e visibile da secoli, anche rimanendo integro nei bombardamenti della Seconda guerra mondiale.
Dopo un recupero pittorico eseguito millimetro per millimetro torna a casa, nella sede originaria della trecentesca Chiesa di Santa Maria al Prato, dopo vari anni trascorsi sotto le abili mani dei restauratori dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, uno dei capolavori di Simone Martini.
L’opera dipinta che pone al centro il Cristo, consapevole della propria missione redentrice, è stata inaugurata e presentata alla cittadinanza sabato 25 maggio nella Chiesa di Santa Maria al Prato.
Hanno illustrato il percorso e il lavoro di restauro conservativo il professor Marco Poli, governatore della Misericordia, il sindaco di San Casciano, Massimiliano Pescini, il dottor Andrea Pessina e la dottoressa Maria Pia Zaccheddu della Soprintendenza e il dottor Marco Ciatti, la dottoressa Cecilia Frosinini e la restauratrice Alessandra Ramat dell’Opificio delle Pietre Dure.
Il Cristo ligneo è stato collocato in corrispondenza del secondo altare sul lato destro della chiesa.
Il crocifisso, opera di rango considerata tra i più alti esempi di confronto fra pittura fiorentina e senese del ‘300, ha subito un lungo restauro sia per il recupero della parte lignea, con necessari consolidamenti di materiale ed eliminazione dei tarli, sia in quello della parte pittorica, intervento meticoloso eseguito al microscopio da parte della restauratrice Alessandra Ramat con un procedimento millimetrico.
“È uno dei più imponenti restauri di crocifisso ligneo fatti in un secolo dall’Opificio delle Pietre Dure – spiega il soprintendente dell’Opificio, Marco Ciatti -, sia per l’importanza di questo capolavoro, sia per l’impegno del nostro personale, sia per lo stimolo a nuovi studi che il restauro ci ha permesso fare nel confronto tra scuola fiorentina e senese”.
Anche in considerazione della portata del capolavoro il restauro è stato interamente finanziato e gestito dall’Opificio. Per fattura artistica e valenza storica gli studiosi allineano il crocifisso di Simone Martini di San Casciano, a capolavori coevi come il Crocifisso di Cimabue scampato all’alluvione del 1966 in Santa Croce, il Crocifisso di Ognissanti attribuito a Giotto, e il Crocifisso di Giotto in S.Maria Novella, convento domenicano da cui potrebbe essere partita la committenza anche per il Crocifisso conservato a San Casciano.
Inoltre il restauro, spiega Ciatti, “stimola e apre frontiere di ricerca storica e archivistica notevoli, per capire in che termini la Chiesa della Misericordia di San Casciano abbia potuto ospitare il capolavoro di Simone Martini e il suo incontro con altri artisti di rilievo di quella fase, tra cui Ugolino di Nerio”.
Nella chiesa, annessa a un antico convento domenicano, il Crocifisso verrà ricollocato sopra il secondo altare sul lato destro. Simone Martini lo eseguì “intorno al 1315, sicuramente non oltre il 1320”, secondo Ciatti, ma scarseggiano notizie precise in merito e la stessa tradizione dell’attribuzione al pittore senese “fu definitivamente suffragata relativamente di recente, nel 1939, da puntuali studi di Ugo Procacci”.
Alcuni studiosi ipotizzano che il lavoro originale sia stato commissionato dai domenicani di Santa Maria Novella, probabilmente trasferito in questa chiesa nei secoli successivi in seguito al cambiamento del gusto artistico.

Autore: Maksym Rozhkovskyy

Fonte: www.qaedotoria.it, 27 mag 2019

SIENA. Scoperto un nuovo frammento di affresco all’interno del Duomo.

Una importante scoperta è stata fatta all’interno del Duomo di Siena: i lavori di restauro in corso hanno reso necessario spostare la grande pala dell’altare del cardinale e arcivescovo di Siena Celio Piccolomini (Siena, 1609-1681) raffigurante lo “Sposalizio mistico di Santa Caterina da Siena” del pittore Pietro Dandini (Firenze, 1646-1712), rivelando un grande frammento di un antico affresco.
Si tratta di un’antica figurazione dipinta sul fondale della cappella tardomedievale, ornamento di un trittico su tavola posto sull’altare. Di questo allestimento esiste una preziosa testimonianza raffigurata da Pietro di Francesco Orioli sulla copertina della Gabella del 1483 (che si trova nell’archivio di Stato di Siena), sulla quale si volle far dipingere l’omaggio delle chiavi della città alla venerata immagine della Madonna delle Grazie.
Nell’affresco appena scoperto, nonostante la consunzione della malta sono ancora visibili alcuni busti di sante, tutte provviste di aureola dorata e tempestata di decori a stampo. Quanto resta dei visi delle sante permette ancora di riconoscere lo stile di Paolo di Giovanni Fei (Siena, noto dal 1369 – morto nel 1411), uno dei maggiori pittori del tempo, che seppe recuperare la lezione dei grandi maestri del primo Trecento, traghettando la scuola senese verso la vitale stagione del tardogotico. E infatti, grazie alla conservazione dei tanti documenti cartacei nel grande archivio dell’Opera del Duomo è stato possibile anche recuperare il suo nome come autore dell’affresco del fondale della cappella che a quel tempo era dedicata a Sant’Antonio abate. Infatti, nei documenti, si legge che il 6 aprile 1400 Paolo di Giovanni Fei fu pagato ben 15 fiorini d’oro “per chagione di cierto lavorio che fecie a la cappella di sant’Antonio in duomo, cioè, di dipintura, per oro e azurro, e ogni altra sua spesa”.
I lavori di restauro delle monumentali strutture architettoniche del Duomo di Siena si sono resi necessari a causa di una sofferenza strutturale per infiltrazioni di acqua dalle coperture continuate troppo a lungo nei secoli, ma di recente arrestate dai dovuti interventi di bonifica. Contemporaneamente al lavoro di carattere edile e di pulitura dei variegati marmi policromi degli altari, sarà effettuato anche il necessario intervento sulle tele, che appaiono sostanzialmente ben conservate, ma coperte da molta sporcizia e velate da una vernice ormai troppo ingiallita, che può risalire all’intervento generale di restauro attuato all’inizio dell’Ottocento, per porre rimedio ai guasti apportati dal terremoto del 1798.
Grazie agli interventi programmati, si potrà così tornare a vedere la chiara tavolozza di colori che il senese Raffaello Vanni (1595-1673) predilesse per il dipinto ”Estasi di San Francesco di Sales”. Fu papa Alessandro VII Chigi (Siena, 1599 – Roma, 1667) a volere questa raffigurazione, per dimostrare la venerazione verso Francesco di Sales, da lui fatto beato nel 1661 e poi canonizzato nel 1665. L’altare porta infatti lo stemma del papa e quello del cardinal nipote Flavio Chigi, che fece terminare l’impresa di questa cappella.

Autore: Maria Rosaria Pastorelli

Fonte: www.qaeditoria.it, 26 mag 2019