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CONEGLIANO (TV). Bernardo Bellotto.

Dopo il grande successo della mostra dedicata a Cima da Conegliano, con oltre 110.000 visitatori in quattro mesi di apertura, Palazzo Sarcinelli di Conegliano si appresta a ospitare un’altra iniziativa di grande importanza storico-artistica.

Dall’11 novembre 2011 al 15 aprile 2012, le sale del palazzo cinquecentesco nel cuore della città di Conegliano, si apriranno alle opere di BERNARDO BELLOTTO (1721-1780).
Curata da Dario Succi, promossa dal Comune di Conegliano, prodotta e organizzata da Artematica, l’esposizione sarà realizzata grazie all’imprescindibile partnership con PromoTreviso e Unascom Confcommercio della Provincia di Treviso
Attraverso molti prestiti provenienti da importanti istituzioni pubbliche e private, come la Pinacoteca di Brera di Milano, l’Accademia Carrara di Bergamo, la Galleria Nazionale di Parma, il Royal Castle di Varsavia, la Castle Howard Estate di York (UK), il Gabinetto dei Disegni e delle Stampe della Pinacoteca Nazionale di Bologna, la Civica Raccolta delle Stampe Achille Bertarelli di Milano, la mostra ripercorrerà tutta l’evoluzione creativa di uno dei maestri assoluti del vedutismo veneziano che seppe mettere a frutto le scoperte e le conquiste tecniche dello zio Antonio Canal, detto Canaletto.
Una quarantina di capolavori analizzeranno l’itinerario artistico di Bernardo Bellotto, scandendo le tappe fondamentali della sua carriera, dalle vedute di Venezia e delle città italiane – Firenze, Lucca, Roma, Milano, Torino, Verona – a quelle delle capitali europee: Dresda, Vienna, Monaco, Varsavia. A queste ultime verrà riservata un’attenzione particolare, con l’intento di far percepire ai visitatori le qualità di un singolarissimo modus pingendi.
La ristretta, ma qualitativamente superba, selezione di opere dei grandi artefici del genere, come Carlevarijs, Marieschi, Guardi e Canaletto, che con le loro innovazioni stilistiche hanno contribuito a diffondere universalmente il fenomeno del vedutismo e con esso il mito e l’immagine di Venezia, farà comprendere il contesto da cui si sviluppò il lavoro di Bellotto, il suo modo di costruire equivalenze pittoriche della realtà, arricchite di una straordinaria complessità, accuratezza dei particolari ed esatta osservazione e resa delle architetture. Al tempo stesso, consentirà al visitatore di cogliere l’evolversi della produzione vedutistica lungo tutto l’arco del Settecento.
La mostra sarà accompagnata da un catalogo Marsilio editori.

Il genere pittorico del vedutismo è stato oggetto negli ultimi decenni di molteplici studi, legati ad iniziative espositive che hanno sottolineato il crescente favore del pubblico per quello che viene concordemente considerato come il fenomeno più innovativo e caratterizzante nell’arte europea del XVIII secolo.
La peculiarità delle caratteristiche ambientali e architettoniche e la presenza di alcuni maestri particolarmente dotati fecero di Venezia il luogo ideale per la sperimentazione di un nuovo modo di ritrarre la capitale della Repubblica Serenissima, fissandola in una dimensione senza tempo.
Se Luca Carlevarijs contribuì in maniera decisiva alla svolta antibarocca dell’arte veneta evocando nei dipinti l’atmosfera distintiva della città e il valore mitico di una vicenda storica millenaria, Canaletto utilizzò quegli esempi per elaborare un repertorio di immagini organizzato con coerenza stilistica e una qualità espressiva assolutamente incomparabili. Su un piano diverso si svolge l’attività di Michele Marieschi che, riproducendo la città scenograficamente come un Gran Teatro, aprì la via alle visioni panoramiche di Francesco Guardi.
Bernardo Bellotto, entrato giovanissimo come apprendista nell’atelier dello zio, si trovò in una condizione di assoluto privilegio, essendosi risparmiato un faticoso iter formativo, per affrontare direttamente gli specifici problemi del vedutismo. Questo vantaggio consentì all’allievo, prodigiosamente dotato, di bruciare le tappe di una carriera folgorante, portandolo ad operare al servizio delle prestigiose corti di Torino, Dresda, Vienna, Monaco, Varsavia.
Le capitali europee vennero ritratte in opere di raro incantesimo, dove l’equilibrio delle atmosfere immobili e la resa lenticolare degli edifici e degli elementi paesaggistici si traduce in una pittura capace di conciliare la limpidezza ottica della descrizione con la totalità dell’adesione sentimentale. Facendosi interprete dei principi di civiltà illuministica, l’artista immerge le vedute in una luce cristallina, tendenzialmente algida, che rende uniforme la nitidezza dei volumi architettonici quale che sia la distanza dall’occhio dell’osservatore: nulla deve turbare il rarefatto equilibrio espressivo, la fiducia in un’esperienza ordinata, la suggestione di una gabbia prospettica evocante uno spazio urbano perfettamente misurabile.
Quando nel 1747 Bellotto giunge in Sassonia per operare al servizio della più illuminata corte europea, Dresda era diventata il centro di irradiazione dell’arte e della cultura tardo barocche e il suo aspetto aveva subìto un profondo cambiamento per la lungimirante politica urbanistica e architettonica di Augusto il Forte e di Augusto III, impegnati a trasformare la capitale in una città di abbagliante bellezza.
L’arrivo di Bellotto coincise con l’ultimazione della maggior parte dei cantieri: la città ricostruita “secondo ragione” era pronta e l’artista veneziano ne divenne il cantore geniale in una stupenda serie di vedute. La realtà fenomenica diventa forma urbis ideale e, come la Venezia di Canaletto, (tramite le acqueforti di Antonio Visentini), anche la “Venezia del Nord” di Bellotto assurse a mito la cui divulgazione a livello internazionale venne affidata alle splendide traduzioni incisorie delle vedute.

Info:
BERNARDO BELLOTTO – Conegliano, Palazzo Sarcinelli (via XX settembre, 132), dal 11 novembre 2011 al 15 aprile 2012.
Numero verde 800775083
Comune di Conegliano – Tel. 0438.413472 – marco.ceotto@comune.conegliano.tv.it

Link: http://www.bellottoconegliano.it

VENEZIA. Lorenzo Lotto.

La mostra alle Gallerie dell’Accademia nasce dalla possibilità di uno scambio con l’Ermitage di San Pietroburgo: il museo russo ha concesso il prestito di due dipinti (il Doppio ritratto dei coniugi Bonghi e una Madonna col Bambino ed Angeli) raramente o mai prima visti in Italia.
A questi due dipinti è naturalmente accostato il celebre Ritratto di giovane delle Gallerie dell’Accademia, che probabilmente restituisce l’effigie di un gentiluomo trevigiano da datarsi alla fine del terzo decennio.

Info:
dal 29 agosto 2011 al 30 ottobre 2012
Venezia, Gallerie dell’Accademia
Telefono: 0415200345

 

Autore: Renzo De Simone

Link: http://www.lorenzolotto.info

Fonte:MiBAC – Ministero per i Beni e le Attività Culturali

COURMAYEUR (Ao). Alessandro Poma (1874-1960) – Pittore di Courmayeur.

Le opere di Alessandro Poma ritornano ora a Courmayeur.
I dipinti sono incentrati sui paesaggi e la natura di Courmayeur, così sovente ritratti dal pittore nei suoi soggiorni e nella sua lunga residenza in questo luogo, dove morì nel 1960 ed oggi riposa.
La sua vita fu influenzata dalla bellezza e unicità dei luoghi da lui prediletti, testimoni di una natura verso la quale ebbe particolare sensibilità e fu fonte di ispirazione.
Paesaggi e ambienti che sono diventati così i suoi “luoghi dell’anima”… Villa Borghese a Roma, Villa Maresca a Piano di Sorrento e la sua villa al Pussey di Courmayeur.

Sintesi biografica
Alessandro Poma nacque a Biella Piazzo nel 1874 in una grande famiglia di industriali tessili.
Completati gli studi classici, frequentò la Facoltà di Giurisprudenza a Torino, che abbandonò alla soglia della laurea per dare corso alla sua vocazione di artista in un ambiente dominato da figure di spicco come Fontanesi e Delleani, Avondo e Reycend. Sul finire del secolo XIX si trasferì a Roma, nella privilegiata residenza della “Casina di Raffaello” a Villa Borghese. Dal 1901 fece parte dell’entourage di Giulio Aristide Sartorio ed ebbe frequenti contatti con il gruppo de “I XXV della Campagna Romana”, artisti che rinnovarono la tradizione pittorica della raffigurazione dal vero. Nel suo soggiorno romano Poma dipinse soprattutto paesaggi, in buona parte ispirati a Villa Borghese, ma trattò anche i temi della figura, del ritratto e delle scene di animali affollate da cigni e farfalle con un senso istintivo di armonia, liberamente espresso in un fulgore prorompente di vividi colori come scrisse Cecilia Pericoli Ridolfini per la mostra al Museo del Folklore di Roma nel 1983. Poma cominciò ad esporre alla Promotrice di Torino dal 1896, poi sporadicamente a Milano e Venezia, ma abbandonò l’ambiente delle mostre nel 1910 per continuare a lavorare in solitudine, convinto di meglio esprimere il proprio talento del cui valore era profondamente consapevole. Uscì volontariamente dai circuiti artistici dell’epoca e si chiuse in un isolamento quasi totale, senza acquietarsi nel mestiere né cedere alla maniera, come suggerì Bruno Molajoli nel 1983.
Dopo varie sue visite a Courmayeur vi si trasferì definitivamente alla fine degli anni 30, lì continuando la sua intensa attività artistica.
Dalla testimonianza di un nipote: …era possibile incontrare il pittore che a passo lento saliva per le montagne con la cassetta dei colori, il fucile del cacciatore, poco usato per il troppo amore per gli animali, uno stuolo di nipoti e gli immancabili setters.
Nella bellezza dello scenario di Courmayeur e delle sue valli, Alessandro Poma dipinge anche qui con passione animali, fiori, alberi, montagne e cieli per trasmettere con la vivacità del colore intenso e puro l’amore per la natura già maturato negli anni del suo soggiorno romano.
La tecnica del pastello, su carta “George Rowney & Co” è il suo mezzo espressivo preferito per l’immediatezza della resa pittorica, anche se continua a sperimentare tecniche miste. Dal grande numero di pastelli emerge la sua visione poetica che si esprime in vortici di colore attraversati da essenziali segni grafici.
L’alta qualità delle immagini e il loro struggente fascino evocativo caratterizzano la sua vasta produzione dove il sentimento mai banale nei tagli e nelle scelte dei soggetti lo rendono un caso interessante nel quadro del paesaggismo piemontese del Novecento ha affermato Virginia Bertone che tra i primi ne analizzò l’opera nel 2006. Maurizio Calvesi nel 2007, presentando la mostra di Poma al Museo Carlo Bilotti presso l’Aranciera di Villa Borghese, ha scritto La pittura di Poma, misurata ma dinamica nei tagli compositivi, sensibile ed emotiva nel tratto, vibrante nell’uso ora sobrio, ora ricco del colore, ha momenti di straordinaria intensità che fanno di Poma un qualificato rappresentante della pittura italiana, in sintonia di ispirazione con Giacomo Balla per la finezza della visione e il suggestivo uso postimpressionista della luce.
Alla presentazione a Roma del volume Alessandro Poma (1874-1960) a cura di Maria Luisa Reviglio della Veneria e Lodovico Berardi, disponibile in mostra, Claudio Strinati, sottolinea che:
Il libro è una vera, autentica monografia, ricca di contributi filologici e critici che restituisce la figura di Poma come meglio non si potrebbe. Siamo di fronte a un caso tipico di un artista che riemerge magistralmente. Si può parlare, una volta tanto, di una riscoperta a tutto tondo.
Esposizioni recenti
2009 – Roma, personale presso la Galleria Paolo Antonacci.
2007 – Piano di Sorrento, Museo Archeologico Territoriale della Penisola Sorrentina, Villa Fondi, mostra “Alessandro Poma a Piano di Sorrento”, a cura di Pier Andrea De Rosa.
2007 – Roma, Museo Carlo Bilotti, Aranciera di Villa Borghese, mostra “Alessandro Poma (1874-1960), pittore a Villa Borghese”, a cura di Maurizio Calvesi.
2005 – Courmayeur, Sala del Comune, mostra “Colori e Natura di Courmayeur”, a cura di Maria Luisa Reviglio della Veneria, con introduzione di Virginia Bertone.

Info:
a cura di Maria Luisa Reviglio della Veneria e Lodovico Berardi, fino al 15 settembre 2011 al Museo Transfrontaliero del Monte Bianco – Via Puchoz n. 4 – Courmayeur
Organizzazione:
CENTRO STUDI ALESSANDRO POMA – Via Pinerolo 7 – 10060 Candiolo (TO)
Tel.: 338 507 30 99 – 011 962 50 49 – Email: centrostudipoma@gmail.com
C.F. 95600330013

PAVIA. Degas Lautrec Zando’. Les Folies de Montmartre.

Dal 17 settembre al 18 dicembre 2011 le Scuderie del Castello Visconteo di Pavia ospiteranno la mostra Degas, Lautrec, Zando’. Les folies de Montmartre, che raccoglierà i lavori di tre maestri della nouvelle peinture, quali Edgar Degas, Henri Toulouse-Lautrec e Federico Zandomeneghi, messi per la prima volta in dialogo sul mito di Montmartre, centro pulsante della vita artistica, e non solo, parigina di fine Ottocento e d’inizio Novecento.
L’esposizione presenterà ottanta opere, tra pitture e grafiche, provenienti da collezioni pubbliche e private italiane e straniere, con un apporto speciale di prestiti dalla città di Toulouse.

Ça c’est Paris!
Una nota canzone già tra fine Ottocento e primo Novecento celebrava l’appeal della capitale francese, paragonandola a “una bionda che piace a tutti”. Ma ancor di più, La Butte, la collina di Montmartre abitata dagli artisti, capace di attirare gli esponenti di ogni classe sociale e di far convivere strilloni, prostitute, gestori di cabaret, attrici, pittori, aristocratici, clown e ballerine, borghesi e benpensanti, è diventata nel tempo uno dei luoghi di culto della capitale francese.
Fu Degas a guardare per primo alla vitalità del quartiere parigino e a rivoluzionare la pittura in seno al realismo, onorando il programma fissato da Baudelaire nel testo Il pittore della vita moderna. Per primo, raccontò l’universo delle giovani e belle donne intente alla toeletta, le corse dei cavalli, il mondo equivoco dei cabaret e dei café-concert, quello del circo e delle case chiuse, e soprattutto quello del balletto, come espresso nella splendida Ballerina in prestito dal Museo cantonale di Lugano.
Una riserva di temi e soluzioni compositive a cui attinse – e già solo il titolo del celebre pastello Le Moulin de la Galette lo dichiara – anche Zandò, come veniva soprannominato dagli amici francesi Federico Zandomeneghi, uno dei tre italiani a Parigi, e di cui proprio i Musei civici di Pavia possiedono un consistente nucleo di opere.
Un universo che divenne centrale nella produzione di Henri de Toulouse-Lautrec, che identificò non solo la propria arte ma anche la propria vita nella cultura di Montmartre, quella che si respira osservando la Tête de femme della Fondation Bemberg di Toulouse e Au café: le patron et la caissière chlorotique del Kunsthaus di Zurigo.
I personaggi da lui ritratti sono divenuti icone, protagonisti e simboli del vero e proprio mito di Montmartre, che i manifesti creati dall’artista, in buona parte provenienti dal Centre de l’Affiche di Toulouse, hanno contribuito ad alimentare.
Quel microcosmo, quel mondo di depravazione e di malinconica poesia – popolato dalle ballerine della notte Yvette Guilbert, May Milton, May Belfort, La Goulue, Jane Avril, dal chansonnier Aristide Bruant e dal comico Caudieux – è rimasto nella memoria collettiva grazie soprattutto alla produzione del genio di Albi che portò l’arte in strada, sui giornali, nella “serialità” della produzione grafica.

La mostra, curata da Lorenza Tonani, è ideata, prodotta e organizzata da Alef – cultural project management, Milano, col patrocinio del Comune di Pavia,

Info:
Orari: lunedì – venerdì: 10.00 – 13.00 | 15.00 – 18.00
sabato, domenica e festivi: 10.00 – 13.00 | 1400 – 19.00
Biglietti: intero: € 9.00;ridotto convenzionati: € 8.00; ridotto: € 7.00 – + 39 02 – 45496873/4
Prenotazioni a visite guidate e laboratori didattici: segreteria@scuderiepavia.com – + 39 02 – 45496873/4

Link: http://www.scuderiepavia.com

Email: info@scuderiepavia.com

CESENA (FC). Le Terre della Pittura tra Marche e Romagna.

Fino al 28 agosto 2011 35 dipinti dal Quattrocento al Settecento dalla collezione Altomani-Ciaroni raccontano le vicende di due territori limitrofi che hanno visto fiorire nei secoli un’arte andata ben oltre i confini regionali
Nel variegato e spesso contraddittorio mondo che passa sotto la denominazione di antiquariato italiano operano anche esperti di levatura internazionale, che si incaricano di rintracciare, restaurare, studiare e possibilmente riportare nei luoghi di origine quelle opere d’arte che il tempo ha disperso e confinato nell’oblio. A muoverli è un sentimento che, dall’incanto della bellezza, si traduce talvolta in un’etica della memoria. Da questo stesso sentimento nasce Le Terre della Pittura tra Marche e Romagna, una scelta antologia di dipinti antichi che raccoglie 35 opere dalla collezione Altomani-Ciaroni, allestita a Cesena (FC), alla Galleria Comunale d’Arte di Palazzo del Ridotto dal 25 giugno al 28 agosto 2011.
Dalla Madonna col Bambino del Maestro di Castrocaro a quella di Giovan Francesco da Rimini, da una Vergine appena ritrovata del Cagnacci ad una del Sassoferrato, da un importante modelletto della Pala Bargellini di Ludovico Carracci a due dipinti raffiguranti la Resurrezione recentemente scoperti, uno dell’Albani e l’altro del Pomarancio, le tele esposte raccontano le vicende di due territori confinanti, le Marche e la Romagna, che per molti secoli hanno risentito insieme degli influssi delle vicine scuole bolognese, veneziana, romana, ma che allo stesso tempo hanno permesso anche la fioritura di personalità artistiche che sono riuscite a estendere le loro idee ben oltre i limiti regionali. Inedite sono anche due Virtù dipinte da Elisabetta Sirani per il Malvasia e due tele incompiute di Simone Cantarini, solo per ricordare alcune delle gemme della raccolta.

La mostra, che raccoglie in tutto 35 tele che coprono un periodo che va dal Quattrocento al primo Settecento – con prevalenza di dipinti seicenteschi – è promossa dall’Assessorato ai servizi e istituzioni culturali del Comune di Cesena ed è curata dall’artista e storico dell’arte Massimo Pulini. E’ il secondo appuntamento delle Raccolte riservate ai grandi antiquari, un ciclo espositivo che ha inaugurato nel 2010 a Cesena con la mostra “Lo Studiolo di Baratti”, nato dall’originale intenzione di creare una collana, di mostre e di cataloghi, dedicata a quelli che possono considerarsi dei veri e propri musei nascosti.

Le Terre della Pittura tra Marche e Romagna è una raccolta di soggetti sacri e profani (ci sono paesaggi, ritratti, soggetti religiosi ecc..) che si configura come una ricca antologia di ricordi e di memorie, di luoghi e di persone, di storie individuali e collettive che per più di tre secoli hanno arricchito questo lembo di penisola.
La mostra è corredata da un catalogo, edito da Artexplora, che contiene un saggio dedicato al tema della dispersione e del recupero delle opere d’arte e all’importante ruolo svolto da alcuni antiquari illuminati. E’ grazie a queste figure, infatti, che lavorano da decenni nel mondo dell’antiquariato con la minuzia di un attento studioso, che è stato possibile oggi recuperare buona parte di un patrimonio artistico che, in seguito alle soppressioni napoleoniche degli ordini religiosi e alla confisca dei loro beni (decretata nel 1797), aveva preso la via dell’esilio e della diaspora.
“Ritrovare l’opera di un artista, del Trecento o del Settecento, che lavorò nel nostro territorio, acquistarla ad un’asta americana o in un palazzo della campagna inglese, farla studiare da ricercatori storici competenti, che sappiano ricostruirne le tracce e magari ritrovarne l’originale collocazione, è una missione di enorme valore – sottolinea il curatore della mostra, Massimo Pulini – Uno dei pochi modi attraverso i quali continua ad essere possibile il recupero e la valorizzazione della storia di un paese. Che poi questo venga accompagnato da un interesse economico, nel momento in cui quell’opera viene rilevata da una fondazione bancaria, da un museo o da un ricco intenditore privato, lo trovo non solo legittimo, ma necessario sia a ricompensare il lavoro che a incentivare nuove ricerche, a finanziare altri e futuri ritrovamenti”.
Tutte le opere riprodotte, anche quelle solamente transitate dalla galleria pesarese, hanno un preciso riferimento alla storia dell’arte delle terre di Marche e Romagna e ognuno dei dipinti esposti è corredato da una scheda che ne ricostruisce le vicende, offrendone al contempo un’interpretazione critica.

La mostra e il catalogo si avvalgono di testi e contributi di Annamaria Ambrosini, Ivana Balducci, Alessandro Brogi, Alberto Crispo, Davide Gasparotto, Claudio Giardini, Alessandro Giovanardi, Alessandro Marchi, Gabriello Milantoni, Filippo Panzavolta, Giulia Semenza, Anna Tambini e Raffaella Zama.

La collezione Altomani Ciaroni
Ritrovare l’opera di un artista, del Trecento o del Settecento, che lavorò nel nostro territorio, acquistarla ad un’asta americana o in un palazzo della campagna inglese, farla studiare da ricercatori storici competenti, che sappiano ricostruirne le tracce e magari ritrovarne l’originale collocazione, è una missione di enorme valore. Uno dei pochi modi attraverso i quali continua ad essere possibile il recupero e la valorizzazione della storia di un paese.
I coniugi Ciaroni fanno questo come principale scopo e insieme come personale divertimento. La loro progressiva specializzazione, intorno alla pittura marchigiana ed emiliano-romagnola, è anche implicita conferma di questa vocazione a risarcire le ferite storiche del luogo.
Entrambi romagnoli, Chicca Altomani è nata a Forlì mentre Giancarlo Ciaroni è originario di Cattolica, hanno iniziato la loro attività di antiquari a Pesaro, con premesse e passioni da collezionisti: lei di pittura del Seicento e lui di ceramica antica. Agli inizi degli anni Ottanta, dopo aver acquistato qualche dipinto, per la propria raccolta, ma anche bronzi e maioliche rinascimentali, divenne sempre più crescente un interesse per l’arte e per le memorie delle proprie terre. Fino a quel momento la loro professione si era svolta, con successo, nel campo dell’arredo contemporaneo e il cambio di vita fu radicale.
L’apertura della Galleria Altomani & Sons risale al 1985, anche se da anni conoscevano l’ambiente da una postazione di clienti e più volte avevano chiesto pareri a importanti studiosi, cercando sempre di entrare nel merito delle questioni.
Qualche anno prima i due coniugi conoscono e iniziano a frequentare Federico Zeri e dall’evoluzione del rapporto di amicizia col grande conoscitore muta inevitabilmente anche la posizione culturale della galleria pesarese. La collaborazione con Zeri durò diversi anni, che furono anni di intenso confronto e di scambio reciproco, perché la propulsiva attività dei due giovani antiquari forniva continue novità allo studioso, sottoponeva ogni settimana al suo giudizio opere mai viste prima, appena tolte dalle pareti di una collezione privata. Stare vicino a Zeri mentre i suoi occhi e la sua mente compulsavano un dipinto era di per sé una lezione di storia e di vita. La straordinaria capacità di sintesi e la sagacia dei commenti finivano per arricchire di esperienze straordinarie ogni incontro. 
Oggi la galleria, diretta dai due coniugi insieme al figlio Andrea Ciaroni, è specializzata in importanti opere d’arte che, partendo dalla maiolica d’alta epoca, prosegue con la pittura, la scultura e i mobili italiani di massimo pregio. La Galleria è entrata nel mercato dell’antiquariato di alto livello con risultati significativi, partecipando alle mostre più importanti e con rapporti con i più importanti musei italiani e internazionali.

Info:
Cesena (FC), Galleria Comunale d’Arte di Palazzo del Ridotto – corso Mazzini, 1
Durata: 25 giugno – 28 agosto 2011
Orari di apertura: 9.30-13 / 16-19.30
Chiusura: lunedì
Ticket ingresso: 3 euro
Riduzioni  Studenti: € 1,50; Over 65: € 1,50; Minori di 6 anni: gratis.
tel. 0547.355727 – 0547.356327  

Link: http://www.cesenacultura.it

Email: paganelli_g@comune.cesena.fc.it