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VENEZIA. Tra nascite e rinascite. Una mostra monumentale per i 1600 anni della città.

Davanti ai cambiamenti e alle crisi c’è chi crolla ma c’è anche chi li trasforma in occasioni di rinnovamento tornando più forte di prima. Una delle città che più di tutte ha dimostrato questa capacità di adattamento e trasformazione è Venezia che in 1600 anni di storia ha conosciuto innumerevoli momenti di crisi ma altrettante rigenerazioni. Ed è appunto questo inedito punto di vista a fare da fil rouge della prossima mostra di Palazzo Ducale dal titolo “Venetia 1600. Nascite e rinascite”.
Monumentale: è l’aggettivo più appropriato per questa esposizione che sarà allestita a Palazzo Ducale, edificio simbolo del potere e della gloria della Serenissima. “Venetia 1600. Nascite e Rinascite” aprirà il prossimo 4 settembre nelle sale dell’Appartamento del Doge, dove saranno esposti i capolavori di alcuni dei più grandi artisti che hanno operato in laguna. Nel percorso cronologico si incontreranno opere di Carpaccio, Bellini, Tiziano, Veronese, Tiepolo, Rosalba Carriera, Guardi, Canaletto, Canova, Hayez, Appiani e poi Pollock, Vedova, Tancredi, Santomaso e tanti architetti, uomini d’arte, letterati e musicisti. Fino all’opera multimediale The Raft (La zattera), lo straordinario “cameo” di Bill Viola, il più grande video artista del mondo, che rappresenterà simbolicamente l’Acqua Grande del 2019.
14ok-930x620Visitabile fino al 25 marzo 2022, l’esposizione fa parte del grande contenitore di eventi e manifestazioni che celebra i 1600 anni dalla fondazione della Serenissima.
Le oltre 250 opere spaziano dai manufatti antichi ai dipinti ad olio, dai preziosi mosaici a rarissime carte nautiche, dai vetri (come la famosissima Coppa Barovier in vetro blu soffiato, con smalti e oro) ai gioielli, dalle fotografie ai libretti d’opera fino alle videoinstallazioni. A loro il compito di tracciare in un avvincente percorso narrativo dei milleseicento anni di storia della città lagunare. Gran parte delle opere esposte proviene dal patrimonio conservato in Città, in particolare dalle collezioni dei Musei Civici, e per l’occasione sono stati effettuati alcuni significativi restauri come la grandiosa tela di Vittore Carpaccio di oltre tre metri di lunghezza che raffigura il Leone di San Marco e il Ritratto di famiglia di Cesare Vecellio.
Dalle dodici sezioni della mostra emerge il ritratto di quella Venezia da tutti ormai definita come la città più resiliente al mondo. I linguaggi espressivi spaziano dalla pittura alla scultura, dalla musica alla letteratura, dall’architettura alla multimedialità e mostrano l’autorità e la potenza di quando Venezia fu Regina dei mari e dei commerci ma anche il suo smarrimento e il dolore di quando conobbe pestilenze, guerre, saccheggi, rivoluzioni e inondazioni.
21-Ettore-Tito-ricostruzione-del-campanile-di-San-Marco-690x620L’ultimo secolo viene raccontato dal crollo del Campanile di San Marco, l’Acqua Granda del 1966, la crisi industriale di Porto Marghera degli anni Settanta, l’incendio della Fenice del 1996 e l’ultima devastante Acqua Granda del 2019. Ma la resilienza è adattamento, ricostruzione e rinascita. Si parlerà allora del primo radicale rinnovamento urbanistico del XVI secolo per arrivare a tempi più recenti con le trasformazioni legate alla linea ferroviaria, alla crescita del suo prestigio culturale fino agli interventi di edilizia residenziale pubblica.
Il percorso espositivo parte proprio da quel 25 marzo 1421 che la leggenda indica come data della fondazione di Venezia.
Una data che coincideva con la posa della prima pietra della Chiesa di San Giacometo a Rivo Alto nel giorno dell’Annunciazione alla Madonna, ma anche giorno della creazione del mondo e di Adamo, nonché dell’Incarnazione di Cristo e della sua crocifissione.
Origini divine, dunque, per la Serenissima. A introdurre la mostra sono così immagini simbolo come il trittico di Lazzaro Bastiani con l’Annunciazione e la Madonna col Bambino, il pannello musivo di Giovanni Novello proveniente dalla Scuola Grande di San Rocco, che colloca l’Annunciazione in un paesaggio veneto, e il dipinto di Jacopo Palma il Giovane con la Vergine Assunta che assiste all’Incoronazione di Venezia fatta dal Vescovo San Magno.
Tra gli eventi drammatici testimoniati in mostra ci sono i tantissimi incendi a partire da quelli della Basilica di San Marco e Palazzo Ducale, poi Rialto e il Fondaco dei Tedeschi, quello del quartiere di San Marcuola e gli incendi della Fenice.
Le terribili pestilenze del 1576 e 1630 decimarono la popolazione ma nonostante tutto stimolarono la capacità di autodifesa e rinascita della città. Volumi, stampe e acqueforti raccontano delle contromisure “scientifiche” messe in campo contro il morbo come i medici della peste e l’istituzione del Lazzaretto Nuovo quale luogo di quarantena per le navi.
In questo dialogo continuo tra passato e presente, la mostra non dimentica di parlare anche di futuro e grazie a una installazione multimediale lancia un invito alla riflessione su quanto si potrà fare per Venezia, per la sua salvaguardia e la ricerca della sostenibilità.

Autore: Luisa Quinto

Fonte: www.metropolitano.it, 31 ago 2021

CASTELFRANCO VENETO / SAN ZENONE DEGLI EZZELINI (TV). NOE’ BORDIGNON. DAL REALISMO AL SIMBOLISMO.

Noè Bordignon (1841- 1920), frescante e pittore, partecipe narratore delle povere genti e del mondo della campagna veneta nella seconda metà dell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento, nonostante i numerosi riconoscimenti internazionali in vita, attendeva ancora una piena riscoperta in epoca moderna al pari di quella che ha interessato altri suoi contemporanei.
60 opere dell’artista, accanto a contemporanei come Ciardi, Zandomenghi e Milesi, per riscoprire l’arte e la vita di un pittore fedele ai suoi principi e legatissimo alla sua terra.
noe 2Un doveroso riconoscimento che con orgoglio giunge ora per il centenario della morte con la prima mostra monografica a lui dedicata – dal 18 settembre 2021 al 16 gennaio 2022 – dai due Comuni che segnano l’inizio e la fine della sua vita e della sua carriera: Castelfranco Veneto, dove Bordignon nacque (nella frazione di Salvarosa) e San Zenone degli Ezzelini luogo prediletto, ove l’artista si ritirò definitivamente negli ultimi anni di vita e che custodisce le sue spoglie.
Un evento con il sapore di un riscatto, punto di partenza nella valorizzazione di un protagonista di primo piano della cultura figurativa del Veneto tra il XIX e il XX secolo, che vede il coinvolgimento, accanto ai promotori, di tantissime Istituzioni e partner: realizzato con il Patrocinio della Regione del Veneto e della Provincia di Treviso, con la collaborazione dei Comuni di Altivole, Asolo, Bassano del Grappa, Cassola, Cartigliano, Castello di Godego, Loria, Maser, Monfumo, Riese Pio X e Rosà, con il sostegno come main sponsor di Banca delle Terre Venete Credito Cooperativo-Società Cooperativa e Infoteam S.r.l e il contributo di Imballi S.p.A., Aertesi S.r.l., Mazzon Costruzioni Generali S.r.l., Farmacia Laboratorio La Carinatese e CNA di Asolo – Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa.
Le celebrazioni – necessariamente rinviate fino ad oggi a causa dell’emergenza sanitaria – intendono dunque porsi innanzitutto come un caposaldo nello studio e nella conoscenza del percorso di un artista, cui si devono comunque opere divenute iconiche per la pittura dell’Ottocento veneto anche tra il vasto pubblico come “La mosca cieca”, “La pappa al fogo” o “Per l’America ( i Migranti )”.
noe 3Ad accompagnare il percorso espositivo curato da due dei massimi esperti in materia, Fernando Mazzocca ed Elena Catra, e sviluppato cronologicamente e per temi nelle due sedi espositive del Museo Casa Giorgione a Castelfranco Veneto e di Villa Marini Rubelli a San Zenone – con oltre 60 tele dell’artista e alcuni puntuali confronti con i contemporanei Ciardi, Zandomeneghi, Milesi, ecc. – ci saranno dunque un importante catalogo-studio, che prevede anche il regesto completo dell’opera pittorica e ad affresco di Bordignon e gli itinerari sul territorio pedemontano e veneto – 11 comuni coinvolti con 21 siti e altri 9 comuni segnalati – vera occasione di scoperta e conoscenza del suo eccellente pennello come frescante e di autentici capolavori diffusi.
Perché l’unicità di Bordignon nel contesto dell’epoca e in un mondo che si andava rapidamente laicizzando, ciò che probabilmente determinò un disinteresse postumo per la sua figura e la mancata valorizzazione in seno alla Biennale di Venezia, che ripetutamente rifiutò sue opere poi premiate in importanti esposizioni in Italia o all’estero, fu proprio il perseguire, accanto a una pittura di genere sensibile alle sperimentazioni più attuali, anche una intensa produzione ad affresco che rivelava il suo profondo radicamento al territorio e alla tradizione “senza tempo” dell’arte sacra.
Il legame con le sue origini – lui figlio di un sarto di campagna che poté studiare all’Accademia di Belle Arti di Venezia solo grazie al sostegno del Comune di Castelfranco e di alcuni privati concittadini – ma anche l’influenza dei suoi principali maestri, Michelangelo Grigoletti e Carl Blaas, e un profondo sentimento cristiano spinsero Bordignon a perpetuare lungo tutta la sua vita e ai massimi livelli la tradizione iconografica del racconto evangelico, realizzando i tanti cicli di affreschi che si conservano nelle chiese del territorio: composizioni di ampio respiro, ricche di figure e di movimento.
Un percorso che poteva sembrare parallelo e distante ma che in realtà era del tutto affine a quello del Bordignon “pittore di scene di vita contemporanea” capace di conciliare l’innovazione formale e il confronto con la “macchia“ toscana e la rivoluzione naturalistica degli anni sessanta e settanta – cruciale la mostra a Venezia della Società Promotrice del 1865 – con l’impegno civile e i valori di solidarietà cristiana.
I suggestivi interni delle chiese, le commoventi scene di vita rurale volte al riscatto degli umili e degli “ultimi” sono un riflesso della stessa, profonda religiosità dimostrata come pittore sacro, in perfetta sintonia con la dottrina sociale della Chiesa avviata in quei decenni e ufficializzata nella famosa enciclica Rerum Novarum di Papa Leone XIII, nel 1891.
noe 4“Il Bordignon che catechizza i contadini veneti, celebrando i fasti della Cristianità nelle volte delle chiese di campagna e il Bordignon che è partecipe dei loro drammi familiari, che sta al fianco di quelli che emigrano, come nel commovente Per l’America del 1887, – scrive Fernando Mazzocca nel catalogo della mostra – sono la stessa persona”.
Agli affreschi realizzati nella Chiesa parrocchiale di San Zenone degli Ezzelini con il monumentale Giudizio Universale del 1879, si affiancano dunque capolavori di grande qualità sperimentale come La Mosca cieca (o La gatta cieca) la cui datazione solo di recente è stata restituita al 1873, anticipata di sei anni rispetto alla tradizione.
Allo stesso modo questa vicinanza spirituale al mondo povero e disagiato delle campagne, visto come depositario di profonda spiritualità e idealizzato per i suoi valori morali, così come il rifiuto di aderire alla Massoneria con le sue posizioni anticlericali, potrebbero essere, secondo i curatori, i veri motivi della resistenza della Biennale nei confronti della sua opera.
La pappa al fogo, che Bordignon considerava il suo capolavoro, venne “barbaramente respinto” – come egli annotò – dal Comitato ordinatore della prima Biennale di Venezia del 1895, quella stessa che “celebrava i fasti della pittura mondana” ponendo al centro dell’attenzione un quadro “scandaloso” come quello di Giacomo Grosso che ritraeva cinque donne nude all’interno di una Chiesa di fronte alla bara di un libertino (“Il Supremo Convegno”), esposto nonostante l’anticipata condanna del Patriarca futuro Papa Pio X.
noe 5“La rivalutazione di Bordignon era attesa da molto tempo, dai suoi concittadini e dal mondo accademico” spiegano i sindaci del Comune di Castelfranco Veneto Stefano Marcon e di San Zenone degli Ezzelini Fabio Marin. “Abbiamo voluto realizzare un evento di alto valore scientifico, ma anche fortemente radicato nel territorio, dando vita ad una positiva collaborazione tra due amministrazioni e soprattutto riuscendo a coinvolgere e a mettere in rete i principali comuni che nella pedemontana conservano memoria e testimonianza dell’opera di Bordignon: un patrimonio che siamo convinti vada assolutamente valorizzato, così come i paesaggi di queste nostre terre, riproposti e immortalati nelle opere di un artista che, ci auguriamo, anche i giovani potranno ora adeguatamente conoscere e apprezzare”.
La mostra celebrativa prende dunque le mosse a Castelfranco, con un’evocativa introduzione dedicata all’universo femminile del pittore e con le prime due sezioni tematiche “La formazione artistica e il pensionamento romano” e “La pittura del vero”, che propongono alcuni dei suoi più noti capolavori. Qui anche una notevole selezione di suoi disegni e studi e – curiosità – il taccuino di appunti visivi del suo viaggio del 1878 a Parigi per l’Esposizione Universale, ove Bordignon vinse una medaglia per l’opera Ragazze che cantano nella valle.
Quindi l’esposizione prosegue a San Zenone, completando la fase pittorica del realismo legato al mondo campestre e soffermandosi su “Il ritratto” e “La svolta simbolista”.
Ci saranno opere esposte per la prima volta in quest’occasione, i dipinti dei familiari gelosamente conservati nella sua abitazione e quei quadri – Inverno, Lieto Ritorno ma anche il bellissimo bozzetto di Matelda – con cui Noè Bordignon, pur legatissimo alla tradizione, si mostra capace di stare al passo con i tempi, di saper rileggere e interpretare le nuove istanze senza venir meno alla sua visione dell’arte: paesaggi dell’anima, atmosfere diluite, veloci tocchi e frantumazione del colore, con attenzione alla resa luministica, per narrare in modo nuovo l’avventura del quotidiano, la fatica delle povere genti.
Infine una sezione collaterale alla mostra sarà dedicata allo stretto rapporto professionale e di amicizia tra Noè Bordignon, i Padri Armeni Mechitaristi e la Congregazione di San Lazzaro degli Armeni, nella cui Abbazia si conservano ancora importanti opere del pittore.
A San Zenone degli Ezzelini un possedimento della Congregazione dal 1896, Villa Albrizzi, facilitò la vicinanza e la relazione umana con l’artista anche negli ultimi anni della sua vita.

Dopo gli anni di formazione a Venezia svolti con eccellenti risultati – di cui la mostra dà una sintetica testimonianza nel confronto con opere del maestro Carl Blaas, del compagno di studi Luigi da Rios e dei contemporanei Michele Cammarano e Federico Zandomeneghi – Bordignon ottiene la borsa di studio per l’alunnato a Roma, dove si accosta non solo alla grande tradizione artistica ma anche alle nuove correnti pittoriche.
Si immerge negli studi dal vero e nella pittura en plain air, spostandosi in aperta campagna, e si dedica all’esecuzione di opere da poter esporre alla Società degli Armatori e delle Belle Arti in Roma, quasi dimenticando gli impegni assunti con l’Accademia di Venezia.
Nonostante ciò la Commissione accademica con voto unanime considererà un adeguato saggio finale, in sostituzione all’opera di soggetto storico prescritta, proprio la Mosca Cieca – prestata per l’occasione dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia – giudicata convincente per l’intensità delle tinte e lo studio delle figure, ma anche decisamente aggiornata con le tendenze più avanzate dell’epoca, come quelle sviluppate da Filippo Palizzi, presente in mostra con “Fanciulla sulla roccia a Sorrento” (1871).
Le opere realizzate a Roma negli anni immediatamente successivi, come Interno di Santa Maria del Popolo a Roma, Mamma col bambino all’interno della Basilica di Santa Maria del Popolo e Ragazze che cantano nella valle esposta a Parigi nel 1878, danno conto del ruolo fondamentale che ebbe l’esperienza nella Capitale per l’evoluzione della personalità artistica di Bordignon.
E’ il momento in cui, sulla scorta di un sempre più stringente confronto con l’immagine fotografica, l’attenzione degli artisti si rivolge al vero, al reale, per trovare nuova ispirazione. In ambito locale, seguendo il fortunato esempio di Giacomo Favretto, questa tendenza si declina in chiave bozzettistica, prediligendo paesaggi pittoreschi e sentimenti vividi “che oscillano, sempre in maniera moderata, dalla pietà all’ironia, dalla curiosità alla tristezza”.
Ecco dunque in mostra scene popolari veneziane, quadri dal lessico familiare, umili interni. Negli anni Ottanta dell’Ottocento Bordignon trova a Venezia, non lontano dalla chiesa dei Carmini, un posto tranquillo per lavorare.
Un piccolo campo chiuso accessibile da Fondamenta dei Cereri, Corte San Marco, con il caratteristico pozzo esagonale in pietra d’Istria ben riconoscibile nei dipinti Le pettegole e Il mese di Maria; lo stesso campo, girando lo sguardo verso l’ingresso, è l’ambientazione anche di Cortile veneziano. C’è poi la chiesa dei Frari, altro luogo amato e rappresentato dagli artisti, anche per il significato civico assunto con i monumenti dedicati a Canova e Tiziano.
La tela Compatrioti di Canova ci racconta una buffa scenetta dove due abitanti di Possagno, con il vestito della festa ma con modi un po’ goffi e grevi, davanti al cenotafio canoviano paiono più interessati alle fanciulle accanto a loro che al monumento del celebre concittadino.
“Grande in questa composizione – come segnala Vittorio Pajusco in catalogo – è il realismo fotografico, evidente nella figura seduta in primo piano che guarda rapita verso il pittore dimenticandosi il bimbo visto di scorcio, che dorme sul freddo pavimento della chiesa”.
Giovani donne e bambini sono per altro una costante dei dipinti di Bordignon e dei suoi contemporanei, in un alternarsi di giovinezza e spensieratezza – come nel “La pappa scotta” di Luigi Serena o nel quadro di Bordignon Troppo piccoli – ma anche di malinconia, connessa alla fugacità della gioia e alle malattie che colpiscono queste giovani vite come nel caso de l’Ammalata.
Le amate campagne di San Zenone, nelle quali il pittore si ritira sempre più spesso, offrono a Bordignon un’altra ricorrente ambientazione, sia per gli interni di povere cucine come La Pappa calda (1888), La Buona madre (1890) o La pappa al fogo (1895) – che richiamano i quadri del lombardo Induno o dei veneziani Luigi Nono e Alessandro Milesi di cui è in mostra “Il racconto della nonna” del 1897 – sia nei momenti di partecipazione affettiva ai drammi della gente come nell’opera monumentale Per l’America (Emigranti) del 1887 con cui prosegue il percorso a San Zenone degli Ezzelini – o nei paesaggi animati da fanciulle, sorta di ninfe campestri. Scorrono davanti agli occhi dei visitatori, tra gli altri: il Moscone, bellissima tela di proprietà della Fondazione Musei Civci di Venezia del 1884, ma anche Pastorella, Ragazza in lettura, Sola tra i campi tutte del 1900.
Ricchissima è la sezione dedicata alla ritrattistica. Nella barchessa di Villa Marini Rubelli vediamo circa 20 ritratti che mostrano l’abilità di Bordignon alla luce degli insegnamenti ricevuti in Accademia e dell’attenzione al vero, ma anche dei continui aggiornamenti di tecnica e repertorio che trae dai viaggi e dalle partecipazioni ad esposizioni nazionali e internazionali (Parigi, Bruxelles, Monaco, Vienna, Berlino, Praga, ecc.)
Tante sono le sorprese. Bordignon innanzitutto è ritrattista della sua gente: giovani veneziane, ragazze di campagna e umili lavoratori di San Zenone colti in atteggiamenti quotidiani. Poi tra i soggetti preferiti ci sono i suoi familiari, che in più occasioni si erano prestati per dare le fattezze a personaggi delle sue opere: dal figlio Mariano Edoardo, raffigurato nel giovane mangiatore nella Pappa al fogo, alla figlia Maria ritratta in numerosissimi affreschi. In mostra potremo vedere l’intera famiglia dell’artista, compresa la moglie Maria Zanchi e il primogenito Lazzaro detto Rino: ritratti che Noè custodiva gelosamente nella sua casa a San Zenone quali affetti più cari.
Tra i personaggi di spicco, da segnalare alcuni dipinti esposti per la prima volta in questa occasione, come il ritratto del poeta Vittorio Salmini e quello di Papa Pio X, colto non in veste ufficiale di capo della Chiesa ma in mozzetta e talare bianco, in piedi, in fraterno dialogo con l’osservatore.
Così come intimo è il Ritratto di padre Ghevont Leonzio Alishan, l’esito più alto raggiunto da Bordignon nella ritrattistica. Bordignon ebbe un prolungato soggiorno sull’Isola di San Lazzaro degli Armeni a Venezia e un forte rapporto di stima ed amicizia con la Congregazione, per la quale realizzò diverse opere, che ancora si conservano nell’Abbazia, tra ritratti, cicli di affreschi e la pala d’altare raffigurante San Gregorio benedice il popolo armeno.
Così Padre Alishan, tra i personaggi più famosi della congregazione mechitarista – teologo, storico e geografo che contribuì in maniera determinante alla rinascita culturale dell’Armenia – è ritratto in quest’opera, tutt’ora conservata nel monastero, mentre è al lavoro, concentrato, nel suo studio.
Gli ultimi due decenni del Novecento sono tuttavia anche quelli dell’apertura al simbolismo. Con la Triennale di Brera del 1981 anche in Italia si dà voce e ci si confronta sulle istanze nate al di fuori delle accademie e sulle nuove tendenze a livello internazionale, con l’allontanamento dal “vero” e il paesaggio che diviene riflesso degli stati dell’animo, in un processo di ricerca interiore. Bordignon segue il rinnovamento e presenta al pubblico milanese un dipinto, qui proposto nella versione a bozzetto, che, all’interno della sua più tradizionalista produzione pittorica, si distingue per l’assoluta modernità della proposta.
Matelda, figura letteraria, guida di Dante nel XXVIII canto del Purgatorio, è riletta dal pittore veneto in chiave simbolista con chiari rimandi alla pittura inglese contemporanea dei preraffaelliti: la donna, dai lunghi capelli, circondata da rami e fiori simbolo di rinascita, avvolta da una bianca veste svolazzante, domina la tela.
Dante e Virgilio appaiono infatti solo accennati sullo sfondo dell’opera finita, per scomparire del tutto nella versione che vediamo in mostra.
Una Matelda quella di Bordignon che ben si inserisce dunque in quella fortunata serie di dipinti aventi per soggetto donne dalle sembianze angeliche dai dichiarati accenti simbolisti, tra cui spicca la tela di Domenico Morelli esposta per l’occasione “L’amore degli angeli” (1892).
Il confronto con il bellissimo dipinto di Beppe Ciardi “Terra in fiore” (1897), proveniente dal Museo Civico Casa Cavazzini di Udine, evidenzia quelle sperimentazioni stilistiche che anche Bordignon affronterà: dalla scelta della gamma cromatica e della resa della pennellata all’adesione a nuovi modelli iconografici. Atmosfere più diluite, una resa della natura con contorni più sfumati e veloci tocchi di colore, un accenno alle tendenze divisioniste li ammiriamo in Lieto ritorno che andrà all’Esposizioni Riunite di Milano nel 1894 e tre anni dopo alla Terza Triennale, ma anche in Inverno, singolare per l’idea mistica e il senso di non finito provocati dalla neve in cui è immersa la fanciulla.
Un timido e pacato confronto con il nuovo che non porterà tuttavia Noè Bordignon a rinnegare i suoi valori o ad abbandonare i temi più cari. La difesa degli umili, l’amore per la terra, la fede cristiana, la vita rurale e San Zenone saranno sempre al centro della sua attenzione d’artista e di uomo. L’organizzazione generale è di Villaggio Globale International.

Info:
Castelfranco Veneto, Museo Casa Giorgione – San Zenone degli Ezzelini, Villa Marini Rubelli
18 settembre 2021 – 16 gennaio 2022 /

MAMIANO DI TRAVERSETOLO (Pr). Mirò. Il colore dei sogni.

La Fondazione Magnani-Rocca annuncia una originale mostra su Miró, curata da Stefano Roffi, direttore scientifico della Fondazione, col contributo di studiosi spagnoli e italiani. “Miró. Il colore dei sogni”, questo il titolo dell’esposizione, si potrà ammirare nella sontuosa “Villa dei Capolavori” di Mamiano di Traversetolo, presso Parma, dall’11 settembre al 12 dicembre 2021.
“Un innocente col sorriso sulle labbra che passeggia nel giardino dei suoi sogni”: così il poeta Jacques Prévert descriveva Joan Miró, celeberrimo artista spagnolo vissuto in una delle epoche più fervide della storia dell’arte. Arte, la sua, fondata non tanto sull’immagine tradizionale, quanto su sensazioni, emozioni immediate e suggestioni: colori brillanti e forti contrasti, linee sottili e soggetti allucinati e onirici.
“Miró (Barcellona 1893 – Palma di Maiorca 1983) dipinge ispirandosi – annota Roffi – alle forme della natura, ma anche alla musica; per un periodo compone inoltre poesie di stile surrealista, seguendo meccanismi psicologici simili a quelli adottati in pittura. Egli aspirava chiaramente al divino e la musica e la poesia erano le sue fonti di ispirazione. Talvolta le parole compaiono anche nei quadri, costituendo la loro chiave di lettura. Un rapporto fra pittura-musica-poesia che ben si accorda con gli interessi e la sensibilità di Luigi Magnani, fondatore della Magnani-Rocca”.
La mostra, realizzata in collaborazione con Fundación MAPFRE di Madrid, attraverso cinquanta opere fra gli anni Trenta e gli anni Settanta per la gran parte a olio su tela, propone un percorso che, orchestrato come una partitura musicale, evidenzia la sfida continua operata dall’artista nei confronti della pittura tradizionale, “con opere come Cheveaux mis en fuite par un oiseau dove Mirò letteralmente massacra – evidenzia il curatore – la pittura comunemente intesa, con un certo parallelismo con l’Espressionismo americano nell’idea che la pittura dovesse essere un getto continuo scaturito da una profonda esplosione creativa, pur garantendo alle proprie forme una dirompente integrità individuale malgrado le metamorfosi subite”.
Ad essere particolarmente documentati in mostra sono gli ultimi decenni di attività di Miró, con tele di grande formato e poetica bellezza come Personnage et oiseaux devant le soleil e Personnage devant la lune, e i temi ricorrenti che egli reinventa con frequenza – con l’uso costante di simboli come le stelle, gli uccelli o la donna, e le fantasiose rappresentazioni di teste – nello stesso tempo sottolineando influenze così diverse come la tradizione popolare, la calligrafia asiatica o i graffiti urbani.
La pittura di Miró tende all’astrazione; tuttavia nelle variopinte forme fantastiche tra loro accostate, permane quasi sempre una traccia del reale: un occhio, una mano, la luna. Alcuni quadri presenti in mostra fanno pensare a cieli stellati, come Personnage, oiseau, ètoiles del 1944 o Après les constellations del 1976.
La strepitosa attività di illustratore di Mirò è rappresentata nell’esposizione al massimo livello, grazie al libro d’artista con testi poetici di Tristan Tzara Parler seul (1950), con settantadue tavole a colori dell’artista catalano, esposte in grandi teche.
Trasgressivo e anticonformista, l’artista affianca alla sua anima più contemplativa una poetica unitaria tra sogno e colore, così da sfuggire alla banalità e al convenzionalismo, dando vita a un linguaggio artistico universale ma allo stesso tempo unico e originale. Come affermava Mirò: ‘Una semplice pennellata può dare libertà e felicità’.
“Visitare la mostra significa – conclude Stefano Roffi – viaggiare dentro i sogni di Miró perché questa è la trama della sua arte”.
Il catalogo della mostra (Silvana editoriale) presenta saggi di studiosi spagnoli, tedeschi e italiani; si segnalano quelli sul rapporto fra Miró e la musica, e fra Miró e l’Italia, entrambi a firma di Joan Punyet Miró, nipote dell’artista, oltre al saggio del curatore e a una particolare intervista che Miró rilasciò a Walter Erben nel 1959; inoltre, nella tradizione delle mostre e dei cataloghi della Fondazione Magnani-Rocca, Mauro Carrera indaga l’attività dell’artista come illustratore.

Info e prenotazioni: info@magnanirocca.it – Tel. 0521 848327 / 848148
www.magnanirocca.it

Ufficio Stampa:
Studio ESSECI – Sergio Campagnolo, ref. Simone Raddi gestione2@studioesseci.net
tel. 049.663499

SALUZZO (Cn). I dimenticati dell’arte. Hans Clemer, il pittore riscoperto a Saluzzo.

Aveva un nome tedesco, era nato nelle Fiandre, ha vissuto in Francia ma ha lasciato i suoi capolavori a Saluzzo, nel cuore del Piemonte. La storia del pittore Hans Clemer, vissuto tra il 1480 e il 1512, è quella di un artista viaggiatore, pronto ad assorbire forme e stili da un maestro a un altro, in un’epoca dove gli spostamenti da una corte europea all’altra sono all’ordine del giorno.
Della formazione di Clemer non sappiamo nulla: la prima notizia arriva da un documento conservato ad Aix-en-Provence, che cita due artisti cugini, Josse Lieferinxe e “mestre Ans”, lo stesso che viene nominato in un libro di conti ritrovato da Marco Piccat a Saluzzo nel 1985. Grazie a queste scoperte negli ultimi anni è stata ricostruita buona parte dell’opera di Clemer, identificato con il Maestro d’Elva, autore di uno splendido ciclo di affreschi con le storie di Maria e di Cristo coronate da una drammatica crocefissione absidale nella chiesa parrocchiale di Elva, in Val Maira. Gli studiosi sono concordi nel dichiarare che Clemer abbia incontrato il marchese Ludovico II di Saluzzo intorno alla fine del XV secolo in Provenza, forse al seguito della sua seconda moglie Margherita di Foix, pronipote di un re di Francia, che arriva nel capoluogo del marchesato nel 1493, dopo aver sposato Ludovico II, allora cinquantaduenne.
Hans-Clemer-Crocefissione-affresco.-Chiesa-di-Elva.-Courtesy-Fondazione-Artea-542x420Marco Piccat sostiene che Clemer godeva della protezione della giovane e volitiva marchesa, che darà a Ludovico quattro figli, il primo dei quali, Michele Antonio, nasce nel 1495. In quel periodo, grazie alla protezione dei marchesi, Clemer si stabilisce in pianta stabile in città, dove sposa la saluzzese Caterina Milaneti, e comincia a realizzare le sue opere con uno stile tutto particolare, che unisce tratti fiamminghi e tedeschi con iconografie provenzali e italiane.
Una delle sue prime opere saluzzesi è il Polittico di Colle di Macra, oggi conservato nel Palazzo Vescovile e databile al 1496: cinque tavole di pioppo dove l’artista ritrae una Vergine in trono con bambino, accompagnata da quattro santi, che poggiano i piedi su un pavimento di maioliche in prospettiva.
Tre anni dopo ritroviamo Clemer nella cappella marchionale del Castello di Revello, residenza preferita di Margherita: sull’altare era collocata la Pala con la Madonna della Misericordia (1499-1500), poi trasferita a Saluzzo, nel museo di Casa Cavassa. Considerata il capolavoro di Clemer, è dominata dalla figura di una Madonna dai morbidi tratti rinascimentali, che allarga il manto azzurro per proteggere i suoi committenti, secondo un modello forse ripreso dal pittore provenzale Enguerrand Quarton. I ritratti dei personaggi sono resi con una precisione tutta fiamminga: a sinistra troviamo il marchese Ludovico, accompagnato dai suoi dignitari, e a destra la bella Margherita accompagnata dal piccolo Michele Antonio, dall’espressione attonita.
Ma Clemer non si limita a dipingere su tavola: su una parete esterna di Casa Cavassa, residenza del nobile Francesco e vicario generale del marchesato, retto da Margherita a partire dal 1504, anno della morte del marito, l’artista ha raffigurato in grisaille le Fatiche di Ercole, con un tratto deciso e fortemente espressivo. Purtroppo però i saluzzesi non perdonano a Margherita le sue simpatie filofrancesi, costringendola ad abbandonare Saluzzo per tornare nel suo paese natale nel 1531, e questo malcontento investì anche Clemer, che viene rapidamente dimenticato e riscoperto soltanto da alcuni studiosi negli ultimi trent’anni.
Hans-Clemer-Madonna-col-bambino.-Museo-Bardini-Firenze.-Courtesy-Fondazione-Artea-213x420Oggi il pittore è protagonista dell’interessante mostra Tesori del Marchesato di Saluzzo, curata da Simone Baiocco. Aperta fino al 31 ottobre e promossa dalla fondazione Artea, coinvolge tre diverse sedi: il monastero della Stella, Casa Cavassa e la Castiglia, l’antico castello dei marchesi. All’interno di Casa Cavassa un’intera sala è dedicata alle opere di Clemer: oltre alla Pala della Misericordia ci sono i due scomparti principali del polittico conservato nella cappella del Santissimo Sacramento (1500-01) nel Duomo di Saluzzo. Qui, sul consueto fondo dorato, si stagliano i santi protettori di Saluzzo, San Costanzo e San Chiaffredo, rappresentati a figura intera mentre introducono i due donatori, Ludovico e Margherita.
La mostra è un’occasione per ammirare la Madonna col bambino, detta Madonna del Coniglio (1503-05) proveniente dal Museo Bardini di Firenze e attribuita a Clemer dallo storico dell’arte Giovanni Romano. Il coniglio ai piedi della Vergine è talmente realistico da far pensare agli animali disegnati con precisione quasi fotografica da Albrecht Dürer, che lavorava tra la Germania e l’Italia negli stessi anni. Un ulteriore tassello da aggiungere alla pittura di Clemer, che attende ancora uno studio che riporti alla luce la poliedrica e misteriosa personalità di un artista europeo ante litteram, che si muoveva con pennello e tavolozza tra le Fiandre, la Provenza, la Germania e l’Italia.

Info:
Tesori del Marchesato di Saluzzo
Fino al 31/10/2021
MUSEO CIVICO CASA CAVASSA
Via S. Giovanni 5 – Saluzzo – Piemonte

Autore: Ludovico Pratesi

Fonte: www.artribune.com, 15 ago 2021

LIVORNO. Mario Puccini, il pittore che ricorda Vincent van Gogh.

Emilio Cecchi lo definì, nel 1913, “un Van Gogh involontario”. E la seconda parte della sua carriera lo vede effettivamente in sintonia con il tormentato artista olandese morto suicida nel 1890.
Mario-Puccini-Il-fienaiolo-s.d.-Collezione-privata-555x420Anche Mario Puccini (Livorno, 1869 – Firenze, 1920) ebbe una vita breve e sofferta, seppur iniziata sotto buoni auspici e nella relativa tranquillità della Toscana popolare del secondo Ottocento. Infatti, pur nato da un’umile famiglia, riuscì a completare gli studi d’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze, dove fu allievo del concittadino Giovanni Fattori con il quale ebbe un legame profondo. Gli esordi pittorici lo vedono apprezzato ritrattista nella natia Livorno; intense le sue figure di giovani e vecchi, donne e uomini, dai volti espressivi, naturali, segnati nel bene e nel male dall’esistenza. Il suo rapporto con la Macchia, però, si sublima nel “dialogo” con Fattori, di cui la mostra offre un’ampia panoramica: se il tratto del maestro è però chiaro e disteso, dalla seconda metà degli Anni Novanta quello dell’allievo si fa drammatico e predilige toni più scuri, e le placide scene di campagna divengono occasioni di malinconica introspezione. Una profonda differenza rispetto agli esordi, dovuta a una grave crisi personale che ne segnò l’esistenza (che si fece sempre più solitaria), così come il suo modo di guardare alla realtà.
Mario-Puccini-Il-mandracchio-a-Livorno-s.d.-Collezione-Rangoni-445x420Una grave crisi depressiva, dovuta a una delusione sentimentale, sfociò nel 1893 in gravi disturbi psicologici, che ne obbligarono il ricovero prima all’ospedale civile di Livorno e, dall’anno seguente, al manicomio di S. Niccolò a Siena, dove rimase fino al 1898. A questo proposito, una toccante sezione documentaria, che si avvale di fotografie d’epoca, delle cartelle cliniche e dei disegni di Puccini realizzati durante la degenza, trasmette al visitatore la portata di questa triste vicenda umana, prima ancora che artistica. E dove la matita, come sarà per Ligabue qualche decennio più tardi, costituisce l’unico conforto, l’unico mezzo per affermare la perduta libertà.
Un’esperienza difficile e sofferta che, al suo concludersi, portò radicali cambiamenti nella pittura di Puccini, come già accennato. La pittura di paesaggio prese il sopravvento sul ritratto, l’introspezione sostituì la narrazione, ma soprattutto, nei primi Anni Dieci del Novecento, Puccini guardò con interesse alle nuove tendenze dell’area europea, in particolare Cézanne e van Gogh, che poté ammirare a Firenze, nella celebre mostra promossa da Ardengo Soffici. D’ora in avanti la sua poetica pittorica sarà improntata alle nuove suggestioni del Post-impressionismo e del Divisionismo.
Mario-Puccini-Paesaggio-con-barche-1913.-Galleria-Nazionale-dArte-Moderna-e-Contemporanea-Roma-607x420Immersa in una luce schiettamente mediterranea, la città natia è protagonista della pittura matura di Puccini, che predilige ancora una volta le marine, affrontate sia in luminosa chiave divisionista, sia in pensosa chiave tardo-impressionista. E per contrasto la zona del porto, dove si concentravano le maggiori attività cittadine; ma anche qui, pur in una smagliante luce ispirata a van Gogh, la solitudine sembra prevalere. Diverso il discorso quando l’artista racconta la campagna livornese, dove la lezione di Cézanne è assorbita sia nei colori sia nel tratto pittorico; opere in larga parte pre-espressioniste, che rivelano sia il rispetto e il legame dell’artista con la sua terra e la sua gente, sia una modernità creativa ancora oggi poco nota, resa possibile sia dall’attenzione al nuovo corso, sia, purtroppo, dalla sofferenza che si portava dentro. L’elegante allestimento della mostra, con raffinate pannellature blu che accolgono i quadri, contribuisce all’apprezzamento di questo lungo percorso di riscoperta e di confronto con l’opera dei contemporanei.

Info:
Mario Puccini. Van Gogh involontario
Fino al 19/09/2021
LUOGO PIO ARTE CONTEMPORANEA – MUSEO DELLA CITTA’
piazza del Luogo Pio – Livorno – Toscana

Autore: Niccolò Lucarelli

Fonte: www.artribune.com, 15 ago 2021