Archivi categoria: Mecenatismo

ROMA. Riapre al pubblico l’Area Sacra di Largo Argentina.

La storia millenaria dell’Area Sacra di Largo Argentina, dal 20 giugno, si offre al pubblico con un nuovo percorso che per la prima volta consente di accedere al sito e visitarlo in modo sistematico, leggendone le fasi di vita dall’età repubblicana attraverso l’epoca imperiale e medievale, fino alla riscoperta avvenuta nel secolo scorso con le demolizioni degli anni Venti.
I lavori, condotti sotto la direzione scientifica della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, sono stati resi possibili grazie a un atto di mecenatismo da parte della Maison Bulgari.
La maestosità dei resti dei templi dell’Area Sacra si può ora cogliere a distanza ravvicinata, apprezzandone i dettagli, le fasi costruttive e i materiali, camminando allo stesso livello di strutture che per decenni cittadini e turisti hanno osservato dal piano stradale.
I lavori sono stati realizzati ponendo attenzione ai criteri che hanno consentito di rendere il sito facilmente accessibile a tutti. Da via di San Nicola de’ Cesarini il visitatore ha la possibilità di scendere e visitare l’area archeologica grazie a un percorso su passerella completamente privo di barriere architettoniche. Una piattaforma elevatrice consente l’accesso alle persone con mobilità ridotta, mentre all’interno sono stati eliminati tutti i dislivelli e salti di quota, rendendo agevole la visita anche in sedia a rotelle o con passeggini.
Elemento di grande novità sono le due aree espositive nel portico della medioevale Torre del Papito e nei locali al di sotto del piano stradale di via di San Nicola de’ Cesarini. Gli spazi sono stati allestiti con una selezione dei numerosi reperti provenienti dagli scavi e dalle demolizioni del secolo scorso, tra cui frammenti di epigrafi, sarcofagi, decorazioni architettoniche e due teste di statue colossali appartenenti a divinità venerate nell’area.
Per raccontare al meglio la storia del sito e delle trasformazioni avvenute nel corso dei secoli, l’intero percorso di visita è dotato di una serie di pannelli illustrativi con testi in italiano e in inglese e di un ricco corredo fotografico.
Per le persone ipovedenti e non vedenti sono stati realizzati due grandi pannelli tattili, in italiano, inglese e braille con le indicazioni dell’intero complesso e dei singoli monumenti e con la lettura tattile di due reperti scansionati in 3D – un frammento di lastra con uccellino che becca un frutto e la testa colossale di statua di culto femminile.
È stata realizzata una nuova illuminazione su tutta la passerella e gli espositori situati nello spazio museale, mentre a livello stradale è stato illuminato il portico della Torre del Papito.

Info:
www.sovraintendenzaroma.it

FIRENZE. La millenaria abbazia di San Miniato al Monte ritrova il «sorgivo nitore».

Dopo circa un anno si sono conclusi, grazie al sostegno della Fondazione «Friends of Florence» e al dono della consigliera Stacy Simon in memoria del marito Bruce, i restauri nella Basilica di San Miniato.
Realizzati sotto l’alta sorveglianza della Soprintendenza, ed in particolare della funzionaria Maria Maugeri, con un team di restauratori e professionisti della diagnostica e della conservazione, gli interventi hanno riportato l’edificio al suo «sorgivo nitore», ma senza mai turbare la vita della comunità monastica benedettina, come osserva l’abate di San Miniato padre Bernardo Gianni.
I restauri del pulpito (che poggia dal lato del camminamento, su due colonne in breccia con capitelli in marmo in stile corinzio composito) e della transenna, posta sul presbiterio a separare lo spazio della Gerusalemme Celeste dedicato alla preghiera, sono iniziati nella primavera del 2022. Si tratta di due pezzi unici dell’arte romanica, ampiamente studiati da Guido Tigler e da Nicoletta Matteuzzi che li hanno datati in un periodo compreso fra il 1160 e il 1175. Pur coperti da depositi coerenti e incoerenti, erano in discreto stato conservativo. Nella transenna, manutenzioni e restauri eseguiti nel tempo erano distinguibili per una cromia leggermente più chiara dei materiali utilizzati. Più preoccupante risultava invece l’alterazione sull’altare, di esecuzione più tarda, in corrispondenza della cornice marcapiano, degli archi e della zoccolatura che appoggia sul sedile di marmo. Il restauro è stato svolto da Daniela Manna, Marina Vincenti con la collaborazione di Laura Benucci, Vittoria Bruni, Elisabetta Giacomelli, Simona Rindi.
Sul retro della transenna le pitture murali, risalenti probabilmente al periodo più antico della chiesa (secoli XIII-XIV) ed eseguite in parte a calce in parte a buon fresco, con elementi decorativi architettonici, finti marmi, cornici e ed iscrizioni in latino, presentavano ridipinture a tempera lavabili, ora rimosse dal restauro eseguito da Bartolomeo Ciccone, Donato Ciccone e Sara Chiaratti.
Il «Cristo Crocefisso» in terracotta invetriata, attribuito da Giancarlo Gentilini alla bottega dei Buglioni e datato 1515 circa, presentava, oltre a un elevato strato di deposito atmosferico, vecchie integrazioni pittoriche sul perizoma e sulle braccia e una mano totalmente staccata e sorretta da chiodi, forse a causa dei vari spostamenti subiti. Come suggerisce anche la doppia croce lignea, una più piccola e antica, l’altra più recente, faceva forse parte di una pala più completa. La composizione è autoportante, tale che ogni pezzo va a incastrarsi con quello adiacente. Da una visione laterale il Cristo si presenta con esigui spessori, mentre la testa è realizzata in altorilievo e ben svuotata dall’interno. L’intervento conservativo di Filppo Tattini ha previsto lo smontaggio del Crocefisso dai supporti lignei, una pulitura superficiale con la rimozione o la riduzione a livello della superficie originale dei vecchi interventi alterati. La mano è stata ripulita e incollata nella corretta posizione.
Il mosaico del catino absidale (55 mq circa di superficie), costituito da tessere lapidee dipinte, vitree, a lamina d’oro, ceramiche, è stato restaurato a cura della ditta Habilis S.r.l. di Andrea Vigna e Paola Viviani (con la collaborazione di Stefania Franceschini, Chiaki Yamamoto, Eleonora Bonelli, Arianne Palla, Giulia Pistolesi, Marialuce Russo). Realizzato in più fasi dagli anni Settanta del Duecento, ben comprese nel corso delle accurate indagini, presentava depositi incoerenti e coerenti, atmosferici e nerofumo, lesioni e difetti di adesione degli intonaci, sollevamenti di singole tessere e di strati più superficiali, numerose stuccature alterate e debordanti ed estese ridipinture. Il restauro ottocentesco per opera di Antonio Gazzetta aveva comportato un rifacimento con la tecnica indiretta.
Infine, sul Busto reliquiario di san Miniato (la cui proposta di restauro aveva vinto la V edizione del «Premio Friends of Florence Salone dell’Arte e del Restauro» di Firenze organizzato dalla Fondazione in collaborazione con il Salone omonimo), è intervenuta Anna Fulimeni con la collaborazione di Francesca Rocchi. Realizzato in legno, stucco e cartapesta nel 1420 circa, il busto ritratto del soldato armeno ucciso dall’imperatore Decio e ritenuto primo martire della città è stato oggetto di diverse proposte attributive, tra cui quella di Carlo Del Bravo ad Antonio Federighi e di Luciano Bellosi a Donatello o a Nanni di Bartolo (documentato al suo fianco a partire dal 1419). Compromesso da alcune rotture nella struttura e con ridipinture, specie nel volto, e numerosi sollevamenti del colore e della doratura, il busto ha ora recuperato i valori espressivi che ne rendono più leggibile la concezione di statua a tutto tondo con notevole qualità dell’intaglio anche nel retro. È riemersa la policromia diafana dell’incarnato del giovane santo con sul capo una corona impreziosita da gemme che affonda nella massa dei capelli dorati. Degna di nota è poi la raffinatezza della veste frastagliata e della posa delle mani.
Per i restauri alla transenna, al pulpito, all’abside e all’altare le indagini scientifiche sono state condotte da Donata Magrini, Barbara Salvadori, Silvia Vettori dell‘Ispc-Cnr (Istituto di Scienze del Patrimonio Culturale del Consiglio Nazionale delle Ricerche) di Firenze; Cristiano Riminesi e Barbara Salvadori hanno curato invece il mosaico nel catino absidale. Le indagini con spettrometro ELIO a raggi X sono state a cura del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università degli Studi di Firenze (Alba Santo, Sara Calandra); le indagini petrografiche su campioni di colore del Busto di san Miniato sono di Marcello Spampinato, mentre quelle diagnostiche a cura di TC c/o l’Istituto Fanfani di Firenze (Cecilia Volpe); Teobaldo Pasquali, infine, ha condotto le indagini Rx, Uv, Ir.

Autore: Laura Lombardi

Fonte: www.ilgiornaledellarte.com, 2 maggio 2023

NAPOLI. Capodimonte e il mecenatismo: un modello di cui parlare di più.

Mancano poche settimane all’inaugurazione della mostra che vedrà esposti i capolavori del Museo e Real Bosco di Capodimonte al Louvre. In attesa del grande evento, la Reggia ha accolto la stampa francese per illustrare loro l’unicum che il museo rappresenta a livello italiano ed europeo, riunendo donatori e mecenati che in tanti anni hanno supportato l’istituzione, e che in diversi casi hanno proprio reso possibile la mostra tramite il restauro delle cornici delle sessanta opere in trasferta.
È qui che appare evidente, una volta di più, come il mondo stia iniziando ad accorgersi che il mecenatismo che si fa a Napoli, e a Capodimonte in particolare, sia un modello ineguagliato in Italia e all’estero, che mette in rete imprenditori ed esperti della più alta caratura, in ambito culturale e non, favorendo uno scambio che arricchisce tutti, e che porta la Reggia tra i luoghi più ambiti dove formarsi e tramite cui avere un “social impact”. Ma come è stato possibile il raggiungimento di un livello così competitivo? Tutto nasce dall’Advisory Board, uno strumento tanto utile ai musei quanto poco conosciuto in Italia.

CAPODIMONTE, ESEMPIO INTERNAZIONALE PER IL MECENATISMO
“Il Board, che nasce nel 2018 su scorta delle grandi esperienze americane, è composto da una serie di industriali e imprenditori che affiancano il direttore nelle scelte strategiche e in particolare per quanto riguarda i capitali”, racconta Giovanni Lombardi, presidente dell’Advisory Board di Capodimonte che include, oltre al direttore Sylvain Bellenger, anche Mariella Pandolfi, Amelia Grimaldi, Gennaro Matacena, Fabrizio Pascucci, Roberto Barbieri, Gianfranco d’Amato e Michele Pontecorvo. “Non solo: nel nostro caso ha avuto anche la funzione di avvicinare la città al Museo e Real Bosco, e consolidare lo stretto rapporto personale tra abitanti e istituzione”, prosegue. Non per niente sono stati avviati progetti come quello volto all’adozione di panchine e alberi del bosco, che ha avuto un grandissimo successo e una intensa partecipazione sia presso i grandi donatori sia presso i cittadini, come il gruppo di anziani che veniva a giocare qui a pallone e il marito che voleva onorare la moglie scomparsa.
Un legame, questo, che è un grande punto di orgoglio per il Board, ma anche per il museo e la città. “Nonostante io viva e lavori muovendomi tra Canada ed Europa, questa è la più interessante esperienza di collaborazione tra istituzione e persone che abbia mai visto”, racconta Mariella Pandolfi, antropologa di chiara fama, professoressa universitaria e ricercatrice. “Tutto questo è anche merito del direttore che ha scelto il gruppo d’azione – che ha una tipologia molto differenziata dal punto di vista dell’apporto a Capodimonte e dei lavori che ognuno svolge, dagli architetti ai notai – e ha avuto fiducia che cooperassimo senza competizione ma con grande rispetto reciproco. Ne sono nate varie forme di collaborazione: quella dei grandi sponsor, quella dei piccoli donor, che hanno partecipato anche alle cornici per lo scambio con il Louvre, ma anche quella che io ho amato molto della partecipazione della società napoletana, mai coinvolta prima nel mondo del Parco e del Museo. Ho spinto proprio su questa idea di implicare la società napoletana nel progetto, ancora di più per lo scambio con il Louvre: ho sentito un grandissimo orgoglio in tutta Napoli, la mia città, ed è una cosa strabiliante”. Napoli ha moltissimo da dare al mondo, questo appare sempre più chiaro: “L’Italia e Napoli possono esportare queste e altre competenze, come per la nostra alleanza con gli American Friends: in cambio di un generoso supporto al museo, delle istituzioni americane inviano qui dei giovani storici dell’arte che si formano con restauratori ma anche esperti di royalties. Queste figure poi sono richiestissime e pagate a peso d’oro: l’ennesima dimostrazione che noi sappiamo creare ed esportare competenze culturali uniche”, ricorda Lombardi.

I MECENATI E I PROFESSIONISTI CHE SUPPORTANO CAPODIMONTE E NAPOLI
Il rapporto tra Museo e Real Bosco di Capodimonte e i suoi affiliati, che siano parte del gruppo di generosi donatori o che lavorino all’interno del Board, è molto stretto, proprio personale, ed è ben più grande e antico rispetto alla collaborazione con il Louvre: “Al di là dell’entusiasmo nel sostenere Capodimonte in questo evento di grandissimo significato, io ho personalmente lavorato al restauro del 1990 come architetto, alcune cose lì realizzate sono state fatte da me – come la Galleria di Arte Moderna – e ho un legame profondo, affettivo e professionale, con Capodimonte”, racconta Gennaro Matacena, architetto e presidente della Caronte Spa. “Questo e altri elementi, come le brillanti idee del direttore Sylvain Bellenger, mi hanno convinto al cento per cento nel sostenere il nuovo progetto”. “Prima di fare l’imprenditore facevo il medico e lavoravo in una clinica vicino a Capodimonte, e andavo spesso a correre in quei giardini meravigliosi. Appena ho cominciato ad avere la capacità economica e culturale mi sono subito dedicato a dare una mano dove era possibile a Napoli, e, con la nuova gestione di Bellenger e la guida di Lombardi, appena mi è stato chiesto di partecipare l’ho fatto con enorme gioia”, racconta Giancarlo Cangiano, presidente del Porto Turistico di Capri e già vicepresidente dell’Interporto Sud Europa e vicepresidente vicario Unione Interporti Riuniti. “È un rapporto personale molto stratificato, qui ci ho portato i miei bambini a conoscere l’arte. Vedere la meraviglia che li colpisce quando scoprono Capodimonte vale sempre il biglietto. Come napoletano e industriale sono orgoglioso di fare la mia parte: non è un semplice contributo, è sentirsi parte di qualcosa di meraviglioso, e in questa occasione con il Louvre ancora di più”.
E gli aiuti piovono da ogni parte, e non solo economici: è il caso del notaio Fabrizio Pascucci, componente del CdA del museo e del Board che ha svolto attività di supporto per tutta una serie di aspetti legali legati alla gestione del museo, occupandosi tra l’altro degli atti di donazione da parte di Lia Rumma e Mimmo Iodice, e più in generale delle connessioni umani e professionali. “Essendo stato componente del CdA da prima che nascesse il Board sono stato catalizzatore di mecenati: Bellenger è straniero e inizialmente non aveva rapporti personali in città, quindi ho contribuito a raccogliere i mecenati e i professionisti che oggi fanno parte del Board, idea che il direttore ha maturato dalla sua importante esperienza in America dove ha sviluppato capacità manageriali di gestione dei beni culturali che gli hanno fatto capire l’importanza di un rapporto con i privati. L’Italia ha un patrimonio di straordinaria importanza e vastità, difficilmente può riuscire a valorizzarlo e tutelarlo al meglio senza il loro apporto. È estremamente importante incoraggiare il mecenatismo”. “L’immenso patrimonio italiano di arti e culture non può ovviamente essere finanziato e coordinato solo dallo Stato”, commenta infine Paolo Cuccia, presidente di Artribune. “L’esperienza dell’Advisory Board di Capodimonte è un esempio di grande successo che conferma la grande opportunità che il nostro il Paese deve perseguire di instaurare un rapporto sistemico tra i donor e i gestori di beni archeologici e museali. Tutto ciò è inoltre favorito dai vantaggi fiscali dell’ Art Bonus, il più vantaggioso d’Europa, e dal progressivo ampliamento delle aziende che devono produrre i bilanci di sostenibilità. Il proficuo e innovativo rapporto che il direttore Bellenger ha creato con il presidente Lombardi e i membri dell’ Advisory Board ha favorito il progetto Louvre, primo nel suo genere come hanno riconosciuto i vertici del più importante museo di Francia, e aperto anche alla collaborazione con altri primari soggetti culturali nazionali, in primis il Teatro San Carlo“.

www.capodimonte.cultura.gov.it/

Autore: Giulia Giaume

Fonte: www.artribune.com, 21 apr 2023

VENEZIA. Una super donazione di opere d’arte. La collezione di Gemma Testa.

Grande regalo di fine anno per la città di Venezia: opere d’arte provenienti da una delle più importanti collezioni di contemporaneo in Italia – quella di Gemma De Angelis Testa, moglie del mitico Armando Testa – per un controvalore certificato di 17 milioni e 300mila euro. Venezia è abituata, specie negli ultimi anni, ad acquisire importanti donazioni, ma questa volta l’entità è tale che si parla della cessione più ingente da sessant’anni a questa parte, dai tempi del lascito Usigli del 1961.
Le opere, secondo quanto annunciato da un gongolante sindaco Brugnaro, finiranno esposte a Ca’ Pesaro, uno dei Musei Civici della città, ente cui è destinata la donazione. Un comodato d’uso che verrà salutato in primavera 2023 con una mostra. Tra le opere anche 5 quadri di Marlene Dumas, artista protagonista in Laguna nel corso di tutto l’ultimo anno grazie alla grande mostra a Palazzo Grassi finita anche come ‘miglior mostra dell’anno’ per il nostro best of del 2022. Altri nomi? Di altrettanto rilievo. La raccolta annovera capolavori di Robert Rauschenberg e Cy Twombly affiancati ai maestri dell’Arte povera Mario Merz, Michelangelo Pistoletto, Pier Paolo Calzolari, Gilberto Zorio. Il viaggio nell’arte del secondo ‘900 si articola con opere fondamentali della produzione di Anselm Kiefer e con lavori iconici di Gino De Dominicis, Francesco Clemente, Enzo Cucchi, Mario Schifano e ancora sculture di Tony Cragg ed Ettore Spalletti.
Artiste donne? Ecco le visioni di Marina Abramovic, Vanessa Beecroft, Candida Hofer, Mariko Mori, Shirin Neshat, tra le altre. Le scelte e i percorsi del gusto della collezionista partono dalla metà del secolo scorso e sviluppano un dialogo continuo con la produzione di Armando Testa. Un prezioso nucleo della donazione è costituito da 17 capolavori del geniale creativo, con opere celeberrime dagli anni Cinquanta in poi, che ripercorrono l’universo immaginifico di Testa. La collezione mette in relazione tra loro autori diversi dell’arte internazionale, con le fotografie di Thomas Ruff e Thomas Struth, i lavori di John Currin, Thomas Demand, Anish Kapoor e Marlene Dumas, le tele di David Salle e Julian Schnabel in continuo rimando alle creazioni di Tony Oursler, Gabriel Orozco, Kcho. Il gusto collezionistico si esprime anche nelle importanti presenze di Sabrina Mezzaqui, Paola Pivi, Marinella Senatore mentre la dimensione internazionale della raccolta si articola nel tempo e nello spazio con lavori di Kendell Geers, Yang Fudong, Subodh Gupta, Chantal Joffe, Brad Kahlhamer, Lari Pittman. Le opere abbracciano tecniche, culture e geografie diverse, tutte centrali nella contemporaneità, da William Kentridge a Chris Ofili, da Adrian Paci a Do-Ho Suh, da Chen Zhen a Francesco Vezzoli, Bill Viola e Ai Weiwei, da Piotr Uklanski a Trisha Baga.
Collezionista attenta da decenni, Gemma Testa ha raccontato di dovere molto a Venezia, città dove conobbe il marito Armando Testa proprio in occasione di una Biennale, quella del 1970. E ha ringraziato Gabriella Belli e Gianfranco Maraniello per aver reso più fluida questa donazione. La sua collezione si è poi particolarmente arricchita negli anni Ottanta, soprattutto grazie a molti viaggi all’estero a partire dalla prima opera acquistata, un Cy Twombly.
A partire dagli anni Novanta anche un grande impegno da ‘attivista’ di questo settore, con la presidenza tra le altre cose dell’Associazione ACACIA. “Invitiamo tutti i collezionisti a non tenere le loro opere dentro ai caveau ma ad esporli, possibilmente nella nostra città” ha esortato il sindaco di Venezia Brugnaro. Impossibile dargli torto.

Fonte: www.artribune.com, 30 dic 22

LONDRA. Pensavano fosse una semplice statua da giardino. E’ invece una scultura di Canova.

Antonio Canova (Possagno 1757-1822 Venezia)
Maddalena Giacente (Maddalena distesa)
marmo, 1819-1822 – 75 x 176 x 84,5 cm (29½ x 69¼ x 33¼ in.)

La casa d’aste Christie’s ha annunciato la scoperta di una scultura di Antonio Canova – realizzata tra il 1819 e il 1822, poco prima della morte dall’artista italiano – che rappresenta Maddalena giacente, capolavoro perduto del grande scultore. L’opera era stata scolpita per il Primo Ministro inglese. Nel passaggio delle generazioni i proprietari si erano avvicendati e l’opera era stata considerata una semplice statua da giardino, una sorta di pezzo di arredamento per esterni verdi. Per gli storici dell’arte – che avevano a disposizione il modello in gesso conservato nel Museo di Possagno – la statua era perduta. Vent’anni fa, questa scultura molto sporca e forse impiastrata da una patina bituminosa, stata venduta per 5.200 sterline (poco più di 6mila euro) a un’asta di statue da giardino nel Sussex, in Inghilterra.
L’opera è stata indagata recentemente. La paternità documentata. La scultura sarà messa all’asta in luglio, da Christie’s con una stima compresa tra 5 milioni di sterline (5 milioni e 938mila euro) e 8 milioni di sterline (9milioni 500mila euro). Non va dimenticato che il 2022 è l’anno di commemorazione del bicentenario della morte di Canova.
La scultura – che fu commissionata da Lord Liverpool (1812- 1827) – sarà in mostra per la prima volta presso la sede di Christie’s a Londra il 19 e 20 marzo; poi a New York, dall’8 al 13 aprile. Successivamente sarà trasferita a Hong Kong, dal 27 maggio al primo giugno, prima di tornare a Londra per tre settimane e successivamente collocata in sarà pre-vendita dal 2 al 7 luglio.
Mario Guderzo, studioso di spicco del Canova, già Direttore del Museo Gypsotheca Antonio Canova e del Museo Biblioteca Archivio di Bassano del Grappa ha commentato: “È un miracolo che l’eccezionale capolavoro, perduto da tempo, di Antonio Canova, la “Maddalena giacente”, sia stato ritrovato, a 200 anni dal suo completamento. Quest’opera è ricercata dagli studiosi da decenni, quindi la scoperta è di importanza fondamentale per la storia del collezionismo e la storia dell’arte”.
Donald Johnston, capo della Sezione scultura internazionale di Christie’s, ha detto che “la riscoperta del capolavoro perduto di Canova è immensamente emozionante ed è un momento clou dei miei oltre 30 anni di carriera sul campo. Questa scultura rappresenta una commissione ampiamente documentata. La Maddalena, fu poi posta all’asta da Christie’s nel 1852. In seguito cadde nell’oblio e andò perduta agli studiosi prima di essere recentemente riscoperta”.
La Maddalena giacente occupa un posto importante nel canone della scultura occidentale come uno degli ultimi due marmi – insieme all’Endimione – eseguiti da Canova. La Maddalena è il culmine dei suoi studi sulla forma umana e nasce da un confronto con Gianlorenzo Bernini (1598-1680). Una rimeditazione – quasi in chiave già romantica – della scultura berniniana della Beata Lodovica Albertoni (S. Francesco in Ripa, Roma).
La statua venne commissionata – come dicevamo – nel 1819 dal primo Ministro, Lord Liverpool. Canova realizzò un primo modello in gesso per la Maddalena giacente, che ora è conservato al Museo Gipsoteca di Possagno, datato ‘1819 nel mese di settembre’. Canova espose il modello nel suo studio nell’ottobre dello stesso anno e, il mese successivo, scrisse in una lettera all’amico Quatremère de Quincy: “Ho esposto un altro modello di una seconda Maddalena distesa a terra, e quasi svenuta per l’eccessivo dolore della sua penitenza, un argomento che mi piace molto, e che mi ha dato numerose indulgenze e lodi molto lusinghiere”. Uno di questi ammiratori fu lo scrittore, poeta e paroliere irlandese dell’epoca, Thomas Moore, che così scrisse: «Mi giaceva a vedere la sua ultima Maddalena, che è divina: coricata in tutto l’abbandono del dolore; e l’espressione del suo viso, e la bellezza della sua figura . . . sono la perfezione » (novembre 1819, in Memorie, diario e corrispondenza , pubblicato nel 1853).
Nel 1828, appena sei anni dopo il completamento della scultura, il committente, Lord Liverpool, morì. Titolo e proprietà di Lord passarono a suo fratello, Charles. Nel 1852, in seguito anche alla morte di quest’ultimo, la scultura fu posta all’asta alla Fife House, Whitehall, a Londra. “La statua celebrata della Maddalena del Canova” – è scritto nel catalogo – è “una delle opere più belle e rifinite di Canova”. Era nella collezione di Lord Ward (poi conte di Dudley) – uno dei più eminenti collezionisti del suo tempo – nel 1856 quando fu esposta in mostra all’Egyptian Hall, Piccadilly, Londra, così come nella mostra d’ arte di Manchester del 1857, inaugurata dal Principe Alberto. E in occasione di questa mostra essa fu fotografata per la prima volta.
Dopo la morte di Lord Ward, la sua proprietà e la sua collezione passarono a suo figlio che nel 1920 vendette la grande casa, Witley Court, e l’intero contenuto a Sir Herbert Smith, un produttore di tappeti. Fu a questo punto che l’attribuzione al Canova sembra essere andata perduta. A seguito di un disastroso incendio che distrusse gran parte della corte, la scultura passò di nuovo di mano. Nel 1938 andò all’asta ma non fu attribuita a Canova. Venne catalogata come “figura classica”.
È stato ora accertato che il marmo – ormai privo di qualsiasi attribuzione – fu, in quella occasione, acquistato da Violet van der Elst, un’eccentrica imprenditrice e attivista, famosa ai suoi tempi, ma ora in gran parte dimenticata – che ha costruito e perso una fortuna. Le sue numerose case furono vendute e la sua vasta collezione di arte e oggetti d’antiquariato fu dispersa, in gran parte per sostenere il suo attivismo umanitario. La Maddalena era nel giardino della casa di Violet van der Elst, in Addison Road, Kensington, dove rimase anche dopo la vendita della proprietà, nel 1959, a un mercante d’arte locale. Si dice che sia stata poi venduta di nuovo con la casa, alla fine degli anni ’60. Nel 2002 la statua venne acquistata dall’attuale proprietario in una vendita di statue da giardino e oggetti architettonici, per una cifra equivalente a 6mila euro. Solo di recente è stata ristabilita la paternità della splendida opera.

Fonte: www.stilearte.it, 18 mar 2022