Archivi categoria: Arte sans frontières

Giuliano CONFALONIERI Archeologia della settima arte.

La storia del cinema potrebbe essere suddivisa in quattro periodi: l’epoca pionieristica del muto, dal sonoro fino alla seconda guerra mondiale, il dopoguerra fino agli anni Settanta, dalla crisi delle sale alle novità in nuce. Alcune delle opere fondamentali del nuovo mezzo di comunicazione sono state realizzate proprio nel periodo in cui l’immagine era predominante. Ciò obbligava gli autori ad ‘inventare’ il racconto in modo comprensibile, sulla base di intuizioni personali. Continua a leggere

Raffaella DI VINCENZO. La nobile semplicità e la calma grandezza. Il Bello e il Vero nell’arte antica.

Le cose sono come i luoghi: c’è sempre qualche fantasma che li abita, i fantasmi delle cose stesse che un tempo sono state nuove, intere e in uso; i fantasmi della gente per la quale le cose sono state costruite; i fantasmi delle persone che le hanno raccolte e infine anche i fantasmi malinconici di chi queste cose le ha lavorate con lo scalpello e riprodotte, trasmettendone la conoscenza ai posteri. Sono tutti questi fantasmi ad infondere quel vago sentimento di nostalgia che spesso si prova di fronte ad un’opera che rievoca il passato, e da questo sentimento sono partiti gli studiosi del vecchio millennio ed in particolare dei secoli XVIII-XIX permeati da quel romantico sentire che vedeva nell’antico non soltanto un occasione di meraviglia, ma anche motivo di riflessione ammirata.

L’intero studio si trova nell’allegato.

Autore: Raffaella Di Vincenzo

Email: raffaelladivincenzo@tiscali.it

Allegato: la nobile semplicità e la quieta grandezza.pdf

Salvatore SETTIS. Riscoperta dell’arte greca.

Winckelmann è stato un grandissimo personaggio del Settecento.
Bibliotecario in Germania, poi alla corte pontificia, antiquario del papa, ha cambiato la visione della storia dell’arte antica in modo radicale.
Winckelmann costruisce una storia dell’arte basata sulla sua conoscenza dei reperti che man mano venivano ritrovati.
Mettendoli a confronto con i testi classici Winckelmann elabora un modello quasi biologico dell’arte greca che vede la sua fase finale, la vecchiaia, nell’arte romana.

Vedi l’intero intervento sull’argomento a cura di Salvatore Settis, vai a >>> 

Autore: Salvatore Settis

Fonte:Arte.it

Salvatore SETTIS Tracce del classico intorno a noi.

 “Ci portiamo la Grecia in testa, soprattutto perché siamo figli di questa civiltà”.
Questo dice Settis affrontando l’argomento della presenza di temi greci e romani in regioni assai lontane e anche in tempi di progressivo arretramento degli studi classici.
Elementi tipici dell’architettura greca fanno parte del lessico progettuale di edifici e monumenti a Berlino, a Londra, in America ( basti pensare alla Casa Bianca) addirittura in Giappone e sono stati basilari per la formazione di architetti del novecento come LeCorbusier o Loos.
Ma anche ai giorni nostri, si possono vedere riletture di frontoni ellenici in cima a un grattacielo di New York.

Vedi l’intero intervento di Salvatore Settis, vai >>>

Autore: Salvatore Settis

Fonte:Arte.it

Keith CHRISTIANSEN. I vostri musei non raccontano tutta l’Italia.

Keith Christiansen, curatore del Metropolitan Museum di New York: «Negli ultimi due anni il nostro museo ha superato i sei milioni di visitatori»
Alain elkann: Keith Christiansen, lei che è curatore d’Arte Europea del Metropolitan Museum di New York, come giudica la situazione all’interno del museo per il quale lavora? 
«Negli ultimi due anni abbiamo superato i sei milioni di visitatori. Siamo in attivo e i nostri progetti fortunatamente vanno tutti avanti». 
È vero che ha preparato un nuovo allestimento per il dipartimento dei quadri antichi? 
«Sì, una serie di gallerie utilizzate per le mostre negli ultimi 30 anni torneranno ad essere spazi di esposizione permanente. Quasi tutte le collezioni saranno riallestite e il lavoro sarà portato a termine a maggio del 2013».
E avrete più opere esposte? 
«Sì, con nuovi itinerari. Il Nord Europa comincerà con Van Dyck e finirà con Rubens. Per l’Italia vi sono due spazi separati: da una parte da Giotto a Tiziano, dall’altra da Caravaggio a Tiepolo. Stiamo pure lavorando ad un catalogo on-line per i quadri antichi, con oltre 500 schede su Internet: mettendo un iPad davanti alla tela si ottiene in un attimo la scheda e la bibliografia del quadro». Il Metropolitan sta facendo nuove acquisizioni? 
«Negli ultimi dieci anni abbiamo inserito altrettante opere importanti: alcune sono veri e propri capolavori, altre riempiono dei vuoti. Tra i capolavori, ad esempio, il ritratto di Talleyrand del 1808 donatoci ad agosto dalla signora Wrightsman».
Come mai gli americani donano tante opere ai musei? 
«Si tratta di una grande tradizione di filantropia che non sostiene solo i musei ma anche l’Opera, l’Università, gli ospedali».
C’è concorrenza tra i musei? 
«Il mio lavoro è mantenere rapporti costanti e produttivi con l’universo dei collezionisti: oggi i prezzi delle opere d’arte sono sempre più alti e i capolavori sempre più rari, quindi abbordabili esclusivamente da pochi collezionisti d’élite».
Perché investite anche in arte moderna, visto che a New York c’è già un museo a ciò dedicato? 
«Dal momento che la più grande attività dei collezionisti consiste oggi nell’acquistare soprattutto opere d’arte contemporanee, non interessarsene equivarrebbe a distrarli dal dare il loro sostegno alla nostra realtà. In ogni caso vedere la pittura contemporanea in un museo universale come il Metropolitan è molto diverso rispetto ad altrove: noi cerchiamo una continuità nella storia, mentre il MoMA si occupa soltanto di arte contemporanea».
Sono cambiati i visitatori negli ultimi anni? 
«Senz’altro. Ad esempio ci sono molte più persone provenienti dall’Oriente».
Qual è oggi lo spirito delle vostre mostre? 
«Noi desideriamo che rappresentino tutte le varietà presenti al nostro interno: un modo per valorizzare le diverse collezioni».
Quali sono i musei comparabili al Metropolitan? 
«Senz’altro il Louvre o il complesso dei Musei di Berlino o ancora il British Museum».
E quali i suoi preferiti? 
«Senz’altro la Pinacoteca di Monaco di Baviera e poi il Prado a Madrid. Ma sono molto affezionato anche a Vienna e a tutti i suoi musei».
E in ambito italiano? 
«Credo non ci sia nulla di paragonabile al Prado, alla National Gallery di Londra o al Louvre di Parigi. Per di più nessun museo italiano rappresenta interamente l’Italia. Gli Uffizi, i Musei Romani, Brera, Capodimonte a Napoli e la Sabauda a Torino, anche se statali, sono realtà di livello regionale. Il Prado, invece, rappresenta l’identità del Paese e in quanto tale ha un occhio privilegiato da parte dei governanti e dello Stato. Nessuna persona di cultura lascerebbe mai cadere il Prado nel degrado che talvolta accomuna i musei italiani per mancanza di sostegno appunto dello Stato».
Perché l’Italia non dà soldi alla cultura? 
«La cultura è cambiata, perchè sono cresciuti gli investimenti necessari. Basti pensare che un tempo la Madonna del Parto la si visitava con un custode part-time a cui bisognava chiedere una chiave… I costi della cultura sono molto aumentati e il bilancio per mantenere i luoghi ad essa deputati ne soffre irrimediabilmente. Oggi, del resto, si paga un biglietto anche per entrare nelle chiese, e questo è un cambiamento incredibile rispetto alla mia gioventù».
Crede che l’arte oggi conti più di una volta? 
«L’apporto del turismo è in merito certamente determinante».
Negli Stati Uniti si trovano impieghi nel mondo dell’arte? 
«È sempre più difficile, ma meno che in Europa. Ci sono alcune possibilità specie per i più giovani».
Che cosa si studia di più oggi? 
«Senz’altro l’arte moderna e contemporanea. La storia dell’arte è diventata una disciplina femminile in tutti i Paesi. La qualità dei funzionari attualmente in carica è buona, sono competenti ma c’è un livello medio: all’orizzonte non si vedono delle star». 

Fonte:La Stampa