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INDIA. Templi di Ellora. Un patrimonio degno dell’UNESCO.

Nell’antichità, certe civiltà, invece di elevare i loro templi partendo da zero, avendo a disposizione rocce fornite dalla natura, si scavava nelle stesse fino a trarre in toto, o anche solo parzialmente, la struttura desiderata. E’ quanto ci proviene dalle pendici delle colline Charanandri, nella regione del Deccan (oggi stato indiano di Maharashtra) su un’area del diametro di circa quattro chilometri, datato nel periodo compreso fra il VII e l’XI secolo d.C.
Qui, nella roccia furono escavati sia monasteri sia templi appartenenti alle principali religioni indiane, cioè al buddhismo, all’induismo ed al giainismo. Si tratta di un complesso architettonico che, da quando è stato reso disponibile per i fedeli, ha sempre goduto della presenza di visitatori, quando altri sono stati completamente ignorati.
Si può ricordare il veneziano Niccolò Manucci che, oltre ad essere un medico, era pure un appassionato viaggiatore; e quando era al servizio della corte del gran moghul, essendo giunto alle grotte di Ellora, ebbe modo di ammirarle, apprezzandone sia il risultato tecnico, sia la rifinitura dei particolari: erano i primi anni del XVIII secolo. E pure cronisti della corte moghul, fra cui Muhammad Kazim, espressero lo stesso giudizio in merito a quella grande e meravigliosa opera, che si presentava ai visitatori come un complesso di grotte e templi rupestri.
Più tardi, agli inizi del secolo successivo, un ufficiale inglese, John B. Seely, in servizio a Mumbai, sentì parlare di Ellora e delle sue ricchezze architettoniche e decise di andare a visitarle, malgrado i suoi superiori l’avessero messo sull’avviso che era un viaggio pieno di pericoli.
Niente da fare: voleva andare e andò. E, infatti, il 10 settembre 1810 si mise in viaggio, partendo da Bombay, per percorrere circa 500 km. verso nord. Giustamente, i suoi superiori gli avevano anticipato che si sarebbe trattato di un viaggio faticoso e pericoloso, con temperature che superavano tranquillamente i quaranta gradi centigradi, in mezzo a sciami di insetti, attraverso foreste impraticabili, con fiumi che non consentivano il guado e, ciliegina sulla torta, la minaccia di incontrare nativi ostili contro i forestieri. Un quadretto che più demoralizzante di così non poteva essere. D’accordo, non era solo, tutt’altro, perché aveva con sé un numeroso seguito di portatori e diversi buoi che servivano per portare tutto quanto gli occorreva, dal letto alla scrivania ed alle varie attrezzature; inoltre erano disponibili vari servitori ed una scorta di soldati indiani Sepoy, cioè quelli arruolati dall’esercito inglese.
Comunque, la carovana marciò per diversi giorni, finché non giunsero alla città di Pune, capitale dell’impero dello stato indiano maratha. Poi, a Shirur, Seely cambiò la guardia, comprò buoi ed un cammello per proseguire per Toka; qui giunto, però, fu colpito da una brutta febbre, che gli impedì di mettersi in viaggio per diversi giorni. Finalmente, una volta ripresosi, potè procedere nella marcia, finché intravide da lontano la parte più elevata del tempio di Grishneshwar Jyotirlinga, che metteva sull’avviso che Aurungabad ed Ellora non erano più tanto lontani. Ringalluzzito da quella vista, si affrettò a superare quel chilometro e mezzo che lo separava dall’agognata meta e, quando ne fu al cospetto, si fermò estasiato ad ammirare quanto si trovava davanti ai suoi stupiti occhi. E il suo primo pensiero fu quello di fare un confronto fra la solennità silente di quel sito e gli edifici delle città brulicanti di esseri umani come lo sono i formicai di indaffarati insetti.
E in che consiste il complesso architettonico di Ellora? Ci sono trentaquattro templi, suddivisi fra le tre grandi religioni del subcontinente indiano: infatti, la parte del leone la fanno gli induisti con diciassette templi; dodici sono dei buddhisti ed i rimanenti cinque dei giainisti. In linea di massima, si tratta di aperture o grotte scavate nella roccia viva, ma due templi, il Kailashanta o Kailash e l’Indra Sabha sono stati estratti per intero, isolandoli dallo strato roccioso fino alla base. Uno di questi, il Kailash, cioè “montagna sacra”, è la dimora di Shiva, dio della creazione e della distruzione. Questo tempio è il più grande e maestoso dell’intera India ed è stato voluto dal re Krishna I, che ha regnato nell’VIII secolo. Questa struttura, alta trenta metri, è stata ricavata da un blocco monolitico, scavandolo partendo dall’alto e scendendo fino alla base, isolandolo da tutto il resto. L’entrata è affiancata da due colonne alte ciascuna quindici metri, mentre l’intero edificio è arricchito dalla presenza di decorazioni scultoree.
Seely, dopo aver fatto sistemare il campo in cui sostare, si dedicò alla visita al tempio di cui si è appena detto, per passare poi all’esplorazione di tunnel, gallerie e templi di dimensioni minori nei giorni successivi, catalogando tutto quanto vedeva ed accompagnandolo con disegni e schizzi. Durante le sue peregrinazioni scoprì una grandissima cappella scavata nella roccia, con ventisette colonne a sostenere il tetto.
Le sue esplorazioni nell’interno delle varie strutture gli diedero la possibilità di ammirare la bellezza e la perfezione di rilievi e statue di grandi dimensioni, in particolare riguardo a Buddha. Nel tempio su tre piani Tin Tal, poté contemplare diverse statue di Siddharta, nella posizione della meditazione, e in quello di Indra Sabha poté godere della vista della grande statua, in posizione seduta, di Mahavira, che fu l’ultino, oltreché ventiquattresimo, Tirthankara, cioè profeta del giainismo.
Ma la vita faticosa, in un ambiente poco sano e polveroso, in un clima tutt’altro che favorevole ed in mezzo a nuguli di insetti, potenzialmente pericolosi, convinsero Seely che non era più il caso di insistere nelle sue ricerche e lo costrinsero al ritorno alla civiltà, ma con l’intento di rimettersi in forma e di ritornare: questo rimase solamente nel mondo dei suoi sogni, perché non ritornò più. Però, Seely non volle che il suo viaggio con tutto ciò che aveva visto andasse perduto e pertanto lo mise nero su bianco con dovizia di particolari e con tanta passione, nel libro dal titolo “Meraviglie di Ellora”, che fu pubblicato a Londra nel 1824.
Lo scritto fu accolto con curiosità e, con il passare del tempo, molti turisti e fedeli iniziarono a visitare il sito, meritevole per le caratteristiche architettoniche e per la sua spiritualità; non a caso è entrato a far parte delle opere care all’UNESCO, giacché è un esempio di ciò che riuscivano a fare gli artisti dell’antichità con la loro maestria e, come tale, deve far parte del patrimonio mondiale, mantenendolo sempre vivo e mettendolo a disposizione delle future generazioni.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

Michele Santulli. Francia e Italia sorelle.

Gemellaggio Roma-Parigi istituito nel 1956, sindaci Salvatore Rebecchini e Jaques Féron, nel 1959 due francobolli dall’Italia e dalla Francia, 29 e 30 gennaio: lo slogan dell’epoca era significativo di questa esclusività: seule Paris est digne de Rome; seule Rome est digne de Paris – Solo Parigi è degna di Roma, solo Roma è degna di Parigi!
Da allora ogni anno la commemorazione di questa data avviene, piuttosto in sordina, con varie manifestazioni nelle due capitali anche se il significato originario e cioè la quasi connaturata fratellanza dei due Paesi non viene, stranamente, evidenziata e promossa come le vicende e la Storia giustificherebbero.
La fratellanza, pur se con le armi in pugno, si impone quasi fragorosamente già con la conquista di Giulio Cesare, descritta nel celebre De bello gallico, la guerra in Gallia, il nome antico della Francia.
Il generale Lucio Munazio Planco qualche anno dopo getta le fondamenta di quella che sarà la metropoli di Lione, assurta subito dopo a ruolo significativo in quanto divenuta la zecca per la monetazione d’oro e d’argento.
I segni della pacifica convivenza sono ancora visibili nei monumenti di epoca romana in Arles, in Nîmes, in Aix-en-Provence ed in epoca medievale frequenti pur se non sempre all’insegna della pace furono le relazioni ed i rapporti.
In quei secoli e in quelli successivi l’Italia era divenuta solo una ‘espressione geografica’, non esisteva, esistevano vari stati indipendenti e quelli dominati da secoli da potenze straniere. Ma i rapporti tra Francia e questi Stati erano sempre attivi e produttivi attraverso relazioni dinastiche, artistiche, letterarie, politiche: si rammenti il monachesimo benedettino che letteralmente ricoprì la Francia di monasteri, significativo in particolare quello di Cluny in Borgogna al quale facevano capo gli oltre mille altri conventi benedettini nel Paese e quindi la diffusione di concetti fondamentali quali la istruzione, l’apoteosi del lavoro e dell’attività e naturalmente la devozione cioè la croce, il libro e l’aratro.
E poi i Cistercensi di San Bernardo di Clairvaux in Sciampagna, a Casamari e a Fossanova ed in altre località e la nascita del Gotico Cistercense e poi gli insegnamenti di San Tommaso d’Aquino e di Giordano Bruno alla Sorbona parigina.
Trovatori e menestrelli, Innocenzo III e il cesarepapismo, i papi ad Avignone per quasi settanta anni, Carlo VIII in Italia, Francesco I e Leonardo da Vinci, Caterina dei Medici e la Notte di San Bartolomeo nel 1572, Maria dei Medici moglie di Enrico IV e nonna del Re Sole, il Card. Mazzarino, e poi congerie di famosi personaggi nel 1700 e 1800 e poi…
Gli uomini hanno non di rado portato a situazioni indegne di fratelli e sorelle come Mussolini che dichiara guerra alla Francia allorché occupata e invasa dai tedeschi!
Anche nelle lotte ed inimicizie, sostanzialmente sempre vicini ed amici.
I cimiteri di Parigi registrano centinaia di presenze italiane quali, in quello di Père Lachaise, di Piero Gobetti, dei Fratelli Rosselli, Gioacchino Rossini, Amedeo Modigliani, Cino del Duca, Vincenzo Bellini, Giuseppe de Nittis, Giuseppe Palizzi, Maria Callas, i fratelli Bugatti……
In tale ricchissima relazione specifica Roma-Parigi un aspetto va particolarmente portato alla luce e dovutamente illustrato e ricordato grazie al loro significato e cioè il ruolo rivestito da una piccola nicchia tra le migliaia di presenze di italiani a Parigi e dintorni e cioè quella dei ciociari, specie dalla Valcomino.
In effetti la piccola comunità la incontriamo a Parigi già alla fine del 1700 per poi nel corso del 1800 accrescersi ad almeno sette-otto mila anime solo a Parigi e sobborghi: qui, riallacciandosi a quanto già vissuto a Roma, una parte si distinse per la vestitura indossata e cioè il costume ciociaro che gran parte degli artisti non solo francesi continuò a ritrarre, mentre un’altra parte si evidenziò in maniera clamorosa e preminente in una espressione differente, quella delle modelle e modelli di artista che a Parigi, durante circa settanta anni, dal 1860 in poi, occupò quasi per intiera la animatissima scena artistica cosmopolita del momento: anche la crema dell’arte ricorse alle modelle e modelli ciociari quali Degas, Renoir, Corot, Cézanne, Manet, Rodin, Matisse, Van Gogh, Picasso….
Memore e grato della propensione di Napoleone III all’aiuto alle guerre d’indipendenza dell’Italia nascente lo scultore Vincenzo Vela (1820-1891) realizzò negli anni della raggiunta unificazione 1861-62 un’opera in marmo estremamente significativa dedicata specificatamente alla imperatrice Eugenia; “L’Italia riconoscente alla Francia”, a petto nudo perché mancante ancora di Roma.

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

Michele Santulli. Sul costume ciociaro e sulle modelle e modelli.

Tutto quanto si riferisce ad un certo tipo di iconografia e cioè il costume ciociaro, la modella e il modello di artista, la figura del brigante, del pifferaio e anche dello zampognaro e dell’organettaro, sono ancora oggi pagine parecchio sbiadite, quindi quasi sconosciute della Storia dell’Arte.
Tale costatazione non prescinde però da un’altra presa di coscienza molto più significativa ed attuale e che cioè tali iconografie – pur quasi, ripeto, sempre senza nome, se non contrabbandate con altri, ecco perché quasi sconosciute! -in effetti sono presenti sistematicamente nella gran parte dei musei e delle gallerie del pianeta e perciò quelle sicuramente le più abituali e quindi più note al pubblico visitatore!
Se, per esempio, si prende atto che il Museo Rodin di Parigi ancora oggi non conosce o trascura perfino il nome di battesimo di quello che è da considerare il modello più conosciuto al mondo dell’arte, Pignatelli, così caro all’artista Rodin o che ancora ignora completamente la modella “bella come la Venere di Milo” che posò per la prima Eva, per la prima donna accovacciata, per il celebre Torso di Adele, per la prima edizione del Bacio o, in aggiunta, che i vari Musei Matisse non conoscono chi sia la modella, la enigmatica ‘Lorette’ -ancora oggi gli eredi la connotano, storcendo il naso, come ‘la femme italienne’– che per parecchi mesi, quasi in clausura con l’artista, al quarto piano di Quai S. Michel, di molto contribuì, grazie parecchio alla sua intelligenza e sensibilità, a favorire l’apertura ed il dischiudersi nell’artista di sentieri e orizzonti dell’arte prima inesplorati e che, oltre a ciò, fu eternata in almeno cinquanta opere – e qui ci arrestiamo, la elencazione non sarebbe breve!- offriamo le prove evidenti di quanto non dico lassismo e supponenza ma certamente noncuranza ed indifferenza e, si dica pure, negligenza, contrassegnano il comportamento di tali nobili istituzioni -musei, ecc.- nei confronti dei modelli di artista ciociari!
Gli inizi e gli embrioni sono tutti in Valcomino, questa piccola valle sconosciuta perfino agli abitanti, conficcata nel Molise, ad una diecina di chilometri dall’Abbazia di Montecassino: esiste la Ciociaria, palcoscenico della Storia tutto ancora da scoprire, non solo nella realtà folklorica; esiste il costume ciociaro, il soggetto più amato e più ripetuto nell’arte occidentale del 1800; esistono i modelli d’artista che hanno reso possibile con la loro presenza la creazione di capolavori incredibili nella storia dell’arte tra 1800 e inizi 1900 e che, ancora, hanno letteralmente inventato la professione ed il mestiere del modello; esiste il primato della emigrazione grazie ai nomadi ed agli artisti girovaghi non solo pifferari e zampognari ma anche venditori di fortuna ed ammaestratori di cani e di scimmie ed altro ancora, partiti da San Biagio Saracinisco, da certe frazioni di Picinisco, da Cardito frazione di Vallerotonda, da Villalatina, da Filignano e sue frazioni, località ignorate perfino dalla geografia, pertanto grondanti nostalgia e rimpianto e lacrime per tante creature che per primi hanno messo piede in Iscozia, a Londra, a Parigi, a Berlino già fine 1700; esiste la ciociarizzazione di Roma cioè la realtà storica a confermare che nel corso dell’ottocento i ciociari erano talmente prorompenti ed imponenti e numerosi nella Città Eterna da essere ritenuti da tutti -dalle autorità ecclesiastiche stesse- i veri abitanti della città: nate e maturate in Valcomino, tutte queste realtà sono nei fatti glorie e conseguimenti non solo della Ciociaria ma dell’Italia e del Mondo Occidentale.

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

Michele Santulli. Ciociare nei Musei Vaticani.

L’iconografia del costume ciociaro cioè le opere d’arte che illustrano la donna o il contadino o il brigante o il pifferaro in costume ciociaro è quella più ricorrente e più comune nell’ambito dell’arte occidentale tra fine 1700 e prime decadi del 1900, all’incirca 150 anni caratterizzati da quella che gli artisti stessi definirono peinture de genre à l’italienne, che la maggior parte dei pittori europei illustrarono e che anche la crema, Degas, Corot, Manet, Cézanne, Sargent, Leighton, Van Gogh, Picasso fino ai futuristi amarono e decantarono, come nessun altro soggetto.
La Ciociaria, la regione distesa ai piedi di Roma, una volta Latium Novum, poi Campagna di Roma, è la regione madre di Roma; la Chiesa, sempre pragmatica, ha tenuto sotto costante vigilanza la Ciociaria perché dall’inizio della storia, tra il tanto altro, è stata anche la vera sacrestia di San Pietro arricchendo sistematicamente le gerarchie con preti e monaci fino ai monsignori ed ai cardinali e ad almeno nove papi nel corso dei secoli. E la Chiesa ha confermato tale attenzione l’8 dicembre 1854 allorché proclamò, nella persona di Pio IX, il Dogma della Immacolata e nel quadrone esposto in San Pietro confermò pubblicamente che il popolo di Roma erano in prevalenza i ciociari, come presenti anche alla cerimonia.
Fu la prima volta che ufficialmente si prese atto che la numerosa presenza ciociara a Roma in realtà si imponeva sul popolino di Pinelli e sui bottegai e cantinieri grazie al notevole successo tra gli artisti stranieri e nazionali e a non poche altre motivazioni: al lettore attento raccomando in merito il libro CIOCIARIA SCONOSCIUTA.
Tuttavia in quella solenne giornata del 1854, nelle Paludi Pontine soffrivano e morivano ancora quantità di povere creature ciociare, a causa della malaria, della cui terribile esistenza quasi secolare nessuno si era mai dato premura.
Negli anni successivi tale attenzione della Chiesa doveva venir confermata e ribadita grazie alla realizzazione nei Musei Vaticani della Stanza della Immacolata Concezione dove venne illustrato ai posteri lo straordinario evento e dove anche ora il popolo è rappresentato dalla bella ciociarella nel suo magnifico costume che addita al pargolo la figura officiante del Papa. Ed è di questi giorni la notizia gioiosa e perfino esultante da parte degli specialisti vaticani della scoperta nei loro depositi e della presentazione ed esposizione nei Musei Vaticani, del quadro suggestivo di una seconda ciociara!
Il titolo dell’opera, significativa anche per le dimensioni, 140×222 cm, è Malaria, e illustra una ciociara che assiste un adolescente sofferente steso su un giaciglio: la dr.ssa Micol Forti, incaricata del Vaticano per l’arte dell’Ottocento e Novecento, ha trovato le parole idonee per evidenziarne la grande qualità ed impegno artistico nonché significato; l’autore è una donna, Maria Martinetti (1864-1937), romana, educata alla pittura da uno dei due o tre grandi maestri della Roma fine1800-inizi 1900 e cioè Gustavo Simoni; e Malaria è la consacrazione stupefacente quasi incredibile della simbiosi maestro-allieva!
E per tornare al terribile morbo fu solo tra fine 1800 e inizi 1900 che un manipolo di benpensanti iniziò ad intervenire specie sui bambini delle micidiali Paludi Pontine, dapprima vicino a Roma e poi piano piano anche più a Sud: è stata una pagina che rende indimenticabili i protagonisti e che andrebbe eternata a caratteri d’oro nella storia del Paese ed in special modo nelle Cronache della Ciociaria, un momento miracoloso e magico che ispirò Giovanni Cena noto scrittore e giornalista e la sua compagna Sibilla Aleramo, famosa scrittrice, Angelo Celli, virologo e scienziato e uomo politico con la compagna Anna Fraentzel tedesca instancabile e sensibile nella sua opera a favore dei poveri bimbi; determinante contributo didattico nonché amministrativo ed organizzativo nella creazione di scuole e strutture venne da Alessandro Marcucci, maestro e pedagogo e da altri benemeriti tra cui il pittore Duilio Cambellotti che con la sua arte documentò ed illustrò la esistenza nelle paludi: in merito è bello rammentare al lettore che nella originaria Littoria, oggi Latina, sorta sulla bonifica delle Paludi Pontine, alcuni benpensanti e le istituzioni sensibili, negli anni passati hanno istituito un Museo a Duilio Cambellotti con numerose opere e documenti sulle Paludi. Va ricordato che a tale manipolo si aggiunse anche lo scienziato Ettore Marchiafava originario di Patrica, medico personale del re e del papa, che con Angelo Celli, individuarono i germi patogeni della malaria e finalmente debellarla: Angelo Celli, anche membro del Parlamento, ottenne che il chinino, farmaco miracoloso, venisse distribuito gratuitamente ai ciociari delle Paludi.

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

Didascalia immagine:
Martinetti, M.: La Malaria, 140×222 cm, 1887, Stanze Vaticane

ROMA. Arte classica vs interior contemporaneo: un dialogo impossibile?

Prosegue il percorso della startup artficial™ che realizza cloni in scala 1:1 di opere scultoree conservate nei musei.
Si è soliti pensare che, per un progetto d’interni concepito nel solco della contemporaneità – ovvero, per intenderci, che ritenga ancora fecondi i codici linguistici del Movimento moderno – l’apporto dell’arte possa solo riferirsi a opere concepite dalle avanguardie novecentesche in poi. Infatti, proprio esse decretarono la cesura del continuum storico come condizione fondativa della nuova Weltanschauung.
La coraggiosa sfida a questo radicato pensiero la sta lanciando artficial™, startup basata in Sicilia ma dalla spiccata apertura internazionale che offre al mondo dei progettisti cloni di opere d’arte classica, riprodotti in scala 1:1 con precisione assoluta (attraverso macchine a controllo numerico), grazie alle collaborazioni, via via più allargate, con importanti musei nazionali per quanto concerne i processi di rilevazione ed elaborazione digitale. I cloni, estremamente leggeri in quanto realizzati in materiali ecocompatibili quali la fibra di mais, non sostituiscono l’originale, ma danno la possibilità a un pubblico allargato di entrare in contatto diretto con l’opera d’arte. Con l’ulteriore opzione di personalizzare la riproduzione a livello cromatico o di finiture.
Di questo e altro si è ragionato il 7 settembre scorso sull’isola di Mozia (Trapani), durante la prima presentazione pubblica dell’iniziativa, presso il Museo archeologico Whitaker, dove si è potuto ammirare, accanto all’originale, il clone del celebre «Giovinetto» ivi conservato. Ma, riprendendo la domanda iniziale, è stato ancor più stimolante vedere, in un ambiente allestito ad hoc con arredi contemporanei, come vi si fosse “ambientato” il clone del «Satiro danzante», custodito invece nell’omonimo museo di Mazara del Vallo. Nell’occasione, l’archeologo e storico dell’arte Paolo Matthiae ha sottolineato l’importanza delle copie nella storia della civilizzazione con il passaggio dal mondo greco a quello romano.
Un secondo momento di presentazione pubblica è in programma presso il Museo Ostiense, il 26 ottobre, insieme ai protagonisti della start up, al direttore del museo Alessandro D’Alessio e a Ubaldo Spina, referente della sezione Design del nostro Giornale, media partner dell’iniziativa. Verranno presentati i cloni di varie opere ivi custodite: Eros che incorda l’arco, Iside Pelagia, Athena, Faustina Maggiore, Ritratto di donna patrizia, Imperatori Traiano e Adriano, Marciana.

Un caso studio
Opere d’arte contemporanea, arredi in legno di recupero e cloni di antiche statue realizzati in fibra di mais con colori vivaci: gli spazi della nuova sede dello studio legale LCA a Roma propongono una versione pop e green della scultura classica, a rispecchiare l’identità giovane e dinamica della committenza. Disegnata da GESIDI Engineering Architecture e situata in piazza del Popolo, la sede romana è l’ultima aperta da LCA, che ha il suo quartier generale a Milano, con uffici a Genova, Treviso, Bruxelles e Dubai. A Roma, gli uffici si trovano all’interno di un palazzo che, insieme alla cosiddetta Chiesa degli Artisti (la basilica di Santa Maria in Montesanto), è gemello della chiesa e del palazzo sul lato opposto della piazza, ideata da Giuseppe Valadier a inizio Ottocento.
Realizzato nel 2024, il progetto d’interni (800 mq al terzo e penultimo piano) ha riguardato in particolare gli ambienti comuni: reception, due corridoi di distribuzione, quattro sale riunioni e area ristoro. Sul palazzo sono presenti vincoli di tutela, che interessano sia gli esterni che gli interni. Tuttavia, mentre le facciate conservavano il loro aspetto originario, gli interni sono stati rimaneggiati nel tempo.
L’intervento dialoga con il contesto storico ma, al contempo, cerca in qualche modo di dissacrarlo. Gli ambienti sono popolati da quadri e sculture, tra le quali spiccano le teste e i busti di vari colori clonati da artficial™. Le opere, scelte e collocate dai progettisti di concerto con la committenza, provengono da due gallerie romane (Studio SALES e SUarte) e potranno essere sostituite nel tempo, trasformando lo studio in un vero e proprio spazio espositivo. Nella reception, la testa di Antonia Minore è colorata con la tonalità di arancione che identifica il brand LCA. Il basamento su cui poggia è stato realizzato recuperando i piani di lavoro in legno sui quali viene tagliato il marmo, così come il tavolo della sala riunioni principale. Le porte interne, conservate in quanto elementi di pregio, sono state sottoposte a un semplice intervento di make up, con l’inserimento di nuove maniglie in ottone, materiale scelto anche per la rubinetteria di cucina e bagni. Tutti gli ambienti sono unificati dalla stessa pavimentazione continua di tonalità grigia, che richiama le cromie delle porte e degli elementi di arredo che celano i fancoil, prodotti su disegno. A questo pavimento freddo fa da contrappunto un soffitto caldo, realizzato in maniera artigianale con doghe in legno massello, tra le quali sono interposte barre luminose. Fanno eccezione la zona relax nella reception e l’area ristoro, illuminate da lampade a sospensione costituite da una barra circolare. Seminascosta da una parete di doghe verticali in legno e dotata di una piccola cucina, si trova l’area ristoro.

Fonte: www.ilgiornaledellarchitettura.com 12 ottobre 2024