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Michele Santulli. Francia e Italia sorelle.

Gemellaggio Roma-Parigi istituito nel 1956, sindaci Salvatore Rebecchini e Jaques Féron, nel 1959 due francobolli dall’Italia e dalla Francia, 29 e 30 gennaio: lo slogan dell’epoca era significativo di questa esclusività: seule Paris est digne de Rome; seule Rome est digne de Paris – Solo Parigi è degna di Roma, solo Roma è degna di Parigi!
Da allora ogni anno la commemorazione di questa data avviene, piuttosto in sordina, con varie manifestazioni nelle due capitali anche se il significato originario e cioè la quasi connaturata fratellanza dei due Paesi non viene, stranamente, evidenziata e promossa come le vicende e la Storia giustificherebbero.
La fratellanza, pur se con le armi in pugno, si impone quasi fragorosamente già con la conquista di Giulio Cesare, descritta nel celebre De bello gallico, la guerra in Gallia, il nome antico della Francia.
Il generale Lucio Munazio Planco qualche anno dopo getta le fondamenta di quella che sarà la metropoli di Lione, assurta subito dopo a ruolo significativo in quanto divenuta la zecca per la monetazione d’oro e d’argento.
I segni della pacifica convivenza sono ancora visibili nei monumenti di epoca romana in Arles, in Nîmes, in Aix-en-Provence ed in epoca medievale frequenti pur se non sempre all’insegna della pace furono le relazioni ed i rapporti.
In quei secoli e in quelli successivi l’Italia era divenuta solo una ‘espressione geografica’, non esisteva, esistevano vari stati indipendenti e quelli dominati da secoli da potenze straniere. Ma i rapporti tra Francia e questi Stati erano sempre attivi e produttivi attraverso relazioni dinastiche, artistiche, letterarie, politiche: si rammenti il monachesimo benedettino che letteralmente ricoprì la Francia di monasteri, significativo in particolare quello di Cluny in Borgogna al quale facevano capo gli oltre mille altri conventi benedettini nel Paese e quindi la diffusione di concetti fondamentali quali la istruzione, l’apoteosi del lavoro e dell’attività e naturalmente la devozione cioè la croce, il libro e l’aratro.
E poi i Cistercensi di San Bernardo di Clairvaux in Sciampagna, a Casamari e a Fossanova ed in altre località e la nascita del Gotico Cistercense e poi gli insegnamenti di San Tommaso d’Aquino e di Giordano Bruno alla Sorbona parigina.
Trovatori e menestrelli, Innocenzo III e il cesarepapismo, i papi ad Avignone per quasi settanta anni, Carlo VIII in Italia, Francesco I e Leonardo da Vinci, Caterina dei Medici e la Notte di San Bartolomeo nel 1572, Maria dei Medici moglie di Enrico IV e nonna del Re Sole, il Card. Mazzarino, e poi congerie di famosi personaggi nel 1700 e 1800 e poi…
Gli uomini hanno non di rado portato a situazioni indegne di fratelli e sorelle come Mussolini che dichiara guerra alla Francia allorché occupata e invasa dai tedeschi!
Anche nelle lotte ed inimicizie, sostanzialmente sempre vicini ed amici.
I cimiteri di Parigi registrano centinaia di presenze italiane quali, in quello di Père Lachaise, di Piero Gobetti, dei Fratelli Rosselli, Gioacchino Rossini, Amedeo Modigliani, Cino del Duca, Vincenzo Bellini, Giuseppe de Nittis, Giuseppe Palizzi, Maria Callas, i fratelli Bugatti……
In tale ricchissima relazione specifica Roma-Parigi un aspetto va particolarmente portato alla luce e dovutamente illustrato e ricordato grazie al loro significato e cioè il ruolo rivestito da una piccola nicchia tra le migliaia di presenze di italiani a Parigi e dintorni e cioè quella dei ciociari, specie dalla Valcomino.
In effetti la piccola comunità la incontriamo a Parigi già alla fine del 1700 per poi nel corso del 1800 accrescersi ad almeno sette-otto mila anime solo a Parigi e sobborghi: qui, riallacciandosi a quanto già vissuto a Roma, una parte si distinse per la vestitura indossata e cioè il costume ciociaro che gran parte degli artisti non solo francesi continuò a ritrarre, mentre un’altra parte si evidenziò in maniera clamorosa e preminente in una espressione differente, quella delle modelle e modelli di artista che a Parigi, durante circa settanta anni, dal 1860 in poi, occupò quasi per intiera la animatissima scena artistica cosmopolita del momento: anche la crema dell’arte ricorse alle modelle e modelli ciociari quali Degas, Renoir, Corot, Cézanne, Manet, Rodin, Matisse, Van Gogh, Picasso….
Memore e grato della propensione di Napoleone III all’aiuto alle guerre d’indipendenza dell’Italia nascente lo scultore Vincenzo Vela (1820-1891) realizzò negli anni della raggiunta unificazione 1861-62 un’opera in marmo estremamente significativa dedicata specificatamente alla imperatrice Eugenia; “L’Italia riconoscente alla Francia”, a petto nudo perché mancante ancora di Roma.

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

Michele Santulli. Sul costume ciociaro e sulle modelle e modelli.

Tutto quanto si riferisce ad un certo tipo di iconografia e cioè il costume ciociaro, la modella e il modello di artista, la figura del brigante, del pifferaio e anche dello zampognaro e dell’organettaro, sono ancora oggi pagine parecchio sbiadite, quindi quasi sconosciute della Storia dell’Arte.
Tale costatazione non prescinde però da un’altra presa di coscienza molto più significativa ed attuale e che cioè tali iconografie – pur quasi, ripeto, sempre senza nome, se non contrabbandate con altri, ecco perché quasi sconosciute! -in effetti sono presenti sistematicamente nella gran parte dei musei e delle gallerie del pianeta e perciò quelle sicuramente le più abituali e quindi più note al pubblico visitatore!
Se, per esempio, si prende atto che il Museo Rodin di Parigi ancora oggi non conosce o trascura perfino il nome di battesimo di quello che è da considerare il modello più conosciuto al mondo dell’arte, Pignatelli, così caro all’artista Rodin o che ancora ignora completamente la modella “bella come la Venere di Milo” che posò per la prima Eva, per la prima donna accovacciata, per il celebre Torso di Adele, per la prima edizione del Bacio o, in aggiunta, che i vari Musei Matisse non conoscono chi sia la modella, la enigmatica ‘Lorette’ -ancora oggi gli eredi la connotano, storcendo il naso, come ‘la femme italienne’– che per parecchi mesi, quasi in clausura con l’artista, al quarto piano di Quai S. Michel, di molto contribuì, grazie parecchio alla sua intelligenza e sensibilità, a favorire l’apertura ed il dischiudersi nell’artista di sentieri e orizzonti dell’arte prima inesplorati e che, oltre a ciò, fu eternata in almeno cinquanta opere – e qui ci arrestiamo, la elencazione non sarebbe breve!- offriamo le prove evidenti di quanto non dico lassismo e supponenza ma certamente noncuranza ed indifferenza e, si dica pure, negligenza, contrassegnano il comportamento di tali nobili istituzioni -musei, ecc.- nei confronti dei modelli di artista ciociari!
Gli inizi e gli embrioni sono tutti in Valcomino, questa piccola valle sconosciuta perfino agli abitanti, conficcata nel Molise, ad una diecina di chilometri dall’Abbazia di Montecassino: esiste la Ciociaria, palcoscenico della Storia tutto ancora da scoprire, non solo nella realtà folklorica; esiste il costume ciociaro, il soggetto più amato e più ripetuto nell’arte occidentale del 1800; esistono i modelli d’artista che hanno reso possibile con la loro presenza la creazione di capolavori incredibili nella storia dell’arte tra 1800 e inizi 1900 e che, ancora, hanno letteralmente inventato la professione ed il mestiere del modello; esiste il primato della emigrazione grazie ai nomadi ed agli artisti girovaghi non solo pifferari e zampognari ma anche venditori di fortuna ed ammaestratori di cani e di scimmie ed altro ancora, partiti da San Biagio Saracinisco, da certe frazioni di Picinisco, da Cardito frazione di Vallerotonda, da Villalatina, da Filignano e sue frazioni, località ignorate perfino dalla geografia, pertanto grondanti nostalgia e rimpianto e lacrime per tante creature che per primi hanno messo piede in Iscozia, a Londra, a Parigi, a Berlino già fine 1700; esiste la ciociarizzazione di Roma cioè la realtà storica a confermare che nel corso dell’ottocento i ciociari erano talmente prorompenti ed imponenti e numerosi nella Città Eterna da essere ritenuti da tutti -dalle autorità ecclesiastiche stesse- i veri abitanti della città: nate e maturate in Valcomino, tutte queste realtà sono nei fatti glorie e conseguimenti non solo della Ciociaria ma dell’Italia e del Mondo Occidentale.

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

Michele Santulli. Ciociare nei Musei Vaticani.

L’iconografia del costume ciociaro cioè le opere d’arte che illustrano la donna o il contadino o il brigante o il pifferaro in costume ciociaro è quella più ricorrente e più comune nell’ambito dell’arte occidentale tra fine 1700 e prime decadi del 1900, all’incirca 150 anni caratterizzati da quella che gli artisti stessi definirono peinture de genre à l’italienne, che la maggior parte dei pittori europei illustrarono e che anche la crema, Degas, Corot, Manet, Cézanne, Sargent, Leighton, Van Gogh, Picasso fino ai futuristi amarono e decantarono, come nessun altro soggetto.
La Ciociaria, la regione distesa ai piedi di Roma, una volta Latium Novum, poi Campagna di Roma, è la regione madre di Roma; la Chiesa, sempre pragmatica, ha tenuto sotto costante vigilanza la Ciociaria perché dall’inizio della storia, tra il tanto altro, è stata anche la vera sacrestia di San Pietro arricchendo sistematicamente le gerarchie con preti e monaci fino ai monsignori ed ai cardinali e ad almeno nove papi nel corso dei secoli. E la Chiesa ha confermato tale attenzione l’8 dicembre 1854 allorché proclamò, nella persona di Pio IX, il Dogma della Immacolata e nel quadrone esposto in San Pietro confermò pubblicamente che il popolo di Roma erano in prevalenza i ciociari, come presenti anche alla cerimonia.
Fu la prima volta che ufficialmente si prese atto che la numerosa presenza ciociara a Roma in realtà si imponeva sul popolino di Pinelli e sui bottegai e cantinieri grazie al notevole successo tra gli artisti stranieri e nazionali e a non poche altre motivazioni: al lettore attento raccomando in merito il libro CIOCIARIA SCONOSCIUTA.
Tuttavia in quella solenne giornata del 1854, nelle Paludi Pontine soffrivano e morivano ancora quantità di povere creature ciociare, a causa della malaria, della cui terribile esistenza quasi secolare nessuno si era mai dato premura.
Negli anni successivi tale attenzione della Chiesa doveva venir confermata e ribadita grazie alla realizzazione nei Musei Vaticani della Stanza della Immacolata Concezione dove venne illustrato ai posteri lo straordinario evento e dove anche ora il popolo è rappresentato dalla bella ciociarella nel suo magnifico costume che addita al pargolo la figura officiante del Papa. Ed è di questi giorni la notizia gioiosa e perfino esultante da parte degli specialisti vaticani della scoperta nei loro depositi e della presentazione ed esposizione nei Musei Vaticani, del quadro suggestivo di una seconda ciociara!
Il titolo dell’opera, significativa anche per le dimensioni, 140×222 cm, è Malaria, e illustra una ciociara che assiste un adolescente sofferente steso su un giaciglio: la dr.ssa Micol Forti, incaricata del Vaticano per l’arte dell’Ottocento e Novecento, ha trovato le parole idonee per evidenziarne la grande qualità ed impegno artistico nonché significato; l’autore è una donna, Maria Martinetti (1864-1937), romana, educata alla pittura da uno dei due o tre grandi maestri della Roma fine1800-inizi 1900 e cioè Gustavo Simoni; e Malaria è la consacrazione stupefacente quasi incredibile della simbiosi maestro-allieva!
E per tornare al terribile morbo fu solo tra fine 1800 e inizi 1900 che un manipolo di benpensanti iniziò ad intervenire specie sui bambini delle micidiali Paludi Pontine, dapprima vicino a Roma e poi piano piano anche più a Sud: è stata una pagina che rende indimenticabili i protagonisti e che andrebbe eternata a caratteri d’oro nella storia del Paese ed in special modo nelle Cronache della Ciociaria, un momento miracoloso e magico che ispirò Giovanni Cena noto scrittore e giornalista e la sua compagna Sibilla Aleramo, famosa scrittrice, Angelo Celli, virologo e scienziato e uomo politico con la compagna Anna Fraentzel tedesca instancabile e sensibile nella sua opera a favore dei poveri bimbi; determinante contributo didattico nonché amministrativo ed organizzativo nella creazione di scuole e strutture venne da Alessandro Marcucci, maestro e pedagogo e da altri benemeriti tra cui il pittore Duilio Cambellotti che con la sua arte documentò ed illustrò la esistenza nelle paludi: in merito è bello rammentare al lettore che nella originaria Littoria, oggi Latina, sorta sulla bonifica delle Paludi Pontine, alcuni benpensanti e le istituzioni sensibili, negli anni passati hanno istituito un Museo a Duilio Cambellotti con numerose opere e documenti sulle Paludi. Va ricordato che a tale manipolo si aggiunse anche lo scienziato Ettore Marchiafava originario di Patrica, medico personale del re e del papa, che con Angelo Celli, individuarono i germi patogeni della malaria e finalmente debellarla: Angelo Celli, anche membro del Parlamento, ottenne che il chinino, farmaco miracoloso, venisse distribuito gratuitamente ai ciociari delle Paludi.

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

Didascalia immagine:
Martinetti, M.: La Malaria, 140×222 cm, 1887, Stanze Vaticane

ROMA. Arte classica vs interior contemporaneo: un dialogo impossibile?

Prosegue il percorso della startup artficial™ che realizza cloni in scala 1:1 di opere scultoree conservate nei musei.
Si è soliti pensare che, per un progetto d’interni concepito nel solco della contemporaneità – ovvero, per intenderci, che ritenga ancora fecondi i codici linguistici del Movimento moderno – l’apporto dell’arte possa solo riferirsi a opere concepite dalle avanguardie novecentesche in poi. Infatti, proprio esse decretarono la cesura del continuum storico come condizione fondativa della nuova Weltanschauung.
La coraggiosa sfida a questo radicato pensiero la sta lanciando artficial™, startup basata in Sicilia ma dalla spiccata apertura internazionale che offre al mondo dei progettisti cloni di opere d’arte classica, riprodotti in scala 1:1 con precisione assoluta (attraverso macchine a controllo numerico), grazie alle collaborazioni, via via più allargate, con importanti musei nazionali per quanto concerne i processi di rilevazione ed elaborazione digitale. I cloni, estremamente leggeri in quanto realizzati in materiali ecocompatibili quali la fibra di mais, non sostituiscono l’originale, ma danno la possibilità a un pubblico allargato di entrare in contatto diretto con l’opera d’arte. Con l’ulteriore opzione di personalizzare la riproduzione a livello cromatico o di finiture.
Di questo e altro si è ragionato il 7 settembre scorso sull’isola di Mozia (Trapani), durante la prima presentazione pubblica dell’iniziativa, presso il Museo archeologico Whitaker, dove si è potuto ammirare, accanto all’originale, il clone del celebre «Giovinetto» ivi conservato. Ma, riprendendo la domanda iniziale, è stato ancor più stimolante vedere, in un ambiente allestito ad hoc con arredi contemporanei, come vi si fosse “ambientato” il clone del «Satiro danzante», custodito invece nell’omonimo museo di Mazara del Vallo. Nell’occasione, l’archeologo e storico dell’arte Paolo Matthiae ha sottolineato l’importanza delle copie nella storia della civilizzazione con il passaggio dal mondo greco a quello romano.
Un secondo momento di presentazione pubblica è in programma presso il Museo Ostiense, il 26 ottobre, insieme ai protagonisti della start up, al direttore del museo Alessandro D’Alessio e a Ubaldo Spina, referente della sezione Design del nostro Giornale, media partner dell’iniziativa. Verranno presentati i cloni di varie opere ivi custodite: Eros che incorda l’arco, Iside Pelagia, Athena, Faustina Maggiore, Ritratto di donna patrizia, Imperatori Traiano e Adriano, Marciana.

Un caso studio
Opere d’arte contemporanea, arredi in legno di recupero e cloni di antiche statue realizzati in fibra di mais con colori vivaci: gli spazi della nuova sede dello studio legale LCA a Roma propongono una versione pop e green della scultura classica, a rispecchiare l’identità giovane e dinamica della committenza. Disegnata da GESIDI Engineering Architecture e situata in piazza del Popolo, la sede romana è l’ultima aperta da LCA, che ha il suo quartier generale a Milano, con uffici a Genova, Treviso, Bruxelles e Dubai. A Roma, gli uffici si trovano all’interno di un palazzo che, insieme alla cosiddetta Chiesa degli Artisti (la basilica di Santa Maria in Montesanto), è gemello della chiesa e del palazzo sul lato opposto della piazza, ideata da Giuseppe Valadier a inizio Ottocento.
Realizzato nel 2024, il progetto d’interni (800 mq al terzo e penultimo piano) ha riguardato in particolare gli ambienti comuni: reception, due corridoi di distribuzione, quattro sale riunioni e area ristoro. Sul palazzo sono presenti vincoli di tutela, che interessano sia gli esterni che gli interni. Tuttavia, mentre le facciate conservavano il loro aspetto originario, gli interni sono stati rimaneggiati nel tempo.
L’intervento dialoga con il contesto storico ma, al contempo, cerca in qualche modo di dissacrarlo. Gli ambienti sono popolati da quadri e sculture, tra le quali spiccano le teste e i busti di vari colori clonati da artficial™. Le opere, scelte e collocate dai progettisti di concerto con la committenza, provengono da due gallerie romane (Studio SALES e SUarte) e potranno essere sostituite nel tempo, trasformando lo studio in un vero e proprio spazio espositivo. Nella reception, la testa di Antonia Minore è colorata con la tonalità di arancione che identifica il brand LCA. Il basamento su cui poggia è stato realizzato recuperando i piani di lavoro in legno sui quali viene tagliato il marmo, così come il tavolo della sala riunioni principale. Le porte interne, conservate in quanto elementi di pregio, sono state sottoposte a un semplice intervento di make up, con l’inserimento di nuove maniglie in ottone, materiale scelto anche per la rubinetteria di cucina e bagni. Tutti gli ambienti sono unificati dalla stessa pavimentazione continua di tonalità grigia, che richiama le cromie delle porte e degli elementi di arredo che celano i fancoil, prodotti su disegno. A questo pavimento freddo fa da contrappunto un soffitto caldo, realizzato in maniera artigianale con doghe in legno massello, tra le quali sono interposte barre luminose. Fanno eccezione la zona relax nella reception e l’area ristoro, illuminate da lampade a sospensione costituite da una barra circolare. Seminascosta da una parete di doghe verticali in legno e dotata di una piccola cucina, si trova l’area ristoro.

Fonte: www.ilgiornaledellarchitettura.com 12 ottobre 2024

Michele Santulli. Parigi, Parigi!

Grande Paese la Francia già dall’oblò dell’aereo o dal finestrino del treno: i grandi spazi, le campagne sterminate coltivate, i grandi fiumi che solcano il territorio, le foreste.
Pur coi suoi problemi e necessità, soprattutto oggi periodo infelicissimo di guerra e di servaggine agli USA del suo primo cittadino, la Francia rispetto agli altri paesi civili ha qualcosa in più, di inspiegabile e che è quanto colpisce e non tanto la inappuntabile gestione quasi capillare del territorio e delle località più appartate e la cura e l’attenzione delle istituzioni pubbliche di ogni genere quanto l’atmosfera che si respira in giro, già per una strada cittadina riposante e rilassata pur se affollata!, tutto il resto è patrimonio comune europeo vivibile in una società altrettanto civile.
Una riflessione a parte per la organizzazione burocratica cioè dipendenti pubblici ben preparati ed educati, nel complesso onesti e rispettosi dei cittadini e soprattutto competenti ciò che mette in condizione il Paese di essere efficientemente guidato ed amministrato: è una peculiarità nazionale che si osserva ed assapora quando si vive in Francia! E perciò la organizzazione del territorio nonché il rispetto e valorizzazione del paesaggio e dell’ambiente: è vero le antiche architetture sono quasi dovunque scomparse e non solo a seguito delle guerre e lotte intestine che hanno martoriato il Paese nel corso dei secoli.
E qui ci arrestiamo e solo ricordiamo che una ragione profonda deve pur esserci se da sempre, per esempio, certe categorie di italiani sono da anni tra i più numerosi compratori di appartamenti a Parigi! Abituati al disordine in gran parte delle nostre città dove più dove meno, a una cementificazione orribile e sgangherata, si capisce bene perché i fortunati di cui sopra mettano piede anche a Parigi, perché in effetti è un mondo diverso, un’aria differente.
Tutto si fa iniziare da poco prima del 1870, una transizione, un periodo, vissuti al massimo, come in nessun altro luogo: Parigi diviene il punto di convergenza ed il fulcro della cultura occidentale nelle sue varie espressioni tanto da trasformarsi in crogiuolo e punto di incontro e di acculturamento degli artisti provenienti letteralmente da tutto il mondo che, chi più chi meno, trovavano in questa fantastica città cosmopolita ed aperta, in entità e maggiormente in tenore e qualità, come nessuna al mondo, la possibilità di esprimersi e di realizzarsi; ed anche industriali, diplomatici, aristocratici e nobili, perfino monarchi, anche scrittori, attori, attrici, ballerine, pittori e pittrici, cantanti, ed avventurieri naturalmente, e poi un mondo inaudito di donne splendide di ogni categoria, straniere e non, tra le quali si evidenziavano per numero e modo di vivere le parigine vere e proprie, cosiddette ‘insoumises’ termine arduo a tradurre; anche le donne italiane seppero giuocare un ruolo rimasto nella storia: la Marchesa Luisa Casati forse la più celebre non fosse per la sua eccentricità e le enormi ricchezze profuse, la principessa Ruspoli di Roma, Maria Brignole Sale de Ferrari duchessa di Galliera dallo spirito filantropico ed artistico insuperabili, le cui tracce ancora ben visibili sono a Parigi e a Genova, la Marchesa Landolfo Carcano avida collezionista d’arte, Franca Florio immortalata da Boldini, più tardi Mimì Pecci Blunt, il cui salotto di Rue Babylone 32 divenne tra i primari e più ambiti di Parigi, come pure a Versailles quello di Roffredo Caetani duca di Sermoneta in Ciociaria e di Marguerite, più tardi la regina della moda Elsa Schiaparelli e altre ancora, per non citare le parigine e le straniere, queste ultime un florilegio impareggiabile: Cleo de Mérode, Isadora Duncan, Ida Rubinstein, Natalie Clifford ed il suo salotto della Rue Jacob, Romaine Brooks, Peggy Guggenheim, Sara e Gertrude Stein le cognate scopritrici e promotrici di Picasso e di Matisse, Louisine Havemeyer, Isabella Stewart Gardner, Tamara de Lempicka, Vita Sackville West e poi, polacca russa, quella che sarà Madame Curie dai due premi Nobel e poi le russe aristocratiche fuggitive e non, pittrici e scrittrici mai abbastanza illustrate e fatte rivivere: da non dimenticare anche quel florilegio incredibile delle modelle e modelli ciociari che diedero corpo e sembiante ad opere d’arte di grandi artisti che fanno il godimento dei cultori d’arte del pianeta; un ruolo anche inimmaginabile giuocato dai grandi collezionisti d’arte tra i quali due russi I.Morozov e S.Schuckin che hanno dotato la loro patria di incredibili capolavori e poi il dr Barnes e le sorelle Cone, americani, anche insaziabili compratori.
E quanto è da ritenere la prova più palese e manifesta e veritiera di un mondo unico e sicuramente senza eguali, ovviamente proiettato e finalizzato all’arte e alla cultura e alla bellezza, quindi alla sensibilità d’animo e all’apertura mentale, erano, e sono ancora pur se meno numerose, gallerie d’arte e librerie: le librerie, una quantità inaudita, come in nessun’altra città del mondo, di ogni tipo e di ogni disciplina, un numero incredibile sparse in tutta la città, testimoni taciti ed ancora di più documenti clamorosi e sensazionali dell’arte e della letteratura come ed in quale qualità ed intensità coltivate e vissute a Parigi: i luoghi strategici più appetiti, per esempio agli angoli delle strade, erano solo librerie.
Quale spettacolo! E tutte vive, naturalmente, tutte un luogo di vita e di incontri e di scambi. Oggi in tutte, dico tutte, le librerie agli angoli e quelle nei luoghi centrali e più frequentati, e ne erano centinaia! vediamo in gran parte banche o locali di ristorazione o mutanderie!! E le librerie quasi ogni giorno che passa, tra quelle rimaste in verità, ne chiude sempre qualcuna, un mondo è in via di estinzione! Un altro mondo dunque, sta vivendo Parigi.
Ma altre antiche impronte e tipicità sono ancora vive e presenti e cioè quell’altra realtà unica parigina rappresentata dai bouquinistes cioè i venditori di stampe e analoghi e libri antichi sui muretti lungo la Senna!
Torneremo a parlare di questa città clamorosa ed unica.

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu