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Cos’è il mecenatismo. Intervista con Elisa Bortoluzzi Dubach e Chiara Tinonin.

È un libro importante quello che Elisa Bortoluzzi Dubach e Chiara Tinonin hanno dato alle stampe alla fine del 2020. Importante per chi ha necessità e desiderio di costruire un dialogo aperto ed efficace con i filantropi. Importante però anche per la luce che porta su una serie di stereotipi e pregiudizi. Come quello, legittimo ma semplicistico, che Milena Gabanelli ha ribadito sul Corriere della Sera qualche giorno fa. Proprio da questo spunto siamo partiti nell’intervistare le autrici.
mecenate 2La filantropia è storicamente una strategia del potere economico per guadagnare rispettabilità sociale e orientare la politica. È quanto scrivono Milena Gabanelli e Francesco Tortora nell’articolo pubblicato nella rubrica Dataroom del Corriere della Sera il 20 gennaio. Vorrei partire proprio da questa critica massimalista e chiedervi: quali sono i rischi reali e attuali di ingerenza della filantropia nella politica? In altre parole: è possibile distinguere una sana filantropia dal filantrocapitalismo più freddo e calcolato (soprattutto dal punto di vista fiscale) e dal paternalismo filantropico?
Per rispondere concisamente, dobbiamo focalizzare tre punti.
Il primo: la filantropia è un’attività umana che si muove nello spazio della volontà e delle libertà personali.
Il secondo: nel tempo si è consolidata come un fenomeno globale con specificità del tutto locali.
Il terzo: l’attività delle fondazioni e quella dei mecenati non sono coincidenti. Sono due segmenti diversi con alcune aree di sovrapposizione. Osservare le polarità della filantropia e farne una regola è un esercizio che non restituisce la complessità del fenomeno e riduce l’effettiva capacità delle persone di orientarsi in un settore che in molti contesti è ancora poco trasparente. La filantropia poggia su uno scambio che è, nella maggior parte dei casi, un trasferimento di denaro, anche se oggi vediamo aumentare interventi filantropici che includono scambi di beni immateriali come il know-how e la condivisione di reti.
Soffermiamoci sul denaro.
Nella misura in cui le elargizioni dei mecenati non coinvolgono le competenze centrali degli Stati ma sono a supporto delle iniziative delle istituzioni pubbliche, e concertate con gli stakeholder di riferimento, queste ultime non sono problematiche da un punto di vista democratico. Tuttavia, ogni volta che dei compiti fondamentali dello Stato vengono trasferiti al settore privato, sono indispensabili un intenso dibattito e una valutazione politica approfondita. Come mostrano i risultati di questo dibattito in vari Paesi, si può arrivare a conclusioni molto diverse fra loro.
Parliamo dell’“oligopolio”.
La concentrazione di grandi patrimoni nelle fondazioni può costituire di per sé una minaccia per la democrazia, soprattutto se i filantropi cominciano a esercitare un’influenza duratura sulla politica? È assolutamente legittimo porsi la questione, ma ogni società deve rispondere da sola a questa domanda e affrontare le conseguenze corrispondenti. La situazione americana non è sovrapponibile a quella italiana, la nostra filantropia ha caratteristiche diametralmente diverse. Per ridurre i rischi, occorre che la filantropia diventi un tema di discussione stabile all’interno delle istituzioni democratiche e lavorare per una maggiore collaborazione tra Stato, mercato e Terzo Settore, affinché gli interventi siano concertati e sinergici.
FILANTROPI, MECENATI, GENEROSITÀ
Facciamo un passo indietro. Il vostro libro si intitola La relazione generosa. E, poiché si tratta di un libro su filantropi e mecenati, il primo pensiero è che la generosità sia soltanto quella espressa dai donatori. E invece c’è addirittura un paragrafo dal titolo La generosità del richiedente. Ci spiegate di cosa si tratta?
In questo libro sfatiamo molti miti sul mecenatismo, in primis la posizione diciamo “subalterna” di chi cerca una donazione rispetto a chi la elargisce. Secondo il nostro punto di vista, l’artista o il professionista del Terzo Settore che necessita di supporto per realizzare il proprio progetto sta soprattutto offrendo al mecenate l’opportunità di entrare in contatto ravvicinato con un universo di valori e di significati, e di pratiche, di cui non avrebbe modo di godere altrimenti. L’atto di donare è legato alla soggettività dell’individuo, alla sua personalità e storia di vita. Per questo motivo ci siamo tanto soffermate sulla dimensione relazionale del mecenatismo, chiamando all’appello la psicologia, l’economia comportamentale e le neuroscienze.
Qual è la differenza tra donazione e sponsorizzazione? Vi pongo questa domanda pensando ad esempio alle “donazioni” che alcuni artisti, anche dal nome altisonante, effettuano a “beneficio” degli spazi pubblici, e che le pubbliche amministrazioni spesso accettano con la disarmante motivazione che “non costano nulla”. Il problema, al di là del valore artistico o meno dell’opera donata, mi pare risieda nel fatto che qui si tratta piuttosto di sponsorizzazioni, di ricerca di visibilità da parte dei donatori, e che manchi totalmente il dialogo sia con la politica che con la comunità.
Vi è una differenza normativa e di contenuto. La sponsorizzazione è un contratto a prestazioni corrispettive: tendenzialmente dietro compenso economico, un’azienda acquisisce visibilità nel supportare un’iniziativa artistico-culturale, di utilità sociale o sportiva. La donazione, invece, è un atto spontaneo e personale che in alcuni casi può anche essere influenzato da un atteggiamento opportunistico o autocelebrativo da parte del donatore, ma ricordiamo che dall’altra parte ci sono centinaia di mecenati che donano nell’anonimato. Osserviamo, poi, che c’è una crescente attenzione da parte dei mecenati alle ricadute delle proprie scelte filantropiche sulla collettività. Si guarda sempre di più ai risultati dei progetti finanziati e, anche in un campo immateriale e simbolico come quello artistico-culturale, vi è una crescente tendenza a definire indicatori che misurino l’impatto sociale degli interventi.
“La concentrazione di grandi patrimoni nelle fondazioni può costituire di per sé una minaccia per la democrazia, soprattutto se i filantropi cominciano a esercitare un’influenza duratura sulla politica?”
Mi ha colpito la ripetuta sottolineatura, da parte vostra, del fatto che il filantropismo non è democratico e che la donazione è arbitraria. Sono affermazioni “forti”, che però aiutano a definire il ruolo del mecenate, che si colloca – o meglio, che si dovrebbe collocare – accanto e non in sostituzione del mercato e della politica, in un’ottica collaborativa e non competitiva.
Riteniamo questo un punto fondamentale. Quando scriviamo che la filantropia non è democratica, intendiamo che non funziona secondo la regola della maggioranza/minoranza.
Il mecenate dispone del proprio denaro in modo arbitrario, soggettivo e personale, non secondo il desiderio dei più. Perché senza libera scelta non c’è generosità. Ancora una volta, questa non va intesa come una limitazione, ma come un vero punto di forza. Il mecenate esercita una libertà creativa attraverso l’elaborazione di una visione personale, e che si traduce tanto nel sostenere l’esistente, quanto nell’immaginare il possibile e nel creare le condizioni perché venga a esistere. La storia della filantropia ci mostra come questa autonomia non debba essere guardata in modo antitetico rispetto ai bisogni di una comunità, al contrario: in molti casi sono stati proprio i filantropi a intervenire in modo innovativo nella risposta a emergenze sociali. Dalla prima biblioteca pubblica di Roma promossa da Ottavia, sorella di Augusto, alla prima fondazione ospedaliera di Berna, l’Inselspital di Anne Seiler del 1354, al lavoro nelle carceri femminili di Giulia Colbert di Barolo nella Torino ottocentesca. Gli esempi sono innumerevoli, ma parlano tutti di forza di volontà, impegno per gli altri, intelligenza e grande capacità di visione.
NON PROFIT E FUNDRAISING
Spesso le piccole organizzazioni non profit hanno una scarsa consapevolezza di sé, e non parlo soltanto di accountability. La necessità del fundraising, e quindi di costruire rapporti trasparenti e duraturi con i filantropi, può aiutare retroattivamente ad acquisire quella consapevolezza? Magari “sbattendoci il naso”, ovvero: non ottenere donazioni proprio a causa della mancata consapevolezza di sé può convincere le organizzazioni non profit a dedicare più tempo alle attività interne e istituzionali – attività che inizialmente erano magari considerate solo perdite di tempo?
Entrare in relazione con un mecenate significa compiere un grande esercizio di valutazione e di autovalutazione: quali sono i valori reali che il progetto tocca e quali i messaggi che veicola? Chi beneficerà del progetto e per quanto tempo? Ci si attende un cambiamento a raggiungimento dello scopo del progetto? Come verrà misurato? Chi partecipa al progetto e con quali competenze? Queste sono solo alcune domande-chiave di un processo di analisi e narrativo che La relazione generosa affronta in dettaglio. L’obiettivo ultimo è certamente arrivare a una piena consapevolezza di chi si è e di che cosa si fa e si progetta di fare: solo questo permetterà di trovare il mecenate giusto e costruire con lui una relazione produttiva e felice.
“Entrare in relazione con un mecenate significa compiere un grande esercizio di valutazione e di autovalutazione”.
Ho trovato particolarmente interessante, nell’ambito del Moves Management, la parte dedicata alla stewardship e al caso particolare della “sindrome rancorosa del beneficato”. Anche in questo caso, siete riuscite a ribaltare la prospettiva dalla quale abitualmente si guarda al fenomeno del dono, sottolineando come il beneficato – singolo o organizzazione – talora infici la relazione con il donatore a causa di una sorta di complesso di inferiorità più o meno esplicito. Ci spiegate meglio questa dinamica e questo rischio?
La fase di stewardship, che potremmo un po’ sbrigativamente definire come il momento in cui si ringrazia il mecenate per la donazione ricevuta, è la fase che si trascura più facilmente, anche se è quella che influisce maggiormente sulla possibilità di donazioni successive. Ci sono casi, però, in cui il ringraziamento non avviene per un motivo preciso: chi ha ricevuto la donazione la considera come un atto dovuto, e addirittura sviluppa un sentimento di rigetto verso chi ha supportato il progetto con denaro. Questo avviene per svariati motivi, tra cui l’incontro di personalità troppo antitetiche fra loro e la scarsa capacità di adottare una visione distaccata del progetto da parte del suo creatore. La psicologa Parsi di Lodrone ha codificato questa condizione come una “sindrome rancorosa”. Noi crediamo che ci siano diversi modi per evitare di cadere in questo problema, come investire di più nei processi di indagine interna ed esterna per valutare attentamente il proprio grado di predisposizione verso la relazione con un mecenate; affidarsi a consulenti e organizzazioni intermedie; investire nell’acquisizione di nuove competenze in materia filantropica, finalizzate a trovare il giusto equilibrio e distacco per le attività di raccolta fondi.
Torniamo infine alla relazione generosa. Il libro insiste sull’importanza della relazione: da quella fra donatore e beneficato, in senso biunivoco, a quella fra mecenati, politica e mercato, a quella fra organizzazioni, comunità e filantropi, fino all’importanza delle relazioni costruttive che si possono e si devono instaurare fra organizzazioni e fra mecenati. In quest’ultimo caso, pensavo alle attività della rete delle Fondazioni per l’Arte Contemporanea italiane. In questo contesto, l’attività di lobbying può essere produttiva e consigliabile in un’ottica sistemica e di lungo periodo, pur sempre affiancata alle attività di breve-medio periodo?
Certamente sì. Le crisi economiche, come quella del 2008 e quella che ci attende nello scenario post-pandemico, impongono tagli alla cultura nella spesa pubblica e anche le risorse che provengono dai privati sono gestite sempre più in maniera attenta e mirata. In questi giorni Cicerchia e Montalto hanno analizzato su La Voce i primi dati relativi agli effetti della crisi sanitaria sull’occupazione nel settore culturale: “In Italia […] il settore culturale ha perso il 10,5% delle posizioni lavorative. […] Si tratta del peggior calo registrato, dietro a quello del settore turistico”. Non solo non è più tempo per un eventuale sperpero di risorse, ma sarà la capacità di fare sistema a fare la differenza. Siamo persuase che proprio lo slancio, la creatività, la capacità di generare visioni saranno le colonne portanti del cambiamento che verrà.

Pubblicazione:
Elisa Bortoluzzi Dubach e Chiara Tinonin – La relazione generosa. Guida alla collaborazione con filantropi e mecenati
Franco Angeli, Milano 2020 – Pagg. 188, € 23
ISBN 9788835107644 – www.francoangeli.it

Autore: Marco Enrico Giacomelli

Fonte: artribune.com, 1 feb 2021

PADOVA. L’universo dei macchiaioli in mostra.

Cominciamo dalla fine, dalle ultime due sale della mostra: vi è esposta, per la prima volta nella sua interezza, la collezione privata di Alvaro Angiolini. Un nome pressoché sconosciuto, mentre più noti sono gli autori dei dipinti acquistati dal collezionista, e si tratta di Silvestro Lega, Telemaco Signorini, Giovanni Fattori e tanti altri. Nato a Livorno, Angiolini non ebbe una vita facile, ma, nonostante le difficoltà, germogliarono in lui sia il seme dell’arte della stampa sia una spiccata attitudine al collezionismo che lo portò ad avvicinarsi alla pittura delle giovani generazioni dell’epoca. Divenne inoltre comproprietario, nel secondo dopoguerra, della galleria Bottega d’Arte Livorno, le cui rassegne gravitavano proprio attorno ai maestri della “macchia” e ai loro eredi. La sua collezione “sebbene eterogenea nella tipologia iconografica, permane fortemente connotata nella predilezione per la produzione macchiaiola e postmacchiaiola, annoverando molte purissime punte di diamante”, scrive Claudia Fulgheri in catalogo.
Giovanni-Fattori-Acquaiole-livornesi-1865-olio-su-tela-cm-38x110.-Livorno-collezione-Angiolini-1224x420Emerge chiaramente già da questa sezione, quasi una mostra nella mostra, come il progetto espositivo di Palazzo Zabarella si fondi su due categorie di protagonisti: da un lato i pittori, le cui vicende di anticonformisti, ribelli, ferventi repubblicani e mazzininani convinti sono già state indagate nel 2003 nella stessa sede; dall’altro i collezionisti, i mecenati, gli amici, i sostenitori. Su questi ultimi, come afferma Elisabetta Matteucci a nome dell’istituto livornese partner della fondazione padovana, è stata condotta una ricerca “chirurgica” grazie alla quale si sono scovate le fonti, spesso trascurate, per ricostruire puntualmente le relazioni con i pittori, le preferenze, gli innamoramenti. Lo testimoniano ad esempio, nella prima sala, la sensibilità dimostrata dal critico d’arte Diego Martelli e dallo scienziato Gustavo Uzielli, tra i primi a diffondere la cultura positivistica francese e tedesca e a collezionare l’arte dei macchiaioli: insieme a Ugo Ojetti sono presenti in mostra nella prima sala grazie ai ritratti e a dipinti provenienti dalle loro raccolte.
Tra l’inizio e la fine, il sipario si alza su altre figure lungimiranti, fra cui ricchi borghesi, nobili e intellettuali, imprenditori e negozianti, donne colte che compresero la rivoluzione visiva perseguita dai macchiaioli e che ne condivisero la “continua battaglia per favorire, con un nuovo modo di vedere e rappresentare la realtà, anche la nascita di una società migliore nel difficile periodo storico che è seguito all’unità d’Italia”, scrivono il presidente Federico Bano e il direttore culturale Fernando Mazzocca. Amici e mecenati che a volte li accolsero in famiglia, e poi i primi collezionisti, i mercanti con il loro eccezionale fiuto. Attraverso le opere si segue quindi un doppio binario e si scoprono i temi prediletti dagli artisti che, ancor prima dei ben più celebri impressionisti, avevano cominciato a dipingere en plein air: la realtà quotidiana, il paesaggio toscano e i borghi della Liguria, i ritratti, la vita domestica – buffissimo e incredibilmente innovativo Le faccende di casa di Adriano Cecioni –, il duro lavoro nei campi, e non mancano i soldati e le battaglie risorgimentali combattute attorno al 1860.
Silvestro-Lega-L’elemosina-1864-olio-su-tela-cm-718x124.-Collezione-privata-726x420Colpisce inoltre la sezione sui “pittori amatori”, interessantissima poiché svela il rapporto privilegiato che si instaurò tra i macchiaioli e altri artisti che, pur seguendo un diverso orientamento, crearono una straordinaria sintonia di affetti. Ne è esempio il macchiaiolo Cristiano Banti il quale, una volta arricchitosi, sostenne con molti acquisti i colleghi meno fortunati.
Una riscoperta dunque, condotta, attraverso punti di vista privilegiati e inediti, su un gruppo di pittori che ebbero forse il difetto di “precorrere troppo”, come evidenzia ancora Matteucci, scontando una certa marginalità che ora la mostra di Padova risarcisce.

Autore: Marta Santacatterina

Fonte: www.artribune.com, 7 gen 2021

ROMA. Galleria Colonna, una collezione di capolavori.

La Galleria Colonna offre talmente tanti stimoli da poter soddisfare pubblici diversi. È lo spettacolo del Barocco su un palcoscenico di prestigio, difficile trovare qualcosa di simile. Come comunicare all’esterno la ricchezza, varietà, unicità di questa collezione privata e richiamare nuovi visitatori? Abbiamo intervistato Patrizia Piergiovanni, responsabile della Galleria Colonna, per scoprire alcuni segreti di una formula che non si adagia sulla straordinarietà delle opere e del contesto ma, attenta alle nuove tecnologie e ai nuovi media, mira ad allargare il bacino di diffusione e di conoscenza dei suoi contenuti.
La-Sala-del-Baldacchino.-Palazzo-Colonna-RomaQuando si deve gestire la comunicazione di una delle gallerie di quadri più affascinanti al mondo, non solo per la ricchezza della collezione ma per la straordinarietà della storia e del contesto, si potrebbe peccare di retorica. Qual è secondo te la giusta strategia da adottare?
Sono sempre a favore della semplicità. Il primo aspetto imprescindibile è avere sempre chiaro a chi ci stiamo rivolgendo. Occorre una comunicazione di tipo divulgativo, comprensibile da tutti e non soltanto dagli addetti ai lavori.
Cosa senti di aver apportato con il tuo lavoro a questo posto unico e delicato? Mi vuoi parlare della comunicazione così dinamica e attuale che promuovi sui social?
Ritengo che nell’era della globalizzazione la comunicazione attraverso i canali digitali sia di fondamentale importanza. In due anni abbiamo raggiunto oltre 16mila follower sulla nostra pagina Instagram. Per noi si tratta soprattutto di persone e non di numeri. Durante il periodo del lockdown della scorsa primavera, abbiamo creato il progetto Racconta il tuo Museo per mantenere costante il contatto con i visitatori. È stata straordinaria l’adesione, siamo arrivati a pubblicare 43 interventi, video o podcast, delle vere e proprie “pillole d’arte”, coinvolgendo non solo qualificati addetti ai lavori ma anche giovanissimi studenti.
Qual è l’importanza delle nuove tecnologie e di social quali Instagram per musei e gallerie di elevato spessore (per storia e proposte espositive), secondo il tuo parere?
È fondamentale. L’importante è veicolare sempre dei contenuti di qualità. Non si può fare “copia e incolla”, bisogna optare per una comunicazione snella ed efficace. Mi sto incuriosendo sempre più e continuo ad apprendere dai giovani che sono esperti professionisti del settore.
Avete aperto da pochi anni il Padiglione Pio, dedicato alla Principessa Donna Sveva Colonna, quali sono i punti di forza del Casino a parte gli incredibili arazzi di manifattura del Gobelins?
Questa inaugurazione mi riempie di orgoglio. Nonostante sia un’ala di dimensioni contenute rispetto agli spazi monumentali a cui siamo già abituati (la grandiosa Galleria Colonna e l’appartamento rinascimentale della Principessa Isabelle), è di elevato pregio artistico. Le volte sono decorate con affreschi della fine del XVI secolo, a fondo oro, ispirati alle stanze di Raffaello in Vaticano, gli arazzi raffiguranti le Battaglie di Alessandro Magno (XVII secolo) derivano dai dipinti straordinari del pittore e decoratore francese Charles Le Brun, personaggio di spicco alla corte del Re Sole.
Considerando la splendida volta dipinta dal Pinturicchio, il ciclo politico, gli episodi di virtù femminili, cosa consideri più interessante dei soggetti iconografici e cosa dell’apparato figurativo in generale?
È difficile scegliere un particolare soggetto iconografico, gli affreschi della volta nel loro insieme costituiscono un capolavoro assoluto. L’aspetto che trovo più straordinario è il fatto che, nei secoli successivi, le decorazioni si siano sempre integrate con quelle preesistenti senza mai distruggere nulla. La vera essenza del mecenatismo artistico.
Quale sala trovi più preziosa tra quelle degli appartamenti di Isabelle?
È arduo scegliere. Se ti rispondo di getto, ti direi il Salottino Rosa, con la predominante di autori fiamminghi del Cinque/Seicento, in particolare, mi perdo nei dettagli miniaturistici che riesce a creare il talentuoso Jan Brueghel il Vecchio nei suoi magnifici rametti con scene di soggetti infernali. Se considero l’importanza artistica, non posso non considerare il Pinturicchio e l’anta del Polittico del ferrarese Cosmè Tura nella Sala della Fontana. Lo stesso ragionamento vale per la collezione più importante al mondo delle Vedute dell’olandese Vanvitelli, nella sala omonima. Ma anche il mare in tempesta che dipinge Pieter Mulier nella sala che prende il suo nome, la Sala del Tempesta, per l’appunto.
La-Sala-della-Cornucopia.-Palazzo-Colonna-RomaQuale capolavoro consideri la gemma della collezione, nonostante non sia ancora riconosciuto come tale?
Ritengo che tutta la collezione del Settecento non sia tenuta nella giusta considerazione. Questo è inevitabile dal momento che le opere rinascimentali e dell’età barocca sono dei capolavori sommi. Nello specifico, le due tele di soggetto mitologico di Andrea Locatelli (in collaborazione con il pressoché sconosciuto Giuseppe Tommasi), raffiguranti la Nascita di Bacco e La Nascita di Giove, in prima tela, sono straordinari. Fermatevi ad ammirarli quando tornerete in visita. Si trovano nel Salottino Rosa.
La collaborazione tra Carlo Maratta e Gaspard Dughet nel Paesaggio con Giudizio di Paride e ritratti en travesti di Lorenzo Onofrio Colonna come Paride e Maria Mancini come Venere ci raccontano di un periodo florido della famiglia e di questi due personaggi ? Maria Mancini, nipote del cardinale Mazzarino ? soliti dare feste memorabili e mascherate carnevalesche. Vuoi raccontarmi qualche episodio? A quali personalità della famiglia Colonna ti senti idealmente più connessa?
Hai toccato un argomento a me davvero molto caro. Mi sono occupata del cardinale Mazzarino varie volte nei miei studi e ho evidenziato come la sua ascesa e la sua incredibile carriera si siano generate anche grazie all’intermediazione dei Colonna.
Sono molto affascinata dalla figura di sua nipote, Maria Mancini. Donna di straordinaria bellezza e intelligenza, colta, è grazie a lei che il palazzo divenne il fulcro delle sontuose feste barocche nel secondo Seicento, dopo il matrimonio con il principe Lorenzo Onofrio Colonna.
I personaggi che amava interpretare durante i vari festeggiamenti erano le maghe celebri per le loro doti magiche e per la loro avvenenza, tipo Circe o Armida (l’eroina della Gerusalemme Liberata). Ma la sua preferita era Venere, dea dell’Amore. Nel quadro a cui fai riferimento, il principe troiano Paride (che si narrava fosse il mortale più bello) altri non è che suo marito Lorenzo Onofrio, ritratto mentre consegna il pomo d’oro a Venere/Maria.
Nella Galleria Colonna si può apprezzare una testimonianza veramente pregevole dell’attività artistica di una donna: l’autoritratto su carta applicata su tavola di Sofonisba Anguissola. Quali sono le protagoniste non solo della collezione ma della famiglia Colonna che credi abbiano lasciato un segno indelebile del loro passaggio?
Ci vorrebbe una giornata intera per rispondere a questa domanda. Moltissime. Ognuna a modo suo. A partire da Vittoria Colonna, musa ispiratrice di Michelangelo, i due si scambiarono rime e poesie straordinarie, nutrendo una stima e un affetto reciproco, sconfinato. La dama pittrice, Sofonisba Anguissola, a cui hai fatto riferimento, è una delle gran donne del Rinascimento. La nostra opera è straordinaria, firmata e datata 1558, un anno prima del suo debutto alla corte di Spagna di Filippo II, quale dama di compagnia della sua terza moglie Isabella di Valois. Sono molto affezionata a quest’opera. Ho avuto l’onore di poterne parlare in una conferenza all’Auditorium del Museo del Prado nel novembre del 2019, 400 persone rimaste ad ascoltarmi in assoluto silenzio per due ore di fila. Un sogno. Sofonisba se lo merita assolutamente. Eravamo presenti alla straordinaria mostra su Sofonisba e Lavinia Fontana, organizzata nell’ambito delle celebrazioni per il Bicentario del museo.
Ma tantissime altre protagoniste sono fondamentali. Per rimanere sintetiche, direi che la protagonista assoluta del Novecento, con cui il Palazzo è tornato ai fasti antichi, è la nonna degli attuali principi, la principessa Isabelle Sursock Colonna. Tra le tante iniziative mirabili e lungimiranti, fece murare le opere in sale nascoste per proteggerle durante La Seconda Guerra Mondiale dall’attacco dei nazisti. Se non ci fosse stata lei, chissà cosa sarebbe potuto succedere.
Il paesaggio è il protagonista in alcune stanze degli appartamenti di Isabelle.
Jan Brueghel il Vecchio, Giovanni Francesco Grimaldi, Andrea Locatelli, van Bloemen, Jan Soens, van Lint, il Civetta, Paul Bril ci trasportano in incanti naturali, onirismi fiamminghi, ambientazioni selvatiche e notturni mozzafiato ? per non parlare dell’impressionante Enea condotto agli Inferi dalla Sibilla Cumana. Quali sono i capolavori imprescindibili e a quali quadri ti senti più affezionata, anche considerando la tua ricerca personale?
In parte ho già anticipato la risposta. Gli autori fiamminghi mi affascinano. Mi riportano alla passione di gioventù, quando per la tesi di laurea ho trascorso un tempo indimenticabile tra Bruxelles e Anversa. Amo Jan Brueghel il Vecchio, ma anche Maerten de Vos fino a Rubens e van Dyck.

Info: www.galleriacolonna.it

Autore: Giorgia Basili

Fonte: www.artribune.com, 3 gen 2021

FIRENZE. Il nuovo allestimento della Sala del Beato Angelico al Museo di San Marco.

I suoi affreschi custodiscono il silenzio della preghiera perché la profonda spiritualità della sua pittura è percorsa da una luce quieta che ci restituisce l’eleganza di figure espressive che racchiudono la bellezza della fede. Sedici capolavori di Beato Angelico, “eccellente pittore” e “ottimo religioso”, come lo definì Giorgio Vasari, tornano al pubblico grazie ad una rinnovata esposizione: la nuova “Sala del Beato Angelico” del Museo di San Marco è stata interamente riallestita grazie alla disponibilità dei Friends of Florencee questo prestigioso intervento chiude idealmente le celebrazioni per i 150 anni del Museo.
3-Riallestimento-Sala-del-Beato-Angelico-a-FirenzeLe opere seguono oggi una coerente successione cronologica e il nuovo allestimento cambia radicalmente rispetto a quello realizzato nel 1980 dall’allora direttore Giorgio Bonsanti, grazie alle nuove strutture e a una illuminazione tecnologicamente aggiornata.
“Il nuovo allestimento”, sottolinea Angelo Tartuferi, direttore del Museo di San Marco, “riporta alla ribalta internazionale l’incomparabile nucleo di dipinti angelichiani, finalmente con un’illuminazione adeguata, che susciterà la meraviglia anche da parte degli studiosi. La visita è arricchita nei contenuti da didascalie e pannelli in italiano e in inglese, che presentano anche le ricostruzioni dei complessi pittorici originari, illustrando le loro parti oggi conservate in altri musei in Italia e all’estero. Questi apparati offrono al visitatore anche la misura della notevole dispersione che purtroppo ha interessato la vasta produzione del grande maestro”.
2-Riallestimento-Sala-del-Beato-Angelico-a-FirenzeTanti i capolavori che si aprono ai visitatori a partire dalla Deposizione dalla Croce, eseguita per la cappella di Palla Strozzi, che si più ammirare all’inizio del percorso espositivo, fino al Giudizio finale, al trittico per la Compagnia di San Francesco in Santa Croce, ultimato intorno al 1430, per continuare con opere come la pala di Annalena, la pala di San Marco, il Tabernacolo dei Linaioli, e dipinti di dimensioni minori, come le tavole dell’Armadio degli Argenti, le raffinatissime predelle o i reliquari.
“Adesso tutti potranno vedere le opere del Beato Angelico con un allestimento che esalta la maestria dell’artista in modo straordinario” precisa Simonetta Brandolini d’Adda, Presidente di Friends of Florence.
Riallestimento-Sala-del-Beato-Angelico-a-FirenzeNel museo di San Marco non resta che osservare la raffinatezza delle sue opere che ancora oggi ci restituiscono tonalità vivaci, perfezione tecnica e l’indole delicata di uno dei più grandi maestri del primo rinascimento.

Autore: Anna Amoroso

Fonte: www.artribune.com, 3 gen 2020

COLORNO (Pr). La grande mostra dei tesori dei Duchi di Parma nella Reggia di Colorno.

Dal Palazzo del Quirinale, per lo spazio di questa mostra, eccezionalmente tornano alla Reggia di Colorno le preziosissime porcellane che Luisa Elisabetta di Francia e il Consorte Filippo di Borbone qui utilizzavano per i Ricevimenti Ducali e che oggi sono a disposizione per i Ricevimenti di Stato della Presidenza della Repubblica.
Altre, ed altrettanto preziose, porcellane delle manifatture di Meissen, Sèvres, Vincennes, Chantilly e Doccia, sempre appartenenti a quello che era il Patrimonio Ducale, torneranno “a casa” dalle Gallerie degli Uffizi, dal Museo della Villa Medicea di Poggio di Caiano, dai Musei Reali di Torino, accompagnate da documenti e quadri concessi dall’ Archivio di Stato, dai Musei della Pilotta di Parma e dalla Fondazione Cariparma
Riunite per la prima volta dopo la dispersione dei tesori d’’arte delle Regge parmensi che prese il via nel 1859, quando il Ducato di Parma e Piacenza venne cancellato per essere, l’’anno successivo, inglobato nel nuovo Regno d’’Italia.

Info:
Provincia di Parma – Ufficio stampa
Tel. 0521 931 583 – Cell. 335 7413 048
www.provincia.parma.itufficiostampa@provincia.parma.it
La mostra si terrà in Reggia dal 13 marzo al 6 giugno 2021