Archivi autore: Redazione

Giuseppe Novello, pioniere della satira di costume.

È considerato uno dei pionieri della satira di costume nel nostro Paese, anche se Giuseppe Novello (Codogno, 1897-1988), figlio di un direttore di banca, viene avviato fin da giovane a una carriera impiegatizia, nonostante il fatto che il fratello della madre, Giorgio Belloni, fosse un artista di una certa fama.
Da giovane Giuseppe frequenta lo studio dello zio e, dopo una laurea presa per accontentare il padre, nel 1919 si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Milano e comincia una carriera da pittore, dedicandosi a paesaggi e ritratti figurativi di matrice accademica, esposti in quattro edizioni della Biennale di Venezia e della Quadriennale.
Ma il suo destino artistico è un altro, e Novello lo scopre quasi per caso, pochi anni dopo aver combattuto come membro del battaglione alpini Tirano nella battaglia di Caporetto, quando nel 1925 comincia a collaborare con la rivista L’Alpino, dove firma le sue vignette satiriche con il numero 46. Nella redazione del quindicinale incontra il giornalista Paolo Monelli, che gli chiede di pubblicare il libro di vignette La guerra è bella ma scomoda, che esce nel 1929.
Con l’amico Monelli comincia a frequentare l’osteria Bagutta, dove incontra il fior fiore degli scrittori milanesi, da Orio Vergani a Riccardo Bacchelli, oltre ad alcuni salotti letterari della città. Sempre grazie a Monelli comincia una collaborazione con la Gazzetta del Popolo, dove negli Anni Trenta pubblica tre reportage: un viaggio alla ricerca dei “monumenti più brutti d’Italia” nel ’32, un tour gastronomico nel ’34 e un itinerario turistico nelle principali località di villeggiatura del Nord Italia nel 1936.
Una-vignetta-di-Giuseppe-Novello-1-1-317x420Durante la Seconda Guerra Mondiale torna al fronte come alpino, combatte in Russia e dopo essere ritornato in Italia nel 1943 viene fatto prigioniero e condotto in un lager tedesco a Wietzendorf, in Bassa Sassonia. Due anni dopo i giornali svizzeri diffondono la notizia della sua morte, e sulla stampa italiana fioriscono i necrologi. Pochi mesi dopo però Novello torna in patria vivo e vegeto, e Dino Buzzati commenta: “Il redivivo che si gode i propri elogi funebri è abbastanza novelliano, ci sembra”. Alla triste notizia Silvio Negro aveva commentato: “La morte, quando è ingiusta, colpisce di regola i migliori”. E Novello risponde: “Evidentemente e per fortuna non sono tra quella eletta schiera”.
La sua satira puntuale e tagliente ha un enorme successo a partire dal 1948, quando Novello comincia una collaborazione settimanale con La Stampa che durerà fino al 1965.
Vive nel suo paese natale, Codogno, dal quale non si allontana quasi mai, e trascorre una vita tranquilla e abitudinaria. “Faccio il pendolare tra disegno e pittura”, confessa, e racconta con le sue vignette la classe borghese italiana, con le sue manie e le sue miserie. “Le vignette di Novello sono un marchingegno accurato, una bilancia a tre piatti in cui il peso comico è distribuito tra disegno, titolo e didascalia. Il tratto è sinuoso e incisivo, nitido”, puntualizza Matteo De Giuli sul sito Il Tascabile.
Se gli Anni Cinquanta gli sono familiari, davanti al boom degli Anni Sessanta appare sgomento: “Il suo sguardo elitario, antimoderno, non riesce a leggere l’Italia del boom”, aggiunge De Giuli. Novello non sa come raccontare il nuovo decennio e si ritira dall’illustrazione per tornare alla pittura, che aveva abbandonato per timidezza nel 1940, dopo aver vinto un premio alla Biennale. “La pittura è innocua: uno che dipinge non dà fastidio a nessuno”, dichiara. Oggi la memoria di Giuseppe Novello, autore di volumi di vignette pubblicati da Mondadori come Il signore di buona famiglia, Che cosa dirà la gente o Resti fra di noi, è affidata ad alcune opere esposte nella sala della Pro Loco di Codogno e a una sala a lui dedicata alla Fondazione Lamberti.

Autore: Ludovico Pratesi

Fonte: www.artribune.com, 7 nov 2021

MILANO. L’Annunciazione di Tiziano Vecellio illumina l’inverno.

È l’Annunciazione di Tiziano Vecellio (1490-1576), il Capolavoro per Milano 2021, iniziativa giunta alla sua XIII edizione. La tela di grandi dimensioni (280×193 cm), opera della piena maturità del maestro veneto, caratterizzata dalla vibrante ricerca luministica, proveniente dal Museo e Real Bosco di Capodimonte di Napoli, in deposito dalla chiesa di San Domenico Maggiore a Napoli, patrimonio del Fondo Edifici di Culto amministrato dal Ministero dell’Interno, è esposta dal 6 novembre 2021 al 6 febbraio 2022, al Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano.
“L’arte è un’espressione intellettuale – afferma Sylvain Bellenger, direttore del Museo e Real Bosco di Capodimonte – e come tale deve viaggiare, così come viaggiano le idee e gli uomini. Per questo Capodimonte è felice di essere presente a Milano con uno dei capolavori della scrittura magica di Tiziano. La pittura e le arti hanno la capacità di farci sentire e rivelare mondi che sfuggono ai limiti delle parole: l’Annunciazione di Tiziano è più che un’Annunciazione è una illuminazione”.
Eseguito attorno al 1558, il dipinto è stato realizzato da Tiziano per la famiglia Pinelli, banchieri e mercanti di origine genovese trasferitisi a Napoli, per la loro cappella dedicata da Cosimo Pinelli alla Vergine Annunciata nel 1575, che si trovava nel transetto della chiesa napoletana di San Domenico Maggiore, l’unica al mondo ad aver conservato insieme dipinti di Raffaello, Tiziano e di Caravaggio.
Firmata “Titianus f” sull’inginocchiatoio, l’opera costituisce uno dei capisaldi della maturità dell’artista e rappresenta un raro episodio di pittura veneta nella Napoli del Cinquecento. Eseguita alla fine degli anni cinquanta, la tela rivela i più alti raggiungimenti del Tiziano maturo evidenti negli straordinari effetti luministici, in particolare nelle scintillanti vesti nell’angelo, in damasco rosa e argenteo, intessuto di fili d’oro, nella resa dei bagliori che intridono la materia pittorica e nella libertà della composizione. Lo spazio è dominato da una sola presenza architettonica, l’imponente colonna alle spalle della Vergine, mentre sullo sfondo, a sinistra, si apre uno scorcio con un paesaggio autunnale, con toni di marrone e rosso che spiccano sull’azzurro del cielo.
Le figure in primo piano presentano una cromia giocata sui toni del rosso e dell’oro: la Vergine si raccoglie umilmente con le braccia incrociate sul petto, mentre l’angelo la raggiunge con un gesto dinamico e dal cielo scende un fascio di luce contornato da un turbinio di angeli.
La mostra, realizzata con il sostegno di Fondazione Bracco, è una delle iniziative celebrative dei primi vent’anni di vita e di attività del Museo Diocesano, che vede, tra le altre, ICONS Un murale partecipato per il Museo Diocesano, realizzato da Orticanoodles con il sostegno di Fondazione di Comunità Milano onlus, e l’esposizione dal 25 novembre 2021 al 6 febbraio 2022 del settecentesco presepe di Francesco Londonio, entrato a far parte della collezione del Museo Diocesano nel 2018 e recentemente restaurato nell’ambito del progetto Restituzioni di Intesa Sanpaolo. Catalogo SilvanaEditoriale. Un capolavoro per Milano gode del patrocinio della Regione Lombardia, del Comune di Milano, dell’Arcidiocesi di Milano.

Info:
L’Annunciazione di Tiziano dal Museo e Real Bosco di Capodimonte di Napoli
Milano, Museo Diocesano Carlo Maria Martini (p.zza Sant’Eustorgio, 3)
6 novembre 2021 – 6 febbraio 2022
Orari: martedì- domenica, 10-18 – Chiuso lunedì

Biglietti:
intero, € 8,00
Ridotto e gruppi, € 6,00
Scuole e oratori, € 4,00
È consigliata la prenotazione alla mail info.biglietteria@museodiocesano.it
T. +39 02 89420019; www.chiostrisanteustorgio.it

Fonte: www.stilearte.it, 8 nov 2021

ROMA. La mostra su Plautilla Bricci pittrice e architettrice.

Alle Gallerie Corsini di Roma c’è Una rivoluzione silenziosa. Plautilla Bricci pittrice e architettrice, la prima personale dedicata alla pittrice e architetta Plautilla Bricci (Roma, 1616 – post 1690).
Sui manifesti occhieggia il Ritratto di architettrice (probabile effigie della Bricci) che anima la curiosità nei confronti di questa misteriosa artista del Seicento. Una delle sue opere è la cappella di San Luigi, proprio accanto alla Cappella Contarelli di Caravaggio nella chiesa dei Francesi, che la elevò tra i contemporanei “pel valore nell’arte della pittura e architettura”, come riporta Filippo Baldinucci alla fine del Seicento.
Una-rivoluzione-silenziosa.-Plautilla-Bricci-pittrice-e-architettrice-Galleria-Corsini-Ph.-Alberto-Novelli-7-638x420L’esposizione, curata dallo Storico dell’Arte Yuri Primarosa, ha il merito di convogliare insieme, per la prima volta, la produzione grafica e pittorica della Bricci, accanto a opere inedite, o ancora raramente rappresentate, di maestri e colleghi, vicini a lei per poetica o esperienza di vita. L’occasione è stata offerta dal rinvenimento di documenti storici inediti, a lei riconducibili, dalla scoperta di nuove opere e progetti architettonici conservati presso l’Archivio di Stato di Roma. Se ora quest’affascinante figura può finalmente essere restituita alla Storia dell’Arte e riesumata dall’oblio che le era stato accordato, è anche grazie al romanzo storico di Melania Mazzucco, autrice de L’architettrice. Abbiamo intervistato il curatore Yuri Primarosa per cercare sia di delineare il progetto espositivo sia di abbozzare un ritratto, seppur sommario, dell’unica architetta donna nell’Europa preindustriale a noi conosciuta.
Partiamo dall’allestimento. Quali sono le linee principali che hai seguito?
Una-rivoluzione-silenziosa.-Plautilla-Bricci-pittrice-e-architettrice-Galleria-Corsini-Ph.-Alberto-Novelli-8Aprono la mostra due dipinti emblematici: un magnetico Ritratto di architettrice oggi a Los Angeles, acutamente riconosciuto da Gianni Papi, che con buona probabilità tramanda le vere sembianze di Plautilla, e l’enigmatica Ragazza col compasso della Galleria Spada – riferibile a mio avviso alla fase matura di Angelo Caroselli – entrata nell’immaginario collettivo quale effigie ideale della nostra architettrice dopo la recente pubblicazione della sua biografia romanzata. Segue una serrata selezione di oggetti strettamente legati all’ambiente in cui Plautilla visse e operò, suddivisi in sei sezioni tematiche: disegni, incisioni, libri, paramenti ricamati, dipinti, sculture e progetti architettonici, accanto a capolavori inediti o poco conosciuti dei grandi maestri a lei più vicini (Gian Lorenzo Bernini, Pietro da Cortona, Giovan Francesco Romanelli). Una scelta che mette bene in evidenza la variegata produzione del barocco romano, nonché l’eccezionale versatilità artistica della Bricci.
Quali sono le qualità di quest’artista? In cosa la trovi differente rispetto agli artisti del primo arco del Seicento e in cosa si allinea rispetto al caravaggismo?
Le migliori prove pittoriche di Plautilla datano tutte alla seconda metà del Seicento e sono per questo fuori, per cronologia e stile, dal gusto caravaggesco. L’artista conia un suo linguaggio particolarissimo, messo a fuoco in questa mostra per la prima volta: l’eredità tardo-manieristica appresa nella bottega di suo padre Giovanni è tradotta dalla Bricci in chiave “barocca” grazie al rapporto con Pietro da Cortona, Andrea Sacchi, Giovan Francesco Romanelli e con i pittori attivi nel vivace ambiente filo-francese animato dall’abate Elpidio Benedetti, suo principale committente.
Una-rivoluzione-silenziosa.-Plautilla-Bricci-pittrice-e-architettrice-Galleria-Corsini-Ph.-Alberto-Novelli-9-696x464Un’artista che è stata riportata a galla dal romanzo di Melania Mazzucco ma che sinora era rimasta nell’oscurità. Perché era necessario riscoprirla? Se dovessi tratteggiare il profilo di Plautilla in quanto donna del suo tempo cosa riterresti importante sottolineare?
Si tratta di una donna straordinaria e di un’artista di talento. Ciò che ai nostri occhi colpisce della sua vita e della sua carriera è la capacità di affermarsi in settori fino a quel momento preclusi al mondo femminile. Al tempo presente Plautilla consegna la sua rivoluzione silenziosa, quasi disinnescando le categorie che imbrigliavano la vita professionale e sociale delle sue colleghe secentesche. Né moglie, né monaca, né zitella in casa di parenti, ma signora romana, prima artista universale e donna “libera”.
A proposito del romanzo di Melania Mazzucco, cosa trovi di essenziale e crucialmente vero nel suo ritratto di Plautilla?
Leggendo L’architettrice di Melania Mazzucco si rivivono gli anni splendidi della Roma barocca attraverso gli occhi di una singolare figura di artista, tra le molte ingiustamente dimenticate del nostro Seicento. Quegli occhi tanto speciali sono quelli dell’unica architetta di professione dell’Europa preindustriale. L’invenzione letteraria, che restituisce carne e sangue alla vita della protagonista, poggia sull’affilata sensibilità dell’autrice e su uno studio serio, frutto di una paziente ricerca bibliografica e d’archivio: un modo di narrare già sperimentato con successo dalla Mazzucco nelle biografie storico-letterarie dedicate a Tintoretto e a sua figlia Marietta. Ed ecco allora che aridi atti notarili, antichi libelli e censimenti parrocchiali – apparentemente poco significativi per gli storici dell’arte – diventano lo scheletro di un ingranaggio perfetto, in cui verità storica e fiction si sposano per ridare voce a protagonisti e comprimari di quel “gran teatro del mondo” che era la Roma del XVII secolo.
Quali sono le altre figure di artiste che hanno risentito di questo oscuramento da parte della storia e del patriarcato, che invece meritano di avere più attenzione nell’attualità?
Non amo guardare alle donne artiste del Cinquecento o del Seicento come una categoria storiografica. Ciascuna di loro ha una storia a sé. Le professioniste più talentuose di quel periodo sono tutte note agli studi, anche se molto ancora resta da fare. Mi piacerebbe saperne di più su Lucrina Fetti, ad esempio, monaca-pittrice sorella del più famoso Domenico, o della nobile dilettante romana Caterina Ginnasi, allieva di pittori famosi come Gaspare Celio e Giovanni Lanfranco. Figure che ancora attendono di riemergere dall’oblio con nuove opere e tracce documentarie.

Autore: Giorgia Basili

Info:
Una rivoluzione silenziosa. Plautilla Bricci pittrice e architettrice, dal 5 novembre 2021 al 19 aprile 2022
Galleria Corsini – Via della Lungara, Roma
https://www.lincei.it/it/palazzo-corsini

Fonte: www.artribune.com, 7 nov 2021

Marc Chagall – Come definire il suo stile.

Marc Chagall (Vitebsk, 7 luglio 1887 – Saint-Paul-de-Vence, 28 marzo 1985) è stato un pittore russo naturalizzato francese, d’origine ebraica. Inizia l’attività in Russia, ma è durante il suo primo soggiorno a Parigi che rimane colpito dalle ricerche sul colore dei Fauves e da quelle di Robert Delaunay.
Il suo mondo poetico si nutre della fantasia infantile e alla potenza trasfigurante delle fiabe russe. La semplicità delle forme, lo collega al primitivismo della pittura russa del primo Novecento e lo affianca alle esperienze di Natal’ja Sergeevna Gončarova e di Michail Fedorovič Larionov.
Con il passare del tempo, il colore, nei quadri di Chagall, supera i contorni dei corpi espandendosi sulla tela. Così le figure si espandono in macchie o fasce di colore, secondo modalità operative simili a quelle degli artisti degli anni Cinquanta che aderivano alla corrente del Tachisme (da tache, macchia).
marc-chagall-1Qual è lo stile di Chagall? Potremmo parlare di fauvismo onirico. Colori potenziati in modo espressionista – come Van Gogh -, deformazioni – qui gioiose – delle figure, primitivismo, joie de vivre matissiana. I suo dipinti non hanno nulla della scientificità del rilevamento surrealista del sogno, nonostante si inseriscano in una dimensione onirica, che egli coglie sia dal proprio passato che, come appare evidente, da un’osservazione delle opere di Gustave Moreau (Parigi, 6 aprile 1826 – Parigi, 18 aprile 1898), pittore simbolista che mostra un mondo sovrannaturale, popolato di creature spirituali, che si collocano tra gli uomini e gli angeli.
L’artista sceglie il punto di vista dell’infanzia e riproietta – noi italiani diremmo: pascolianamente – i propri ricordi e le proprie emozioni attraverso l’occhio incantato del bambino. Ogni sua osservazione genera lo stupore che abbiamo dimenticato. Il mondo privo di gravità consente a meravigliose creature di librarsi nel cielo, come angeli. Non esiste gravità, pensiero negativo, dolore che non sia celestialmente compensato, nei quadri dell’artista.
L’occhio infantile è selettivo rispetto al meraviglioso e decontestualizza, come avviene in Chagall, un personaggio, un particolare, un animale, ritagliandolo dal “rumore di fondo” del contesto per conferirgli un’evidenza assoluta. Anche l’artista pare ritagliare i propri personaggi, accostandoli spesso, tra loro, con volute difformità proporzionali. Il volo e la leggerezza appartengono a questa dimensione gioiosa. Quella del biblico Cantico dei cantici. E’, infatti, il grande amore tra l’uomo e la donna a consentire agli adulti di tornare a una felicità senza peso. simili – per certi aspetti – alla gioia perduta dell’infanzia.

Fonte: www.stilearte.it, 6 nov 2021

VENARIA REALE (To). Esposizione del dipinto restaurato di Palma il Giovane.

In occasione del quattordicesimo anno di apertura, La Venaria Reale presenta il restauro del prezioso dipinto di Palma il Giovane (1548/50 – 1628) dedicato alla Celebrazione della vittoria della battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571, allestito presso la Sacrestia della Cappella di Sant’Uberto da alcuni mesi.
Si tratta di un quadro di dimensioni gigantesche (335 x 671,5 cm), in prestito dalla Villa San Remigio di Pallanza sul lago Maggiore, acquistata nel 1977 dalla Regione Piemonte e data in comodato alla Città di Verbania.
L’opera, realizzata per la Cappella del Rosario della chiesa di San Domenico di Brescia distrutta nel 1883, a 450 anni dall’evento che raffigura è ritornata splendidamente leggibile grazie ad un accurato intervento che per quasi 2 anni ha impegnato 10 restauratori del Centro Conservazione e Restauro “La Venaria Reale”.
Ancora una volta la Sacrestia della Cappella di Sant’Uberto presenta una importante opera restaurata, la monumentale tela con la Battaglia di Lepanto del celebre pittore veneto Palma il Giovane, qui allestita da alcuni mesi dopo un impegnativo intervento del Centro Conservazione e Restauro La Venaria Reale, durato quasi due anni e realizzato grazie anche al contributo del Consorzio delle Residenze Reali Sabaude.
L’esposizione si inserisce nel filone di attività della Reggia di Venaria legate al progetto Salva Italia dell’Arte e della Cultura, inaugurato nel 2012 dalla piccola mostra dossier dedicata al restauro della Crocifissione di Tintoretto dei Musei Civici di Padova, e finalizzato al recupero e alla valorizzazione di opere, magari poco note, del patrimonio artistico italiano.
Il quadro fa parte della collezione della Villa San Remigio a Pallanza sul Lago Maggiore, acquisita nel 1977 dalla Regione Piemonte e data in comodato alla Città di Verbania. Da qui provengono anche le due Allegorie di Paolo Veronese, che dal 2014 fanno bella mostra di sé alla Reggia di Venaria, costituendo così un importante nucleo di opere venete.
Si tratta di un dipinto di destinazione sacra, come dichiara la processione di confratelli domenicani, che portano la statua della Madonna del Rosario, a cui la battaglia di Lepanto fu consacrata. Tale presenza rimanda all’originaria provenienza. Venne infatti commissionato a Palma il Giovane, pronipote del più noto Palma il Vecchio, insieme a un’altra tela raffigurante Le anime del Purgatorio, perduta, per la cappella del Rosario della chiesa di San Domenico a Brescia, distrutta nel 1883.
La grande tela celebra la vittoria navale del 7 ottobre 1571 che contrappose le potenze cattoliche occidentali e l’Impero ottomano per il controllo del Mediterraneo e che presto divenne un evento simbolico e di propaganda. Presenta uno spazio tripartito verticalmente e orizzontalmente, con la sanguinosa battaglia relegata al secondo piano, in un mare buio che ribolle tra scontri di galere e soldati, incendi e fumi d’artiglieria, tracciata da una pittura veloce e sfaldata.
In primo piano, i vincitori. Gruppi plastici di tre figure si ripetono in sequenza, con veri ritratti lavorati da colore e luce. Al centro, i tre promotori della Lega Santa, Filippo II re di Spagna, papa Pio V e Alvise I Mocenigo doge di Venezia, in atto di ringraziamento, con i rispettivi simboli del potere poggiati sul sontuoso tappeto orientale: la corona, la tiara e il copricapo dogale. A sinistra, le tre Virtù teologali, Carità, Speranza e Fede. A destra, i tre ammiragli che vinsero la flotta musulmana nel golfo di Corinto: Marcantonio II Colonna, don Giovanni d’Austria e Sebastiano Venier; infine, l’autoritratto di Palma il Giovane. E ancora, nella parte alta, decurtata, comparivano su nuvole la Trinità, la Vergine e Santa Giustina, patrona dell’evento, accompagnati da angeli, visibili in un bozzetto di collezione privata. Di questo stuolo celeste non resta che un braccio a reggere un frammento di una palma della vittoria.
Di ritorno a Venezia dopo il soggiorno romano, Palma era ormai un affermato maestro sullo scorcio del Cinquecento e inizio Seicento nel panorama pittorico della città lagunare, capace di reinterpretare il linguaggio di Tiziano e Tintoretto. A queste date l’artista, dalla produzione vastissima, si era già misurato su tematiche celebrative, coinvolto in cicli di grande prestigio, come quello della sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale. Tra i molti committenti figurava anche il duca Carlo Emanuele I di Savoia che nel 1582 gli affidò l’incarico di celebrare il padre Emanuele Filiberto con il dipinto raffigurante la Battaglia di San Quintino (Torino, Musei Reali-Palazzo Reale).
Opera matura, dunque, la Battaglia di Lepanto per vicende ancora da ricostruire entrò, probabilmente già a fine Ottocento, nelle collezioni del marchese Silvio della Valle di Casanova e della moglie Sophie Browne conservate nella loro Villa con parco arredata in stile neorinascimentale.
Le ricerche svolte in anni recenti (Cristina Moro, 2014) hanno consentito di identificare e riportare alla luce quest’opera che si credeva ormai perduta. Forse è proprio per adattare il telero, con la cornice dorata, alla parete della sala della Musica di Villa San Remigio, che è stata tagliata la metà superiore. Così appare nelle foto storiche che mostrano inoltre, accanto al telero, proprio le due Allegorie di Veronese, anche queste «scoperte» grazie agli ultimi studi.
Il restauro è stato realizzato dal Centro Conservazione e Restauro La Venaria Reale, sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Torino (Bando «Cantieri diffusi» 2018), dal Consorzio delle Residenze Reali Sabaude, dal Comune di Verbania e dai fondi del 5 per mille del Ministero della Cultura. Sotto l’Alta Sorveglianza della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Biella, Novara, Verbano-Cusio-Ossola e Vercelli.

Jacopo Negretti detto Palma il Giovane (Venezia, 1548/1550 circa – 1628), La Battaglia di Lepanto, olio su tela, fine XVI – inizio XVII sec., cm 331×671,5. Pallanza (Verbania), Villa San Remigio, Regione Piemonte (in comodato alla Città di Verbania), esposto alla Reggia di Venaria, Sacrestia.

Info:
Cappella di Sant’Uberto, fino a Domenica, 09 Gennaio 2022
La data di chiusura dell’esposizione è indicativa e potrebbe pertanto subire variazioni.
L’esposizione è inclusa nel percorso di visita ed è visitabile con i biglietti Reggia e Tutto in una Reggia.