Archivi autore: Redazione

Carmine Venezia. Gli strumenti di ricerca dell’archivio provinciale di Trento.

L’articolo è tratto, con alcune modifiche, da una ricerca di dottorato che lo scrivente ha svolto a Benevento e Trento tra il 2016 e il 2021. In questa sede si offre una disanima delle pratiche descrittive attuate dall’Archivio provinciale di Trento fin dalla sua
fondazione, nonché una ricostruzione delle metodologie di ordinamento dei fondi oggetto di descrizione…

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Autore: Carmine Venezia – carmine.venezia@alice.it

Info: apertura
Lunedì e giovedì: 8.30 – 12.30, 14.00 – 16.00
Martedì e mercoledì: 8.30 – 16.00
Venerdì: 8.30 – 13.00
La distribuzione dei materiali è garantita nei seguenti orari:
Lunedì e giovedì: 8.30 – 12.00, 14.00 – 15.30
Martedì e mercoledì: 8.30 – 12.30, 14.00 – 15.30
Venerdì: 8.30 – 12.30
https://www.cultura.trentino.it/Luoghi/Tutti-i-luoghi-della-cultura/Archivi/Archivio-provinciale-di-Trento

Francesca Pandimiglio. Orrore e sconcerto nell’iconografia cristiana in un capitello romanico della Chiesa di San Sisto a Viterbo.

A Viterbo la chiesa romanica di San Sisto (fig. 1), uno degli edifici ecclesiastici più antichi della città citato per la prima volta in un documento del 1068, fu costruita su un tempio pagano, dedicato forse a Venere o alla dea Fortuna, tra il IX e il XIII secolo.
I documenti, riportano che nel rione di Vico Quinzano, già alla fine dell’VIII secolo, nella zona, come ipotizzavano gli storici Pinzi e Signorelli, compresa tra le Fortezze, la Strada Romana e l’attuale chiesa in questione, c’era una piccola pieve, dedicata a San Marco. Le modifiche nel tempo sono state numerose in particolare nel XII secolo, quando l’abside venne incapsulata all’interno delle mura cittadine. Per compensare il dislivello tra il pavimento dell’edificio e le mura, il presbitero venne rialzato notevolmente e nella parte sottostante ad esso venne inglobata l’antica cripta. ..

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Autore: Francesca Pandimiglio – pandimigliofrancesca@gmail.com

Michele Santulli. Il colossale saccheggio.

Un volume non sarebbe sufficiente non ad elencare ma solamente a citare gli episodi e le cronache che costituiscono il grande saccheggio di opere d’arte: la visita ad un qualsiasi museo transalpino ad un certo momento porta a chiedersi: quante opere italiane! Come possibile? Dove sono i controlli? …

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Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

Michele Santulli. Due opere incredibili in vendita a Londra.

E’ un fatto storico, perciò incontestabile, che entrando nei musei e pinacoteche del pianeta la gran parte delle opere in esposizione, specie con riguardo a quadri antichi e a reperti archeologici, hanno origini italiane: come e quando uscite, fa parte di vicende e di avventure e di misteri che sovente hanno dell’incredibile. Ci si chiede solo: come è stato, ed è ancora oggi, possibile.
Si ritiene che il Paese che prima di tutti e in grande quantità ha acquistato anzi fatto incetta di opere d’arte italiane sia stata la Gran Bretagna: iniziatore fu re Carlo I seguito dal figlio Carlo II nel 1600 che acquistarono numerose opere rinascimentali di Maestri dell’epoca e in particolare numerosi disegni di Leonardo e alcuni di Michelangelo; la collezione d’arte della Regina vanta oggi la più ricca raccolta di disegni di Leonardo.
Il grande accaparramento, incetta vera e propria, avvenne nel 1700: a parte le opere del Canaletto da Venezia, la preda gigantesca pari a vera e propria spoliazione fu la trasferta in Inghilterra di migliaia di pezzi di archeologia restituiti dal sottosuolo di Roma e dintorni nel periodo famoso del cosiddetto Grand Tour.
L’Inghilterra a quell’epoca dominava il mondo e la ricchezza era favolosa: sorsero in quantità le celebri residenze e castelli nobiliari ovunque nel Paese, tutti abbisognevoli di oggetti di arredamento, e perciò si consolidò a Roma addirittura una organizzazione di intermediari e di agenti inglesi col compito di rastrellare e spedire in patria opere d’arte di archeologia, di ogni dimensione.
Si immagini la situazione dell’epoca, eppure migliaia di opere d’arte e di sculture a grandezza naturale in marmo arrivarono alle loro destinazioni private, senza parlare dei Musei. Alle opere archeologiche da Roma, si aggiungeranno a partire dalla fine del 1700, grazie soprattutto al loro ambasciatore a Napoli Lord Hamilton, numerose opere dagli scavi di Pompei ed Ercolano, in particolare centinaia di preziosissimi vasi greci.
Non menzioniamo quanto è avvenuto nel 1800 e di che cosa si è privata l’Italia: basti pensare che quasi tutte le opere antiche greche e romane del Museo di Boston, una realtà museale inimmaginabile per le nostre proporzioni, uscirono dall’Italia e lo stesso dicasi per la gran parte dell’archeologia romana del Metropolitan di New York. Non citiamo le addirittura migliaia di vasi greci etruschi quasi tutti da Vulci esportati da Luciano Bonaparte a Parigi e altrove in Europa. Ma qui ci arrestiamo.
E da questo mondo favoloso di opere uscite dall’Italia, vanno in vendita a Londra per ragioni ereditarie nei prossimi giorni due reperti che sono la testimonianza di quale valore e qualità fossero gli oggetti venduti dagli italiani dell’epoca.
E’ il busto di Hermes/Mercurio in marmo rinvenuto in un pantano che si era formato attorno alla Villa di Adriano a Tivoli, recuperato da uno dei due attivissimi antiquari inglesi a Roma e venduto a nobili inglesi: nella vendita all’asta valutato 3-5 milioni di sterline.
Un secondo oggetto rarissimo è un violino Stradivari con ancora nell’interno la etichetta dell’epoca ‘Cremona 1679’ che costituirà anche esso la gloria e l’apoteosi di qualche fortunato. La stima è di 6-9 milioni di sterline. Si può essere più che certi che i prezzi saliranno e si tenga a mente che all’aggiudicazione vanno aggiunti circa 30% per diritti d’asta.
Auguri dunque ai felici compratori e…. condoglianze agli altri.

Autore: Michele Santulli – michele@santulli.eu

 

FIRENZE. Torna al suo antico splendore il Battistero.

Ritrovano il loro antico splendore i mosaici parietali, quelli sulla volta e sull’arco trionfale dell’abside, all’interno del magnifico Battistero di Firenze, decantati anche da Dante che li definì del “bel San Giovanni”. L’intervento ha interessato le otto facciate interne dell’edificio ed è cominciato nel 2017.
Diretto e finanziato dall’Opera di Santa Maria del Fiore con 2 milioni e 600 mila euro e con un contributo della Fondazione Friends of Florence per l’intervento sulla scarsella, il restauro delle pareti interne del Battistero di Firenze è stato condotto sotto l’alta sorveglianza della Soprintendenza ABAP per la città metropolitana di Firenze e le province di Pistoia e Prato, e la collaborazione per le indagini diagnostiche con Università italiane e laboratori specialistici.
In autunno partirà un nuovo e speciale cantiere che permetterà di eseguire anche il restauro dei circa 1.200 metri quadrati di mosaici della cupola del Battistero: l’intervento, che durerà alcuni anni, permetterà ai visitatori di assistere da vicino alle operazioni, per uno spettacolo unico al mondo.
Numerose sono state le scoperte emerse durante il restauro delle otto facciate: dalla tecnica musiva assolutamente originale impiegata nei mosaici parietali, un vero e proprio unicum, alle tracce di foglia d’oro su uno dei capitelli dei matronei, che potrebbe indicare come in origine fossero anch’essi tutti dorati. Dobbiamo dunque immaginare che un tempo il Battistero fosse completamente rivestito d’oro: nei capitelli dei matronei, nei mosaici parietali e nell’immensa cupola mosaicata, un tempo illuminato solo dalle luci delle candele. Si è notato inoltre come i mosaici dell’abside, detta scarsella, si differenziano da quelli parietali sia per la complessità narrativa che per la tecnica di esecuzione: in questi mosaici furono, infatti, impiegate tessere di misura estremamente minuta e una straordinaria varietà cromatica di paste vitree e altri materiali preziosi tra cui il corallo – che ad oggi non risulta essere stato utilizzato altrove nell’arte musiva – a rametti o in sezioni, che vanno a formare delle microscopiche tessere a forma circolare o a goccia. Non a caso sull’antico pavimento in tarsie marmoree – interessato anch’esso da interventi di restauro – che rappresenta anche lo zodiaco, si legge: “Qua vengono tutti coloro che vogliono vedere cose mirabili”.

Fonte: www.artribune.com, 29 lug 2022