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LECCO. Nel segno di Picasso, 100 incisioni.

tagliapiastrelle 090Al PALAZZO DELLE PAURE, dal 23 marzo al 13 luglio 2014
L’esposizione, che celebra i 30 anni della Galleria Bellinzona, presenta i capolavori grafici del genio catalano, dal periodo blu al dopoguerra.
Il Palazzo delle Paure di Lecco (piazza XX settembre 22) ospita dal 23 marzo al 13 luglio 2014 la mostra Nel segno di Picasso, che presenta 100 incisioni del genio catalano per celebrare i trent’anni di attività della Galleria Bellinzona.
La rassegna, promossa dal Comune di Lecco, col patrocinio della Regione Lombardia, propone una serie di capolavori grafici di Pablo Picasso in grado di rivelare la sua evoluzione stilistica, dal cosiddetto periodo blu al dopoguerra.
picasso 2“Per tre decenni la galleria di Oreste Bellinzona – afferma Michele Tavola, Assessore alla Cultura del Comune di Lecco -, nelle sedi di Lecco, Milano e, per un certo periodo, anche di Como, ha dato molto all’arte e ha contribuito alla crescita culturale del territorio, con grande competenza e, soprattutto, con sorprendente originalità. Per questa ragione il Comune di Lecco ha ritenuto doveroso dare vita alla collaborazione che ha portato a realizzare l’importante iniziativa culturale”.
Il percorso espositivo si apre con i Saltimbanchi, realizzati tra il 1904 e il 1906, a cavallo tra i periodi blu e rosa che racchiudono in maniera esemplare l’immaginario figurativo del giovane Picasso. È questa una delle serie più importanti e formalmente più eccelse della storia della grafica, tra cui spicca l’acquaforte su zinco Le repas frugal, uno dei massimi vertici di Picasso che raffigura un uomo e una donna seduti a tavola, avvolti in un’atmosfera grigia e irrequieta e che rispecchia il momento di vita disagiata che Picasso stava attraversando.
picasso 3Quindi, si passa a Sogno e menzogna di Franco (Sueño y Mentira de Franco), incisioni contemporanee a Guernica, che riflettono il periodo tragico della guerra civile spagnola, in cui l’esercito repubblicano si contrapponeva alle milizie fasciste di Francisco Franco, che Picasso ritrasse come un mostro ripugnante impegnato nelle azioni più disdicevoli.
La rassegna lecchese, inoltre, metterà a confronto i fogli creati per illustrare le poesie di Luis de Góngora, poeta del siglo de oro spagnolo, con quelli realizzati per la Carmen di Prosper Mérimée.
Il “Gongora” e la Carmen, i due libri illustrati dal maestro catalano con opere grafiche originali, apparsi tra il 1948 e il 1949, difficilmente sembrano riconducibili alla mano dello stesso artista: barocche, materiche e di gusto fortemente pittorico le prime, essenziali, geometriche, quasi astratte le seconde. Il confronto tra i due volumi dimostra con evidenza la libertà mentale e artistica di Picasso, il suo eclettismo e la sua tecnica inarrivabile.
picasso 4La mostra si concluderà idealmente con la Celestina, la serie di sessantasei lastre, incise all’acquaforte e all’acquatinta apparsa nel 1971, anno in cui Picasso compì novant’anni. In questo caso, Picasso illustra il testo della Tragicomedia de Calisto y Melibea, meglio nota come La Celestina, capolavoro della letteratura spagnola, scritto da Fernando de Rojas nel 1499, concentrandosi sulla figura della mezzana Celestina, sulle sue macchinazioni diaboliche e sui consessi amorosi, con una particolare attenzione, al limite dell’ossessione, per i nudi femminili.
Accompagna l’iniziativa, un catalogo a cura di Paola Gribaudo per la Galleria Bellinzona che riproduce tutte le opere esposte e raccoglie una serie di testimonianze di amici, critici d’arte, giornalisti, collezionisti, professionisti in diversi campi della società civile e un solo artista, Tino Stefanoni, che hanno vissuto in prima persona l’avventura trentennale di Oreste Bellinzona e della sua galleria.
Per tutto il periodo di apertura, l’esposizione sarà animata da una serie di conferenze, visite guidate e attività per famiglie.

Info:
NEL SEGNO DI PICASSO. 100 incisioni dal periodo blu al dopoguerra
Lecco, Palazzo delle Paure (piazza XX settembre, 22)
Orari:  mercoledì 9 – 13; giovedì, 15.30 – 18.30 e 21.00 – 23; venerdì, 15.30 – 18.30
sabato e domenica, 10.30 – 18.30; chiuso lunedì e martedì
dal 1 giugno: mercoledì 9.00 – 13.00; giovedì 16.00 – 19.00 e 21.00 – 23.00; venerdì 16.00 – 19.00; sabato e domenica 11.00 – 19.00; chiuso lunedì e martedì . Ingresso libero
Tel. 0341.481249 – 0341.481247; segreteria.museo@comune.lecco.it; www.museilecco.org
Iniziative collaterali:
Giovedì 27 marzo – Sala Conferenze del Palazzo delle Paure, ore 21.00, incontro con Corrado Mingardi, Perché mi piace far collezione di libri d’artista, soprattutto di Picasso;
Giovedì 8 maggio – Sala Conferenze del Palazzo delle Paure, ore 21.00, incontro con Chiara Gatti, Gli amori di Picasso;
Giovedì 5 giugno – Sala Conferenze del Palazzo delle Paure, ore 21.00, incontro con Flavio Arensi, La danza. Picasso e gli altri. Storia di una rivoluzione.
Visite guidate
Giovedì 3 aprile, ore 21.00 – Michele Tavola
Giovedì 10 aprile, ore 21.00 – Laura Polo
Giovedì 15 maggio, ore 21.00 – Barbara Cattaneo
Giovedì 22 maggio, ore 21.00 – Michele Tavola
Giovedì 12 giugno, ore 21.00 – Barbara Cattaneo
Giovedì 19 giugno, ore 21.00 – Laura Polo
Picasso per i bambini: Attività gratuite per famiglie (bambini dai 3 ai 10 anni accompagnati):
Sabato 5 aprile, 16.00-17.30: Picasso lascia il segno
Sabato 10 maggio, 16.00-17.30: Acrobazie con Picasso
Moduli didattici gratuiti (fino esaurimento) per scuole
Primarie e secondarie di primo grado: Mercoledì 9.00, 9.15, 10.30, 10.45, Sabato 10.30, 10.45
Prenotazioni: MATERIAVIVA SRL; tel. 0341 6730895; posta@materiaviva.eu.

Giuliano VOLPE. Servirebbe una legge di riforma radicale dei beni culturali e paesaggistici.

La riforma del Mibact appena presentata con una bozza di DPCM, dopo il lungo lavoro di riflessione e proposte da parte della Commissione presieduta da Marco D’Alberti, sembra scontentare tutti. Critiche vengono espresse sia dall’interno che dall’esterno del ministero: sul piede di guerra, infatti, sono non solo i sindacati, i funzionari, i dirigenti che vedono in bilico il proprio ruolo, ma anche i docenti universitari, le associazioni culturali e professionali.
La riorganizzazione, in realtà, è l’esito delle norme della spending review e dunque si è risolta – e forse non poteva essere diversamente – in una serie di accorpamenti di direzioni generali e di direzioni regionali. È cioè un’operazione di mera razionalizzazione, che rischia di scontentare tutti, sia chi desidera conservare l’attuale assetto, si chi vorrebbe profondamente innovarlo. Le critiche mosse al decreto colpiscono questo o quell’accorpamento, contestano la perdita di alcune specificità (ad esempio la direzione generale per l’archeologia), individuano il rischio di un ulteriore appesantimento burocratico: sono critiche in larga misura condivisibili, ma che ancora una volta rischiano di limitarsi ad aspetti di dettaglio, per quanto importanti, e in alcuni casi alla difesa di interessi settoriali se non addirittura corporativi.
In realtà bisognerebbe affermare chiaramente che una riorganizzazione (la quinta nel giro di pochi anni) non possa essere effettuata solo in ossequio alla spending review, con una impostazione meramente amministrativa e burocratica, falsamente neutra, ma dovrebbe essere l’esito di un progetto culturale, di una visione, di una idea di patrimonio.
Come avevo già sottolineato a proposito del documento D’Alberti (Il Manifesto, 12 novembre 2013, p. 11), questa riorganizzazione nella sostanza introduce pochi cambiamenti reali, perché conserva lo stesso impianto attuale, accentuando semmai la confusione di funzioni e di ruoli al centro (tra direzioni generali, segretariato, uffici di diretta dipendenza dal ministro) e in periferia (tra Direzioni regionali e Soprintendenze). Le Soprintendenze recuperano maggiore autonomia tecnico-scientifica, con un parziale ritorno al passato, ma resta la coesistenza con le Direzioni regionali, sia pur ridotte di numero. Com’era facile prevedere, senza una chiara visione, una riorganizzazione rischia di tradursi solo in un balletto di poltrone, direzioni, uffici. Si tratta, cioè, di un’operazione tutta interna al ministero, che non tocca ancora una volta i nodi culturali, metodologici e politici del ruolo, del significato, del ‘valore’ del patrimonio culturale e paesaggistico nella società attuale.
Ecco perché è un’iniziativa che personalmente mi appassiona assai poco, così come considero sostanzialmente ispirate a battaglie di retroguardia la maggior parte delle (pur legittime) critiche finora rivolte. Credo si debba essere più radicali e innovativi.
In realtà al nostro Paese servirebbe una riforma vera, organica, della tutela e della valorizzazione del patrimonio culturale e paesaggistico. Per questo non basta un DPCM, serve una legge.
Servirebbe una riforma capace di superare l’attuale frammentazione, figlia di una visione antiquaria e accademica, che separa disciplinarmente le architetture, le opere d’arte, i reperti e le stratificazioni archeologiche. Una riforma in grado di dar vita a strutture territoriali miste e multidisciplinari, affermando finalmente una visione olistica, globale, diacronica e contestuale del patrimonio culturale e paesaggistico, ponendo, cioè, il paesaggio (non inteso solo in senso estetico) al centro dell’azione di tutela. Una riforma che favorisca la collaborazione sistematica tra Mibact e Università, che dia garanzie al mondo del precariato professionale dei beni culturali, che riconosca la centralità delle attività di valorizzazione, comunicazione, di partecipazione democratica. Una riforma, cioè, che ci faccia uscire definitivamente dal Novecento (anzi dall’Ottocento!) e che ci porti finalmente nel XXI secolo.
Una riforma di questo tipo è possibile solo con il coraggio del cambiamento e con una forte volontà di reale innovazione. È questa, a nostro parere, la reale sfida che dovrebbe affrontare il ministro Bray, coinvolgendo tutte le forze innovatrici presenti nel suo ministero, con l’apporto del mondo dell’università, dei professionisti dei beni culturali, dell’associazionismo culturale, della cittadinanza attiva.

Fonte: http://www.patrimoniosos.it/rsol.php?op=getarticle&id=108397

Info: Giuliano Volpe, Componente del Consiglio Superiore per i Beni culturali e paesaggistici del MiBACT, ha inviato le sue riflessioni sul DPCM relativo alla riorganizzazione del Ministero.

TORINO. I De Pisis di Alberto Rossi. Una collezione segreta.

depisis-04Alla GAM fino al 6 aprile 2014.
La Wunderkammer della GAM apre il 2014 con un’importante novità: il progetto, che da quattro anni presenta al pubblico preziosi nuclei del patrimonio grafico del museo, si trasferisce in uno spazio espositivo nuovo, più ampio, attiguo al Gabinetto Disegni e Stampe.
La nuova dislocazione rende più immediata la relazione tra il progetto espositivo e l’ampia collezione grafica conservata nel Gabinetto Disegni e Stampe, ribadendo la specifica vocazione di Wunderkammer: offrire al pubblico saggi sulla qualità e le peculiarità della vasta collezione posseduta dal Museo, tra le maggiori raccolte grafiche italiane, il cui arco cronologico si estende dagli ultimi anni del Settecento alla contemporaneità.
Se il Gabinetto Disegni e Stampe, inaugurato il 6 marzo 2013 grazie al contributo della Consulta per la Valorizzazione dei Beni Artistici e Culturali di Torino, è divenuto in questi primi mesi un punto di riferimento per il pubblico interessato a ricevere informazioni, condurre ricerche e consultare gli originali conservati, la Wunderkammer può da oggi consolidare la sua missione allestendo in questo nuovo spazio rassegne di maggiore ampiezza, che consentono veri e propri approfondimenti rispetto ad autori e temi trattati, con la possibilità di ospitare significativi nuclei di opere appartenenti anche ai fondi grafici di musei italiani e stranieri.
La mostra allestita per l’inaugurazione è dedicata ad un’ampia scelta di acquerelli ed oli di Filippo de Pisis che fanno parte del generoso lascito disposto da Alberto Rossi nel 1956, periodo in cui la Galleria d’Arte Moderna era sollecitata a rafforzare la qualità e l’importanza della propria collezione in vista della riapertura nel nuovo edificio progettato da Bassi e Boschetti (1959).
Uomo di profonda cultura letteraria, artistica, musicale e cinematografica, critico e giornalista, Alberto Rossi (Induno Olona-Varese- 1893 – Torino 1956) fu presenza fondamentale delle pagine culturali de “La Stampa”. In un momento drammatico della sua esistenza, egli volle lasciare alla Galleria la sua raccolta d’arte che comprende anche importanti lavori di Giorgio Morandi, Arturo Tosi, Felice Casorati ed altri artisti del Novecento.
Le opere esposte sono testimonianza del rapporto che unì Rossi a de Pisis e dipendono dalle circostanze dei loro reciproci contatti. La loro scelta consente di descrivere le fasi salienti dello stile di de Pisis e la peculiarità della sua evoluzione in ambito europeo.
Le opere esposte vanno infatti dal dipinto a olio Natura Morta in grigio con caffettiera del 1923, che è un’ interpretazione tipica della generale tendenza classicistica post avanguardistica, a una serie di disegni del periodo parigino (tra 1925 e 1939) che illustrano l’apertura delle forme ad un respiro pittorico senza pari nel panorama artistico, recuperando la libertà della pittura del romanticismo e dell’impressionismo e un’euforia lirica inconfondibile di de Pisis. Oltre a significative opere del successivo periodo milanese (1939-1943), il culmine dell’esposizione consiste in una serie di magnifici fogli e dipinti del periodo veneziano (1943-1948), con nudi, volti di ragazzi e nature morte, caratterizzati da una sconvolgente esuberanza pittorica. Gli ultimi struggenti acquerelli del disperato periodo finale della vita dell’artista, durante i ricoveri a Villa Fiorita a Brugherio presso Milano, attanagliati dalle fasi alterne della malattia, esprimono in dissolvenza diafana un’altissima qualità poetica. Le opere che dalla segretezza discreta della passione artistica di Alberto Rossi emersero alla sua morte come patrimonio destinato ad arricchire la Galleria, sono dunque una guida dal personalissimo carattere, utile alla comprensione del vertiginoso talento e dell’originalità inventiva di Filippo de Pisis.
A curare l’esposizione è stato invitato Luigi Ficacci, sovrintendente alle Belle Arti di Bologna, per anni impegnato all’Istituto Nazionale per la Grafica di Roma. Egli ha collaborato con la GAM sia in occasione della mostra dedicata a Giorgio Morandi allestita da Pier Giovanni Castagnoli nel 2000, sia nel recente catalogo delle collezioni curato da Danilo Eccher che documenta l’allestimento presentato negli anni 2011-2013.

Info:
Orario: martedì – domenica 10-18, chiuso lunedì. La biglietteria chiude un’ora prima.
Ingresso: intero € 10, ridotto € 8, gratuito ragazzi fino ai 18 anni
Centralino tel. 011 4429518 – Segreteria tel. 011 4429595
http://www.gamtorino.it

Autore: Luigi Ficacci

TORINO. Pinot Gallizio.

Alla GAM fino al 6 aprile 2014.
Il primo appuntamento di Surprise nel 2014 è dedicato a Pinot Gallizio in occasione del cinquantesimo anniversario della morte, avvenuta mentre egli stava preparando la sala personale alla Biennale di Venezia del 1964.
Pinot Gallizio (Alba, 1902-1964) teorizzò e praticò tra il 1956 e il 1959 la “pittura industriale”, intervenendo su lunghi rotoli di tela o carta e sperimentando nella Caverna dell’antimateria il passaggio dalla pittura alla costruzione d’ambiente. Il rapporto costante tra teoria e pratica, particolarmente intenso nel periodo della partecipazione all’Internazionale Situazionista di cui fu uno dei fondatori, l’interesse per la relazione tra arte e struttura della materia, le valenze antropologiche e sociologiche che caratterizzarono l’intero percorso di Gallizio aprono alle istanze e alle problematiche della ricerca artistica dei decenni successivi.
Tra il 1962 – con il ciclo delle Notti di Cristallo di cui fa parte la Notte barbara della GAM – e il 1963, la sua pittura si aprì a uno sguardo insieme geologico e cosmico, in cui la sperimentazione materica si traduceva direttamente in invenzione pittorica.
Questa mostra, organizzata in collaborazione con l’Archivio Gallizio di Torino, mette a fuoco quella stagione attraverso una concentrata serie di dipinti del 1963 in cui il segno a spirale si fa via via più teso ed essenziale, mentre la cromia si avvicina progressivamente al nero, colore dominante dell’ultimissima produzione dell’artista.
Surprise sarà inaugurata in concomitanza con la presentazione del dipinto La Notte barbara del 1962, mai inserito prima d’ora nel percorso delle collezioni della GAM. Eccezionale per le dimensioni e per la ricchezza del racconto pittorico, la tela è stata oggetto di un intervento di restauro presso il Centro Conservazione e Restauro La Venaria Reale, in collaborazione con l’Università di Torino.

Info:
Orario: martedì – domenica 10-18, chiuso lunedì. La biglietteria chiude un’ora prima.
Ingresso alle collezioni: intero € 10, ridotto € 8, gratuito ragazzi fino ai 18 anni
Centralino tel. 011 4429518 – Segreteria tel. 011 4429595
http://www.gamtorino.it

TORINO. L’oriente di Alberto Pasini.

pasini 1Museo Accorsi – Ometto, Torino – fino al 29 giugno 2014
A un anno di distanza dalla mostra dedicata ad Antonio Fontanesi, la Fondazione Accorsi – Ometto ospita nelle sale del Museo una rassegna monografica intitolata ad Alberto Pasini.
L’esposizione, curata dal professore Giuseppe Luigi Marini e realizzata in collaborazione con Arte Futura di Giuliana Godio, rappresenta il secondo appuntamento con gli “omaggi” alla pittura dell’800 e affronta il periodo orientalista del pittore emiliano  che nacque a Busseto, in provincia di Parma, il 3 settembre 1826 e morì a Cavoretto il 15 dicembre 1899.
pasini 2Accanto a una sessantina di opere , per lo più di collezionisti privati, sarà esposta per la prima volta una serie di fotografie e di disegni, appartenenti ai discendenti del pittore, testimonianza storica fondamentale per comprendere il vissuto del grande artista.
Esistono numerose analogie tra Fontanesi e Pasini: entrambi attivi nel XIX secolo, nacquero in Emilia, da famiglie economicamente disagiate, a distanza di quasi un decennio l’uno dall’altro; dopo essersi formati in accademie provinciali (in quella di Reggio, Fontanesi e di Parma, Pasini), accorsero come volontari alla prima guerra di indipendenza.
A Torino esposero alla Promotrice in numerose rassegne e si stabilirono definitivamente nella capitale sabauda, diventando piemontesi d’adozione: Fontanesi, per via della sua attività didattica presso l’Accademia Albertina, trovò casa nel 1869 in centro città; Pasini, anche per via delle sue frequentazioni con artisti pedemontani e della speciale amicizia con il collega Carlo Felice Biscarra, suo grande ammiratore, nel 1870 decise di vivere in Piemonte in una ridente villa con tenuta, a Cavoretto.
pasini 3Alberto Pasini, a livello internazionale, è assai più noto di Antonio Fontanesi: le opere del bussetano sono infatti presenti in ben trentasette istituzioni museali del mondo.
Pasini, che nella prima giovinezza fu un abile litografo, si trasferì a Parigi nel 1851, dove cominciò a trarre ispirazione nei suoi paesaggi dalle novità della scuola di Barbizon.
Nel 1855, riuscì ad aggregarsi alla missione diplomatica Bourée presso lo scià di Persia, compiendo un lungo viaggio nel favoloso «Oriente». Al suo ritorno a Parigi, dopo due anni, sanzionò il proprio addio alla litografia con una splendida serie di dodici vedute. Con i dipinti dedicati all’Oriente, realizzati da chi i luoghi li aveva visti e vissuti dal vero, al contrario della maggior parte dei suoi colleghi che invece lavoravano nell’orientalismo di convenzionali fantasie, acquistò rapidamente una larga notorietà, assecondata dall’abile professionalità del proprio mercante, il celebre Adolphe Goupil.
pasini 4Non fu che una prima esperienza, ribadita in successivi viaggi in Egitto, Sinai, Palestina, Libano e Siria  durante il 1859, a Costantinopoli nel 1867 e di nuovo nel 1869. Fu proprio al secondo ritorno da Istanbul che, a Torino, Pasini trattò l’acquisto della casa di Cavoretto, che gli tornò comodo rifugio, l’anno successivo, per sfuggire al conflitto franco-prussiano e si rivelò logisticamente «strategica» per i suoi interessi parigini.
Dopo un’ultima volta a Istanbul e in Turchia nel 1873 e un successivo viaggio iniziato nel 1876, ma interrotto a Vienna, per via delle notizie sui fatti di Salonicco, Pasini rientrò in Italia, facendo tappa a Venezia: qui egli scoprì una preziosa alternativa – per colori, forme e luci – con l’amatissimo Oriente. Lo stesso accadde durante i due viaggi in Spagna – nel 1879 e nel 1883 – in compagnia del famoso orientalista Gérôme: a Cordoba e a Granada infatti il pittore rimase folgorato dalle fascinose atmosfere moresche degli edifici storici delle due città iberiche che determinarono un suo rinnovato campo di azione.
Se i Salon parigini decretarono la sua fama internazionale di sommo pittore orientalista, in realtà fu Torino che, un anno prima della morte, gli rese il più importante omaggio-riconoscimento, presentando all’Esposizione Nazionale del 1898, ben 193 studi dal vero che costituivano la personale collezione, conservata nell’atelier della villa di Cavoretto.
La mostra di Pasini si sofferma dunque sul versante «orientalista», cioè quello baricentrico della più ricca e celebrata vena del pittore, con i conseguenti corollari delle divagazioni veneziane e iberiche, legate a una consonante ispirazione. Analizzerà, quindi, il versante dell’espressione del pittore più universalmente noto, apprezzato e numericamente cospicuo dell’attività dell’autore dopo il 1855.

Info:
Museo di Arti Decorative Accorsi – Ometto, Torino, Via Po 55, fino al 29 giugno 2014
Orario: da martedì a venerdì 10.00 – 13.00; 14.00 – 18.00; Sabato e domenica 10.00 – 13.00; 14.00 – 19.00; Lunedì chiuso.
COSTI: Mostra: € 6,00; Mostra con visita guidata (da martedì a domenica ore 11.00 e 17.00; sabato e domenica anche ore 18.00): intero € 8,00; ridotto* € 6,00; possessori Abbonamento Musei € 3,00.
Tel. 011 837 688 int. 3 – info@fondazioneaccorsi-ometto.it