Mario Zaniboni. Monastero di sant’Antonio in Polesine in Ferrara.

Il monastero di Sant’Antonio in Polesine è un complesso architettonico sito nella parte medievale della città di Ferrara, in via Gambone 17, del quale non è noto con esattezza quando sia stato costruito, ma sicuramente esso risale ai primordi del Medioevo ad opera dei monaci agostiniani; successivamente, in occasione del loro trasferimento, rimase libero.
Di questa struttura, nel 1297, si interessò Beatrice II d’Este, nata fra il 1226 e il 1230, a Colaone sui Colli Euganei (oggi nel comune di Baone), figlia del marchese Azzo VII Novello d’Este e di Giovanna di Puglia e nelle grazie della seconda moglie del padre, la buona e religiosa Mabilia Pallavicini. Tutta la famiglia ed i cortigiani si erano stabiliti a Colaone, perché, essendo a 200 metri s.l.m., dava maggiore tranquillità di sicurezza contro eventuali nemici e contro le malattie che circolavano in pianura. Tutto questo è stato indirettamente dimostrato dai cantastorie, che decantavano le qualità delle dame della famiglia.
La sua educazione fu impostata sugli esempi che le derivavano dall’omonima zia Beatrice I d’Este, monaca a Gemmola, località del padovano, e della nonna Leonora di Savoia. Rimase orfana della madre all’età di sette anni; questa disgrazia, associata alla partenza per l’Ungheria della cugina Beatrice III, alla quale era molto affezionata, avvenuta pochi anni dopo, la fece soffrire atrocemente.
Però, la vita familiare trascorreva serena, sotto l’occhio benevolo della matrigna Mabilia, che la educò inculcandole una devozione per la fede attraverso la lettura delle sacre scritture e favorendole una vita contemplativa ed avviandola verso la spiritualità.
Nel 1249 divenne la sposa di Galeazzo, podestà di Vicenza, figlio di Manfredi. Purtroppo egli perse la vita partecipando alla battaglia contro Federico II; Beatrice ebbe la terribile notizia della scomparsa del marito mentre era in viaggio per raggiungerlo a Milano.
Quel poco che si conosce della sua vita è dovuto all’atto della monacazione, del testamento del padre, della biografia, molto concisa, scritta da un monaco suo contemporaneo, di un richiamo che si trova nella “Chronica parva ferrariensis” e della biografia dovuta ad una monaca ferrarese del Monastero di Sant’Antonio Abate.
Tornata a Ferrara, a quel punto la vedova decise di dedicarsi completamente a Dio. Pertanto, si ritirò in una villa di famiglia nell’isola di San Lazzaro nel Po di Volano, sita ad oriente della città di Ferrara, dove si ha la sua separazione nei rami Po di Volano e Po di Primaro, in meditazione, e lì ci fu la conferma della sua scelta: Beatrice decise di dedicarsi completamente alla fede ed a Dio. Tale determinazione incontrò il favore del padre, che ne accettò la seria decisione, favorendone il seguito; e, infatti, con il consenso paterno, poté portare avanti il suo progetto. E, così, insieme con la fedele damigella Meltruda, si trasferì nel monastero Santo Stefano della Rotta di Focomorto, sito nei pressi della città, ed esse, il giorno 26 giugno 1254, si consacrarono al Signore. Con la crescita del numero delle nuove monache, si accese l’interessamento da parte del papa Innocenzo IV, che affidò loro le Regole di San Benedetto; ma l’assegnazione definitiva avvenne nel 1256 per l’intervento del papa Alessandro IV, il successore alla sua morte. Vicino al Monastero, nel 1267, fu costruita la chiesa di Sant’Antonio Abate. Il tutto fu sempre protetto e patrocinato dagli Estensi.
L’esterno della struttura è in cotto e ha uno stupendo porticato. La parte esterna della chiesa, accessibile al pubblico, è in stile barocco, caratterizzata da soffitto del XVI secolo, affrescato da Francesco Ferrari con le figure del Padre Eterno, della Madonna con il Bambino e i santi Benedetto e Antonio Abate.
La parte interna, riservata alle suore, detta “Coro delle Monache”, ha tre cappelle affrescate. Quelle di sinistra e destra sono di scuola giottesca; la prima presenta Gesù Bambino e la vita della Vergine, mentre l’altra mostra storie della Passione; quella centrale ha affreschi di diverse date e stili, fra i quali è l‘Annunciazione di Domenico Panetti, mentre il soffitto è decorato con grottesche del XVI secolo. Inoltre, esiste una pala che descrive una Flagellazione cinquecentesca. Fanno parte del complesso un chiostro.
Ma il 18 gennaio 1262, Beatrice rese l’anima al Signore nel suo convento, quando era poco più che trentenne. La sua salma fu sepolta in un lato del grande chiostro, trasformato in cappella, nella quale fu inserita la tomba monumentale della fondatrice, la cui regola era: “Tutto sia comune a tutti!”. Da allora quel luogo è diventato la meta dei pellegrinaggi di tantissimi fedeli.
Dopo la sua scomparsa, lei divenne oggetto di un culto religioso e tutti gli anni il suo corpo, allora perfettamente integro, veniva riesumato e lavato e quell’acqua veniva donata a persone affette da malattie. Successivamente, nel 1270, Beatrice fu proclamata Beata, con la conferma del 16 luglio 1774 da parte del papa Clemente XIV ed in quell’occasione fu fissata la data della memoria per il 18 gennaio di ogni anno. A partire dal 1512, il suo corpo si era disciolto, ma la gente continuava a chiedere la sua acqua, che era benedetta. E più tardi, attorno all’anno 1527, si verificò per la prima volta un prodigio: nel periodo compreso fra ottobre e marzo, dalla sua pietra tombale iniziò a sgorgare un liquido simile all’acqua, trasparente, inodore, insapore, che le monache raccoglievano in ampolle e lo donavano alle persone con problemi di salute. Da allora, il fenomeno si verificò senza interruzione e puntualmente ogni anno, con fuoriuscita massima in corrispondenza del 18 gennaio e con termine nel momento del Transito di San Benedetto, il 21 marzo; e come sempre, quel liquido benedetto viene donato a chi lo richiede. E tutti gli anni si può osservare quanto ora descritto.
Quando il Monastero fu eretto, era perfettamente isolato in un’isola del Fiume Po, poi fu inserito nel contesto urbano, ma mantenne sempre e comunque la sua peculiare caratteristica di essere un’oasi di tranquillità, di pace e di spiritualità.
E per chi intende fare una visita al complesso architettonico e religioso, si consiglia di non lasciarsi sfuggire l’occasione di ascoltare la “Preghiera dell’Ora Nona” cantata dalle monache accompagnate da una cetra, alle ore 15, e di seguire lo svolgimento dei vespri con l’accompagnamento delle suore con i loro canti gregoriani, alle ore 17.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

Vedi un’ampia sequenza di immagini degli affreschi esistenti nel monastero:
https://iviaggidiraffaella.blogspot.com/2017/08/ferrara-gli-affreschi-del-monastero-di.html