URBINO. Federico Barocci. L’erede di Raffaello in mostra.

Con settantasei fra dipinti, disegni e pastelli, Urbino rende omaggio al pittore a cui ha dato i natali – Federico Barocci (Urbino, 1535 – 1612) – che influenzò tutta la scena artistica del Cinquecento europeo. Fu tanto continuatore del Rinascimento, quanto antesignano del Barocco nascente. Il grande erede di Raffaello, o – meglio ancora – colui che portò Raffaello ai piedi di Caravaggio. È questo il maestro che la Galleria Nazionale delle Marche vuole celebrare, offrendo al pubblico l’occasione di approfondirne la storia e il valore, fino al 6 ottobre 2024.
Due tra i più noti biografi di artisti si sono accorti in tempo del valore di Federico Barocci. Da un lato l’onnipresente Vasari, che nelle sue Vite lo valuta come un “giovane di grande aspettazione”. E dall’altro Giovanni Bellori, che ne esalta la “consonanza dei colori, accompagnati dall’armonia dei lineamenti”.
La mostra – forse per la prima volta – permette di confrontarsi con la produzione del Barocci senza omissioni.
Capolavori come la Deposizione dalla Croce del Duomo di Perugia possiedono un’iconografia religiosa dalla connotazione sperimentale e moderna. La peculiarità della tela è nelle cromie: in una sorta di impasto, specialmente nella parte inferiore, di colori tenui: viola, rosa, azzurro; nelle forme che sembrano realizzate direttamente con il pennello; nelle figure che sembrano sconfinare, rese come fossero macchie di colore.

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Un’altra opera degna di nota è il Seppellimento di Cristo, proveniente dalla Chiesa della Croce di Senigallia. È esposto insieme al suo bozzetto preparatorio conservato al museo. La pala d’altare si segnala per la sua perfezione stilistica, resa possibile dall’abilità grafica dell’artista. L’opera è ispirata alla Deposizione Baglioni, oggi alla Galleria Borghese di Roma, che Raffaello aveva realizzato a Perugia nel 1507. A partire dal modello raffaellesco Barocci opta per un’impostazione dominata dalla diagonale, in cui le linee e i movimenti delle figure confluiscono sul Cristo privo di vita.
La mostra include anche una serie di grandi dipinti provenienti dalle chiese romane. Da Santa Maria in Vallicella giunge ad esempio la Visitazione, la cui scena ha il fulcro nella presenza di Maria accolta sulle scale davanti all’ingresso dall’ anziana cugina Elisabetta. Con le mani che si stringono e gli sguardi che s’incrociano.
Stessa è la provenienza della Presentazione al Tempio.
In occasione della mostra, la Galleria Nazionale delle Marche ha promosso e finanziato il restauro di queste due ultime opere appena citate, curato da Fabiola Jatta e Laura Cibrario. Restauro che ha rivelato i sorprendenti colori originali dei due dipinti permettendo al pubblico di apprezzare la finezza delle luci, la resa espressiva dei personaggi e degli animali. Ma soprattutto, i ricercati contatti tra tinte fredde e calde che caratterizzano la pittura di Barocci e rimandano alla sua padronanza della pittura veneziana e alla maniera dolce e sfumata dovuta alla conoscenza delle opere di Correggio.
Dalla Spagna, il Prado ha inviato la Natività, commissionata nel 1597 da Francesco Maria II Della Rovere, duca di Urbino. In essa, Barocci ha voluto mettere in risalto l’aspetto più interiore e familiare dell’evento.

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Un’altra opera di spicco – in origine realizzata per lo stesso committente – è la Madonna della gatta, proveniente dalla Galleria Palatina di Palazzo Pitti. Nella tela che rappresenta la Sacra Famiglia, il posto d’onore tocca ad una gatta, quasi stesa sulla veste della Madonna mentre allatta il suo cucciolo. È l’emblema dell’affettuosità che domina tutta la scena.
C’è poi il San Francesco del Metropolitan di New York. Dipinto dal grande naturalismo, in cui l’emozione vigorosa e il colore brillante anticipano l’arte barocca. La particolarità dell’opera e nelle stimmate, interpretate come chiodi che sporgono, nel rispetto delle prime fonti scritte francescane.
Un’attenzione particolare è stata infine rivolta all’officina propedeutica dell’artista: gli schizzi e i disegni preparatori delle opere. Nel corso della sua carriera lunga mezzo secolo, Federico Barocci ha infatti lavorato anche nella grafica. I suoi disegni schedati superano i duemila esemplari – è uno dei pittori di cui se ne conservano di più – che sottolineano il suo ininterrotto impegno in questo ambito.
Da essi si coglie il suo ruolo di sperimentatore di tecniche grafiche nuove, tra cui spicca il pastello colorato, usato per studiare la resa preliminare dei colori. Tutti lasciti che – negli anni seguenti – hanno influenzato generazioni di autori fino al Settecento inoltrato.

Autore: Fausto Politino

Fonte: www.artribune.com 8 lug 2024