ROMA. Guido Reni e l’arte a Roma tra pittura sacra e paesaggio.

Anche Guido Reni (Bologna, 1575-1642), come diversi artisti vissuti nella sua epoca, fu attratto dalle possibilità che una città come Roma poteva offrire, dove abbondavano facoltosi committenti affamati di lusso e delle più originali novità in campo artistico. In questo modo il pittore bolognese arrivò nella città del papa intorno al 1600, su invito forse del cardinale Paolo Emilio Sfondrato, nipote di Gregorio XIV, e presto sublimò il proprio istintivo classicismo andando ad ammirare le ultime opere che il suo ispiratore Annibale Carracci stava realizzando in città, come anche quelle ormai antiche di quasi un secolo di Raffaello, sublime vate del classicismo.
Eppure il bolognese seppe guardare anche alle novità più cogenti della pittura romana. Così, quando gli fu commissionato un dipinto che aveva come tema La crocifissione di san Pietro (Pinacoteca Vaticana), egli si fece inevitabilmente ispirare dal dipinto di medesimo soggetto che, proprio qualche anno prima, Caravaggio aveva realizzato per la Cappella Cerasi della chiesa di Santa Maria del Popolo. C’è da dire che Reni si avvicinò al chiaroscuro di Caravaggio in modo meno superficiale di quello che per anni la critica ha decretato.

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Prova ne sono, in mostra, opere come David con la testa di Golia e Paolo rimprovera Pietro penitente, rispettivamente conservate agli Uffizi e a Brera, dove il raffinato rapporto tra luci e ombre esalta una nuova drammaticità sacrale meno astratta e dunque più concreta, tendenzialmente assente nella poetica classicista bolognese nonché nell’opera precedente del pittore. E con queste premesse, di certo, bisogna guardare anche il capolavoro assoluto della mostra, la Strage degli Innocenti proveniente dalla Pinacoteca Nazionale di Bologna. In questo giustamente noto dipinto, pur rispettando serrati equilibri di ritmo e proporzioni di spudorata estrazione classica, Reni si è fatto più apertamente influenzare dalla ferocia e dal pathos crudo di cui è intriso il Martirio di San Matteo di San Luigi dei Francesi del pittore lombardo.
La mostra della Galleria Borghese espone circa trenta opere per indagare il rapporto dell’arte di Guido Reni con la città di Roma, i suoi committenti e il genere del paesaggio. L’occasione che ha disposto la genesi della rassegna dedicata al celebre pittore bolognese – in verità Reni ebbe più fortuna critica in altre epoche rispetto alla nostra, dato che ancora la sua fama risente di quella svalutazione che lo ha tacciato di estremo accademismo e di freddezza – è stata l’acquisizione da parte della Galleria del suo dipinto Danza campestre (1605 circa), tela già appartenuta al cardinale Scipione Borghese e oggi ritornata nella sua sede originaria. L’opera è qui messa in relazione con alcuni esempi emiliani, quali alcuni disegni del Carracci e della scuola, necessari per comprendere l’evoluzione della pittura di paesaggio a Roma all’inizio del XVII secolo.

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A presentare il Borghese al Reni era stato probabilmente il Cavalier d’Arpino, altro protagonista della scena artistica romana, pittore del partito del classicismo. Fu così che il bolognese ottenne dal Borghese diverse committenze, come ad esempio alcuni affreschi per una cappella del Palazzo del Quirinale o per la chiesa di San Gregorio al Celio. E poi l’opera più nota, ma anche quella che precedette la rottura dei rapporti con il cardinale e il rientro a Bologna del pittore, la famosa Aurora affrescata intorno al 1614 nel Casino del Borghese (oggi Pallavicini Rospigliosi), recentemente oggetto di un importante restauro.

Autore: Calogero Pirrera

Fonte: www.artribune.com, 15 mar 2022

Info:
Guido Reni a Roma. Il sacro e la natura, fino al 22/05/2022
GALLERIA BORGHESE, Piazzale Scipione Borghese 5 – Roma