PISA. La grande mostra sui macchiaioli.

La verità, la purezza della quotidianità, l’essere umano e la natura che ha intorno sono al centro della mostra inaugurata al Palazzo Blu di Pisa. Lo sguardo è puntato sulla ribellione di un gruppo di ventenni animati da valori di libertà di giustizia sociale, che oggi possono aiutare a concentrarsi sulla realtà in cui siamo immersi.
L’esposizione intitolata ai macchiaioli è articolata in undici sezioni con oltre 130 opere, per lo più capolavori provenienti da collezioni private, solitamente inaccessibili, e da importanti istituzioni museali come le Gallerie degli Uffizi, il Museo della Scienza e della Tecnica di Milano, la Galleria d’arte moderna di Genova e la Galleria Nazionale di Roma. La rassegna connette l’evento di Palazzo Blu alla propria raccolta permanente, dove si racconta la storia della pittura pisana, di cui anche i macchiaioli hanno fatto parte. Il percorso continua a Palazzo Lanfranchi, dove sono esposte le incisioni di Fattori.
La mostra racconta l’avventura di un gruppo di giovani pittori progressisti che, desiderosi di prendere le distanze dall’istituzione accademica nella quale si erano formati, sotto l’influenza di maestri del Romanticismo come Giuseppe Bezzuoli e Francesco Hayez, propongono una nuova libertà di espressione: perduti i mecenati e i grandi committenti dei secoli passati, si rivolgono a un pubblico popolare, immortalandolo nella vita quotidiana.
Tutto ha inizio nel clima dell’Italia preunitaria, dove vivono ancora le tre aree d’influenza politica previste nel 1815 dal Congresso di Vienna. In questo stato generale il Granducato di Toscana vive una minima autonomia culturale. Firenze si presenta come una delle capitali culturali più libere e attive d’Italia, stimolante per giovani artisti, politici, letterati, i quali amavano ritrovarsi al Caffè Michelangelo.
Nel 1855 il Caffè Michelangelo di Firenze riunisce artisti toscani come Telemaco Signorini, Serafino De Tivoli, Raffaello Sernesi, Cristiano Banti, Adriano Cecioni, Odoardo Borrani, Giovanni Fattori e artisti di altre regioni come Giuseppe Abbati, Vito D’Ancona, Vincenzo Cabianca, Silvestro Lega e Diego Martelli, scrittore e critico d’arte fiorentino, figura di consigliere, amico e protettore.
Il gruppo nasce con l’intenzione di confrontarsi con realtà diverse da quella italiana e accogliere quanti possano apportare un qualche stimolo al riguardo, tra questi Edgar Degas e Gustave Moreau, Marcellin Desboutin e lo scrittore Georges Lafenestre, Auguste Gendron (allievo di Delaroche), l’americano Elihu Vedder. Questo luogo di condivisione, sperimentazione e contaminazione porterà gli stessi a essere identificati con il nome di macchiaioli, espressione coniata nel 1862 da un recensore della Gazzetta del Popolo, giocando sul doppio senso di darsi alla macchia inteso come agire furtivamente. Lo stesso termine “macchia” era stato utilizzato da Giorgio Vasari a proposito delle opere mature di Tiziano, che erano “condotte di colpi, tirate via di grosso, e con macchie di maniera, che da presso non si possono vedere, e di lontano appariscono perfette”.
L’esposizione accoglie il pubblico con il dipinto Lega che disegna sugli scogli di Giovanni Fattori, che ci introduce nella sala del Caffè Michelangelo dove drappeggi, colori, dipinti, ricreano l’ambiente ed echeggiano i propositi del gruppo: dipingere senza contorni per affidare l’intensità del racconto pittorico alle macchie di colore. Le opere all’interno di questa prima sala riescono nell’intento di catapultarci in quei luoghi, generando sensazioni di sgomento e meraviglia. Ne è un esempio Gallileo Galilei davanti al tribunale dell’inquisizione (1857) di Fattori, dove, grazie ai colori e alla grandezza del dipinto, riusciamo a percepire e a farci travolgere dallo spirito dei tempi. I macchiaioli ci presentano la realtà così com’è, ci invitano ad aprire gli occhi su ciò che ci circonda facendoci capire che la bellezza è intorno a noi, in ogni momento della nostra vita.
La leggerezza, l’eleganza, la famigliarità accompagnano questo viaggio. L’opera Sul mare di Vincenzo Cabianca (1864) ne è un esempio. Un dipinto ambientato in Liguria, dove un gruppo di giovani lavandaie si ritrova sulla riva del fiume per ricevere la carezza del sole sui volti arrosati in una sorta di ripristino di energie, mentre lo sguardo di una di loro si perde nell’infinito. Ci troviamo immersi in una realtà silenziata dove la porosità del colore delle rocce si smarrisce nel poetico mare. Altra opera degna di nota è Filatrici di paglia della Valdelsa (1886) di Cristiano Banti, dove troviamo un gruppo di ragazze complici e solidali, raffigurate in un momento di pura spontaneità. Le figure femminili accompagnate dalla gentilezza dei gesti diventano un tutt’uno con l’ambiente circostante fino a fondersi in un solo elemento.
Con il 1870, l’attività dei macchiaioli si allenta. La scomparsa di Sernesi e di Abbati, il trasferimento a Parigi di De Tivoli, Boldini, De Nittis, Zandomeneghi, D’Ancona causano la frenata del movimento, il quale però si arricchisce di nuovi artisti orientati al Naturalismo internazionale.
L’ultima sezione affronta l’avvio verso il Novecento. Qui troviamo alcuni dipinti di Lega tra cui La lezione della nonna e Una madre, opere di grande finezza, caratterizzate da una maturità stilistica e da un’incredibile forza creativa. In conclusione del viaggio troviamo le opere di Telemaco Signorini e Fattori che dalla delusione, per il venir meno dei valori risorgimentali che hanno improntato l’esistenza della loro generazione, passano alla desolazione nel Pro patria mori (il dimenticato) (1900) nel quale un soldato morto, abbandonato dai compagni e circondato da suini, fa emergere l’abbattimento dei sentimenti.

Autore: Giada Fanelli

Fonte: www.artribune.com, 17 ott 2022

Info:
I macchiaioli, fino al 26/02/2023
PALAZZO BLU, Via Pietro Toselli 29 – Pisa