MILANO. El Greco torna in Italia, un quarto di secolo dopo.

A quasi venticinque anni dall’ultima sua grande mostra in Italia (nel Palazzo delle Esposizioni di Roma nel 1999), Domenikos Theotokopoulos, il maestro che tutti conosciamo come «El Greco», giunge nel Palazzo Reale di Milano, dall’11 ottobre all’11 febbraio 2024, nell’attesissima mostra prodotta da Palazzo Reale e Mondo Mostre, con il patrocinio dell’Ambasciata di Spagna in Italia.
I curatori, Juan Antonio García Castro, Palma Martínez-Burgos García e Thomas Clement Salomon, hanno riallacciato i fili della sua vicenda di uomo scontroso, saturnino e urticante, e di artista grandioso, capace d’inventare un nuovo, spiazzante e potentissimo linguaggio visivo, riunendo ben 40 opere di sua mano, prestate dai maggiori musei del mondo (la National Gallery of Art di Washington, il Prado, il Louvre, gli Uffizi e altri ancora) ma anche da chiese e istituzioni spagnole che conservano veri tesori, spesso mai usciti dalle loro sedi. Poiché la sua vicenda d’artista s’intreccia strettamente con quella biografica, la mostra è stata scandita in cinque sezioni che seguono El Greco nel suo itinerario attraverso le capitali artistiche del tempo.
Nato a Creta («candioto» come dicevano i veneziani, cui l’isola apparteneva, che la chiamavano come la sua capitale) e formato lì come pittore d’icone, a 26 anni Domenikos Theotokopoulos (Candia, Creta, 1541-Toledo, 1614) decise di diventare pittore «alla maniera latina» e nei primi mesi del 1567 si trasferì a Venezia, dove fu allievo di Tiziano e dove restò folgorato, oltre che dal maestro, dai colori e dalle accensioni luministiche di Tintoretto, dei Bassano e del Veronese.
Irrequieto, si spostò a Roma, e di qui, dopo uno scontro con il cardinale Alessandro Farnese che lo aveva accolto nel suo cenacolo su raccomandazione del miniaturista Giulio Clovio («è capitato in Roma un giovane Candioto, discepolo di Titiano, che a mio giuditio parmi raro nella pittura», aveva scritto Clovio al Cardinale), si trasferì a Toledo, sperando di diventare il pittore ufficiale della Cattedrale. Non accadde, ma trovò molte importanti committenze che gli permisero di sviluppare il suo concitato linguaggio pittorico, tanto innovativo da apparire ostico a più d’uno. Salvo tornare, alla fine, a una frontalità da icona.
La mostra segue quindi El Greco da quando dipingeva icone a Creta fino al capolavoro dell’ultima stagione, il «Laocoonte» della National Gallery di Washington, prestando una speciale attenzione ai rapporti con l’Italia. Ne parliamo con Thomas Clement Salomon (Galleria Borghese), cui spetta, oltre alla cocuratela, l’ideazione della mostra.
Dottor Salomon, un’intera sezione è dedicata ai rapporti con l’arte italiana. Qui ci s’imbatte in confronti stringenti come quello tra l’«Ultima cena» di Tintoretto (della Real Academia de San Fernando, Madrid) e quella di El Greco della Pinacoteca Nazionale di Bologna, o tra «La consegna delle chiavi a san Pietro» del Louvre, attribuita (seppure dubitativamente) a Giulio Clovio, e la sua «Guarigione del cieco» (Galleria Nazionale di Parma). Ma sappiamo che in Italia El Greco guardò anche a Correggio, Parmigianino, ai Carracci, all’amato-odiato Michelangelo e ad altri maestri dell’Italia centrale, di cui, però, è più difficile individuare le tracce nella sua pittura «italiana». Qual è la ragione?
Del soggiorno romano di El Greco, tra il 1570 e il 1576, non restano molti documenti, le fonti non ci narrano dettagli di particolare rilievo, e nonostante abbia eseguito diverse opere nel soggiorno a Palazzo Farnese, pare che non abbia conquistato una clientela fedele né commissioni pubbliche. E di molte delle opere realizzate a Roma si è persa la traccia.
Dopo lo scontro con Alessandro Farnese (propose, un po’ sconsideratamente, di ridipingere il «Giudizio Universale» di Michelangelo della Sistina), El Greco lasciò Roma per trasferirsi in Spagna, a Toledo (dove avrebbe cambiato il suo giudizio su Michelangelo).
Certo è che era stato trafitto dalla pittura veneziana e veneta, che avrebbe lasciato segni permanenti nella sua pittura: altri confronti importanti in mostra sono quello tra il suo «San Giovanni Battista» da San Francisco e l’omologo di Tiziano delle Gallerie dell’Accademia di Venezia, e fra il «San Martino e sant’Antonio Abate» di Jacopo Bassano del Museo di Bassano e quel suo capolavoro che è il «San Martino e il mendicante» della National Gallery of Art di Washington.
A proposito di prestiti prestigiosi, ben tre opere vengono, appunto, da Washington, due dal Prado e due «Annunciazioni» dal Thyssen-Bornemisza di Madrid. Dev’essere stato difficile ottenerli.
L’idea della mostra mi venne nel 2019; mi mossi subito, con successo, coinvolgendo Juan Antonio García Castro e Palma Martínez- Burgos García, due straordinari studiosi, tra i massimi esperti mondiali di El Greco. Poi, con la pandemia, tutto si è bloccato. È stata una grande soddisfazione ripartire con questo progetto, pur con le tante incertezze legate ai trasporti internazionali, ma è stato un lavoro sempre corale tra Italia e Spagna.
Abbiamo prestiti fondamentali anche da istituzioni meno note e difficilmente raggiungibili, come il magnifico «San Sebastiano» dalla Cattedrale di Palencia, la «Maddalena» dal Museu Cau Ferrat di Sitges, e due opere inaccessibili come l’«Incoronazione della Vergine» da Illescas, conservata in una sacrestia chiusa al pubblico, e il grandioso «Battesimo di Cristo» della chiesa privata dei Duchi di Medinaceli a Toledo. Sono stati quattro intensi anni di viaggi, studi e relazioni.
In chiusura, il «Laocoonte» di Washington, un vero coup de théâtre.
Sì, un’opera che chiude alla perfezione la sua parabola di artista che ha saputo inventare un canone estetico del tutto nuovo, con i suoi colori acidi e le figure allungate. Qualcosa di unico nella pittura del suo tempo, cui si sarebbero poi ispirati anche Picasso o Manet. Si tratta di un evento, non solo di una mostra. Difficilmente ripetibile negli anni a venire.

Autore: Ada Masoero

Fonte: www.ilgiornaledellarte.com, 9 ott 2023