TORINO. Nick Gammon – where’s Dora?

Forse già prima li aveva messi nei suoi lavori, nelle trame astratte che ha dipinto per anni, con un minimalismo innamorato della lezione storica americana. Erano mimetizzati, metaforizzati nell’esuberanza dei colori che forzavano il rigore geometrico delle tessiture scandite come moduli matematici. Sicuramente li aveva negli occhi, e nel cuore. Nick Gammon adesso sogna solo più fiori e foglie, piante del paradiso comunque, simboli di un eden in terra esotico e tropicale. Le forme di ibiscus e monstera deliciosa sono diventate altrettanti moduli, sagome che si distaccano dalla realtà e si astraggono, per andare ad animare patterns studiati e precisi come un teorema, dalla struttura compositiva alla definizione cromatica. C’è un testo di Ad Reinhardt, scritto in occasione di una mostra nel 1949 alle Isole Vergini, dove l’artista americano elenca, nella formula della negazione, una serie di soggetti che “vivevano” in qualche modo nelle sue tele quasi monocrome, stese sulle tonalità più scure del pantone. Nomina :”no seashells or undersea caves, no blinding sand or wild winds or superstitions … no trace or taste of lobster or turtle, mangoe or mongoose, no rum or coca-cola, no bamboo or barracuda … no fish or fowl … sea or sky-scape, no abstractings from nature …”. Negare per affermare, dando però un’autonomia totale all’immaginazione sensoriale dello spettatore e alla non definizione del contenuto del suo stesso lavoro. È una famosa catalogazione di Reinhardt, che Gammon conosce bene, e rientra in una grande idea di “paradiso dall’altra parte del mondo” di cui condivide l’atmosfera, il sogno. Un’idea presente nella cultura occidentale, secondo una tradizione a largo raggio che va dalla letteratura antica, anche di stampo religioso, al Nuovo Mondo, all’India del movimento hippy.
La storia racchiusa negli ultimi lavori di questo artista gallese, che però è vissuto anche in Irlanda, ma prima a Londra, e poi ha fatto lunghi viaggi negli Stati Uniti e nell’America Centrale, per trasferirsi alla fine a Biarritz, parte da lontano, comincia nel 1970. Nick aveva dodici anni e cominciò a fare surf in Galles, una passione sportiva dietro a cui si cela però una vera e propria filosofia e uno spirito, insieme una mitologia, all’insegna della libertà. Il surf è una sfida alle onde, al mare come elemento naturale per eccellenza, sinonimo di acqua e cielo, di infinito, di vita e morte. L’uomo prova a domare l’oceano con una tavola, usando coraggio, intelligenza e intuito, in un gioco dove si è soli di fronte all’immenso. Ma il surf è anche una parola che accende un immaginario legato ai mari caldi, al sole che scotta la spiaggia e la pelle, ad uno stile di vita leggero, fuori dalle regole della vita quotidiana, dove si può vivere scalzi e in bermuda, descritto spesso per stereotipi. Sullo sfondo fiori tropicali, palme, tramonti, le Hawai, patria ideale e storica perché “il paradiso” per antonomasia degli americani, a cui poi si sono aggiunte molte altre mete esotiche, e naturalmente la California. Da qui la codificazione di motivi floreali ispirati a piante tropicali, che animavano prima camicie e parei, e ora sono patterns per abbigliamento legato alla vacanza, al tempo libero. Quel mondo iconografico si mescola alla musica dei Beach Boys, a una serie di film tra cui il famoso “Un mercoledì da leoni” del 1978 di John Milius, e a una serie di veri eroi, surfer dai nomi d’arte, personaggi archetipici per il tipo di vita che hanno incarnato. Per esempio Dora, a cui Gammon dedica il primo dei lavori della serie “Green Room” nel 2003, un grande dittico dominato dal blu. “Where’s Dora?”
Come surfando sulle onde Gammon scivola su un mondo di sensazioni e rifrazioni, entrando dentro un catalogo di immagini codificate, ibiscus e foglie rigogliose. In ogni lavoro frammenta quelle forme, ci salta sopra e attraverso, le sdoppia, le osserva da prospettive diverse, le sovrappone. Diventano appunto moduli astratti, sagome così stilizzate da assurgere alla geometria. Ma nulla è lasciato al caso, perché la lezione del minimalismo rimane nell’impianto rigorosissimo della strutturazione compositiva, nella precisione del tratto, insomma nella meticolosità del progetto che sostiene ogni lavoro. Per l’artista il percorso parte dalla realtà per poi distaccarsene proprio a livello iconografico. Il realismo diventa manierismo astratto e modulare, una visione che si sgancia da paesaggio riconoscibile e familiare per lanciarsi in una narrazione fatta di sensazioni e percezioni. È in questa dimensione parallela che Gammon surfa, come scivolasse negli strati dell’acqua, appropriandosi della vista ingannevole che gli occhi raccolgono sotto la superficie del mare, quando si guarda la luce dal basso, e tutto appare dominato da altre leggi della visione e della gravità. A Gammon interessa che i suoi quadri lavorino sulla percezione, e per questo sono ben presenti i concetti dell’arte optical e cinetica, legati allo slittamento dei confini delle forme, alla stesura del colore, agli effetti ottici. Sfumature, giustapposizioni, sbalzi di tonalità, accostamenti, viraggi. Una pittura ad olio e cera declinata secondo un’esperienza teorica e tecnica capace di far muovere la superficie, di creare piani dinamici, facendo vibrare le campiture e uscendo dalla dimensione bidimensionale. Un’idea di tridimensionalità assolutamente virtuale, che si avvicina alla visione lisergica. Per questo un elemento fondamentale, da un punto di vista sia materico sia estetico, è la cera, intervento finale sui lavori, che anima versi e andature, trasformando la tavola in un tessuto di velluto. “Anche di profilo la superficie sembra muoversi, nel lieve stratificarsi delle forme, sventolando come una bandiera” dice Nick.

Ma chi era Dora alla fine?
Dora è un mito, era uno che in vita ogni tanto scompariva, nessuno sapeva dove, un po’ pirata un po’ folle, sempre con la tavola sotto braccio. Erano gli anni Sessanta, California, e, sparse qua e là, comparivano graffiti sui muri che dicevano “Where’s Dora?”. Un nome che rappresenta un modo di vivere, simbolo di ribellione, e per questo sempre giovane.

Olga Gambari


Info:
Mar & Partners art gallery – via Parma 64, 10153 Torino
dAl 24 gennaio al 30 marzo 2007
inaugurazione: mercoledì 24 gennaio 2007 ore 19.00 – 21.00, sarà presente l’artista; telefono/fax +39.011.854362
dal martedì al sabato ore 15.30 -19.30 o su appuntamento.
 

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