ROMA: Raffaello da Firenze a Roma.

Il pittore più luminoso ed enigmatico del Rinascimento alla Galleria Borghese. Con capolavori da tutto il mondo.  

All’inevitabile discrepanza tra l’anno della nascita e quello della morte (1483-1520) Raffaello Sanzio, desideroso di perfezione, rimediò facendo almeno coincidere mese e giorno, il 6 aprile, e per Giorgio Vasari perfino l’ora, le 3 di notte. In competizione con Dio nello sforzo di correggerne l’opera (poiché ogni artista “ha l’obbligo di fare le cose non come le fa la natura, ma come ella le dovrebbe fare”), il “divino” pittore morì giovane, a 37 anni. Come Wolfgang Amadeus Mozart, musicista al quale lo si associa: stessi doni, stessa limpida chiarezza e inesauribili stati di grazia su un fondo di fantasia irrequieta, difficile da definire. Raffaello era già un mito a trent’anni e poi per sempre ha rappresentato la quintessenza della bellezza in pittura.

Però, confrontato con Michelangelo o Leonardo o Tiziano, di lui qualcosa sfugge. È l’astro rinascimentale più luminoso e, al tempo stesso, più distante. Anni fa lo scrittore napoletano Michele Prisco diceva che “forse proprio questo è il mistero di Raffaello: di essere, come pittore, senza mistero”. La sua serenità, la nettezza del suo stile sono qualità poco eloquenti: lo allontanano più che avvicinarlo. Questo è anche il suo fascino. Raffaello è come la porta di una cassaforte: là dietro c’è un tesoro ma devi trovare la combinazione giusta per aprirla.
La sua enigmatica imperturbabilità ha per esempio messo d’accordo artisti antitetici come il neoclassico Jean-Auguste-Dominique Ingres e il romantico Eugène Délacroix. E se la sua ineffabilità ha mandato in estasi Honoré de Balzac, c’è stato chi come Charles Baudelaire, credendo di scorgervi un difetto, ne ha involontariamente illuminato una delle virtù: “Per puro che sia, Raffaello non è che uno spirito materiale all’incessante ricerca del solido”. Infine, quanta ammirazione trabocca da André Malraux: “Un capolavoro di pittura, al tempo di Raffaello, è un quadro che l’immaginazione non può più perfezionare”. Ora: quali occhi abbiamo, noi, per Raffaello?

Non è una domanda bizzarra. Per incredibile che sia la mostra evento Raffaello, da Firenze a Roma (Galleria Borghese, dal 19 maggio al 10 settembre), è la prima monografica che la città dedica al sommo artista marchigiano (catalogo Skira): 27 tavole e 30 disegni dai più importanti musei del mondo, più 10 capolavori di altri pittori a confronto, per un totale di 1,2 miliardi di euro (record) di valore assicurato. L’esposizione, ruotando attorno alla Deposizione, inamovibile gioiello della Galleria Borghese, trafugata nel 1608 da Perugia a beneficio dell’avido cardinal Scipione, si concentra sull’opera di un pittore che, nato e formatosi a Urbino, sta maturando a Firenze e medita di trasferirsi a Roma. Un talento precoce che diventa un genio nel passaggio critico da qui a lì tra il 1505 e il 1508.

Raffaello, come fosse consapevole di non avere molto tempo, assimila in fretta e passa oltre. Inizialmente allievo del padre, il modesto Giovanni Santi, cresce all’ombra della corte urbinate dei Montefeltro. È qui che insegue e batte, sul suo stesso terreno, il Perugino. Uno Sposalizio della Vergine a testa. Solo che Perugino sembra che giochi a scacchi.

Raffaello dipinge l’aria, l’atmosfera. Suscita forze, trazioni emotive e fisiche. Arriva a Firenze attratto dal match tra Leonardo e Michelangelo. E allora ecco la sintesi e dunque il superamento di quei due mostri sacri nella Belle jardinière (è la prima volta che il Louvre le dà la libera uscita) e nella Madonna con San Giovannino e il Bambino: le sue Madonne, le più donne che mai si fossero viste. Com’è intensamente femminile, fin quasi all’evidenza di un’ermetica e placida essenza corporea, la Gravida. E virile, psicologico e oggettivo, il Ritratto d’uomo. Tra la Dama del Liocorno e La Fornarina ci sono i quasi 15 anni che trasformano un figlio della luce e del giorno in uno smaliziato frequentatore di malate notti romane. In mezzo: è come un’onda che si alza, si tende e si frange la Deposizione. Fanno al tiro alla fune col corpo di Cristo, le Marie piangono, la Vergine sviene, la natura è indifferente. Un presagio di Roma consegna Raffaello a un’oscura energia nuova, all’antichità fosca e monumentale. Lo aspettano l’ambizione dei papi e la storia.

Autore: Marco Di Capua

Fonte:Panorama.it