ROMA. Musei ecclesiastici italiani scrigni d’arte e catechesi.

Non solo collezioni di opere d’arte, ma soprattutto scrigni di catechesi capaci di intercettare milioni di visitatori.
Sono gli ottocentonovanta musei ecclesiastici d’Italia, un patrimonio di storia e fede che ogni giorno si confronta col territorio su cui insiste e che da tempo è alla ricerca di un «sistema» in grado di collegare le realtà diversificate sparse sulla penisola.
Come far andare a braccetto un’Opera come quella della Metropolitana di Siena dove si staccano un milione e seicentomila biglietti l’anno e il piccolo museo di una parrocchia di provincia che fa fatica anche a restare aperto la domenica?
Prima di tutto guardando alla sostenibilità finanziaria. È il suggerimento che ha fatto da tema al sesto convegno nazionale dell’Amei, l’associazione dei musei ecclesiastici italiani, ospitato nel complesso di Santa Maria della Scala a Siena, proprio di fronte al Duomo.
Tre giorni di lavori conclusi ieri che hanno rilanciato la sfida di un collegamento in cui «i flussi di visitatori non si fermino solo nei grandi centri turistici», spiega l’arcivescovo di Gaeta Bernardo D’Onorio, presidente dell’Amei. Alcuni esempi di sinergia fra musei ci sono già: in Umbria oppure proprio nel senese con la sua «rete museale».
«Sono esperienze pilota da incrementare per fare in modo che i musei siano davvero scuole di evangelizzazione», sottolinea monsignor Ernesto Rascato, delegato regionale per la Campania, che ha fatto il punto sulle collezioni ecclesiastiche italiane.
Ne è uscito un quadro in cui i segnali positivi arrivano dai dati: 223 diocesi hanno un loro museo diocesano già funzionante oppure in fase di allestimento, il numero delle esperienze legate alla conservazione dei capolavori della fede è in crescita, le nuove apertura si susseguono (l’ultima in ordine di tempo quella del museo del Duomo di Monza che custodisce la corona ferrea).
Certo, il museo ecclesiastico non può ridursi a semplice pinacoteca, ma va visto come «luogo estetico della traditio», ha chiarito il vescovo di Civitavecchia-Tarquinia, Carlo Chenis, nella prolusione che ha aperto il convegno. Ecco perché c’è bisogno anche di un riconoscimento da parte delle istituzioni. O, come afferma monsignor D’Onorio, di una «interfaccia con gli organi di governo centrali e territoriali».
«È necessario che il museo ecclesiastico sia riconosciuto e riconoscibile come un elemento di valore», spiega don Stefano Russo, direttore dell’Ufficio Cei per i beni culturali ecclesiastici.
La Chiesa italiana lo ha fatto considerando parte integrante del Progetto culturale tutte quelle raccolte che comprendono i musei capitolari, diocesani, missionari, dei santuari e delle fabbricerie. E le azioni concrete volute dalla Conferenza episcopale non sono mancate: dal 1996 al 2006 più di 17 milioni di euro collegati ai fondi dell’8 per mille sono andati ai musei diocesani sotto forma di contributi; e altri 33 milioni di euro sono serviti in dieci anni per dare il via all’informatizzazione dei beni storico-artistici che ha visto l’adesione di duecentoquindici diocesi (settanta delle quali hanno già terminato la fase della ricognizione).
«La creazione di banche dati omogenee – sostiene don Russo – rappresenta un supporto all’attività dei musei». Musei che vanno considerati parte integrate della pastorale ordinaria. «Nelle diocesi – propone il direttore dell’ufficio Cei – occorre scommettere su un’alleanza fra collezioni d’arte, catechesi, liturgia e turismo. È la strada per valorizzare a pieno le potenzialità dei beni culturali ecclesiastici che sono un punto di contatto con le persone di ogni cultura e che devono avere la forza di far emergere l’identità cristiana di un territorio».

STORIA
Bruschelli, il primo presidente veniva dalla città del Palio. Una tre giorni nel decennale dell’Amei, l’associazione dei musei ecclesiastici italiani. Il sesto convegno nazionale, dedicato al «museo ecclesiastico nel quadro istituzionale» si è tenuto a Siena non per caso.
Dalla città del Palio infatti arrivava il primo presidente, Senio Bruschelli, che per anni è stato rettore dell’Opera della Metropolitana (oggi è guidata da Mario Lorenzoni).
Fanno parte dell’Amen duecentoventi collezioni di arte.
«È una realtà in sviluppo», spiega l’attuale presidente, l’arcivescovo di Gaeta, Bernardo D’Onorio, che delinea il ruolo fondamentale delle esposizioni dei beni culturali ecclesiastici: «La musealizzazione ha permesso la conservazione di un patrimonio inestimabile che poteva finire in raccolte private».

 

Autore: Giacomo Gambassi

Fonte:Avvenire