ROMA. Mibact, sindacati: il punto di vista di Giuliano Volpe.

Beni culturali e scioperi, le polemiche intorno alla recente vicenda del Colosseo non sembrano attenuarsi e contrappongono sindacati e istituzioni, lavoratori e turisti. Giuliano Volpe, rettore emerito dell’Università di Foggia e professore di archeologia, spiega a Quotidiano Arte che cosa sta accadendo e quali potrebbero essere le soluzioni a un problema che riguarda il sistema museale italiano nel suo complesso.

Professor Volpe, la ritardata apertura del Colosseo a causa di un’assemblea sindacale nella giornata di venerdì ha sollevato grosse polemiche, contrapponendo il fronte sindacale, che chiedeva il rinnovo del contratto e il pagamento del salario accessorio dei dipendenti del Mibact, alle istituzioni e ai visitatori stessi dell’area archeologica più importante di Roma. Ma il problema non è solo Roma, è un po’ di tutti i siti che costituiscono la “rete” di quello straordinario Museo a cielo aperto che è l’Italia. Da presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali e Paesaggistici, che idea si è fatto della situazione nel suo complesso?
Vorrei evitare di entrare nello specifico delle vicende sindacali, perché ritengo che sarebbe necessario conoscere meglio i dettagli della vicenda, anche negli aspetti tecnici e nelle comunicazioni tra Ministero-Soprintendenza (il ministro ha affermato che la comunicazione sullo sblocco dei pagamenti è stata effettuata il giorno prima dell’assemblea) e sindacati (che negano). I diritti dei lavoratori sono sacrosanti. Trovo che sia un errore grave e una sconfitta per tutti contrapporre due esigenze ugualmente importanti, il giusto pagamento del lavoro, anche nelle forme del salario accessorio, e l’interruzione di un servizio, con gli inevitabili disagi dei cittadini e dei visitatori e il grave danno di immagine. È noto che ogni cosa negativa che si verifica al Colosseo o a Pompei cancella in un attimo i risultati positivi raggiunti e mette in second’ordine gli sforzi in atto per migliorare la difficile condizione del nostro patrimonio culturale, dopo tanti anni di disinteresse, di tagli ai fondi, di blocco del turn over. Certamente non tutti condivideranno i cambiamenti in atto, ma è certamente innegabile che dopo anni di stasi, di blocco totale, di disinteresse, ci siamo rimessi in movimento. Bisogna riconoscere al Ministro Franceschini il merito di aver progettato e di stare realizzando con coraggio e determinazione una riforma radicale, che bisogna valutare nel suo insieme. Anche il fatto che ogni giorno i giornali parlino di beni culturali e che si discuta, si litighi, ci si divida anche sulle nomine dei direttori dei musei è a mio parere un successo enorme. Indica un interesse nel Paese prima impensabile. Come in tutte le fasi di cambiamenti radicali è legittimo – ed è anche giusto – che ognuno abbia le sue valutazioni; in Italia, peraltro, non mancano polemisti di professione, catastrofisti produttori compulsivi di appelli e di articoli infarciti di ‘no’ verso qualsiasi cambiamento. Lei giustamente parla di sistema – che rappresenta la vera peculiarità del nostro patrimonio – ed una logica di sistema che va finalmente affermata: lo si sta facendo con il sistema museale nazionale e con i poli museali regionali. Sono un archeologo dei paesaggi e un territorialista: può quindi immaginare quanta attenzione riservo allo studio, tutela e valorizzazione dell’intera complessità dei paesaggi italiani. Ma sarebbe un errore negare che all’interno di questo sistema ci siano dei nodi essenziali, come ad esempio il Colosseo o Pompei, non solo per il loro valore simbolico a livello mondiale ma perché è anche grazie a queste realtà che l’intero sistema può funzionare. A breve sarà emanato un decreto cd.di ‘solidarietà’, che prevede la costituzione di un fondo con il 20% degli introiti di tutti i musei, da redistribuire a tutti i musei, parchi archeologici e luoghi della cultura, anche quelli ‘locali’ e ‘marginali’, con misure di incentivazione ulteriore per quei musei che dimostreranno un miglioramento progressivo in termini di servizi, di incremento di visitatori, di collegamento con le comunità locali. Già oggi il Colosseo consente di disporre di risorse per l’intero patrimonio archeologico di Roma e di Ostia. Anche per questo motivo un problema al Colosseo si riverbera immediatamente sull’intero patrimonio culturale, così come una migliore gestione del Colosseo, con servizi di qualità, sistemi di migliore comprensione e fruizione, attività culturali compatibili con la tutela del monumento, non solo va a vantaggio dello stesso Colosseo, garantendo anche un trattamento più dignitoso e rispettoso dei visitatori, ma ha risvolti positivi per tutto il patrimonio e anche per gli stessi lavoratori. Mi risulta, infatti, un diffuso desiderio tra i custodi di poter lavorare al Colosseo proprio perché ci sono maggiori possibilità di incrementare il proprio stipendio grazie alle varie attività aggiuntive che qui si svolgono, con aperture straordinarie, mostre, manifestazioni culturali, ecc. (quelle iniziative che alcuni critici denunciano come improprie e ‘mercificanti’). Trovo la cosa legittima e anche positiva, perché se i lavoratori hanno opportunità di incrementare il proprio stipendio e se si creano nuove opportunità di lavoro, dovrebbe essere un successo per tutti.

Quella dei custodi è una questione annosa che riguarda il Mibact e sulla quale sembra davvero difficile trovare una soluzione. Tra l’altro, per un numero così grande di dipendenti, oltre 18.000, le forze sindacali esercitano una grande pressione sul Mibact. Nel caso specifico del Colosseo, se il salario integrativo è stato pagato il giorno dopo, il caso è emblematico: il Ministero non l’ha comunicato per tempo (sarebbe bastato farlo anche un giorno prima) o i sindacati sono stati troppo precipitosi (avrebbero potuto aspettare un giorno). È forse opportuno riorganizzare il rapporto tra Mibact e sindacati?
Come ho già detto, non conosco i dettagli. Ma ribadisco: è un grave errore, credo anche per il sindacato e per le sue legittime e anche giuste rivendicazioni, creare disagi o addirittura impedirne l’accesso a persone che magari vengono da molto lontano e che hanno prenotato da mesi, che hanno programmato di trascorrere un paio di giorni a Roma (durante i quali vogliono assolutamente visitare Colosseo, Cappella Sistina, Fontana di Trevi, e poco più – questo è il giro standard, e certamente c’è un gran lavoro da fare per diversificare l’offerta e distribuire diversamente i flussi). Sono convinto che la stragrande maggioranza dei lavoratori del MiBACT, pur tra mille difficoltà e sacrifici, consideri il proprio lavoro un servizio pubblico essenziale, e che lo abbia considerato tale anche prima che il Governo lo dichiarasse tale con il suo decreto. Per questo andrebbero evitate scelte corporative, sarebbe necessario avere sempre un dialogo aperto con i lavoratori, andrebbe premiato realmente il merito e l’impegno, andrebbero cercate soluzioni alternative allo scontro e soprattutto andrebbero migliorate le condizioni di lavoro, garantita un’azione di formazione, incrementate le tecnologie. E soprattutto dovranno ripartire le assunzioni. Personalmente sono convinto che il MiBACT debba essere un ministero ‘anomalo’, come era nelle intenzioni iniziali di quarant’anni fa, quando fu istituito: un ministero leggero, costituito prevalentemente da tecnici di alta qualificazione, e non da un esercito di custodi, soprattutto come li abbiamo intesi finora. La figura tradizionale del custode è oggi inattuale: servono figure giovani, culturalmente preparate in storia, archeologia, storia dell’arte, didattica, in grado di dare informazioni corrette, di parlare le lingue. Servono poi altre figure, distinte, di tecnici per la manutenzione ordinaria dei monumenti, aree archeologiche, siti, oltre a personale di vigilanza. Servono infine persone in grado di organizzare e coordinare tutti questi servizi. Il ‘custode’ è il primo e spesso l’unico intermediario tra il monumento, l’opera d’arte, il sito e il visitatore: insomma è una delle figure più importanti, che meriterebbe dunque un’attenzione straordinaria. Mi chiedo: perché se si visita la Fondazione Prada, nelle sale si incontrano giovani studenti e laureati, in divisa, pronti a fornire in maniera gentile e competente informazioni ai visitatori, mentre non sempre nei musei statali non si riscontrano condizioni analoghe? Si dirà che quello è un lavoro precario, svolto solo per alcuni anni. Ebbene, bisogna vigilare su pagamenti adeguati e garanzie, e sulla possibilità di progressioni nelle funzioni, ma la figura del custode a vita fa parte del passato. E anche il sistema di assumere custodi, magari laureati, che poi vengono utilizzati per altre funzioni, è un errore assai diffuso oggi.

La risposta del Governo non si è fatta attendere ed è stato emanato un decreto legge che riconosce i siti culturali come beni pubblici essenziali. Il Garante, pertanto, avrà la facoltà di precettare i futuri scioperi. Tuttavia, se per un malaugurato caso (es. per malattia) non si potesse garantire il numero minimo necessario per ogni sito, quali altre soluzioni si potrebbero adottare per garantire le aperture? E’ ipotizzabile il ricorso al volontariato, alla protezione civile o altre forme anche da privati?
Ritengo importante la decisione del Ministro Franceschini e del Governo: da decenni ci battiamo per riconoscere i beni culturali come un servizio pubblico essenziale. Da questo punti di vista, l’episodio di venerdì, al di là dell’episodio, ha avuto un risvolto positivo. Mi auguro all’interno di tale servizio pubblico essenziale siano compresi anche archivi, biblioteche, musei ‘minori’, e soprattutto che ora, anche grazie a tale riconoscimento storico, si riservi ancora più attenzione, con adeguate risorse. I beni culturali devono essere anche un’occasione per creare lavoro qualificato, per impiegare i tanti ottimi professionisti formati nelle nostre università e dare loro mille opportunità anche nelle varie forme di gestione possibile, con piccole società, cooperative, associazioni. Gestione diretta dello Stato, dove possibile, ma anche gestione affidata in varie forme, certamente indirizzate, coordinate, monitorate, favorendo le tante energie presenti, spesso inespresse. Insomma uno Stato inteso come un grande incubatore di spin off, di imprese giovanili, un facilitatore di energie creative. Uno Stato che non si fa da parte, che non deroga ai principi e agli obblighi costituzionali, che non abbandona i suoi cittadini, ma li sostiene e li accompagna nelle loro iniziative.
I volontari rappresentano una risorsa importante e una grande manifestazione di cittadinanza attiva e di partecipazione, ma devono rappresentare una soluzione integrativa e non sostitutiva del lavoro dei professionisti. C’è spazio per tutti, con funzioni diverse e modalità ben definite. Tocca allo Stato il compito di regolare, di fissare regole, di dare indirizzi, di valutare e controllare.

Il Colosseo e Pompei sono solo i casi più noti di chiusura a causa di uno sciopero. Il Sistema Italia sostenuto da Franceschini, però, è interessato ogni giorno dalla chiusura totale o di alcune parti di musei e siti culturali legata alla carenza di personale. È il caso, ad esempio, di Villa Lante, a Bagnaia in provincia di Viterbo, (ma potremmo citarne altri cento e più) dove, da sempre, è possibile visitare soltanto i giardini per mancanza di custodi. Con quale logica andrebbe affrontato questo grave problema?
Gli esempi di malfunzionamento, di chiusure, di abbandono, potrebbero essere tanti. Ma denunciare le inefficienze, i disastri, i crolli, non basta più, non perché si debba proporre una visione irenica e edulcorata dell’attuale situazione, certamente difficile, o perché non ci sia bisogno di indicare le tante cose che non vanno (un esercizio peraltro alquanto facile e negli ultimi tempi assai abusato). Ma sono convinto che oggi non servano più solo l’indignazione e la denuncia. Servono un confronto laico e un dialogo produttivo, che evitino le risse da stadio e la delegittimazione reciproca. Servono proposte concrete e iniziative ispirate da una chiara visione, in modo da mettere insieme tutti coloro che vogliono realmente cambiare le cose.
Moltissimo dipenderà, ora, dall’aumento di risorse e dall’annunciata ripresa delle assunzioni, con l’immissione di forze fresche, di nuove sensibilità e competenze, dalla volontà di coinvolgimento e valorizzazione delle tante energie positive che ancora il MiBACT riesce a esprimere, dalla capacità di inclusione e di collaborazione con tutte le altre componenti, prima fra tutte l’Università e la Scuola, dal desiderio di stabilire un rapporto più diretto e positivo con la società contemporanea. Si fanno anche errori quando si cerca di cambiare. Ma siamo sulla strada giusta. E serve l’apporto di tutti.

Autore: Samuele Sassu

Fonte: www.quotidianoarte.it, 24 sett 2015