ROMA. Lo spendore di un’estasi, il restauro di Santa Teresa di Gian Lorenzo Bernini.

L’ultimo restauro risale a diciannove anni fa, non molti per un complesso scultoreo, ma il capolavoro realizzato da Bernini a cinquant’anni, quasi in contemporanea con la Fontana dei fiumi di Piazza Navona, ha la sfortuna di trovarsi in una chiesa che si apre su una strada trafficatissima del centro storico di Roma, Via XX settembre, per di più proprio di fronte al semaforo.
La polvere e il grasso depositati sulle superficie marmorea e sugli stucchi ha richiesto così una nuova imprevista pulitura. Che è stata realizzata da gennaio a giugno di quest’anno, interessando anche il pavimento e il paliotto, da due maestri in materia come Sante Guido e Giuseppe Mantella diretti da Lia di Giacomo.
L’illustrazione del restauro, presenti Daniela Porro, Segretario Regionale per il Lazio, Angelo Carbone Prefetto per il Fondo Edifici di Culto da cui la chiesa dipende e il Rettore dei Carmelitani Scalzi Padre Rocco, si è tenuta il 26 novembre all’interno dello stesso edificio di culto, di fronte alla Cappella Cornaro. Prima della cerimonia, eseguendo un’ultima spolveratura ci si è accorti che si era depositata nuova polvere, a pochi mesi dal termine dei lavori. Santa Maria della Vittoria, così chiamata per la vittoria delle truppe cattoliche contro l’esercito protestante di Federico di Sassonia nel 1620 nella battaglia della Montagna Bianca della Guerra dei Trent’anni, è uno dei monumenti più insigni della Roma barocca nel Quartiere Sallustiano. All’inizio la Chiesa aveva linee semplici, ci sono voluti 150 anni per avere il ricchissimo apparato decorativo che conosciamo, con opere di artisti come Domenichino, Guercino, Guido Reni, ricorda Padre Rocco. Molti stati europei contribuirono alla sua bellezza, anche grazie allo “jus patronatus” in base al quale cardinali e principi abbellivano l’altare del proprio patrono. Al momento degli scavi per la nuova chiesa venne trovato un Ermafrodito dormiente che fu donato ai Borghese (che contribuirono alla facciata).
Un’opera che con Napoleone è finita al Louvre. L’altare che vediamo non è l’originario andato distrutto in un incendio nell’ ‘800, ma quello ricostruito dal principe Torlonia. Costruita su progetto di Carlo Maderno all’inizio del ‘600 su una precedente una cappella dei Carmelitani Scalzi dedicata a S. Paolo, è nota soprattutto per la Cappella commissionata dal cardinale di Venezia Federico Cornaro a Bernini che la realizza insieme ad allievi dal 1647 al 1652. Rappresenta la Santa fondatrice dell’ordine dei Carmelitani Scalzi abbandonata sulle nuvole che si offre al dardo dell’angelo che la sta per trafiggere con una freccia.
L’artista traduce con grande effetto scenografico in un unico blocco di marmo di Carrara le parole della Santa riportate nei suoi scritti. Mentre dall’alto, da un’apertura nascosta allo sguardo degli spettatori, scende una raggiera dorata che simula la luce divina e terrena che inonda la scena. Ai lati in due palchetti, come due quinte teatrali, i familiari e lo stesso Federico affacciati al parapetto assistono all’evento miracoloso che ha per protagonista “la più santa fra le donne e la più donna fra le sante”.
Vissuta al tempo di Carlo V (sul suo impero non tramontava mai il sole), morta a 67 anni e come Santa Caterina proclamata “dottore della Chiesa”, fu una mistica, ma anche una grande riformatrice e scrittrice. E Bernini certamente conosceva la sua Autobiografia e aveva letto i passi che riguardano la “Transverberazione”, ovvero l’estasi. Completano la decorazione della cappella il paliotto che raffigura l’ “Ultima cena” i due tondi sul pavimento con “scheletri oranti” e l’affresco della volta di Guidobaldo Abbatini con ldquo; Gloria dello Spirito Santo”.
Preceduto da approfondite indagini diagnostiche, ultravioletto, fotogrammetria, microscopio portatile, l’intervento sulla Cappella Cornaro, era mirato a eliminare lo spesso strato che si era depositato sulle superfici del marmo e degli stucchi, ma poi grazie anche alla disponibilità dei restauratori ha interessato tutta la cappella, compreso altare e pavimento. Come si sa i restauri sono occasione di nuove ricerche e di scoperte come ridipinture e stuccature. E’ il caso, ricorda Di Giacomo, di una nuvola di calce e pozzolana in basso sotto il piede della Santa voluta da Bernini, che qualcuno in passato ha “corretto” per mettere in primo piano la cornice, riducendo l’originario effetto d’insieme. Ora riportato all’origine. Lavorando a contatto con l’opera sorgono domande e si cercano risposte, confessa Mantella che è intervenuto sulle superfici marmoree. E si scopre come lavorava l’artista. Bernini non usava strumenti nuovi, ma i tradizionali scalpelli, raspa, gradina e lucidava le superfici con pietra pomice. Le parti non visibili non erano completate. Forse quando è arrivata qui la scultura non era perfettamente finita. E fa notare certi particolari, come gli occhi della Santa con le palpebre lucidate, come per il David e la diversa lavorazione del marmo a seconda che rappresenti il corpo o gli abiti. E l’effetto del vento che arriva a scompigliare i capelli dell’angelo. Il progetto conservativo riguardava solo la pulitura ma poi è risultato più impegnativo.
C’erano piccole lesioni sul bordo della Santa, le superfici erano non solo coperte di polvere grassa, ma in alcune zone apparivano oscurate da resine di precedenti interventi. L’angelo in particolare era in pessime condizioni, macchiato dall’acqua che penetrava dall’oculo, ora perfettamente sigillato. La pulitura è stata effettuata con piccoli aspirapolveri, pennelli sottili e con tamponi per le polveri grasse più resistenti. Fulcro di tutta la cappella che aveva in origine una vetrata bianca (uguale quella nella cappella di fronte), il paliotto in bronzo dorato su lapislazzuli sotto l’altare, ora molto più luminoso.
“Non si era mai visto prima di allora a Roma un paliotto così elaborato e “fisso”. I paliotti nascono come elementi decorativi dell’altare, anche in materiali nobili come l’argento, ma erano mobili, da mettersi solo nei giorni di festa”, ricorda Sante Guido. Ispirato probabilmente da Bernini, non si è certi dell’autore può darsi l’orafo romano Albini, come narra una fonte dell’ ‘800, prosegue il restauratore. E’ un’opera elaborata e preziosa, ma non perfettamente rifinita dopo la fusione e prima della doratura, o forse a causa di errori di fusione. Così Sante Guido ha tolto i protettivi alterati, ha lavorato di cesello, col bisturi, è intervenuto su saldature grossonale, ha pulito con acetone e nei punti critici ha steso sulle superfici sostanze anticorrosive. “Ma non protettive perché sono molto alterabili”.
E speriamo che duri a lungo in attesa di una soluzione che elimini o riduca il problema del traffico. Impossibile spostare indietro il semaforo?

Autore: Laura Gigliotti

Fonte: www.quotidianoarte.it, 30 nov 2015