ROMA. La pala d’altare di San Giacomo il Maggiore. Restauro straordinario.

Un recupero inatteso e straordinario è avvenuto durante questo anno che tutti ricorderemo. Tra aperture e chiusure, tra zone rosse, gialle e bianche, è andato avanti indefesso il restauro per il recupero conservativo della pala d’altare presente nella Chiesa di San Giacomo alla Lungara nel quartiere di Trastevere. Lungo la storica via Santa, i pellegrini sin dal Medioevo muovevano i loro ultimi passi verso San Pietro. E sin dal Medioevo questa chiesa è sempre stata sul bordo del Tevere. Con la risistemazione voluta da Papa Giulio II, a opera del Bramante, la via ha assunto l’aspetto odierno, mentre la Chiesa dovette aspettare il 1600 per poter essere rialzata rispetto al livello del Tevere ed essere completata nelle decorazioni.
La grande pala d’altare è opera infatti di Francesco Romanelli. Pittore osannato in vita e praticamente dimenticato in età contemporanea, viterbese di nascita, dimostrò il suo talento sin da piccolo, tanto che i genitori si convinsero di mandarlo a Roma per apprendere i rudimenti della pittura dallo zio materno. Ma fu l’incontro con il Domenichino a cambiargli la vita per sempre, perché quest’ultimo lo indirizzò verso la scuola di Pietro da Cortona. E così Francesco Romanelli per ben sei anni, fino al 1637, fu al fianco del maestro cortonese nel cantiere di Palazzo Barberini, prendendo parte soprattutto alla realizzazione dell’enorme volta del salone centrale. Negli ambienti di questo nuovo palazzo incontra il cardinal nipote Francesco Barberini, che divenne il suo protettore garantendogli prestigiosi incarichi anche da Papa Urbano VIII e permettendogli, come artista della corte barberiniana, di frequentare sempre più da vicino Gian Lorenzo Bernini. Le sue opere sono disseminate tra la Basilica di San Pietro, gli appartamenti del palazzo pontificio e la Galleria delle carte geografiche, per non parlare delle diverse tele indirizzate, come doni diplomatici, a personalità politiche, che accrebbero la sua fama anche in Europa.
Con l’elezione al soglio pontificio di Innocenzo X Pamphilj, i mutati equilibri portarono Romanelli a seguire i Barberini, fuggiti oltralpe a Parigi protetti dalla corona francese e dal cardinale ministro Giulio Mazzarino, per il quale il pittore viterbese realizzò importanti decorazioni nel suo palazzo. È in Francia che ottenne un successo straordinario, tanto che, rientrato in patria, era oberato da numerosissime e importanti commissioni, come quella per le decorazioni dei Palazzi Costaguti, Lante e Altemps. Nuovamente invitato a Parigi dalla regina madre Anna d’Austria, Romanelli realizzò la decorazione dell’appartamento estivo nel palazzo del Louvre. Alla fine della sua vita tornò a lavorare per i Barberini realizzando, tra le tante cose, il monumentale quadro di Bacco e Arianna, dono diplomatico per i reali inglesi. Morì a Viterbo all’età di cinquant’anni, lasciando in eredità un patrimonio straordinario di creazioni artistiche, una delle quali è emersa recentemente dopo un accurato restauro.
La pala d’altare raffigurante San Giacomo il Maggiore era pressoché illeggibile: strati di sporco, ridipinture e ritocchi invadenti e alterati ne oscuravano la cromia. Tale era la stratificazione degli interventi effettuati da rendere necessaria una complessa fase di analisi e ricerca svolta su alcune porzioni di affresco per individuare i materiali costitutivi e comprendere meglio la tecnica esecutiva del Romanelli, che si è rivelata estremamente rapida e di grande qualità. I 12 metri quadrati di affresco sono stati eseguiti in soli 7 “momenti di lavoro”, un gioco da ragazzi per le capacità del viterbese. Partendo dall’alto e procedendo verso destra, come da prassi, l’artista, su uno strato di intonaco, ha riportato il disegno preparatorio utilizzando le incisioni, quindi sulla porzione del “momento di lavoro” ha steso un velo di calce, sulla quale ha applicato le stesure di colore, meno sovrapposte per le vesti, su cui lascia volutamente a vista lo strato bianco, ben visibile in alcune parti della veste azzurro lapislazzuli, e più sovrapposte per gli incarnati. Su questi ha continuato a lavorare fino alla completa asciugatura, rendendo quindi meno carbonatata la superficie degli ultimi strati, che sono risultati più fragili e anche più danneggiati. Lo studio e i diversi saggi eseguiti hanno consentito di mettere a punto le corrette miscele con le quali eseguire la pulitura, che è stata estremamente delicata e complessa, come la fase della reintegrazione delle lacune e della presentazione estetica. Dopo la pulitura dell’opera è stato deciso, infatti, di rispettare la ritrovata ariosità della superficie dipinta, stuccando e reintegrando il minimo indispensabile.
Ogni intervento è frutto di un lavoro di squadra e anche per questo è stato così. Il progetto infatti è stato ideato, curato nelle sue fasi di autorizzazioni e coordinato dall’associazione che chi scrive presiede da nove anni ‒ Verderame progetto cultura ‒, che ne ha sostenuto i costi realizzando anche una campagna di crowdfunding sulla piattaforma Eppela, per garantire una partecipazione dal basso. Ma soprattutto l’associazione ha messo in campo un progetto, oltre che di recupero, di valorizzazione dell’intero quartiere dove la chiesa sorge, attraverso un piano di comunicazione strutturato con video alla scoperta del territorio, articoli e pillole informative, che hanno accompagnato l’intervento di restauro creando un collegamento tra il passato e il presente.
Seguito inoltre in tutte le sue fasi da Alessandra Acconci ed Eleonora Leprini, funzionarie della Soprintendenza speciale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Roma, eseguito dalle restauratrici Valentina White, Lucia Morganti e da Zeno Colantoni, fotografo d’arte straordinario, questo recupero conservativo è stato davvero il frutto di una sinergia positiva, grazie al lavoro di una squadra eccezionale e appassionata. Sarà stato il momento storico, sarà che tutti noi ne avevamo bisogno, questo lavoro ci resterà nel cuore.

Autore: Giulia Silvia Ghia

Fonte: www.artribune.com, 19 giu 2021