ROMA. “Io abito qui” a palazzo Poli la mostra di Alessandro Papetti.

La mostra “Io abito qui” di Alessandro Papetti è ospitata nelle ampie sale di Palazzo Poli, l’edificio su cui poggia la scogliera con la Mostra dell’Acqua Vergine di Fontana di Trevi, da poco riaperta dopo il sapiente restauro finanziato da Fendi.
La rassegna presenta 53 opere su carta a cui si aggiungono cinque grandi tele e alcuni lavori realizzati in sito appositamente per le collezioni dell’Istituto centrale per la grafica.
L’artista, nato a Milano nel ’58, è attivo dagli anni ’80.
Nell’89 la sua opera suscita l’interesse di Giovanni Testori che dedica un articolo sul “Corriere della Sera” ai suoi “Ritratti visti dall’alto”. Segue tra il ’90 e il ’92 il ciclo di dipinti “Reperti”, una sorta di studio sulle tracce lasciate dal tempo in atelier e interni di fabbriche quale approfondimento della sua ricerca sui temi dell’archeologia industriale.
Sarà poi la volta dei cantieri navali, dei ritratti, dei nudi, del tema dell’acqua e del tempo. Cicli pittorici che l‘artista ripercorre periodicamente, rivisitandoli e approfondendoli. E’ il caso nel 2007 della serie di dipinti sugli ex stabilimenti della Renault esposti al Musée des années 30 di Parigi e nel 2012 della mostra “Le fabbriche dell’utopia” al Museo dell’architettura di Mosca. Un’attività continua, incessante che gli ha consentito di esporre in tutto il mondo, a Milano come a Torino, Perugia, Cortina, Parigi, Tokio, Venezia, Berlino.
La mostra romana presentata da Maria Antonella Fusco e Fabio Fiorani, accompagnata da un bel catalogo Electa con un saggio di Massimo Recalcati e una conversazione di Pia Capelli, occupa tre sale del Palazzo.
Nella prima ci sono oli e carboncini su tela, nella seconda oli e acrilici su carta (successivamente intelata), tutti di grande dimensione, nella terza piccoli quadri appesi direttamente sul muro. “Impressioni, flash sull’esperienza pittorica, quasi l’estrapolazione del nucleo centrale del dipinto maggiore, ma opere completamente autonome”, precisa.
“Ho lavorato spesso sul grande formato per avere l’illusione di uno spazio mentale infinito, cosa impossibile”, dice l’artista che fra tutti i medium predilige la carta. In un luogo come l’antica Calcografia camerale che racconta storie di carte e di incisioni le sue opere potrebbero esserci nate. E in parte lo sono. Perché anche Papetti, come hanno fatto altri artisti che hanno esposto all’Istituto (Mario Cresci, Luca Pignatelli, Antonio Biasiucci, Marco Tirelli, Pasquale Ninì Santoro, Giuseppe Stampone e Carlo Lorenzetti), ha progettato tre opere, due delle quali in mostra, “site-specific”. Per una settimana a fine settembre ha lavorato proprio negli spazi di Palazzo Poli. Che cosa ha significato?
“Impossibile non essere condizionati dal luogo. E’ uno studio differente dal solito, cambia la luce. I quadri dipinti qui hanno un’altra colorazione, hanno più rosso, la luce è un’altra. “Anche a Parigi – ricorda – i quadri avevano una luce diversa da quelli dipinti a Milano”.
Nella mostra romana Papetti espone quadri eseguiti quest’anno, un ciclo interamente dedicato agli interni. E dice “Io abito qui” per intendere sono arrivato a questo punto. E’ un tema già affrontato in passato su cui ritorna con le esperienze e la maturità di oggi.
“Non cambiare soggetto, ma cambiare modo” e dunque interni “mentali” non come gli interni delle industrie dismesse, di chiese e palazzi realizzati trent’anni fa. Spazi che non hanno angoli, sono prospettive sferiche. Interni che ha in testa e che dipinge velocemente sulle carte appoggiate sulle pareti, direttamente, alcun disegno o bozzetto preparatorio, si lascia andare, segue il suo istinto. “Ho in mente il punto di partenza, seguo questa suggestione e poi…un navigare senza rotta, seguendo l’andamento del quadro. Quando inizio un dipinto, non so assolutamente come sarà alla fine”.
E’ un modo per mettersi in gioco, per approfondire qualcosa del suo tema pittorico, le ragioni della sua pittura. Può cambiare, ma rimane la coerenza e si riconosce la cifra stilistica. “In questa fase – dice – sto lavorando sul concetto della memoria che è un grande archivio che ci restituisce oggetti che poi diventano soggetti dei quadri”.
I dipinti precedenti erano più figurativi, più rappresentativi della realtà, più riconoscibili con i macchinari industriali, quelli di oggi conservano solo tracce di figurazione.

Info:
Roma, Istituto centrale per la grafica, Palazzo Poli 54.
Orario: da martedì a domenica dalle 10.00 alle 19.00, fino al 10 gennaio 2016.
Ingresso libero. www.grafica.beniculturali.it.

Autore: Laura Gigliotti

Fonte: www.quotidianoarte.it, 30 nov 2015