ROMA. Dopo 50 anni torna a Roma la mostra di Ligabue.

Leoni, iene, leopardi, tigri, gazzelle, serpenti, aquile sullo sfondo di una vegetazione lussureggiante. Sono impegnati in una disperata lotta per la vita. Sono gli animali mai visti dal vero nel loro ambiente, di cui con grande accuratezza decorativa dipinge il mantello e le penne, i soggetti preferiti di Antonio Ligabue. La forza tragica dello scontro e l’incanto della decorazione. E ama allo stesso modo scoiattoli, leoni, gufi e gli animali domestici come tacchini, cavalli, buoi e gli onnipresenti cani. E non disdegna immagini che raccontano altre storie, le corride, i circhi, l’aratura dei campi, i fiori, la caccia al cinghiale e i postiglioni che arrivano come in un sogno nei castelli svizzeri dell’infanzia e dell’adolescenza impressi nella memoria. C’è anche una Crocefissione, senza data, di un privato, come la maggior parte delle opere in mostra. Perché nelle collezioni pubbliche c’è ben poco di Ligabue, l’etichetta di “naïf” gli ha nuociuto.
A cinquantacinque anni dalla prima mostra di rilievo internazionale, che gli dette la notorietà, torna a Roma al Vittoriano Antonio Ligabue (1899 – 1965). Nel 1961 a ospitare il genio di Gualtieri, che Cesare Zavattini condensava in due parole “angoscia e mistero”, fu la Galleria La Barcaccia. Il catalogo che l’accompagnava era di Giancarlo Vigorelli. Ma il vero promotore dell’esposizione era stato Marino Mazzacurati, lo scopritore che lo avvia alla pittura a olio. Raccontava che nell’inverno freddissimo del ’28-’29 tornando a casa aveva visto un covone che saltava sulla terra innevata, si fermò e scoprì che vi era nascosto un uomo. Il successo della mostra a La Barcaccia voleva dire anche benessere. E così Ligabue acquistò una Gilera, lui che si rappresentava con un berretto da motocilista e poi dopo tanti rifiuti e tanta emarginazione si materializzò il sogno di un’automobile e di un’autista a sua disposizione, Sergio Terzi detto “Nerone”.
Nato nella Svizzera tedesca a Zurigo nell’Ospedale delle donne” ha solo il cognome della madre, Costa, un’emigrata bellunese. Avrà una vita travagliata, tra la madre naturale che non se ne può occupare e quella affidataria che lo cura con eccesso morboso, e poi l’istituto per “idioti” e “deficienti”, così si chiamava. Quindi la ribellione, le cliniche psichiatriche fino all’espulsione dalla Svizzera nel 1919, quando viene portato come un pacco postale a Gualtieri il paese del marito della madre di cui portava il cognome, Laccabua.
Sta per compiere vent’anni e non conosce una parola d’italiano. Si apre allora una seconda vita. Respinto, trattato come un reietto, vive ai margini della società, unici amici gli animali, soprattutto i cani randagi (veri) che nutre e cura e quelli che crea la sua fantasia, gli animali feroci della foresta che combattono contro altri animali per sopravvivere. Il rischio nel parlare di Antonio Ligabue è di essere trascinati nel gorgo dell’aneddotica, di non resistere al fascino del personaggio che assume contorni leggendari da tragedia e al limite della follia, come le sue manie. Ascoltare continuamente Beethoven, fare il verso del cane per farsi venire l’ispirazione prima di iniziare a dipingere o osservare i suoi quadri chiudendosi le orecchie per ottenere il massimo della concentrazione. Nel ’77 uno sceneggiato televisivo di successo lo farà conoscere all’Italia e al mondo. Autore Zavattini insieme ad Arnaldo Bagnasco, regia di Salvatore Nocita, nella parte del protagonista Flavio Bucci.
Ma Toni, “al mat”, “il vagabondo”, “il tedesco” è un artista molto particolare e come tale va giudicato. Dalle sue creazioni. Viene spesso accomunato ai “naïf”, ma già Lorenza Trucchi nel ’61 presente all’inaugurazione alla Barcaccia scriveva: “Ligabue è un pittore ‘altro’, non è assolutamente un ‘naïf’…è come alcuni altri un irregolare…i veri ‘naïf’ sono tra il dilettante e l’ingenuo”.
Fuorviante una simile definizione come quella che associa la sua pittura alla follia, anche per Sandro Parmiggiani che con Sergio Negri ha curato la mostra romana. Attilio Bertolucci nel ’75 parlava di un pittore “diverso”, che aveva adottato un linguaggio non mutuato dall’accademia, ma dalla vita, un artista capace di una “pittura visionaria ma reale fino allo spasimo”.
“Non un artista ingenuo, impreparato e incolto…ma un autentico pittore autodidatta dotato di abilissimo talento creativo”, sostiene Negri che ritiene la sua pittura espressionista. E ricorda che Ligabue frequentava i musei, consultava volumi scientifici, andava agli spettacoli dei circhi e a vedere i film con gli animali. Inoltre le amicizie con artisti colti come Mazzacurati, Arnaldo Bartoli e Andrea Mozzali gli aprirono nuovi orizzonti.
La grande rassegna romana celebra il pittore, il disegnatore, l’incisore, lo scultore. Cento opere, di cui otto inedite, fra queste “Leopardo con serpente”, copertina del catalogo Skira.
La mostra propone un exursus storico critico dell’opera di Ligabue e la sua attualità oggi, distribuendo la sua produzione in tre sezioni che corrispondono a tre periodi della sua vita. La prima connotata da una notevole incertezza grafica e coloristica e da un impianto piuttosto semplice dal ’28 al ’39, la seconda dal ’39 al ’52 in cui le forme si fanno più complesse e il colore diventa protagonista, steso con tonalità particolarmente calde e dense, tanto da far pensare alla tersa dimensione e infine l’ultimo periodo dal ’52 al’62 quando viene colpito da una paresi che gli blocca una gamba e un braccio impedendogli di lavorare e che lo condurrà alla morte. “…La bellezza delle sue opere parlerà, anche alle generazioni future, di uno spirito che soffrì ed amò con eccezionale forza dei sentimenti”, si legge nel manifesto del ricovero di mendicità Carri di Gualtieri, dove si era spento, che annunciava i funerali del pittore.
Nelle sale dell’Ala Brasini del Vittoriano, adatte a un allestimento che cerca di mettere in luce corrispondenze e differenze, ai dipinti si alternano le sculture in bronzo poste al centro tratte dalle terrecotte realizzate con l’argilla degli argini del Po, una saletta è per la grafica, acquaforte e puntasecca, a cui fu avviato dall’amico Bartoli. Ampio il settore degli autoritratti, che comincia negli anni quaranta, gli anni dei ricoveri nell’ospedale psichiatrico di Reggio Emilia (dove andrà a visitarlo anche Romolo Valli), in genere a mezzo busto, che costellano l’intera vita dell’artista. Come un metronomo che scandisce il trascorrere inesorabile del tempo che il pennello evidenzia senza pietà. Una forma di autoaffermazione, come dire sono capace di rappresentare me stesso, sono una persona che ha un’identità. Il pittore si dipinge così com’è, la barba lunga i capelli scarmigliati, gli abiti trasandati. E immancabilmente un insetto, una mosca, un calabrone, una farfalla che vola vicino a un occhio. La vita che continua oltre la morte o l’annuncio della morte? Ma si disegna anche col doppiopetto, o per intero vicino alla moto, su un cavalletto il quadro di un cane. Lo stesso che gli sta vicino in un altro dipinto e sembra volergli leccare una mano. In uno schermo all’uscita si ritrova il Ligabue intimo con le sue debolezze, le sue ingenuità, il suo bisogno d’affetto e di tenerezza. Una testimonianza filmata dal forte spessore sentimentale e umano.

Info:
Complesso del Vittoriano, Via San Pietro in Carcere. Orario: da lunedì al giovedì 9.20 – 19.30; venerdì e sabato 9.30 – 22.00; domenica 9.30 – 20.30. Fino all’8 gennaio 2017.
Informazioni e prenotazioni tel. 06 – 8715111 e www.ilvittoriano.com

Autore: Laura Gigliotti

Fonte: www.quotidianoarte.it, 14 nov 2016