ROMA. Chagall delle meraviglie.

Chagall delle meraviglie‘: questo il titolo scelto da Meret Meyer e Claudia Beltramo Ceppi Zevi, le due curatrici della grande mostra dedicata a Chagall al Vittoriano di Roma. Un titolo, preso in prestito dal teorico dadaista e surrealista Louis Argon, che è tutto un programma. Dipinti, disegni, gouaches, incisioni e sculture per un totale di circa 200 opere. Opere che in questi ampi spazi sembrano finestre spalancate. Finestre che quasi squarciano i muri del Vittoriano, come dei coloratissimi varchi che si affacciano (e che ti affacciano) su di un mondo, quello di Chagall, intriso di simboli, sogni, fantasie, mondi culturali e mondi vissuti, resi vivi e vivibili da una sfavillante inconfondibile tavolozza.
 Una retrospettiva molto ben curata questa e accessibile anche dal grande pubblico, che scava e approfondisce il legame inscindibile di Chagall con le forti culture con cui entra in contatto nella sua lunghissima vita.
 Attraverso un percorso che predilige la continuità tematica a quella temporale scaturiscono, dalle prime sale per esempio, le grandi influenze che hanno su di lui e sulla sua pittura alcune tipiche espressioni dell’arte russa, come le icone bizantine e i meno noti Lubok (tipiche vignette popolari), un confronto che nell’esposizione romana si rende visibile grazie alla presenza di alcuni interessanti esemplari.
 Due forme d’arte queste profondamente diverse tra loro perché l’una rappresentazione assoluta del trascendente, del divino, l’altra dell’estrema libertà dell’immaginario popolare russo, manifestato attraverso la raffigurazione di animali parlanti cavalcati da uomini, strane creature che spiccano il volo, innumerevoli figure, intrise di satira, al limite del grottesco. E poi ancora l’artigianato russo nelle sue molteplici forme e la stessa tragicità silenziosa eppure caotica al tempo stesso, del realismo russo, nelle “processioni” di Repin. Tutte sorgenti di idee, di immagini e di suggestioni ugualmente essenziali per lo sviluppo della poetica e del particolarissimo stile ‘Chagalliano’.
 Si prosegue poi, attraverso le numerose sale del Vittoriano, “incontrando” Vitebsk, la sua città, quella dove nasce e dove cresce, quella che compare di frequente sullo sfondo dei suoi quadri, come un anima vagante, ancestrale, avvolta da una coltre malinconica, a volte sfuocata, opaca, dove il ricordo di Chagall sembra ritornare, a tratti inconsapevolmente, mentre dipinge. Un ricordo sempre più lontano e che non rinnegherà mai, ma anzi inseguirà sempre più sovente, col passare del tempo, quasi a cercarvi un rifugio, alla ricerca forse di un riposo da quelle inquietudini e timori provocati dalla turbolenta storia di quegli anni.
 E ancora, nelle sue tele, Parigi, dove si trasferisce dal 1910 e dove entra in contatto con le opere e con alcuni dei più grandi esponenti delle avanguardie del novecento. Conosce l’arte di Van Gogh, di Gauguin, di Matisse. Attraverso Delaunay incontra il Cubismo di Picasso e Braque, subendone per un periodo di tempo l’influenza, non condividendone mai però la rigidità dello stile, troppo rigoroso e pieno di vincoli stilistici, per lui che sempre e sino alla fine difenderà una concezione di arte all’insegna dell’assoluta libertà a favore dell’emozione: “l’arte mi sembra essere soprattutto uno stato d’animo.” pronuncerà a Chicago in una conferenza del 1958.
 In quegli anni parigini, come un po’ in tutta la sua esistenza, Chagall, sempre e senza sosta, osservava e assimilava, mantenendo sempre l’assoluta libertà che lo contraddistingue, non aderendo mai a nessun preciso movimento artistico, ma coniugando, come afferma una delle curatrici: “la luce di Matisse con la forza plastica di Picasso”.
 Nessun vincolo, nessun compromesso, nessun ostacolo o manifesto come intralcio, Marc Chagall raggiunge così un linguaggio figurativo a se stante, cavalcando il carro alato dell’immaginazione, attingendo dal suo quotidiano, dalla sua terra, dalle sue origini, dal suo concreto, accendendo tutto con la magica “luce di Parigi”, in un’emozionante amalgama colorata che nessuno come lui nel secolo novecento riuscirà ad eguagliare.
 Tra gli altri movimenti artistici del suo tempo conobbe in seguito il Surrealismo, l’Espressionismo e il Costruttivismo. Evidente in alcune delle sue opere anche l’influenza fauve.
 Nel 1913 riesce ad esporre al Salon des Indépendant dove Apollinaire, divenuto nel frattempo suo caro amico, lo presenta a Herwarth Walden che organizzerà la prima personale di Chagall a Berlino nel 1914.
 Da quell’anno sino al 1923 torna in Russia a Vitebsk dove trascorre anni sereni, si sposa con Bella Rosenfeld, figlia di un ricco gioielliere, che comparirà in molte delle sue opere.
 Solo la Rivoluzione d’Ottobre turberà quegli anni, sino a quando, nel 1922, stanco della oppressiva e preoccupante propaganda leninista, si trasferisce a Berlino dove inizia un esilio che durerà un anno e che lo riporterà in seguito di nuovo a Parigi. In questo continuo e incessante peregrinare, divenendo quasi rappresentazione vivente dei suoi famosi “ebrei erranti”, Marc Chagall non rivedrà mai più la sua amata Vitebsk.
 In concomitanza con l’ascesa del nazismo dal 1933 sino al 1941, quando si trasferirà in America proprio il giorno in cui i tedeschi invadono il suo paese natale, si denota nella sua opera un violento incupirsi dei tratti. I legami con le sue origini giudaiche si rafforzano.  
 Inizia una serie numerosissima di dipinti, esposti nelle ultime sale della mostra, che sono in realtà profonde riflessioni sulla sofferenza del suo popolo. L’Olocausto segna pesantemente Chagall.
 In questi anni infatti trapelano dalle sue tele, le grandi problematiche legate alle sue origini ebraiche, la sofferenza di un intero popolo si riflette sulle sue opere. Aumentano i temi sacri tratti sia dal antico testamento, sia dal nuovo. Splendide a tal proposito le crocifissioni esposte dal ciclo “Resistenza, Resurrezione, Liberazione” che mostrano un Cristo sofferente avvolto dalle folle perseguitate del popolo ebraico.
 Amalgamando tutte queste molteplici esperienze, tutti queste piccole ma luminose gocce di vita, un impetuoso fiume in piena così ne scaturisce, un fiume colmo di figure immaginarie, di animali fantastici, di personaggi surreali, ma anche di riflessioni a tratti intime, familiari e a tratti universali, certo fiabesche, oniriche, ma sempre e comunque radicate, intrise con ciò che è la storia, ciò che è la concretezza della vita, ciò che è l’uomo.  
 Tutto il resto è una pura poesia di colori che continua a stupire e ad incantare ancora oggi.

Autore: Marco Montanari

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