ROMA. Arriva de Chirico il pittor sinfonico.

Ci voleva Achille Bonito Oliva per sparigliare – come d’abitudine – le carte; per trovare un angolo visuale nuovo dal quale osservare e interpretare secondo un’ottica inedita l’opera di de Chirico, già esplorata da innumerevoli studiosi. L’ha fatto da par suo, e di quello che è considerato da sempre l’interprete per eccellenza di un’arte nutrita di artificialità ha deciso di percorrere il territorio, del tutto vergine, del rapporto con la Natura: «Mi pareva – ci spiega – che l’avessero sempre considerato un pittore d’interni, un ‘fantasista da camera’. Come se la sua fosse, appunto, una pittura ‘da camera’. Invece la sua è una pittura ‘sinfonica’. E il concetto di natura preme costantemente nella sua opera: una natura ora materna (il Mediterraneo della Grecia natale), ora matrigna (il Nord Europa di Nietzsche); ora organica e avvolgente, ora posta a distanza, come accade nei paesaggi, ma sempre presente».
Ha così scandito in sette stazioni che indagano quel tema sotto altrettante categorie concettuali le oltre 130 opere che compongono questa mostra, con cui si chiude in Italia il biennio di celebrazioni dechirichiane caduto tra il 2008 (nato nel 1888 a Volos, morì nel 1978) e questo 2010, centenario della sua Metafisica.

Prestati da musei internazionali e, fra gli italiani, soprattutto dal Mart di Rovereto, che ne conserva autentici tesori, dalla Gnam di Roma e dalla Fondazione de Chirico, oltreché da importanti collezioni private, i dipinti in mostra sono in certi casi capolavori ben conosciuti, in altri vere primizie per l’Italia, come La Surprise, 1914, da Williamstown, con la sua foresta pietrificata di colonne e la rossa ciminiera, o il sorprendente The poetical dreamer, 1937, da Gerusalemme, con quel singolare personaggio coronato da un serto di cabine dei Bagni misteriosi, sorta di condensazione freudiana dei temi di quella serie fascinosa, esposta per la prima volta nella Quadriennale romana del 1935, con le cabine degli stabilimenti balneari della sua infanzia greca, alte sulle palafitte; gli uomini vestiti incongruamente a colloquio con i bagnanti spogliati (il padre, vero eroe dell’epos dechirichiano, lo accompagnava da bambino in spiaggia, restando però perfettamente vestito), e l’acqua-parquet, frutto di una «rivelazione» che lo colse in un appartamento borghese il cui pavimento, tirato a cera, era tanto lustro da dare «l’impressione di potervi affondare, come in una piscina».

La rivelazione: è questo il meccanismo-principe, tratto dalla lettura continua e puntigliosa di Nietzsche, su cui si fonda tutta l’opera di de Chirico, dalla Metafisica in poi: perché per l’intera vita fu convinto che compito della pittura non fosse dipingere il reale ma «far vedere ciò che non si vede». Per spiegarlo si servì dell’immagine, poetica quanto efficace, della «profondità abitata» del mare che – dice – ci inquieta anche quando è calmo «per tutto lo sconosciuto che si cela in quel fondo».

Tramata di letture (oltre a Nietzsche, Schopenhauer e Otto Weininger, stelle polari sin dalla gioventù monacense, e l’amato Eraclito, con il suo invito a «scoprire il demone in ogni cosa») l’opera di de Chirico è cifrata, iniziatica, densa di simboli e di enigmi da sciogliere.

Lo si scopre fin dalla prima sezione della mostra, «Natura del mito», in cui la natura diventa scenario di archetipi universali, fondale per figure mitologiche che, secondo il principio nietzschiano dell’«eterno ritorno», sono trasparenti autoritratti (Odisseo), ritratti di sé e del fratello Alberto Savinio (i Dioscuri in riva al mare), allegorie della melanconia (l’Arianna abbandonata delle Piazze d’Italia).

«Natura dell’ombra» ci porta nelle sue città fatte di architetture deserte e di lunghe ombre. In un suo testo uscito nel 1920 su «Valori Plastici» de Chirico parla di «natura metafisicizzata dalla costruzione architettonica».

Per renderla tale si serve di artifici prospettici sofisticati, di distorsioni spaziali spiazzanti, che rendono questi spazi impercorribili, estranei – ancora secondo la lezione di Nietzsche – alla nostra usuale percezione. «Natura da camera» ci conduce nelle invenzioni non meno suggestive dei Mobili nella valle e, all’inverso, delle stanze abitate da templi e «angoli di natura», in cui il Naturale collide con l’Artificiale.

Ma è con i manichini di «Anti-natura», nella grande sala di fondo, che la sua estetica della sorpresa si radicalizza ancora (qui è l’uomo stesso a farsi ‘cosa’), così come nella sezione, davvero magica, degli Interni ferraresi («Natura delle cose») con il loro incongruo – eppure per un attimo apparentemente verosimile – affastellarsi di oggetti dentro a impervie scatole spaziali (è qui il magnifico, inquietante I saluti dell’amico lontano, 1916, eletto da Emily Braun a titolo del suo saggio).

Chiudono il percorso «Natura aperta», con i quattro elementi (aria, fuoco, terra, acqua) smontati e rimontati in un nuovo Cosmo, e la sezione, davvero magnifica, «Natura viva» (de Chirico definiva Vite silenti, alla tedesca, le nature morte), con il tema a lui caro dell’arte che, sola, vivifica il reale.

Info:
«La Natura secondo de Chirico»,
Roma, Palazzo delle Esposizioni; fino all’11 luglio.

Autore: Ada Masoero

Fonte:Il Sole – 24 Ore