ROMA. Alle Terme di Diocleziano l’arte di Henry Moore.

moore“Henry Moore”, semplicemente, s’intitola la mostra aperta fino al 10 gennaio 2016 a Roma, alle Terme di Diocleziano (catalogo Electa).
Un’esposizione molta bella, da non perdere, che ripercorre l’intero percorso creativo di Moore dagli anni Venti agli anni Ottanta.
A dare il benvenuto nell’aula X, uno degli ingressi del corpo centrale delle Terme, dove si trova il cosiddetto sepolcro dei Platorini, è “Figura distesa”, un bronzo della Galleria Nazionale d’Arte Moderna che venne esposta con grande rilievo alla personale di Moore a Roma nel ’61. Una di quelle creazioni che sembrano fare tutt’uno col paesaggio, con la linea dell’orizzonte. E’ degli anni cinquanta, anni in cui il maestro realizza alcune delle opere più famose, sviluppando i temi e i rapporti a lui cari. Come pieno – vuoto, madre – figlio, corpo – anima, uomo – mondo.
La mostra, promossa dalla Soprintendenza archeologica di Roma in collaborazione con Electa e la Tate di Londra che possiede una delle collezioni più ricche di Moore, dono dallo stesso artista, presenta 75 opere fra sculture, disegni, acquerelli, incisioni, bozzetti di opere realizzate o rimaste sulla carta e filmati, esposte negli scenografici e imponenti spazi delle grandi aule, secondo un ordine cronologico e tematico, a confronto e in dialogo con sarcofagi, capitelli, statue, resti marmorei, pavimenti musivi.
Uno scenario che esalta lo stretto rapporto di Moore con l’antico e che certamente sarebbe piaciuto all’artista che ben conosceva l’arte classica.
L’ultima mostra in Italia di Henry Moore (1898 – 1986), uno dei più grandi scultori del Novecento, che meglio ha saputo riflettere sulla tradizione e sul rinnovamento delle forme plastiche, attraverso e oltre l’astrazione, si è tenuta nell’Isola di San Giorgio a Venezia a cura della Fondazione Cini, vent’anni fa nel ’95 in occasione del centenario della Biennale. Un riferimento non casuale visto che l’artista inglese proprio a Venezia alla Biennale del ’48, la prima dopo la guerra, ottenne il Premio Internazionale per la Scultura che avrebbe consacrato la sua fama. Della giuria, presieduta da Rodolfo Pallucchini, facevano parte Felice Casorati, Roberto Longhi e Lionello Venturi. E il rapporto con l’Italia continua con la mostra del ’61 a Roma, del ’62 per il Festival dei due Mondi a Spoleto e con la strepitosa rassegna, curata da Giovanni Carandente, sulle terrazze panoramiche del Forte Belvedere a Firenze nel ’72. Importanti appuntamenti diluiti nel tempo per approfondire la conoscenza di un maestro dello scalpello che con l’Italia ha mantenuto un legame molto speciale, fin dal suo primo viaggio grazie a una borsa di studio nel ’25. Trascorse tre mesi e mezzo fra Firenze, Roma, Pisa, Siena, Assisi, Padova, Ravenna, Venezia, ammirando gli affreschi di Giotto e l’Orcagna, Lorenzetti, Gaddi, Masaccio, gli ultimi lavori di Michelangelo e le sculture di Donatello e di Giovanni Pisano. In rapporto particolare con la Toscana.
Aveva casa a Forte dei Marmi e frequentava le cave delle Apuane. “L’Italia per Henry Moore era come una seconda casa”, dice senza esitazione, illustrando il percorso espositivo, Chris Stephens, curatore con Davide Colombo della mostra che ha appena aperto i battenti a Roma. Divisa in cinque sezioni e aree tematiche, da “Esplorazione del moderno” a “Scultura negli spazi pubblici”, passando per ”Guerra e pace”, “Madre e figlio”, “Figura distesa-sculture”, “Figura distesa-opere grafiche”, offre un esauriente spaccato della sua produzione. Durante gli anni venti, era del ‘25 il viaggio in Italia, più che studiare l’arte classica, Moore sembra rivolgere i suoi interessi alle culture arcaiche ed extra europee, è il fascino del linguaggio modernista sull’esempio anche di artisti come Epstein, Brancusi, Picasso, come mostrano maschere e teste in rilievo. E’ solo in un secondo tempo che esplorerà la tradizione classica, Arnolfo di Cambio, il Rinascimento e soprattutto Michelangelo.
Uno scultore “moderno” che si rifà alla tradizione dell’opera in prima persona, da non affidare al marmista, attento ai materiali per cui certe forme sono più vere con un materiale piuttosto che con un altro. Una manualità per un’arte che vuole parlare di vita, di morte, di procreazione. Cose importanti messe a rischio dalla guerra, come ben sapeva Moore per aver combattuto sul fronte occidentale e aver subito gli attacchi dei gas dei tedeschi. Un’esperienza che lo avrebbe segnato per tutta la vita, un lato oscuro che rimarrà al fondo della sua “arte post bellica e post freudiana”, ricorda il professor Stephens. Ed ecco i corpi smembrati, uno dei precetti del surrealismo, le ossa riassemblate. Ecco una composizione in quattro pezzi di alabastro, e la piccola scultura “Tre punte”, che prelude a un contatto gravido di tensione, preannunciando una nuova deflagrazione. Lo scoppio della seconda guerra mondiale interrompe la sua attività artistica. I bombardamenti su Londra degli anni ’40 -’41 obbligano i più poveri a rifugiarsi nelle gallerie della metropolitana. I suoi “Disegni dei ricoveri antiaerei” mostrano un’umanità dolente che l’artista rappresenta con grande partecipazione. Fra i più belli “Figure dormienti in rosa e verde” in cui il lenzuolo che protegge i corpi abbandonati nel sonno allude a modi cari della sua scultura.
Temi ricorrenti delle sue creazioni sono le grandi figure distese, con precedenti illustri nella tradizione etrusca, classica e rinascimentale. Sono immagini femminili tondeggianti e rassicuranti, forme organiche vicine ai modelli naturali, come la madre che stringe il figlio, quasi un’ossessione. Ma con qualcosa di ambiguo, “rassicuranti ma non troppo”, precisa Strphens. A chiudere la rassegna nell’Aula XI bis esposti i “modelli di lavoro”, a metà fra il bozzetto e l’opera definitiva in bronzo, di sculture monumentali per nuovi edifici e piazze sia in Europa che in America. La commissione pubblica più importante è la scultura di fronte alla facciata della nuova sede dell’Unesco a Parigi del ‘57. Anche in questo caso, dopo aver preso in esame varie soluzioni, opta per la figura reclinata convincendo i committenti a realizzarla in travertino romano e non in bronzo.
Fra i pezzi più significativi, esposti in una vetrina, una decina di piccoli bronzi degli anni ‘40, “Gruppo di famiglia”, “Figura distesa”, “Madonna con bambino”, uno della GNAM, un altro del Guggenheim di Venezia, veri e propri capolavori, la quintessenza della poetica dell’artista Può sfuggire a una visita frettolosa, è nell’aula IX all’aperto, uno dei bronzi più noti dono di Moore a Firenze, “Guerriero con scudo” che ha affascinato e ispirato artisti di tutto il mondo. Un guerriero privo di un braccio e di una gamba, con lo scudo alzato per proteggersi e resistere. Dal Chiostro della basilica di Santa Croce a Firenze alla volta sfondata delle Terme, circondato da capitelli, sarcofagi e statue mutile, come lui. Un “classico” fra i classici.

Autore: Laura Gigliotti

Info: Roma, Terme di Diocleziano – Grandi Aule, Viale Enrico De Nicola, 79. Orario: 9.00 – 19.30, chiuso il lunedì. tel. 06 – 39967700 e www.coopculture.it

Fonte: www.quotidianoarte.it, 28 set 2015