Regioni all’attacco. Ghigo: facciamo la tutela partecipata.

La legislatura in corso ha portato grandi cambiamenti nelle Regioni, il più vistoso dei quali è stato l’elezione diretta dei Presidenti, nonché un intensificarsi del dibattito sulla " devolution" , il trasferimento da parte dello Stato alle Amministrazioni regionali di funzioni in diverse aree di competenza. Il 27 e il 28 ottobre il Coordinamento degli assessori regionali ai Beni culturali si è dato convegno a Torino (la Regione Piemonte ha infatti delega in materia di beni culturali e ambientali). Un’occasione anche per dar modo gli Assessori di conoscersi di persona, viste le molte nuove nomine. Gli argomenti all’ordine del giorno riguardavano, tra le altre cose, la normativa di tutela e la proposta di modifica dell’articolo 117 della Costituzione; il trasferimento della gestione dei musei statali, e il loro funzionamento, alle Regioni e agli enti locali; i rapporti con il Ministero per i Beni e le Attività culturali. All’incontro erano presenti 17 dei 20 assessori, segno questo di un’attenzione reale verso tematiche che ancora un decennio fa sarebbero state considerate di serie B. Ne abbiamo parlato con Enzo Ghigo, presidente della Regione Piemonte e attuale presidente della Conferenza dei Presidenti.Presidente Ghigo, i politici si sono finalmente accorti dei beni culturali?I beni culturali sono di moda, piacciono, e la partecipazione massiccia degli assessori all’incontro da noi organizzato mi è parsa un chiaro segnale di una nuova sensibilità delle Amministrazioni nei confronti del patrimonio e dell’ambiente. Quello dei beni paesaggistici e ambientali poi, e a maggior ragione adesso con l’alluvione, sta diventando un tema prioritario, che avrà molti sviluppi in futuro. Dall’incontro è scaturita un’agenda da proporre al Governo, in cui esprimiamo la volontà di creare politiche interregionali su progetti formativi, iniziative che riguardano la scuola e la valorizzazione del patrimonio. Mi auguro che l’intesa raggiunta continui nel tempo, la divisione crea soltanto debolezza. I rapporti col ministro Melandri sono altrettanto idilliaci? Quest’estate le aveva fatto indossare la maglia nera. Troppo accentratrice, ha detto.Col Ministro i rapporti sono cordialissimi, ci consultiamo spesso, e la comunicazione, sia a livello amministrativo sia personale, è eccellente. Con tutto ciò resto dell’idea che lo spirito, più che l’azione, del Ministero sia orientato al centralismo. Non a caso col 112 (il decreto legislativo Bassanini 112/98) non ci sono stati sostanziali trasferimenti di compiti, e non a caso la stessa riforma del Ministero accentra molti poteri su Roma anziché darli al Soprintendente regionale. Molti pensano che solo operando dal centro sia possibile fare un ‘efficace tutela. Personalmente ritengo che sia un errore ma mi rendo conto che è un ‘opinione diffusa e condivisa da molti. In materia di beni culturali, il decreto Bassanini non delega o trasferisce nessuna funzione, anzi; la tutela dei beni culturali rimane potere esclusivo dello Stato.Ma le Regioni quali impegni vorrebbero assumersi in materia di tutela?Certo nessuno si sogna di dire allo Stato " Va’ via, faccio io" . Molte attività di tutela, cosa che forse non tutti sanno, come la conservazione, la catalogazione, il restauro e così via sono attribuite in concorso tra Regione, Stato, Province e Comuni. Quella riservata allo Stato è quindi l’autorizzazione amministrativa non l’azione concreta di tutela, oggi ampiamente svolta anche dagli Enti locali. Il problema è capire che cosa esattamente si intenda per tutela. Se, come dice il 112, tutela è " ogni attività diretta a riconoscere, conservare e proteggere i beni culturali e ambientali" questa è un’attività che da sempre è svolta non solo dalle istituzioni regionali, provinciali e comunali ma anche dai privati, quando conservano, restaurano, proteggono, valorizzano il proprio patrimonio. Le Regioni oggi hanno possibilità di esproprio, iniziativa sui vincoli, svolgono attività di conservazione, catalogazione, restauro ecc. Certo, c’è poi chi lo fa meglio e chi lo fa peggio… Ma è già un’attribuzione. La Bassanini quindi in qualche modo si contraddice.Quali cambiamenti prospetta invece per le Regioni la modifica dell’articolo 117 della Costituzione?Il testo emanato dalla Camera ribadisce che la tutela è esclusiva dello Stato mentre la valorizzazione spetta alle Regioni. Di nuovo una situazione contraddittoria. Addirittura potremmo parlare di un arretramento perché le Regioni già esercitano la tutela dei beni paesaggistici e quella dei beni librari (in attuazione del decreto legislativo 490/99 ndr). Se il 117 ribadisce che la tutela viene esercitata come potere esclusivo dello Stato, io mi immagino che il giorno in cui la modifica all’articolo dovesse essere approvata le due tutele ci verrebbero tolte. Probabilmente il testo non passerà in questa legislatura e quindi il problema non si pone al momento in maniera così drammatico, però mi piacerebbe che sull’argomento si aprisse un dibattito prima che venga presa una decisione definitiva.Voi Regioni quale alternativa proponete?La nostra proposta è che la tutela diventi una materia di potere concorrente: lo Stato fa le normative quadro, ha i suoi organi di vigilanza e di surroga ma l’azione di tutela è potenzialmente delegabile, magari anche gradualmente. Posso capire che lo Stato dica: " Ma se una Regione decide di vendere il Colosseo io devo avere uno strumento per fermarlo" . Giustissimo. Garantire la salvaguardia, la protezione dei beni è una funzione statale irrinunciabile. E infatti non chiediamo di darci un potere esclusivo, ma di emanare una normativa nazionale in cui si dica che le funzioni di conservazione sono delegate, delegabili, trasferite alle Regioni. Il Ministero può surrogare, sostituire, può decidere di far rimanere il soprintendente come agenzia di vigilanza, riservarsi in ultima istanza il diritto alle autorizzazioni, mentre l’azione concreta spetta alle Regioni. In realtà c’è un gruppo di persone di cui fanno parte il Fai, Italia Nostra e altri che dice: " Orrore, un sindaco padrone del Colosseo, chissà che cosa ne farà!" . Ma che cosa vuole che ne faccia? Tra l’altro il fatto che la tutela sia affidata allo Stato se per un verso dà la garanzia di neutralità nelle scelte allontana in un certo senso gli amministratori dalla decisione, li deresponsabilizza. Mi rendo conto che il tema della tutela è delicatissimo, e che si possono fare dei danni irreparabili, però la divisione tutela allo Stato, il resto agli enti locali è molto debole, non libera energie, proposte, volontà, risorse, soldi… Il problema è trovare dei meccanismi, anche normativi che facciano partecipare, rendano consapevoli, responsabili i Comuni, le Province, le Regioni del problema della conservazione del patrimonio culturale perché è un problema importante. Però come lei stesso diceva prima, c’è chi è in grado di farlo bene e chi meno.Sì, questa è una delle obiezioni più comuni. C’è chi dice: d’accordo per il Piemonte, la Lombardia, l’Emilia, ma in altre Regioni? Ci sono posti in cui non funziona neanche lo Stato… Io però penso che se la tutela diventa un compito su cui l’amministrazione, a tutti i livelli, anche locale, viene chiamata a rispondere in prima persona, si determina una responsabilizzazione molto più alta.Ancora a proposito di deleghe e di trasferimenti di funzioni. Le Regioni fanno anche parte della Commissione paritetica istituita nel 1998 allo scopo di valutare la possibilità di trasferire a Regioni, Province e Comuni la gestione di musei statali e di altri beni culturali. A che punto sono i lavori?La Commissione paritetica ha una composizione prevalentemente tecnica (è composta da 5 rappresentanti del Ministero, 2 delle Regioni, 2 dei Comuni e 1 delle Province, presieduta dal Ministro, ndr). Le Regioni, le Province e i Comuni hanno proposto che la valutazione del possibile trasferimento dei musei si basasse su progetti di gestione e di sviluppo elaborati localmente, valutando la qualità del progetto di crescita del museo, senza impegolarsi nella discussione, insostenibile e anche culturalmente assai difficile, su che cosa sia un museo di interesse locale e che cosa un museo di interesse nazionale. Come Regioni, Anci e Upi insieme abbiamo anche proposto per i maggiori musei italiani, penso a Torino al Museo Egizio, una conduzione " partecipata" in modo che l’attività del museo non venga decisa da un funzionario ma da un organismo di amministrazione che ne consenta il cofinanziamento anche da parte di Regioni, Province, Comuni, Fondazioni bancarie, e che nell’amministrazione di questi musei vi sia una rappresentanza, per esempio, del sindaco, che partecipi agli indirizzi generali che presiedono appunto all’attività del museo. Un museo statale con un comitato di gestione in cui, per dire, la Regione mette un miliardo, il Comune un altro miliardo, le Fondazioni bancarie altrettanto sarebbe un museo con tre miliardi a disposizione anziché zero lire come adesso. E se la domenica il sindaco decidesse di aprirlo non si sentirebbe più rispondere da Roma che non ci sono i soldi per pagare i custodi. Oggi questo è inaccettabile, perché i musei per una città sono un patrimonio che determina anche la qualità della vita, richiama turismo, fa cultura, scuola, scambio… Su quest’impasse la commissione è rimasta bloccata per molto tempo, ma si sta lavorando per superare le pregiudiziali delle posizioni e sbloccarle caso per caso prendendo due o tre regioni alla volta. Il Piemonte sarà tra i primi ad essere esaminato, chissà che con questo meccanismo pragmatico-operativo non si riesca a trovare la soluzione.Circa la sua proposta di investire 600 miliardi per la riqualificazione del patrimonio culturale piemontese, in particolare le residenze sabaude ma anche istituzioni museali, in vista delle Olimpiadi del 2006. La proposta ha concrete possibilità di essere realizzata? Quali interventi verrebbero attuati?La Regione Piemonte ha già stipulato un’intesa Stato-Regione in cui figurano anche i beni culturali. Stiamo lavorando alla messa a punto di un accordo di programma-quadro con il Ministero che attua l’intesa e in quella sede abbiamo proposto di investire 600 miliardi da impiegare principalmente per le residenze di storia sabauda, ma anche per musei. La Regione investirebbe 200 miliardi, attingendoli ai fondi strutturali del 2001-2006; al Ministero chiediamo di metterne altri 200 (dai fondi del Lotto o del proprio bilancio o del Cipe) e alle Fondazioni bancarie di completare l’investimento. In questo modo, in base alla stima fatta dai miei uffici dei Beni culturali insieme alle Soprintendenze ai Beni artistici e ai Beni architettonici, sentiti anche il Comune di Torino e gli altri comuni interessati, tutte le residenze sabaude, da Stupinigi a Venaria, da Agliè a Racconigi, a Covone e a Valcasotto (che abbiamo recentemente acquisito esercitando il diritto di prelazione), potrebbero essere restaurate, riordinate e rese ampiamente fruibili, costituendo un vero e proprio " pacchetto" di proposta, di immagine internazionale. Dal Ministro ho già avuto un consenso, nello stesso convegno e in colloqui successivi; quanto alle Fondazioni bancarie, credo di aver avvertito dei segnali positivi che verificherò prossimamente.Restando in argomento, lei personalmente quale destinazione vedrebbe con favore oggi per la Reggia di Venaria? Io sono stato tra quelli che hanno sostenuto l’ipotesi di collocare il Museo Egizio nella Reggia, soluzione che invece ha suscitato nella Città di Torino una forte opposizione. Al momento sulle possibili destinazioni d’uso della residenza è in corso uno studio diretto dal prof. Paolo Leon; mi sembra corretto rimanere in silenzio fintanto che non ne verranno resi noti i risultati. Ovviamente mi auguro per Venaria una destinazione in grado di suscitare un forte interesse internazionale e che la valorizzi come merita.

Autore: Anna Maria Farinate

Fonte:Il Giornale dell’Arte