POMPEI (Na). II futuro dei musei. Riflessioni: i mali dei beni culturali.

Il sovrintendente di Pompei interviene nel dibattito tra politici e specialisti sul taglio dei fondi statali.

All’insegna di un efficace slogan «Beni di tutti e di ciascuno», si è svolta lunedì a Roma una tavola rotonda organizzata dalla fondazione di ricerca politica Italianieuropei, diretta da Giuliano Amato e Massimo D’Alema. Alla stessa si deve la recente edizione di una raccolta di saggi, dallo stesso titolo, a cura di Rita Borioni. Che la presenza di beni culturali in Italia sia diffusa e pervasiva è ben noto: tanto che, a diverse riprese, si è accesa la discussione, culturale ma anche politica, sul modo di gestirli. In specie il rapporto fra Stato centrale, Regioni e il possibile intervento di privati è stato tra gli argomenti il più arroventato: mentre, sullo sfondo, si agita il problema dell’occupazione nel campo. In quanto da un lato numerose università immettono giovani laureati in beni culturali, dall’altro attività di ogni genere con al centro la gestione di beni culturali rappresentano un «mercato del lavoro» non secondano. E il tutto avviene di fronte a un’opinione pubblica che mostra attenzione all’argomento, anche se non sembra interessarsi ai meccanismi di funzionamento.
Eppure, è proprio la conformazione di questi ultimi che permette la presenza dei beni culturali nel ventaglio delle offerte ai cittadini: nelle forme più ovvie e tradizionali, come quelle costituite dai musei e dalle aree monumentali e archeologiche, e in quelle che, ormai, si definiscono «eventi», dalle mostre ai concerti.
La sostanza dei beni culturali può rappresentarsi, in maniera schematica, sotto due forme: quella della conoscenza e della conservazione; quella della loro utilizzazione pubblica. Se la prima è riservata allo Stato centrale dalla corrente interpretazione dell’articolo 9 della Costituzione, la seconda è stata attribuita anche alle Regioni, ai Comuni, ai privati.
Ma non è sempre agevole dividere con un taglio netto l’uno aspetto dall’altro: in quanto è di immediata comprensione il fatto che la realizzazione di qualsivoglia «evento» incide, o può incidere, sulla conservazione del monumento che gli fa da sfondo.
La proposta di Italianieuropei, discussa dai numerosi partecipanti alla tavola rotonda, provenienti dalle istituzioni centrali e territoriali, le università, i sindacati, i partiti politici, le professioni si può riassumere così: Stato e Regioni programmino insieme funzioni rivolte al governo del territorio, nel quale insistono i beni culturali, e intese sia alla conservazione sia alla pubblica fruizione. Un’impostazione del genere mette al centro del lavoro comune di tutte le articolazioni, centrali e territoriali, della Repubblica i beni culturali e le azioni da svolgere a vantaggio della loro conservazione e della loro fruizione; e non la burocratica «competenza» rispettiva. Ne consegue che i professionisti specializzati vengono, di necessità, valorizzati: come altrimenti si potranno svolgere funzioni a favore di beni culturali se mancassero gli operatori? E la pertinenza di essi ai diversi soggetti, istituzionali o privati, abilitati ad agire nel quadro programmatorio comune diventerebbe secondaria rispetto alla necessaria acquisizione da parte di essi di requisiti professionali garantiti dalla frequenza, a un’apposita scuola.
Gli effetti di una tale filosofia di intervento non si dispiegherebbero solamente sui monumenti, i musei, i comprensori territoriali: ma anche sull’amministrazione centrale dell’attuale ministero per i beni e le attività culturali. Che diventerebbe di natura più tecnica, nell’applicazione dei interventi, e più programmatoria e partecipata, nei rapporti con gli enti territoriali: venendo così a perdere l’attuale gigantismo burocratico che, insieme alla scarsità di risorse finanziarie, ne ha stravolto la natura di ministero tecnico che voleva Giovanni Spadolini, quando lo fondò nel 1975.
Per quanto riguarda gli operatori questi non sono solamente i funzionari di soprintendenza, ma anche quei professionisti, inquadrati nelle forme più diverse, che prestano la propria opera a vantaggio dei beni culturali. Alla base di ognuna di queste diverse categorie di professionisti si evidenzia il problema della formazione e dell’aggiornamento: in una situazione universitaria che continua a sfornare «benculturalisti» a decine di migliaia, senza alcun rapporto con le necessità e le opportunità d’impiego. I recenti provvedimenti a proposito dell’archeologia preventiva, cioè sull’obbligo in occasione di progetti per grandi opere di una preliminare analisi del rischio archeologico, hanno aperto un dibattito: che nella sua sostanza tecnica riguarda tuttavia il destino del patrimonio archeologico che ancora si conserva nel territorio italiano. Di fronte alla varietà e alla discordanza della preparazione universitaria, indicare chi, come vuole la nuova legge, sia titolato a redigere una tale preliminare analisi fa correre il rischio di giungere a scelte non efficienti: anche su sollecitazioni, come spesso accade, mosse dalla ragioni più varie, e non sempre congrue alla salvaguardia del patrimonio.
Il problema degli operatori si collega a quello dell’organizzazione delle strutture: gran parte degli intervenuti si è espressa per una rete di uffici distribuita sul territorio, rapportata a un centro snello, così anche da favorire la collaborazione operativa con gli enti territoriali, che rimangono titolari della competenza programmatoria sul territorio. Non è, però, mancata una difesa dell’attuale assetto. C’è da augurarsi che l’approfondimento che l’attuale governo compirà in un’esperienza del tutto nuova e appena iniziata, conduca, con la forza dei fatti, a rivedere una tale posizione. Così anche da alleggerire la catena attuale dei passaggi burocratici e la sovrapposizione di competenze, quasi mai fra loro armonizzate, che gravano, limitandola, sull’operatività tecnica delle soprintendenze di settore, con l’effetto di ridurre la disponibilità di esse ad assolvere le attività tecniche di tutela.
Un convitato di pietra troneggiava sul dibattito: le risorse finanziarie, sempre state scarse, lo sono diventate ancora di più nel corso dell’ultima legislatura, riducendosi di circa il 50 per cento rispetto al loro precedente ammontare. Né si prevedono stanziamenti all’orizzonte, rientrando il comparto in quella della spesa pubblica che i recentissimi provvedimenti hanno già ridotto del 20 per cento. Continuare a destinare ai beni culturali il 5 per cento delle spese rivolte alle grandi opere diventa, così, un’impellente necessità. Ad oggi, la destinazione di tali risorse avviene attraverso la società Arcus, la quale elabora una propria programmazione d’intervento, distinta da quella complessiva del ministero. Già nella raccolta di saggi, che ha dato origine al dibattito, è contenuta un’approfondita analisi della società Arcus: con l’esito di mettere in evidenza quanto essa «costa» al ministero, dal quale tuttavia è formalmente e sostanzialmente autonoma nell’agire. Riportare Arcus, o meglio le risorse delle quali dispone, in un unico canale programmatorio coerente, appare essere soluzione quasi banale. Ma non è mancato che ha difeso l’attuale stato di cose: con la formale cautela di ristudiare 0 ruolo della società, in funzione di un più pregnante collegamento con le Regioni.
Gli argomenti affrontati e discussi sono consueti per gli addetti ai lavori: come tali, essi appaiono oscuri, forse inutili, al grande pubblico che desidera solamente approfittare delle occasioni di svago e di apprendimento che offre il nostro patrimonio culturale. Ma se i musei sono aperti oppure no, se sono accogliente oppure no, se le aree archeologiche sono ben tenute oppure no, se si distruggono oppure si conservano monumenti, se il paesaggio viene deturpato oppure protetto: questi sono tutti fatti che derivano dall’efficienza del servizio pubblico, statale e regionale, e dall’attività di tutti gli operatori del settore. E di questi professionisti è necessaria, per crearne e mantenerne l’efficienza, una specifica ed approfondita qualificazione, vista l’importanza del materiale, non rinnovabile, che trattano. E la loro opera va supportata con risorse finanziarie sufficienti alla quantità, non dirò all’importanza, dei monumenti che sono in ogni angolo del nostro Paese.
Coloro che si gloriano nella supposizione (che non è un fatto provato) che l’Italia possiede il 60 per cento del patrimonio culturale dell’intero pianeta dovrebbero essere in prima fila nel reclamare l’aumento delle risorse finanziarie: ma la coerenza non appare essere virtù diffusa.

Autore: Pier Giovanni Guzzo

Fonte:Il Mattino