Odissea tra gli scaffali

Orari impossibili, spazi insufficienti, impiegati che confondono manoscritti e opere stampate, volumi introvabili. I " magazzini della cultura" , nel nostro paese, sono dei luoghi di penitenza.L’ho capito da poco. Solo da qualche mese. Da quando sul mio tavolo, all’università, ho trovato un plico. Lo aprii senza emozione, e senza curiosità, quel pacchetto lindo: privo di affrancatura e di timbri. Era facile immaginare che contenesse un libro. Ma non di quelli che hai voglia di leggere. Uno di quei libri scritti per far carriera all’università, e che ogni mattina il fattorino distribuisce, affidatigli direttamente dagli autori, a discrezion di fortuna: nella speranza che il collega della porta accanto, prima di cestinare, abbia almeno la cortesia di dare un’occhiata agli indici; per poi poter fingere, l’indomani, di aver letto e apprezzato. Al gioco ci stanno tutti, chi invia e chi riceve. Ognuno se ne compiace, e vi s’acquieta. Il libro era lì, finalmente spacchettato. Mi piace annusarli, i libri, quando sono freschi di stampa. E mentre premevo il naso sul taglio delle pagine, un santino sfuggì alla pressione della copertina. Era stampato in caratteri bodoniani, eleganti e nitidi. In alto, lessi l’intestazione: University of Catania, non so che Department. E sotto, in un inglese ossequioso e americanato, i saluti omaggianti di un Chairman. Caspita. Il libro, di argomento locale, era stato interamente finanziato dall’Università. Era stato stampato da un editore, che non ha distribuzione; e che ha sede di fronte all’Università stessa. Sì e no era destinato a vivere l’emozione di un viaggio di duecento metri, tra produttore e consumatore. E per tutto questo, per tanta avventura, aveva avuto bisogno di un passaporto in lingua inglese. L’America è vicina. E l’italiano è una lingua straniera, in Italia.Del resto, con la riforma in atto, l’Università italiana guarda ormai all’America. Lavorando a ritagli, però. Perché tutto vuole cambiare: programmi, didattica, modalità di studio, e sistema di esami. Tutto vuole importare: tutorato, crediti e valutazione dei docenti da parte degli studenti. Ma su un punto sorvola e glissa. Ed è sostanziale e decisivo. Senza il quale si rischia di andare per svolazzi e avventatezze, se non a vuoto. Il modello americano si regge sulla frequenza obbligatoria degli studenti. E sull’organizzazione di studenti e professori, della loro vita nel campus e dei loro studi, attorno alla biblioteca. A non parlare della frequenza obbligatoria, che presuppone le aule (problema enorme in una università di massa), le biblioteche così come in Italia sono, e come sono gestite, non reggono al cambiamento.Anzi lo frenano, lo bloccano. E lo snaturano. In America le biblioteche delle università sono aperte fino a tarda notte. E consentono quindi agli studenti e ai professori di ritagliarsi, nell’arco lungo della giornata, spazi consistenti per la ricerca scientifica; pur tra tanti impegni didattici e burocratici. Sono aggiornatissime, ben attrezzate e funzionali. Danno l’accesso libero agli scaffali dei libri, con gran risparmio di tempo; e con la possibilità di scoprire, nei vari settori, libri che neppure si pensava che esistessero. Garantiscono inoltre studi e studioli, nei quali studenti e professori possono isolarsi e trasferire libri e riviste; e lì tenerli per tutto il tempo della ricerca. In Italia, nel migliore dei casi, le biblioteche universitarie hanno orari che coincidono con quelli delle lezioni. E’ impossibile frequentarle, se non disertando le aule. E poi hanno tantissimi tempi morti. Bisogna aspettare che gli impiegati (quando ci sono, e in numero sufficiente) raccolgano le richieste e vadano a prendere i libri. Molte biblioteche non hanno una sala di consultazione; e neppure una sala delle riviste. E alcune neppure i libri. Per deficienze economiche. O perché i professori se li sono portati a casa. O semplicemente perché, quando si tratta di sedi universitarie distaccate, quei libri non ci sono mai stati. Il pericolo è, in questa situazione, che la nuova università italiana continui a essere un esamificio, e diventi in più la bassa industria di una sperimentazione didattica senza libri e senza ricerca; e persino senza alunni, se quelli messi in grado di frequentare resteranno una minoranza rispetto alla massa degli iscritti (inevitabilmente destinata al fuoricorso, che la riforma vorrebbe eliminare). L’America è vicina. Certo. Come per quel libro senza smercio che, esibendo un pass in lingua inglese, sembrava voler dire meticciamente: vado per il mondo, anch’io da parte mia. La frequentazione delle biblioteche italiane è un buon esercizio di penitenza. Da raccomandare e propagandare. Gli americani ce lo invidiano. E noi, riottosi e sconfortanti, irsuti più che mai, non sappiamo apprezzarlo. E ce ne lamentiamo, addirittura. Vado a Torino, alla Biblioteca Nazionale. Compilo la cedolina e chiedo in lettura le Rime e le prose di Claudio Achillini nell’edizione veneziana del 1673. Il servizio non è poi tanto lento. Dopo mezz’ora il libro è già sul bancone. Con rigida compostezza, una impiegata mi accompagna nella sala riservata. Il libro è antico, e bisogna che qualcuno ne sorvegli la lettura. Giusto, giustissimo. Tanti libri preziosi sono stati mutilati, purtroppo. Pagine strappate e segnacci con penna lo dimostrano. Il sorvegliante, al quale vengo affidato, è di pensierosa concisione. Mi squadra, borbotta, e smozzica fra i denti: " questo è un manoscritto" . Rimango allibito. E lui, da cordiale diventa diffidente. Insiste. E per amor di pace, e di lettura, tra il sì e il no confuso, sono costretto ad ammettere che quel libro, stampato a Venezia da Nicolo Pezzana, è proprio un manoscritto. Un manoscritto stampato. Un ossimoro barocco, ingegnoso, degno del più sbardellato dei secentisti. Di quell’Achillini che, nei suoi versi, aveva fatto sudare i fuochi. Fa spettacolo, e impressione, che il sorvegliante della sala riservata, di una grande biblioteca, neppure sappia cosa sia un libro, e cosa un manoscritto. Mi è andata peggio a Roma. Alla Biblioteca Nazionale. Arrivo in mattinata, poco prima delle dieci. Mi sembra un orario ragionevole. Vado ai cataloghi. Prendo la collocazione, e chiedo in lettura il De origine et statu Bibliothecae Ambrosianae di Pietro Paolo Bosca, anno di pubblicazione 1672. Dal bancone di accettazione mi mandano alla sala riservata. Rieccoci. Vado di corsa. La sala è disagiata per i lavori in corso.Solo quattro impiegati, adagiati nella penombra, si dimenano in una fitta discussione. Sono discreto, e aspetto che si accorgano di me, con la richiesta in mano. Tossisco. E non succede niente. Torno a tossire. E mi ignorano. Butto giù un saluto. Lo lascio cadere in mezzo ai torneamenti e alle giostre di un fitto repertorio gestuale. Finalmente si accorgono della mia presenza. Un impiegato mi esibisce il braccio sinistro, e con un dito della mano destra picchietta sul suo orologio. Non capisco. Si spazientisce con un " ah vedi, questo" . E poi, pacatesi, con piglio didattico e scandendo le parole, mi spiega che sono in ritardo, e quindi inopportuno.Le richieste dei libri vanno presentate entro le dieci. Sono ormai le dieci e un quarto. Fuori orario massimo. Non mi lascia scelta. Debbo tornare l’indomani. Ritorno alle nove, stavolta. Prendo la richiesta, e mi dicono di tornare il giorno dopo. Avevano dimenticato di dirmi che i libri della sala riservata si chiedono un giorno per l’altro. O così mi sembra di capire, perché non è che spendano molto in parole. Non hanno tempo da perdere. Il loro lavoro è arduo, in mezzo allo sfacelo della ristrutturazione. Capisco e immedesimo. Tuttavia guardo attorno per la saletta. Continua a essere vuota. Insisto perché mi prendano il libro. Spiego che sono in partenza per New York e che ho già disdetto la camera dell’albergo. Improvvisamente diventano comprensivi. Si commuovono quasi, quando aggiungo che sono sulle spese; e sulle spine, per il tempo. Diventano velocissimi. Dopo manco un quarto d’ora, ho il libro fra le mani. Finalmente. Mi serve riscontrare una citazione. Lo faccio in cinque minuti. Ma c’erano voluti due giorni d’attesa. Tanto trambusto. E tante emozioni.Diceva Nicole che le biblioteche sono " i magazzini delle fantasie degli uomini" . Si riferiva ai " sogni" che i libri custodiscono e tramandano. A quel tanto di aereo che loro rinserrano; e che altrimenti svaporerebbe. Non avrebbe mai pensato, Nicole, a un altro genere di " fantasie" . A quelle elaborate per dar stanchezza ai lettori. E meriti di un faticoso vincere; o di un eroico soccombere. Esco la mattina presto per andare in biblioteca. Il singolare è fuori posto, in questo caso. La Biblioteca Regionale di Catania è una e quadrupla. E’ divisa in quattro sedi diverse, dislocate in quattro punti lontani della città. Prima di mettermi in moto è bene che sappia decidermi sulle urgenze. Se mi servono delle riviste andrò nella sede tale (aperta solo un giorno la settimana; e per mezza giornata: chi sa perché qualcuno ha deciso che gli studiosi possano fare a meno delle riviste per sei giorni la settimana). Se ho bisogno di consultare dei libri dell’Ottocento, dovrò fare un altro percorso. E così via. In ogni caso non potrò mai usufruire, nello stesso giorno, dei vari fondi della Biblioteca. Scelgo di andar per riviste? È rischioso, lo so. E lo metto in conto. Se c’è mancanza di personale, troverò tutto chiuso. Mi avventuro lo stesso. Le saracinesche sono abbassate. Non c’è nessuno. Mi informo. Nella sezione ci sono stati dei lavori di adeguamento strutturale. Moderni e funzionali. Ma le autorità non hanno riconosciuto l’agibilità dei locali. Risultato: la sezione è chiusa a tempo indeterminato. Addio riviste. I libri antichi /e di storia dell’arte sono nella sede storica della Biblioteca. In un bel palazzo. Di anno in anno la sala di lettura è diventata sempre più piccola. Il personale stesso, ingrossatosi, non sa più come distribuirsi negli spazi angusti. Lavora male, in sacrificio; ed è sofferente. Con ragione. Eppure si fa in quattro, per quello che può. Che faccio? Vado nella sede storica? Qualcosa mi trattiene. Un ricordo di qualche anno fa. Forse tragico, forse comico. Ilarotragico, diciamo, o eroicomico. Una folla fittissima faceva tappa all’ingresso, Non c’era modo di entrare. Ed era inutile lavorare di gomiti. Un varco, per quanto sottile, era un’ipotesi di lusso. A un certo punto un coro si alza, or crescendo or decrescendo. Un doppio coro, alternante e dialogante: dentro e fuori della Biblioteca. Non era facile capirci qualcosa, in quel confluire di voci pingui e spremute. Venne l’unisono. E fu il responso della Sibilla. Per quel giorno (e per altri ancora) la Biblioteca era inagibile. Era regolarmente aperta. Non c’era nessun sciopero in atto. Era avvenuto, semplicemente che da Palermo erano stati mandati in massa i custodi. Tanti, tantissimi custodi. Mancavano però i distributori. E il coro di custodi informava che non si potevano prendere i libri, per mancanza di personale.Se mi decido ad andare, voglia il caso che il libro non sia posto in alto, negli scaffali. In questa sciagurata eventualità, è proibito prenderlo, il libro, per motivi di sicurezza. Anche se la disponibilità fattiva del personale, ha trovato modo di aggirare l’inciampo legale. Va fatta la richiesta. Ma bisogna tornare qualche giorno dopo. Nel frattempo qualcuno, autorizzato (presumo), e con tutte le precauzioni, tenterà di arrampicarsi. E’ solo questione di tempo. Che non è poco. E di fegato e resistenza. Ci vuole pacatezza e coraggio, a intraprendere una ricerca nelle nostre biblioteche. Che custodiscono sì le " fantasie degli uomini" . Ma per renderle sempre più inaccessibili.Un sogno aveva un mio amico, conservatore di biblioteca. Peraltro bravissimo, nel suo lavoro. Si scervellava di trovare la maniera di imbracare i libri dentro custodie delicate e preservative, con tanto di lucchetto. Era convinto di diventare ricco, brevettando l’invenzione. Ma il denaro gli interessava fino a un certo punto. La sua era una missione. Aveva aperto una crociata per la salvaguardia dei libri nelle biblioteche. Non sopportava nemmeno il fruscio delle pagine sfogliate, in una sala di lettura. Trabalzava e gli si accapponava la pelle. Per lui i libri andavano chiusi a chiave, uno per uno. Mi mostrò i disegni della sua invenzione. E ci rimase male, quando dissi che quegli oggetti celibi mi ricordavano le cinture di castità. Da allora, non l’ho più visto. Intanto è nato un nuovo turismo. Discreto e riservato. Molti dei nostri studiosi preferiscono prendere l’aereo, e rifugiarsi per qualche tempo a studiare nelle biblioteche americane. L’America è vicina, dopo tutto. E vero che, nella scalinata d’ingresso della New York Public Library, i due leonacci di pietra di Clark Potter simboleggiano la Pazienza e la Fortitudine. Ma se ne stanno accucciati lì, per anglosassone autoironia. Come i mostri gotici acquattati nelle rientranze e nelle sporgenze della Sterling Memorial Library della Yale Unversity. Nessuna virtù di resistenza è messa alla prova nella New York Public Library.

Autore: Salvatore Silvano Nigro

Fonte:La Stampa