Mostra ‘de Gustibus’

La mostra De Gustibus chiude anticipatamente il percorso iniziato quattro anni fa dal Palazzo delle Papesse di Siena, che è andato rapidamente affermandosi, non solo a livello nazionale (dove la quasi totale assenza di specifiche strutture dedicate al contemporaneo rende l’operazione più facile), ma anche all’estero, come uno dei laboratori di ricerca artistica più interessanti. Un ciclo dedicato specificatamente al collezionismo (che De Gustibus conclude), mirato a narrare una passione particolare e insieme a mostrare opere altrimenti chiuse negli appartamenti e nei caveau: dalla collezione della Fondation Cartier a quella di Jim Dine, passando per il gusto del raccogliere esercitato dagli artisti; quindi altri incontri, altre iniziative, altre serie.

" Le Repubbliche dell’Arte" per esempio, esplorazioni di territori artistici, a cercare il genius loci di terre come la Palestina, messa a confronto con Israele, oppure come la Svizzera o il nord europeo della Scandinavia. Un lavoro portato avanti con un gruppo di collaboratori e curatori da Sergio Risaliti, direttore uscente dalle Papesse: prenderà il suo posto Marco Pierini, già direttore del Museo Diocesano di Pienza.

De Gustibus, curata dallo stesso Sergio Risaliti, affiancato da Achille Bonito Oliva (fino al 12 maggio, Catalogo Maschietto editore), riesce con opere che ricostruiscono lo sviluppo artistico della seconda metà del 900 a oggi, a fornire un interessante radiografia sullo stato attuale del collezionismo italiano. questa figura affetta da una passione a tratti patologica, comunque letteraria, che ha ispirato romanzi e guidato biografie, ad avere permesso l’apertura dei primi musei. Cosi è stato, per esempio con la galleria degli Uffizi a Firenze, formata inizialmente dalle collezioni medicee, ma poi abbondantemente rifornita dagli acquisti dei ricchi borghesi, desiderosi di uguagliare i costumi aristocratici, proprio attraverso il possesso di opere d’arte. In tempi moderni, simile avanzata parallela di sviluppo economico capitalista e passione per l’accumulazione di opere d’arte avviene in terra protestante: negli Stati uniti innanzitutto, ma anche in nord Europa. Quindi l’Italia, che ancora una volta costituisce un’eccezione, vista l’assoluta mancanza di lungimiranza dello Stato, che non facilita il lavoro dei collezionisti con opportune defiscalizzazioni, già da lungo tempo messe in atto altrove, ma ritiene l’acquisto di opere d’arte motivo certo di ricchezza e dunque di imposizione. Il collezionista italiano è dunque un individuo più eccentrico che mai, costretto a sfidare un sistema di leggi penalizzante, per poter sviluppare la propria passione e creare in tal modo la materia primaria di futuri musei. Nonostante le condizioni avverse, l’Italia dalla seconda metà del dopoguerra può vantare uno sviluppo collezionistico, che è andato mutando di pari passo con le condizioni storico artistiche.

Se negli anni sessanta, infatti, si trattava per lo più di pochi casi isolati, appassionati d’arte guidati da un forte rapporto di fiducia con un mercante d’arte particolare o dalla passione specifica per il lavoro di un maestro riconosciuto, negli anni settanta il collezionista è legato all’artista soprattutto da amicizia, da un scambio intellettuale in linea con la smaterializzazione dell’arte avvenuta con l’affermazione dell’arte concettuale. Negli anni ottanta invece si assiste al trionfo delle gallerie, soprattutto statunitensi, dovuto alla riaffermazione di un linguaggio pittorico suscettibile di essere scambiato anche come un bene materiale, e dunque gli acquisti avvengono soprattutto tramite i consigli del direttore di galleria, cosi come oggi sono i curatori a indirizzare il gusto in una direzione o in un’altra. Attualmente il collezionista italiano, appartiene a una borghesia facoltosa e produttiva, settentrionale soprattutto, con qualche punta di meridionalità, che sembra volersi dedicare all’acquisto di artisti giovani non ancora affermati, perché al piacere dell’acquisto possa unirsi anche la possibilità di un investimento futuro. C’è chi compra soprattutto a istinto, guidato dal piacere di poter ammirare e convivere con lavori che si ritengono particolarmente significativi, come Gemma De Angelis Testa, Antonina Zaru, Eliana Guglielmi, oppure Roberto Buonanno. Ma anche chi vuole creare una collezione con uno sviluppo tematico, oppure reso omogeneo dalla prevalenza di un unico linguaggio: così è per Marcello Levi che predilige gli artisti del gruppo dell’Arte Povera, per Massimo Laura che acquista soprattutto video e fotografia, o ancora per Antonio Colombo, che è attratto da quella che definisce una " melanconia casalinga antieroica" .

Nelle due sedi espositive, il Palazzo delle Papesse e l’edificio di Santa Maria della Scala, le collezioni sono state sapientemente mischiate le une alle altre, secondo un criterio che vuole seguire insieme uno svolgimento cronologico e tematico. Così le sale alcune volte riuniscono lavori accostabili per associazioni visive, altre volte per significati: comunque si tenta costantemente il dialogo tra artisti differenti per generazione, magari legati da assonanze formali o intenti poetici.

Se a Santa Maria della Scala è una scultura che si specchia contro la parete più lontana del rimpianto Juan Muñoz a aprire in modo spettacolare l’esposizione, alle Papesse ci accoglie, assai più triviale, il sangue per terra che gocciola da un cyberuomo in plastica, sospeso a testa in giù da Dinos e Jake Chapman. Quindi ci si inoltra negli antri sotterranei del Palazzo trasformati dalle suggestive installazioni di Mario Airò e Grazia Toderi, prima di trovare il Giulio Paolini dell’Apoteosi di Omero, leggii per la musica allineati in ordine concentrico al centro della sala come in un golfo mistico, a confronto diretto con i volti ricamati da Francesco Vezzoli.

Il Warhol della Jacqueline serigrafata o delle scatole di cartone Campbell’s convive invece con il Pistoletto della Venere degli Stracci, ma anche con lo stivale di cuoio ricoperto di pins con il quale Paola Pivi si è aggiudicata lo scorso Premio Michetti, restituendo con ironia la sua visione del Belpaese. Altrove invece, sono i tessuti di Boetti a dialogare con i ritagli di Sabrina Mezzaqui, così come le opere di Gino de Dominicis si confrontano con una fotografia tratta dal video di Grazia Toderi, intitolato Il Decollo. Quindi Ohne Die Rose tun wir’s nicht di Beuys, e poco distante una piccola barca in legno dell’artista cubano Kcho, questa volta appoggiata su un vecchio cappotto nero: tracce di nomadismo, frammenti di discorsi poetici e politici. E poi i target di pittura concentrica e fluorescente di Ugo Rondinone e quella recente di Jeff Koons, di fronte ai barattoli di plastica che non contengono vernice, ma placenta, racchiusi in una gabbia blu da Damien Hirst. Quindi ancora i maestri dell’Arte Povera, della minimal, della Transavanguardia e le ultime declinazioni fotografiche di Shrin Neshat, Andres Serrano, Philip Lorca di Corcia, Cindy Sherman, Jeff Wall, Andrea Gursky, fino a raggiungere l’altana: qui ci accoglie una fontana fatta di scatole di cartone, dove scorre acqua rigorosamente Evian, firmata da Rob Pruitt.

Autore: Elena del Drago

Fonte:Il Manifesto