MONTEVARCHI (Ar). La pittura introspettiva di Ottone Rosai in mostra.

Gli inizi di Ottone Rosai (Firenze, 1895 – Ivrea, 1957) furono all’insegna del Futurismo, negli anni turbolenti a cavallo della Grande Guerra. Ma la sua verità di artista emerge dopo, quando, nel clima del generale “ritorno all’ordine predicato da Ardengo Soffici, il giovane fiorentino si fa promotore di una pittura figurativa sensibile al bisogno dell’uomo di ritrovare la pace interiore, dopo le sofferenze della guerra.
Ottone-Rosai-Incontro-in-via-Toscanella-1922-208x420La mostra prende in esame la produzione di Rosai nell’arco temporale dal 1919 al 1939, quando nella sua pittura il Post-impressionismo europeo di matrice cezanniana s’incontra con la lezione dei Primitivi senesi e del primissimo Quattrocento fiorentino, fondendosi anche con le atmosfere poetico-letterarie di quella corrente di pensiero europea che dalla metà dell’Ottocento rifletteva sulla condizione dell’individuo moderno. Indigenza e solitudine segnarono buona parte di quegli anni, ma l’arte di Rosai non venne mai meno, anzi sgorga come una sorda rabbia contro tutto e tutti, soprattutto contro il pubblico che ancora non comprendeva quelle pitture malinconiche, ma profondamente vere.
Ottone-Rosai-Partita-a-briscola-La-partita-a-scopa-1920-309x420A prima vista Rosai può essere confuso con un demagogo da Strapaese che dà voce agli idilli della campagna o alla placida vita cittadina di quartiere; in realtà, pur in maniera sommessa, quella sua ricerca di luoghi appartati, fra campi deserti e angoli d’osteria dove trovare un istante di spensieratezza, è la sua risposta al trionfalismo dannunziano e futurista, e rientra comunque in un clima più ampio, di portata europea, di riflessione sulla società del dopoguerra, sull’angoscia generata dalla crisi economica e dall’alienazione urbana. Rosai è quindi un utopico fautore di un impossibile ritorno alle origini, dipingendo celebra l’elegia di una società agreste che è ormai giunta al suo drammatico tramonto e insieme va alla ricerca di quella bellezza interiore che secondo Dostoevskij può salvare il mondo, e condivide il pessimismo di Leopardi e Schopenhauer. Le sue pitture sono opere intrise di poesia e filosofia, declinate con la rude semplicità della cultura toscana più autentica, accanto a metafore universali quali il gioco delle carte come allegoria dell’esistenza e della sua precarietà, le strade deserte come luogo dell’anima.
Ottone-Rosai-Trattoria-Lacerba-1921-795x420Fra gli Anni Venti e Trenta, l’ambiente urbano si afferma come protagonista nella pittura europea, interessando appunto anche Rosai, il quale, pur dedito a una vita solitaria, era seguito con attenzione dai colleghi stranieri. A questo proposito non è da escludere una certa influenza esercitata sull’opera di Marianne von Werefkin: pur in assenza di riscontri su una frequentazione diretta fra i due artisti, sappiamo che la pittrice russo-tedesca soggiornò più volte a Firenze negli Anni Venti, e quindi è lecito ipotizzare una sua conoscenza, anche indiretta, di Rosai. Infatti, anche nei suoi scorci cittadini si respira quell’atmosfera di fiaba, si ritrovano quelle facciate squadrate e dipinte in severi ocra scuri, e le stradine in salita dalla prospettiva diagonale che il pittore toscano ha immortalato tante volte, in particolare la celeberrima Via Toscanella, sfondo ideale di una Firenze povera ma dignitosa, dove le difficoltà quotidiane sono affrontate quasi con rassegnazione, cercando estremo rifugio nella solidarietà umana. Una sorta di monito per i tempi a venire; anche Rosai, infatti, presentiva la guerra, un po’ come era accaduto a Picasso con la celeberrima Baignade. Una coincidenza che conferma ulteriormente quanto il pittore toscano, a dispetto delle apparenze, fosse attento testimone della sua epoca.
Il percorso della mostra si chiude con il 1939, un anno cruciale per Rosai, che dopo tante amarezze ottenne la cattedra di professore di figura disegnata al Liceo Artistico di Firenze, cui seguì, nel 1942, quella di pittura all’Accademia di Belle Arti.
Riconoscimenti giunti dopo la sua prima personale a Firenze, a Palazzo Ferroni, nel 1932, cui fecero seguito altre a Milano e Roma, e, nel 1934, la partecipazione alla Biennale di Venezia. Ma nemmeno questi traguardi e riconoscimenti allevieranno quella malinconia che lo accompagnava sin dalla giovinezza, segnata dal suicidio del padre e dal disagio economico. Nonostante ciò, Rosai ha raggiunto vette espressive di altissimo livello, e non a torto Charlie Chaplin lo definì una dei massimi pittori europei moderni. Lo fu a modo suo, un po’ come Malaparte (ma senza la sua mondanità), nel senso che, come lo scrittore suo conterraneo, condivise le tematiche esistenziali del suo tempo, ma con uno stile del tutto personale, definibile come una sorta di realismo magico con sfumature espressioniste, e un’aura letteraria particolarmente profonda, che riecheggia un disagio esistenziale

Autore: Niccolò Lucarelli.

Fonte: www.artribune.com, 1 gen 2021