MILANO. Klee riappare lo sciamano cristiano.

«La musica è per me come una donna stregata dall’amore. La pittura mi darà gloria? Potrò diventare uno scrittore, un lirico moderno!». Buona la seconda. Perché allo svizzero tedesco Paul Klee (1879-1940), inizialmente incerto ma poi docile a un proprio luminoso percorso, la pittura ha dato molta gloria. Senza tuttavia dimenticare che, di questo artista così possessivamente ammirato, musicisti erano i genitori e lo sarà sua moglie, Lily Stumpf.

Violinista è stato lui stesso, nonché scrittore mezzo filosofico. Oltre che laconico, a tratti folgorante, poeta. In piccoli quadri, creati nello spirito della concisione e della brevità, ha trovato lo spazio per reinventare l’universo. E questo lo sanno fare soltanto i poeti.
Ha iniettato nel suo mondo pittorico considerevoli dosi di leggerezza, nozioni tipo composizione, struttura, tempo. E questa è roba da musicisti.

Klee è il nome della romantica sonda che abbiamo inviato nella profondità dei sottosuoli, così come fra le costellazioni, per dirci ancora, in un secolo disincantato come il ‘900, che ogni cosa, ogni essere è connesso con tutti gli altri.
Che pietre, fossili, rametti, conchiglie sono segretamente affini agli uomini e agli astri, e che al loro interno si può scorgere nientemeno che l’anima del mondo.
Messa così, ogni sua riapparizione è un evento. Lo è anche la mostra che si apre alla Fondazione Antonio Mazzotta di Milano (26 gennaio-29 aprile): Paul Klee. Teatro magico. Consiste in un centinaio di pezzi di questo cristianissimo sciamano: grafiche, disegni a carboncino, acquerelli, oli, pastelli.

Più 50 opere di artisti visionari messi a confronto con l’immaginazione di Klee. Tra questi, Goya, Piranesi, Ensor, Kubin (che gli era amico), Klinger (che lui non amava). Tulliola Sparagni, curatrice dell’esposizione, ha smembrato l’attività kleiana in capitoli, continuando a farla giustamente aderire al suo fondo esistenziale. La prima sezione è satira e comicità.

Si comincia ridendo? Macché. Le invenzioni grafiche iniziali saranno anche fantastiche e bizzarre ma sono soprattutto sinistre. Le altre sezioni centrano il cuore di Klee: finzione e illusione; un mondo altro («I bambini, i pazzi, i popoli primitivi hanno ancora il potere di vedere!» esclama Paul); il regime notturno delle immagini.

A un pelo dal nulla dell’astrazione, ecco soli, lune, frecce, casette, croci, uccelli, pesci, montagne, lettere, numeri. Tra frammenti di micromosaici bizantini preziosi come gioielli, ideogrammi orientali, geroglifici egizi, Klee tesse l’opera come un ragno la sua tela.
Imbozzola e salva un pezzo di cosmo smagliante. Lo segui con lo sguardo e ancora tocchi l’organico e l’inorganico, la natura al suo stato nascente, i millenni passati, e poi la zoologia, la botanica, la fisica, l’astronomia…
Però il finale di partita è duro: la malattia, la persecuzione nazista, la fuga.
Quando Klee muore, l’Europa è già nel baratro. A suo modo lui è salvo: «Giacerò un giorno nell’ignoto, accanto a un angelo sconosciuto».
 
Info:
Fondazione Mazzotta, fino al 29 aprile 2007.

Autore: Marco Di Capua

Fonte:Panorama.it