Lettera in margine al restauro della tomba di Giulio II

Caro direttore, l’intervento " Un restauro a colpi di ‘scoop’" di Antonio Pinelli su la Repubblica di lunedì 20 agosto investe direttamente, pur senza evocarla, il compito fondamentale di tutela del Ministero per i Beni e le attività culturali. Ritengo quindi essenziale rispondere alla " sommessa domanda" rivolta da Pinelli al comitato scientifico che segue il restauro della tomba di Giulio II, con il celebre Mosè, di Michelangelo: " Siamo sicuri, cari amici, che sia saggio (e inevitabile) lasciare che la tutela delle opere d’arte sia presa in ostaggio dall’esigenza dello spettacolo?" .Nessuno più di me, che dallo spettacolo ha tratto giovamento e amplificazione dei suoi pensieri e dei suoi atti di Storico dell’arte, può meglio intendere i vantaggi e i limiti di questo insistente subordinare i grandi capolavori dell’arte italiana alle necessità di " ritorno d’immagine" di mecenati e finanziatori privati di restauri.Sottoporre Leonardo, Raffaello, Piero della Francesca, con una sorta di accanimento terapeutico, a rinnovati e periodici restauri, è cosa esecrabilissima, proprio perché, per mille ragioni, il miglior restauro è il non restauro, la conservazione di ciò che il tempo, escludendo distruzioni e rovine, ha fatto sul corpo delle opere d’arte. D’altra parte, anche fra gli esseri viventi alcuni invecchiano bene, altri invecchiano male, ma nessuno penserebbe di riportare un vecchio di ottant’anni alla condizione di bambino. Così, è con entusiasmo che ho letto le riflessioni di Pinelli il quale ritorna, come io spesso ho fatto in questi mesi di impegno al ministero per i Beni Culturali, al monito di Giovanni Urbani: " Il restauro è un trauma che lascia segni inguaribili. La miglior cura è la prevenzione ottenuta, con una periodica manutenzione" .Nessun restauro è emblematicamente esemplare di un metodo che va certamente corretto, se non respinto, come quello della tomba dì Giulio II. Prima di Pinelli, e prima di essere nominato sottosegretario, circa un anno e mezzo fa, anche in contrasto con l’ottimo sovrintendente Claudio Strinati, io mi ero già pronunciato sulla pretenziosa e inaccettabile attribuzione a Michelangelo del Giulio a giacere, pertinentemente ricondotto dal Vasari a Tommaso Boscoli, in una intervista con Fernando Ferrigno al Tg3.Il riferimento a Michelangelo non ha alcun fondamento ma rientra nel tentativo, poi realizzato, di spettacolarizzare, anche attraverso il coinvolgimento del ministero per i Beni Culturali, questo restauro. Un altro degli errori della gestione Melandri, mentre ovunque in Italia si distruggono monumenti e piazze e ville con interventi pesanti e invadenti e sono lasciate in abbandono opere appartate, ma non minori, che avrebbero bisogno di cure immediate, per evidenti emergenze.Che dire? Pinelli non entra nella polemica ma, come nel caso della Cattedrale di Pisa, la questione andava affrontata. Io ringrazio lui come ho ringraziato Quintavalle, perché gli intellettuali italiani sono vigili sui problemi della tutela e ci richiamano a un impegno civile ed etico. Ed è per questo che rivendico ai vertici del ministero la responsabilità morale della tutela e il nostro impegno a sostenerla secondo regole che le leggi esplicitamente indicano.Non è, questo, capriccio del principe, come intende la Melandri, ma un dovere che sarebbe omissione eludere. Per difendere i diritti dei cittadini alla conservazione del patrimonio storico e artistico di tutti, è necessario che chi governa il patrimonio artistico senta questa responsabilità, non scaricandola su sovrintendenti talvolta complici o responsabili, come si vede in tutta Italia di intollerabili manomissioni. Non possiamo scaricare su altri decisioni che rientrano nei compiti di chi governa. Altrimenti perché si chiederebbe la testa di un ministro dell’Interno per l’errore di un poliziotto?Questo è l’impegno al quale io sono stato chiamato e al quale mi richiamano amici come Quintavalle e Pinelli. Un dovere, non un privilegio. Una necessità non una possibilità. E siccome non è possibile scindere in un uomo impegni formali e qualità intellettuali, il dovere io lo sento doppiamente in quanto politico e in quanto tecnico. E, come Pinelli, non posso assistere a una violenza (che come politico posso impedire) senza intervenire, avendone cognizione e coscienza. Su questo punto, vera e propria questione morale, si misura la differenza fra l’attuale gestione del ministero per i Beni culturali e la precedente, richiamando una analoga condizione nell’esperienza, ahimè troppo breve, di Antonio Paolucci.L’etica è, per l’appunto, consapevolezza delle responsabilità. E un ministro, un sottosegretario non possono assistere inermi e impotenti alla progressiva devastazione, non per opera del tempo ma per l’intervento degli uomini del patrimonio artistico e paesaggistico italiano. Non si può non convenire dunque sul fatto che il restauro alla tomba di Giulio II non costituisce certo una priorità, come osserva Pinelli, che ci sia qualche cosa di immorale nel dispendio di tanto danaro per un’impresa principalmente pubblicitaria, di cui l’opera d’arte è ostaggio, mentre altrove deperiscono e muoiono opere che chiederebbero modesti ma essenziali interventi di recupero. Distribuire male il denaro, con esiti spesso dannosi, è immorale.

Autore: Vittorio Sgarbi

Fonte:La Repubblica