La riflessione scaturita dal discorso del presidente italiano a Luxor

Le novità della presidenza Ciampi non sono solo di stile, sono di sostanza. Lo mostra, fra le molte altre cose, la recente dichiarazione del Presidente a Luxor, durante la sua recente visita ufficiale in Egitto, sulla sfida del patrimonio culturale del Mediterraneo. Ecco una cosa che davvero in Italia non si era mai vista: un Presidente della Repubblica che si pronuncia in prima persona sul patrimonio culturale, e non come se si trattasse di qualcosa di opzionale o esornativo, ma al contrario prendendo di petto il punto cruciale: non si dà politica senza identità culturale, e per la definizione delle identità è assolutamente centrale il patrimonio culturale. Parliamo qui di identità in un momento delicato e importante, sulla soglia dell’Europa. In che senso si può parlare di identità nazionale italiana mentre stiamo cercando di contribuire a costruire quella europea? E, d’altra parte: come definire un’identità culturale europea che non pretenda di cancellare le identità nazionali forti, ma nemmeno si limiti a genericissimi principi? E come costruirla senza le tristi albagie di un’immagine dell’Europa come centro del mondo e culla privilegiata della civiltà? In altri termini: come si può definire 1′ " essere europei" , in un’età postcoloniale e multiculturale, senza ricadere nella trappola (per usare il linguaggio politically correct d’oltre Oceano) di essere eurocentrici? È sullo sfondo di domande come queste che la scelta del Presidente di incentrare la sua " dichiarazione di Luxor" sul Mediterraneo prende il suo senso compiuto, e indica una direzione: un’identità non isolazionista, ma che punta, al contrario, sulla complementarietà, sugli scambi. Incentrata non sull’esclusione, ma su un principio di reciproca inclusione. Il Mediterraneo non vuol dire solo Europa, vuol dire Africa e Asia; vuol dire cristianesimo (anche ortodosso), e vuol dire Islam. Vuol dire non un confine fra il Nord e il Sud del mondo, ma piuttosto un fitto reticolo di comunicazioni, con amplissime e vitali zone di transizione, che possono essere l’Africa settentrionale romanizzata o la Spagna e la Sicilia islamizzate; o una città che è al tempo stesso la Bisanzio dei coloni greci, la Costantinopoli degli imperatori cristiani, la turca Istanbul. Perché la stessa storia si può raccontare in modi diversi e anzi opposti: per fare un esempio anche troppo facile in tempi di " fine millennio" , la storia del calendario che usiamo ogni giorno può essere raccontata come quella del calendario di Giulio Cesare riformato da papa Gregorio XIII, e dare l’impressione della centralità di Roma. Ma l’altra storia (quella vera) è che il calendario giuliano non sarebbe stato possibile senza le osservazioni e i computi astronomici di Babilonesi, Egiziani, Greci: e che di tutte queste fasi esso (dunque il nostro calendario) ingloba tracce ben chiare. E’ significativo che questo richiamo forte al ruolo del patrimonio culturale nella definizione dell’identitaria venga dall’Italia: un Paese nel quale si è ben visto quanto le apparenti spinte separatistiche canalizzassero di fatto superficiali e poco elaborate forme di protesta; ma anche come l’accesso alla moneta unica europea (che va in direzione del tutto opposta) sia stato largamente vissuto come un successo non solo dello Stato, ma dei cittadini. Ma nei processi di ampia integrazione, dei quali siamo più o meno consapevoli e convinti protagonisti, non ci sono solo economia e tecnologia, ed è proprio Ciampi a ricordarcelo: " La globalizzazione ci deve spronare a valorizzare e a promuovere tutte le singole culture nella loro diversità e originalità. La riscoperta delle nostre radici, in parte comuni, ci permetterà di comprendere e di apprezzare in pieno il valore delle nostre diversità" .Ora, il più grave errore possibile nel processo di definizione di un’identità europea sarebbe l’adozione di un modello di " omogeneizzazione" , come gli stati nazionali europei hanno fatto nelle loro fasi di formazione. Al contrario, l’identità culturale europea deve concentrarsi sulla diversità e le differenze, nonché sulle relazioni fra i vari popoli, sia in Europa (comunque definita) che fuori. E’ qui che gli intellettuali di professione sono chiamati a un compito alto e significativo, se vorranno aiutare a comprendere e a mostrare la storia di queste diversità e di questi scambi, non tenendo solo per sé il momento della ricerca e della riflessione. La cultura accademica deve comunicare con la cultura popolare sui grandi temi della società civile, specialmente nell’urgenza di scelte e determinazioni politiche che coinvolgono tutti i cittadini, e possono avvantaggiarsi di un più alto grado di informazione e di consapevolezza. La definizione dell’identità culturale richiede uno sforzo concertato e multidisciplinare, e ha inevitabilmente una dimensione politica, tanto più evidente quando il tema sia applicato all’Europa in un momento formativo e fondativo come il presente. In Europa i vari gruppi etnici, linguistici e culturali, presenti da millenni, si sono combinati e distinti con meccanismi e dinamiche di lunghissimo periodo. Le singole identità culturali europee si sono formate mediante processi di osmosi e di interscambio; ciascuna di esse non va definita " per distinzione" dalle altre, ma piuttosto mediante l’analisi degli elementi che la compongono, molti dei quali sono presenti in altre culture. In altri termini, si può dire che l’identità culturale è scomponibile, perché risulta da un processo di interscambio, in cui ciascuna cultura " riceve" e " dà" .L’identità culturale europea non è né una somma delle singole identità nazionali, dei Paesi europei, né un " blocco omogeneo" da cui quelle identità singole si possano ritagliare. Essa risulta anzi da una serie di fenomeni o di fattori " trasversali" : per esempio, la convergenza di tradizione greco-romana e tradizione giudaico-cristiana non è privilegio di nessun Paese, ma si è compiuta in Europa. L’Europa però non è sufficiente a spiegare o a " raccontare" questo fenomeno, dato che in esso ebbe parte assai importante la sponda meridionale e orientale del Mediterraneo, già parte dell’impero romano e poi islamizzata. In tutti i Paesi europei, i cittadini convivono quotidianamente con segni forti della loro identità culturale, opere d’arte vecchie di secoli o di millenni, che sono ancora là dove furono create, anche se volte con mutamento di funzione (il Pantheon trasformato in chiesa). Ma questi " segni forti" trasmettono essi stessi il messaggio cruciale di un’identità culturale molteplice perché nata da interscambi: templi greci in Sicilia, città romane in Africa settentrionale, artisti fiamminghi a Genova e italiani a Fontainebieau e a Pietroburgo; e così via.Perché l’Italia possa contribuire a questo processo, la prima mossa è naturalmente una riflessione sulla propria identità, a sua volta frutto di sovrapposizioni e scambi. Nonostante certe retoriche nazionalistiche un tempo assai abusate, le sue radici non coincidono affatto con la tradizione romana: non meno importante è la componente greca, in Italia meridionale e in Sicilia; ma. anche altre componenti, principalmente quella etrusca, quella celtica, e quella delle varie civiltà italiche (Osco-Umbri, Siculi, Piceni…) sviluppatesi in parallelo alla più antica storia di Roma. Questo per dire solo dell’antichità: ma le successive invasioni e i domini " stranieri" , tante volte deprecati in quanto avrebbero impedito un’unità nazionale che di fatto solo assai tardi divenne un vero fine politico degli Italiani, portarono in Italia il lievito di componenti culturali rilevantissime, dalla Provenza a Napoli come da Creta a Venezia. Il rovescio della medaglia è che dall’Italia partirono correnti e fenomeni culturali che hanno avuto un’importanza straordinaria per la storia dell’Europa e non solo: basti pensare alla diffusione del latino da dialetto di un villaggio chiamato Roma a lingua dell’impero, fino alle lingue neolatine oggi parlate. Ma quest’Italia " che dà" ad altri il latino o il Rinascimento non è diversa da quella che " riceve" da altri: Greci, bizantini, arabi, longobardi, francesi, spagnoli e così via. Anche i necessari scambi di esperienze professionali e di tecnologie, ivi incluso il restauro, le tecniche museali e informatiche (a cui allude la dichiarazione del Presidente) vanno visti su questo sfondo secolare di scambi, di un perpetuo " dare e avere" ; ne sono, per così dire, la nuova versione. Ma è importante ricordarsi dei precedenti storici, comprendere che la propria cultura include elementi significativi che provengono da altre culture. Se comunicato nelle forme più efficaci e opportune, questo dato semplice e incontrovertibile trasmette un messaggio culturale e politico del quale il nostro mondo ha assoluto bisogno, specialmente in un momento di forti migrazioni dal Sud al Nord del mondo: un messaggio di apertura e di tolleranza.

Fonte:Salvatore Settis